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Devo
cominciare col ringraziare la sezione di Pax Christi Francia, presieduta d S.
E. Msr. Derouet, che ha organizzato questa conferenza in collaborazione con
l’Institut Catholique de Paris, di cui saluto cordialmente il direttore,
Msr. Valdrini. Grazie.
Da
Gerusalemme, a voi tutti qui presenti, do un saluto cordiale, un saluto che è
un augurio di pace per tutti voi, che siete interessati alla pace in Terra
Santa, un augurio che tutti, Israeliani, Palestinesi, mondo arabo e comunità
internazionale, possano collaborare insieme alla costruzione della nuova
società di Terra Santa, palestinese e israeliana.
Noi viviamo in questi stessi giorni in Terra Santa, Palestina e
Israele, la violenza scatenata: il giorno di Pasqua, la notte, e le notti
seguenti, insieme ad altre zone Palestinesi, tra cui Gaza soprattutto, le città
cristiane di Beit Jala, Betlemme e Beth Sahur, hanno avuto il loro
bombardamento di Pasqua.
Con
questa situazione, che segna la decisione israeliana di ridurre con la potenza
della forza militare la resistenza palestinese, e questa da parte sua decisa a
continuare e a reagire altrettanto con la violenza, noi siamo in un cerchio di
violenza, che qualcuno deve avere il coraggio di rompere.
La
Terra Santa
1. E’ la
Palestina storica situata tra il Giordano e il Mediterraneo, a Est e a Ovest,
delimitata al Nord dalla Siria e il Libano, e a Sud dall’Egitto. Essa si
chiama oggi Israele e Palestina (o Territori Palestinesi Occupati). Lo Stato
d’Israele comprende il 78% della Palestina storica, il resto, il 22% è
stato occupato da Israele nel 1967, e resta attualmente con lo statuto di
Territori Occupati, o di Autonomia Palestinese, ed è questo 22% della
Palestina storica che viene reclamato oggi dai Palestinesi per crearvi il loro
Stato.
Dal punto di
vista della giurisdizione ecclesiastica, la Terra Santa comprende, per tutte
le Chiese presenti a Gerusalemme, cattoliche, ortodosse e protestanti, la
Palestina, Israele e la Giordania. Ma il conflitto, o la violenza che
infierisce oggi, è limitata a due paesi, Israele e Palestina.
I
cristiani di Terra Santa.
2. La visita
del Santo Padre, il papa Giovanni Paolo II, nel 2000, attirò l’attenzione
del mondo sull’esistenza della piccola ma viva comunità dei cristiani
arabi, palestinesi e giordani di Terra Santa, che ivi continua la presenza
cristiana a partire dai primi tempi fino ad oggi, in diversi riti e lingue,
soprattutto la lingua, la cultura e la storia araba alla quale appartiene
questa Chiesa, o queste Chiese, poiché noi siamo più Chiese, tredici per la
precisione, cattoliche, ortodosse e protestanti. Quando, il 4 dicembre 1999,
noi celebrammo insieme l’apertura dell’anno 2000, il vangelo della Natività
del Signore Gesù Cristo fu proclamato in tutti i riti, greco, latino, siriaco
o aramaico, armeno, copto ed etiopico, oltre l’arabo e l’inglese. I
cristiani in Palestina sono dunque una varietà di Chiese in comunione con
l’Occidente e con l’Oriente.
Aldilà delle
lingue liturgiche antiche, che erano anche lingue nazionali, l’arabo è la
lingua comune di tutti questi cristiani, eccettuata la comunità etiopica. Non
bisogna dimenticare neanche la comunità di espressione ebraica, parte
integrante della Chiesa di Terra Santa, ancora piccola, in verità, la cui
lingua è l’ebraico, e che appartiene per la sua cultura e la sua storia
alla società israeliana.
2.1 La parola
“arabo”, è stata e resta ancora oggi per molti, sinonimo di musulmano,
mentre nel mondo arabo, e soprattutto nei paesi del Medio Oriente, i cristiani
di ogni rito sono da più secoli una parte integrante di questo mondo arabo.
In Palestina e
Israele, è in atto uno sforzo per volere convincere i cristiani che sono una
comunità religiosa minoritaria e che non fanno parte di alcun popolo, ciò
che è una aberrazione. Un cristiano in effetti, dovunque egli si trova,
appartiene alla sua terra, al suo popolo e al suo paese: il cristiano francese
è francese, il cristiano italiano è italiano etc. E’ lo stesso per il
palestinese cristiano, egli è palestinese.
