II. La seconda lettera pastorale:
"Domandate pace per Gerusalemme"
"Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini
di questo tempo, soprattutto dei poveri et di tutti coloro che soffrono,
sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli
del Signore e non esiste nulla di veramente umano che non trovi eco nei
loro cuori", con questi parole del Concilio Vaticano II, il Patriarca comincia
la sua seconda lettera pastorale intitolata "domandate pace per Gerusalemme",
dedicata all'analisi del conflitto tra il popolo Palestinese e il popolo
israeliano e che chiama "un dramma imposto" e che ha causato tante sofferenze:
morti, feriti, handicappati, prigionieri, torture, deportati. case sbarrate
o demolite, famiglie rimaste senza rifugio, sanzioni economiche: "che non
cessano di rendere la vita più difficile: manomissione sulle sorgenti d'acqua,
espropriazione di terre, sradicamento di alberi, distruzione di coltivazione.
ostacoli imposti al mercato, imposizione di tasse arbitrariamente elevate...",
senza dimenticare i molteplici campi dei rifugiati circondati da filo spinato
e da guardie, trasformati in vasti gabbie umane "la loro stessa esistenza
è un grido continuo per la giustizia, la libertà, la dignità umana ed è
pure una testimonianza della determinazione che ha un popolo a sopravvivere
e a trovare il suo posto tra i popoli della terra"
Si vede chiaramente che il patriarca non può tacere davanti a
questa ingiustizia subita dal popolo palestinese, e denuncia fortemente
e senza paura, ma nello stesso tempo vede i ripercussioni di questa situazione
sui palestinese e sugli israeliani, dove vede la presa di coscienza della
gioventù "che prende un ruolo per costruire la pace e la patria", un risveglio
religioso, la fraternità e avvicinamento tra i Capi delle Chiese di Gerusalemme
come nei rapporti tra musulmani e cristiani, la nascita di diversi movimenti
per la pace tra i palestinese e tra gli israeliani. Il più importante che
il Patriarca intravede la nascita di una nazione, il desiderio di pace
e di giustizia, che secondo lui vincerà alla fine presto o tardi.
1) Un po' di storia: Genesi e significato della situazione
Nel terzo punto della seconda lettera pastorale, il Patriarca
espone le radici di questo conflitto chi risalgono molto indietro nella
storia, con una visione oggettiva senza pregiudizi:
I Palestinesi:
Il popolo palestinese ha il sentimento che la sua storia è stata
"confiscata" e che gli si impedisce di dire come vede e come vive. Si è
visto caricato del titolo di "terrorista" in una confusione indebita di
ogni atto di resistenza o di difesa legittima con atti di terrorismo, il
l'ha spogliato di ogni legittimità agli occhi dell'opinione internazionale.
A causa di questa visione il mondo ha acconsentito a tutte le spoliazioni
di cui è stato l'oggetto.
I Palestinesi, cristiani e musulmani, hanno viva coscienza di
aver sempre vissuto in questo paese. La Palestina è il loro paese e il
loro patrimonio politico e culturale. Non ne desiderano altro. Ecco perché
l'immigrazione progressiva degli Ebrei in Palestina, nella prima metà de
sec. XX°, è loro apparsa un poco alla volta come una minaccia crescente
per la loro identità e per la loro presenza autonoma nel loro proprio paese,
Hanno opposto dunque tutta la loro resistenza possibile per impedire la
formazione di una nuova maggioranza proveniente dall'estero che non avrebbe
lasciato loro altra scelta che di sottomettersi o di partire. Governi occidentali
apparivano spesso come fortemente implicati in questa impresa. Questa resistenza
nazionale palestinese ha preso tutte le forme possibile: coscientizzazione
politica, iniziative internazionale, azione armate.
Gli Israeliani
Gli Ebrei considerano questo stesso paese come la loro terra
santa, promessa ai loro padri, la terra dei profeti, in vista di una benedizione
per tutti. Dispersi nel mondo, sono stati le vittime di discriminazioni
e di persecuzioni di ogni sorte. Il colmo fu raggiunto sotto il regime
nazista che intraprese un vero genocidio contro il popolo ebraico (l'olocausto
o la shoah). Questo delitto contro l'umanità resta una grande piaga aperta
nella storia del sec. XX°. E un avvertimento valido per tutti i tempi,
che invita a stare in guardia dalla presenza del male ne cuore dell'uomo
e dalle potenzialità di male che possono svilupparsi dentro ogni raggruppamento
umano e ogni ideologia che si allontana dalla verità sull'uomo e sulla
sua origine divina.
