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Ogni nuovo anno, il Papa invita la Chiesa a una Giornata Mondiale di
preghiera per la pace, perché ovunque nel mondo la pace è
sempre minacciata, spesso ferita, talvolta mortalmente. Questa stessa mattina
Papa Giovanni Paolo II, in piazza San Pietro, celebra una messa per la
pace mondiale con una folla di pellegrini giubilari. Ma, se ha voluto inviarmi
tra di voi a Gerusalemme e a Betlemme, è perché qui più
che altrove, e oggi più che mai, la pace è una aspirazione
pressante che rende anche la preghiera pressante.
Gli anni di angoscia che vivete hanno raggiunto in questi tempi il parossismo
dell'esasperazione. Nessun turista, nessun pellegrino, nessun reporter
potrebbe indovinare tutto, descrivere tutto, capire tutto della vostra
vita quotidiana. In questa terra di Cristo in cui la pace e la preghiera
prendono il significato più espressivo, le radici più profonde,
eccoci riuniti per testimoniare a quale punto pace e preghiera sono legati
in modo vitale l’una all'altra.
La pace? Chi non ne parla? Chi non la desidera? Ma quanti credono ancora
che sia possibile? Quanti la vogliono veramente con tutte le loro forze?
La preghiera? Quale cristiano non prega "Dio onnipotente"? E tanto più
quando tocca il fondo della propria miseria. Ma quanti vedono nella preghiera
un'altra cosa che un rifugio nelle ore di panico? Un'altra cosa di un semplice
alibi ad ogni impegno umano?
Pregare per la pace nel vicino Oriente è il test al tempo stesso
più sicuro e più arduo affinché prendiamo sul serio
la preghiera e la pace, l'una con l'altra, l'una per mezzo dell'altra.
Quale pace solida da costruire, costi quel che costi, tra popoli con
memorie strazianti per una storia segnata da rivolte, da umiliazioni, da
vendette!
Quale pace feconda attende come la rugiada questa terra straordinaria
in cui tutte le contraddizioni che dilaniano il mondo trovano un'espressione
e un simbolo!
Quale pace esemplare deve abitare Gerusalemme, questa Città che
è al contempo unica e universale! Gerusalemme, Gerusalemme. Se è
facile cantarla con l'arpa di David, è difficile coglierla nella
complessità e nella pienezza della sua vocazione. Ci occorre comprendere
meglio il senso dell’appartenenza a Gerusalemme delle tre famiglie discese
da Abramo, ebrea, cristiana e musulmana: ciascuna vi si ritrova a titoli
diversi ma egualmente inviolabili. Tutti si rifanno ad essa, ma nessuno
pu? reclamarla escludendo gli altri. Non è un luogo che si possiede,
ma un luogo che ci possiede nella cittadinanza di Dio.
Certo, la pace in questo vicino Oriente non pu? essere differente da
quelle che si cercano dappertutto nel mondo: è semplicemente impastata
di giustizia e di fraternità, del mutuo rispetto dei diritti di
ciascun popolo e dello spirito di fiduciosa cooperazione tra tutti i popoli.
Ma qui le ragioni di pace si rivelano più pregnanti perché
nutrite di quella visione profetica, di quella visione messianica descritta
da Isaia, che deve sostenere ogni passo, ogni ascesa verso la pace. Perché,
niente è meno utopistico di una profezia, niente anche è
più concreto: essa impegna a vivere già in anticipo qualcosa
di quel regno di pace e di beatitudine che ci è promesso. Su questa
terra dei profeti, ogni ricercatore di pace più che un artigiano
deve essere un profeta della pace, pioniere lucido ed intrepido che va
fino in fondo alle esigenze di una pace vera e duratura.
E su questo cammino, ripido ma il solo praticabile, ben grande, insostituibile,
è la nostra responsabilità di cristiani, ravvivata dalla
preghiera. Perché sappiamo che Dio è già venuto ad
abitare fra noi per darci un nuovo avvio alla "pace sulla terra"; è
l? tutto il senso del Giubileo. Sappiamo che la pace di Cristo ci rivela
le vere radici della pace ricordandoci la necessità di lottare contro
il male che è in noi stessi: cos? il cristiano non sbaglia il combattimento
della pace. Soprattutto sappiamo - e là è la nostra forza
- che non soltanto Cristo ci dà la pace, ma che lui stesso è
la pace. Personificando la pace, san Paolo ne ha fatto una vita più
ancora di un messaggio di colui che, distruggendo il muro dell'odio, ha
creato con la croce nella sua propria carne, a partire dai fratelli nemici,
un solo uomo nuovo. (cf Ef 2, 11-17). Chi dice meglio, chi fa meglio, per
la causa della pace? Arrivare alla pace è più che arrivare
all’uomo, è arrivare a Dio stesso.