2.2 Questo ci
conduce alla questione del rapporto tra cristiani e musulmani. Anche lì, da
alcuni anni, vi è una campagna che vorrebbe far risaltare una pretesa
persecuzione dei cristiani da parte dei musulmani. Che vi siano difficoltà
nei rapporti, per una ragione o per l’altra, tra maggioranza e minoranza in
ogni società, questo è comprensibile e si trova ovunque. Questo si trova,
per esempio, nella società israeliana, nei rapporti tra gli stessi cittadini
israeliani, ebrei e arabi. Malgrado tutte le strutture democratiche, la
discriminazione a base razziale e religiosa crea delle difficoltà nei
rapporti, senza per questo rendere la vita impossibile agli uni o agli altri.
I rapporti tra
musulmani e cristiani arabi in generale, e musulmani e cristiani palestinesi
in particolare, si basano su due considerazioni. La prima è storica: noi
cristiani e musulmani siamo un solo popolo. Abbiamo le nostre radici nella
stessa terra, la Palestina. Noi apparteniamo insieme a questa terra, a questo
paese, insieme noi facciamo oggi la nostra storia, quali che siano le
difficoltà esterne e interne con cui siamo confrontati, nella nostra vita
quotidiana, a livello individuale o pubblico o nazionale.
La seconda
base è teologica: noi cristiani in Palestina o altrove, nei paesi del Medio
Oriente, siamo chiamati a vivere nella nostra società araba e musulmana. Fare
parte della società araba e musulmana è la nostra vocazione. E’ il senso
della nostra fede cristiana e della nostra presenza nei nostri paesi. Se
questa vocazione comporta delle difficoltà, ciò non vuol dire che noi la
rifiuteremo. D’altra parte, grazie a Dio, non ci sono solo difficoltà. C’è
tutta una riflessione comune, cristiana e musulmana, che viene fatta a tutti i
livelli per una maggiore stabilità ed equilibrio nei rapporti.
2.3 La nostra vocazione è dunque
vivere in una società araba e musulmana. E in Terra Santa, luogo di incontro
delle tre religioni, la nostra vocazione è quella della nostra terra, di
vivere nel nostro popolo palestinese arabo e musulmano, e con il popolo
ebraico, con il quale noi viviamo oggi il dramma del conflitto, e domani, noi
lo speriamo, la pace della riconciliazione nella giustizia.
2.4 Una questione ci viene spesso
posta: Non avete paura che il nuovo Stato palestinese sia uno Stato musulmano?
La nostra risposta è semplicemente la seguente: non è il primo Stato
musulmano che nasce in Medio Oriente. Diversi Stati musulmani esistono già
nella regione, Iraq, Siria, Egitto, Giordania; metto da parte il Libano per la
sua fisionomia particolare. Dunque un nuovo Stato arabo dove vivono dei
cristiani, non è una esperienza nuova che deve farci paura. In secondo luogo,
quali che siano le difficoltà dell’avvenire, noi cercheremo molto
semplicemente di affrontarle e di continuare a cercare
i modi migliori di coesistenza nella nostra società alla quale siamo
inviati per la nostra fede cristiana.
In tutti i
paesi arabi su menzionati, le costituzioni assicurano l’uguaglianza dei
cittadini. E’ vero che c’è ancora da fare per arrivare sempre a un
maggiore equilibrio tra le maggioranze e le minoranze, ma è una legge che gioca
in tutti i paesi, per motivi religiosi o altri. La questione delle
minoranze o dei piccoli numeri non è una questione propria della Palestina.
D’altra
parte, il Presidente Arafat e l’Autorità Palestinese vigilano per mantenere
un equilibrio e una stabilità nella società palestinese musulmana e
cristiana. Essi vi riescono più o meno in una società aperta a tutti
i venti e a ogni sorta di manipolazioni.
2.5 Una
commissione di alto livello decisa dalla Amministrazione americana ha
recentemente fatto il giro del Medio Oriente, per fare un’inchiesta sulla
libertà religiosa, avendo di mira soprattutto i rapporti tra musulmani e
cristiani. Noi abbiamo dato la nostra testimonianza. Ma altrettanto importante
quanto la libertà religiosa è la nostra libertà come esseri umani, cioè la
nostra libertà politica, legata o limitata dalla occupazione militare dei
Territori Palestinesi.