Il sionismo intendeva liberare il popolo ebraico da queste minacce
procurandogli una esistenza autonoma in Palestina. Ma la realizzazione
di tale ideologia nazionalista non poteva non entrare in conflitto con
le aspirazioni del popolo palestinese già vivente su questa terra.
Confronti
Questo conflitto conobbe esplosioni di violenza già dagli anni
venti. La situazione in seguito si aggravò tragicamente. Quando una soluzione
pacifica si presentava sempre più possibile, la Gran Bretagna rinunciò
al mandato sulla Palestina e l'Organizzazione delle Nazione Unite votò,
nel 1947, la divisione della Palestina in uno Stato Palestinese, in uno
Stato Ebraico e una città di Gerusalemme internazionalizzata. I Palestinesi
allora rifiutarono questa divisione perché negava alla comunità internazionale
il diritto di disporre sovranamente del loro paese, per darne più della
metà ad una minoranza recente, senza chiedere il loro consenso, a loro
che sostituivano la grande maggioranza.
Gli scontri armati che seguirono lasciarono il 77% del territorio
della Palestina mandataria nelle mani dello Stato d'Israele, recentemente
proclamato (15 maggio 1948), cacciando due milioni di profughi chi vivono
nei campi-profughi nel mondo arabo in una nuova "Diaspora Palestinese"
, distruggendo 281 villaggi al suolo, cioè 81% dei villaggi che esistevano
allora nel paese, e per nascondere i crimi piantarono alberi al posto degli
uomini.
Guerra del 1967
Seguì una situazione né di guerra né di pace che provocò altri
conflitti armati: La guerra del 1967, durante la quale l'esercito
israeliano occupò l'insieme dei territori palestinese, portò con sé nuovi
sconvolgimenti profondi.
Regime di occupazione militare
Nei territori occupati e nella striscia di Gaza, il regime israeliano
di occupazione pesa in modo sempre più duro sui palestinesi che vedono
le loro condizioni di vita degradarsi progressivamente. Le espropriazioni
di terre, il sequestro delle sorgenti di acqua, le espulsioni, la moltiplicazione
degli insediamenti, gli arresti numerosi d arbitrari, l'allontanamento
dei sindaci, l'interdizione di ogni attività politica, i limiti imposti
alle costruzioni, agli spostamenti e all'economia palestinese fanno si
che i Palestinesi si sentano emarginati, trattati come stranieri e oppressi
nel loro proprio paese.
Intifada
Tutte le proteste e gli appelli alla comunità internazionale e
regionale sono rimasti senza risposta effettiva e allora si sviluppa gradualmente
una situazione esplosiva. Così scoppia l'intifada nel dicembre del 1987.
Questo sollevamento è un grido di protesta per dire che la situazione è
insopportabile, che l'umiliazione è inammissibile, che l'occupazione non
può durare e che tutta la situazione ha bisogno di un rimedio.
E un linguaggio, l'espressione di un popolo che ha preso la parola
per domandare giustizia e libertà al vicino e al fratello israeliano, divenuto
occupante e oppressore. I Palestinesi proclamano che non saranno soddisfatti
da un autonomia fittizia o da uno statuto che li sottometta ad un altro
popolo, quasi fossero in appendice o una riserva umana per il mercato del
lavoro.
E così che il Patriarca finisce l'analisi storico della situazione
prima degli accordi di pace di Oslo firmati il 13 settembre 1993, che secondo
il Patriarca stesso non hanno cambiato niente ma al contrario hanno complicato
molto di più la situazione e la vita del popolo Palestinese malgrado la
presenza dell'Autorità dell'autonomia Palestinese, soprattutto sotto
il governo attuale di Natanyaho, e in questo senso che il Patriarca dice
"parlano di pace ma non c'è pace, avremo altri quattro anni di sofferenza
con questo governo". Ci sono dunque una terra, due popoli, due storie e
due culture a confronto, ma non hanno che un avvenire comune d costruire
insieme. Ma come?!