Pensiamo tutti stamane a Giovanni Paolo lI e preghiamo anche per lui
il cui pellegrinaggio in Terra Santa dal Monte Nebo a Nazareth, a Betlemme,
a Gerusalemme, è stato una scia luminosa di gesti profetici, semplicemente
di verità e di coraggio. Ha cos? potuto dichiarare di fronte al
mondo la disperazione dei palestinesi al campo dei rifugiati di Deheisheh
come il dolore degli ebrei al memoriale della Shoah a Yad Yashem. Ha potuto,
come in una dissolvenza incrociata, concatenare il cammino che attraversa
la spianata delle Moschee, il Muro del Pianto e il Santo Sepolcro. Ha potuto
accostare il Monte Sinai e il Monte delle Beatitudini per confidare ai
giovani in Galilea il segreto della vera pace che custodiscono quelle due
sommità, e chiamarli ad essere "le pietre vive per edificare la
civiltà dell'amore" e a "ricostruire l'unità originaria della
famiglia umana, la cui sorgente è Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo"
(messaggio per il Nuovo Anno 2001).
S?, lo ripeto, molto grande è la responsabilità della
Chiesa per la pace nel vicino Oriente, poiché la sua propria missione,
il suo carisma, che supera ogni strategia, è di essere educatrice
delle coscienze, come una madre dolce e premurosa con i suoi figli. In
questa educazione ripresa instancabilmente come la tela di Penelope, il
minimo strappo alla tunica della pace rischia di fare rompere tutto sotto
la spinta degli estremismi più violenti e più ciechi. Nessuna
pace definita tramite accordi durerà, se non si accompagna alla
pace degli animi e alla pace dei cuori. La pace non ha bisogno solo di
esperti, è anche nelle mani di tutti noi e passa attraverso i mille
gesti della vita quotidiana. Ogni giorno, con il nostro modo di vivere
con gli altri scegliamo per o contro la pace. Cristiani della Terra Santa,
Chiese del vicino Oriente, in quest'ora cruciale, siete più che
mai necessari per l'avvenire pacifico del vostro paese. Rinforzando la
vostra testimonianza di unità, di comunione fraterna, resisterete
a tutte le tentazioni o minacce di lasciare una terra che non pu? fare
a meno di voi, in tutta giustizia e verità. Questa terra è
anche la vostra e voi avete il diritto di viverci, il dovere di lavorarci
per la pace.
La Chiesa è innanzi tutto educatrice come sa esserlo ogni madre.
Ma, il nuovo Anno, la Chiesa stessa ci fa volgere lo sguardo verso Maria,
"Madre di Dio", "Theotokos".
Ho riletto l'omelia di Giovanni Paolo II , pronunciata il 25 marzo scorso
nella basilica dell’Annunciazione a Nazareth. Sono stato colpito dal parallelo
che ha stabilito tra Abramo e Maria presentata come "la più autentica
figlia di Abramo." E cita le ammirabili parole di sant'Agostino: "Dio scelse
la madre che aveva creato; cre? la madre che aveva scelto". Eccoci immersi
nel cuore del mistero dell'Incarnazione celebrato nel corso di tutto l'Anno
Santo. In questo mondo di violenza in cui tutto secerne la disperazione,
ecco Maria "Madre di Dio" che avanza come una polena, annunciatrice e perfino
anticipatrice della salvezza degli uomini. Questo pezzetto di umanità,
questa piccola figlia di Abramo, scampata intatta dalla rovina universale
provocata dall'irruzione del peccato, realizza pienamente l'idea dell'uomo
che Dio aveva e che ha voluto ristabilire tra noi in Cristo.
Come Maria potrebbe non essere, sulla propria terra che ha percorso
dalla Galilea alla Giudea, il migliore atout per tutti coloro che cercano,
senza perdersi d'animo, di rifare del paese natale un'oasi di giustizia
e di pace?
Coraggio, non siete soli!
CARDINALE ROGER ETCHEGARAY
Gerusalemme, 1 Gennaio 2001
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