2.6 I
palestinesi cristiani oggi, quelli rimasti sul luogo, in Israele e in
Palestina, e quelli dispersi dalla emigrazione o dalle guerre del 1948, poi
del 1967, sono circa 500.000, cioè il 10% della popolazione palestinese nel
mondo. Solamente 170.000 vivono oggi in Israele (120.000) e in Palestina
(50.000), cioè il 2% della popolazione araba.
Siamo una
comunità in via di estinzione? Molti vorrebbero pensarlo, a causa
dell’emigrazione che continua e a causa anche del conflitto che non sembra
approssimarsi alla sua fine. In realtà, si tratta oggi di una comunità molto
viva, partecipe di tutta la vita della Chiesa e della società. E’ vero che
certi nostri fedeli si stancano di una vita di lotta continua e finiscono per
volgersi alla emigrazione, per trovare una vita più quieta. Altri, però,
restano. Resterà sempre nella Terra Santa una piccola comunità di cristiani,
testimoni di Gesù nella sua terra. Per noi, la nostra presenza in Terra Santa
non dipende solamente da circostanze storiche e umane. Essa è anche e
soprattutto la continuazione del mistero del rifiuto vissuto da Gesù su
questa stessa terra; e, come l’aveva detto Gesù ai suoi apostoli: “Voi
sarete miei testimoni a Gerusalemme, nella Giudea e nella Samaria, e fino alle
estremità della terra” (Atti 1,8), noi restiamo e resteremo, lungo i
secoli, i testimoni di Gesù nella sua terra.
2.7 In
conclusione, per i cristiani, la Terra Santa, terra di incontro continuo con
Dio e con tutti gli uomini che la abitano, è anche la terra della vita
quotidiana, la terra dei diritti e dei doveri, una terra di conflitto, ancora
disputata. La nostra storia e la nostra permanenza in essa, è stata continua,
attraverso le vicissitudini della storia e la successione dei conquistatori e
dei popoli, grazie alla nostra fede sempre mantenuta e trasmessa di
generazione in generazione.
I
cristiani e la pace
3. Il nostro
ruolo come cristiani nella pace.
Noi cristiani
palestinesi siamo parte del popolo palestinese, e siamo presenti nell’azione
di questo popolo, nel suo sforzo in ogni campo politico e religioso e nella
sua lotta per la sua libertà che è anche la lotta per la pace. Nell’azione
politica, tra i morti, i feriti, le case demolite, i cristiani sono presenti,
come ogni palestinese.
3.1 Sul piano religioso, c’è un
dialogo tra cristiani e musulmani che persegue giorno per giorno in diversi
modi. C’è anche un dialogo tra cristiani ed ebrei. Ci sono varie
associazione o gruppi di dialogo in Israele. Nella maggior parte dei casi i
partners cristiani sono cristiani d’Occidente. Ma vi sono anche incontri tra
cristiani palestinesi da una parte e ebrei israeliani dall’altra, per un
dialogo interreligioso che cerca di riflettere sul dramma vissuto.
3.2 A parte questi aspetti, la Chiesa
cerca di levare la voce. Essa non è sempre compresa. E’ facilmente
classificata pro-palestinese, anti-israeliana. Di fatto la Chiesa, cristiana e
palestinese, resta Chiesa e si preoccupa di ogni essere umano, del palestinese
come dell’israeliano. Essa ha la preoccupazione della pace dei due popoli,
israeliano e palestinese. D’altra parte, essa vede che la pace dell’uno
non può essere differente da quella dell’altro.
La violenza,
noi la condanniamo. Ma diciamo: l’occupazione militare è anch’essa una
violenza. Il suo esercizio, la limitazione delle libertà, sottomettere una
popolazione per trentatre anni a un regime di occupazione militare, è una
violenza. Bisogna proprio porre una fine a questo. La resistenza palestinese
prende la forma di violenza così come è stato il caso, disgraziatamente, di
tutte le guerre di liberazione, nella storia dei popoli. Ma noi crediamo anche
che la resistenza non-violenta può essere egualmente efficace.
La Chiesa, a
nome di tutti, insiste sulla dignità umana e sull’uguaglianza di ogni
essere umano, arabo o ebreo, palestinese o israeliano, e di ogni religione,
ebraica, musulmana o cristiana. Tutti uguali, perché tutti creati dallo
stesso Creatore, a sua immagine e somiglianza. E’ questa somiglianza divina
nell’uomo che è il principale fondamento della dignità umana in ciascuno,
nelle due parti, anche in conflitto e in situazione di violenza, o in rapporto
di ingiustizia e di oppressione.
Tra i
bombardamenti, il lancio dei sassi, le case demolite, gli odi, la Chiesa parla
di perdono e di riconciliazione: questo è un linguaggio difficile per tutti.
Essa parla anche di riconciliazione e di pace basata sulla giustizia. Poiché,
un giorno o l’altro, la riconciliazione avverrà. Ma nessuno sembra voler
apprendere la lezione della storia; ciascuno rifà l’esperienza a sue
proprie spese: tutte le guerre di liberazione, benché i due antagonisti vi
fossero sempre uno debole e l’altro forte, sono terminate con la vittoria
del debole, con l’acquisto della sua libertà. Se si imparasse la lezione
della storia, si sarebbe risparmiata tanta violenza e si sarebbe andati
direttamente a un dialogo sincero volto a ridare la libertà al popolo
palestinese e, nello stesso tempo, la sicurezza al popolo israeliano.
3.3 I media
cercano di presentare il conflitto attuale come una questione di violenza
palestinese: se essa cessasse tutto rientrerebbe nell’ordine. La violenza è
solo un aspetto della questione. La questione di fondo è l’occupazione
militare israeliana dei Territori Palestinesi nel 1967. Un’altra questione
di fondo, la sicurezza per lo stato d’Israele.
C’è stato un tempo in cui il mondo arabo ha rifiutato di riconoscere
il nuovo Stato d’Israele. A partire dalla Conferenza di Madrid, e con il
processo di pace, questo riconoscimento ha avuto luogo. Oggi, è il
riconoscimento dello Stato Palestinese, ancora da creare, che è da
effettuare, sui territori occupati nel 1967.
La questione di fondo è dunque quella: Israele e la comunità
internazionale sono pronte a riconoscere questo Stato Palestinese? L’ultima
dichiarazione di Sharon dice che è pronto a ridare il 42% solamente dei
Territori occupati nel 1967, questo vuol dire che si è nell’impasse e
nel ciclo della violenza.
3.4 L’altra
questione di fondo: la sicurezza d’Israele. Israele ha sviluppato fino ad
oggi una potenza militare con la quale ha vinto tutte le guerre, e con la
quale vincerà ancora tutte le guerre. Ma la pace non l’ha ancora
conquistata e non sarà il frutto della sua potenza militare. Quella potrà
forse produrre dei trattati di pace, sulla carta e tra governi, ma non nei
cuori né tra i popoli. La forza militare, per quanto sia grande, non farà
che provocare maggiore resistenza nei cuori e alimentare il ciclo di violenza
e dunque di insicurezza.
Come
arrivare alla sicurezza? Per Sharon, con la politica della “terra
bruciata”, rappresaglie, assedi, bombardamenti, sradicamento degli alberi,
demolizioni con i bul-dozer. Tutto questo produce la morte, la paura, le
umiliazioni, ma con questo anche la resistenza palestinese e l’insicurezza
per Israele. L’occupazione dura da trentatre anni: ciò che avviene oggi,
come resistenza palestinese e rappresaglie israeliane, non è che una
ripetizione di ciò si è già fatto. Occorrono dei leaders che arrivino a
trarre lezione dal passato e a mettere fine all’occupazione, a ogni forma di
violenza, alla morte e all’odio. Durante trentatre anni, occupazione dei
Territori Palestinesi, potenza militare superiore, rappresaglie, non hanno
dato la sicurezza ad Israele. Una sola cosa può dare questa sicurezza:
l’amicizia del popolo palestinese. Fintanto che avrete un nemico per vicino,
voi avrete sempre paura di lui. Il popolo palestinese può diventare un popolo
amico, se gli si rende ciò che gli è stato preso: la sua libertà e la sua
terra; e la terra che reclama oggi, non è più che il 22% di tutta la sua
Palestina. Egli ha fatto le sue concessioni: il 78% della Palestina, su cui si
trova oggi lo Stato d’Israele.
3.5 La
questione: i due popoli, palestinese ed ebraico, sono capaci di vivere fianco
a fianco in pace? Anche in questo c’è già una esperienza che si è fatta:
all’interno d’Israele vi è un milione di Palestinesi, che sono cittadini
israeliani, e che durante cinquant’anni hanno vissuto in pace e hanno
sviluppato rapporti di amicizia e di collaborazione in tutti i campi con i
loro concittadini ebrei. Lo stesso fatto può ripetersi con i Palestinesi nel
loro futuro Stato, una volta ristabiliti nella loro libertà, nella loro
dignità e nei loro diritti.
La pace è possibile?
4. Essa è
possibile. Noi non siamo affatto condannati a vivere sempre in guerra. Le
misure di violenza al momento presente sono forse gli ultimi soprassalti
della morte, cioè della fine di questo lungo conflitto tra i due popoli
palestinese e israeliano, che è già durato più di un secolo. E’ l’ora
della pace. L’attuale violenza non può essere che una fase transitoria,
lunga alcuni anni forse, forse l’ultima, prima della pace giusta che sarà
ottenuta con il dialogo e che otterrà ciò che è giusto ed equo per le due
parti.
A
partire dalla conferenza di Madrid è stato fatto un cammino: nella mentalità
delle due parti la pace è possibile e ci si deve arrivare. La violenza
attuale non può avere demolito questo tratto di strada già fatto. Il primo
tentativo di Oslo è fallito, ma non completamente. Esso ha creato dei dati di
fatto sulla terra, l’Autorità Palestinese, dei territori palestinesi resi
ai Palestinesi, delle aree isolate, in verità, sempre sotto la totale
dipendenza da Israele e sempre sotto la minaccia della potenza militare
israeliana, come si verifica oggi. Ma ha creato anche un nuovo spirito e
aperto delle prospettive.
Malgrado
tutte le violenze attuali, gli spiriti in generale, da una parte e
dall’altra, vedono che la porta della pace è aperta. Per questo rimane
ancora necessaria una nuova educazione alla pace.
Un giorno ci
sarà un trattato di pace sulla carta che bisognerà poter trasferire nei
cuori. Poiché l’educazione attuale presso le due parti consiste nel far
vedere nell’altro il nemico da odiare e uccidere. La nuova educazione alla
pace e all’accettazione reciproca deve aiutare i Palestinesi e gli
Israeliani a vedere che l’altro non è il nemico da odiare e da uccidere, ma
il fratello con il quale bisogna edificare la nuova società israeliana e
palestinese. Ora vi sono due trattati di pace sulla carta e tra i governi, tra
Egitto e Israele e tra Giordania e Israele. Ma questi due trattati non sono
passati nei cuori. Quale la ragione? L’oppressione che continua nei
confronti del popolo palestinese. E’ lì il cuore del conflitto: il popolo
palestinese sloggiato dalla sua terra e privato della sua libertà.
Un nuovo
dialogo deve riprendere, e mettere fine alle violenze in corso, ma un dialogo
sincero nel quale le due parti vanno nello stesso senso: mettere fine
all’occupazione, creare lo Stato Palestinese, con Gerusalemme Est per
capitale; tutto questo per arrivare all’altro fine richiesto: la sicurezza
per Israele.
Un’altra
osservazione, per avere una pace definitiva occorre avere una pace totale su
tutti i fronti contemporaneamente: Palestina, Siria, Libano, e Iraq, un
partner necessario della pace in Medio Oriente e che si vorrebbe ora
semplicemente neutralizzare. Questo è rinviare il problema e tenere la pace
sotto una minaccia. Il focolaio centrale, è vero, è il
problema palestinese. Ma la pace definitiva e totale non può trascurare alcun
focolaio collaterale. Su tutti questi fronti le immagini devono cambiare:
l’immagine dell’arabo terrorista, come l’immagine dell’Israeliano
invasore e nemico. Dai due lati, e ovunque, su tutti i fronti, deve emergere
l’immagine di due partners che costruiscono la pace insieme. Per questo
occorre la sincerità e il coraggio di ridare la libertà e le terre occupate.
Una tale fiducia reciproca non è ancora a portata di mano: ma i gesti sinceri
e coraggiosi possono prepararla. Occorre aggiungere questo, che la pace ha
bisogno di capi politici che abbiano una capacità di visione e
coraggio per camminare nella direzione di ciò che vedono, e che siano pronti
a sacrificare i loro posti, e forse la loro vita.
+ Michel
Sabbah
Patriarca di
Gerusalemme |