2) Principi di soluzione
Il Patriarca dice sempre: "io non sono un uomo politico ma un
pastore, lascio ai politici di trovare le soluzione ma posso soltanto dare
i principi di soluzione" partendo della realtà che i cristiani fanno parte
del popolo palestinese e subiscono le stesse sofferenze e hanno un ruolo
speciale a giocare nel conflitto malgrado la loro presenza come "piccolo
gregge". Questi principi di soluzione si trovano nella Sacra scrittura
e nell'insegnamento della Chiesa, e sono: L'amore, la verità e la giustizia
condizione della libertà, la dignità del povero e dell'oppresso, la cooperazione
con gli altri.
L'amore, via verso la giustizia
Tale amore, vero e sincero in cui ciascuno, oltre l'ostilità
e il conflitto, si vede e vede il suo avversario fratello, perché figlio
di Dio, condurrà il nemico e il persecutore al dialogo per ristabilire
la giustizia.
La verità
"la verità vi farà liberi", ma per conoscere la verità e per
accoglierla, è necessario uno spirito di distacco, di ascesi e di fede
in Dio. E quando il fedele è colmo dello Spirito di Dio diventa capace
di rispettare ogni dignità umana.
Dignità del povero e dell'oppresso
Perché i poveri, gli oppressi ed i piccoli sono l'oggetto dell'amore
infinito di Dio e della sollecitudine della Chiesa, nessun grande di questo
mondo li può privare dalla libertà e della dignità.
Cooperazione con gli altri
"Ogni uomo è orientato verso gli altri uomini e ha bisogno della
loro società", e il Patriarca invita le due parti ad un riconoscimento
muto della presenza dell'altro, dei suoi diritti e della volontà di Dio
su di lui. Che ciascuno riconosca l'altro come esige di essere lui stesso
riconosciuto: "Tutto quello che volete che gli altri facciano per voi,
fatelo voi stessi per loro"(Mt 7,12).
3) Soluzioni possibile
Già prima del processo di pace chi ha cominciato tra i due popoli,
quando non c'era che il linguaggio della violenza, il Patriarca aveva parlato,
quasi profetizzato, una tappa nuova nel futuro, dicendo: "in tutte le epoche
e in tutte civiltà, ci sono pure uomini di pace. D'altronde ogni conflitto
e ogni guerra ha dovuto finire, presto o tardi, con un trattato di pace,
Bisogna dunque sperare che anche qui un giorno si costruirà la pace. Nascita
difficile in questi giorni, ma nascerà la pace".
Dialogo tra i due avversari
"La cessazione di ogni violenza, da ambo le parti e il ricorso
al dialogo". Il dialogo deve avere come scopo il ristabilimento di una
pace giusta e definitiva, e non una tattica temporanea che cela intenzioni
nascoste che distruggeranno la pace.
Mutuo riconoscimento
Una soluzione del conflitto suppone il riconoscimento mutuo,
l'uguaglianza umana dei due avversari, come persone e come popoli, e in
conseguenza, l'uguaglianza di tutti i diritti e doveri, come persone e
come popoli.
Integrazione nell'Oriente
Questa idea è molto strana e difficile per la mentalità nostra
"perché il nemico di oggi non può diventare l'amico di domani", ma il Patriarca
parla di una soluzione vera e duratura, per questo parla "dell'integrazione
dei due popoli nel destino di questa parte del mondo che è il Medio Oriente,
accettando e rispettando il suo carattere. E anzitutto l'Oriente con le
sue tradizioni e i suoi valori. E in seguito, un luogo di incontro tra
Oriente e Occidente, luogo di dialogo tra le culture, i popoli e le religioni,
sempre restando Oriente".
4) Un Patriarca pastore: Consigli ai fedeli
Il Patriarca come pastore dei fedeli da a loro i suoi consigli
per vivere "questa situazione difficile e complicata" chiedendo di loro
di essere all'altezza della situazione: "Bisogna comprenderla, vederne
tutti i datti, guardarla oggettivamente, con calma, ma anche con coraggio,
senza paura e senza disperazione, qualunque ne siano la complessità o la
difficoltà".
Contribuire alla soluzione
"Siete una parte integrante della vostra società, siete una parte
del conflitto: voi dovete contribuire alla sua soluzione. Non avete il
diritto di sopravvivere grazie ai sacrifici altrui. Ciascuno deve offrire
il suo proprio sacrificio". Questa esortazione è molto importante perché
tantissimi pensano che il conflitto è tra arabi palestinesi
musulmani e ebrei israeliani, come se i cristiani arabi palestinesi non
fossimo parte del popolo palestinese e figli di questa terra, "non siamo
i successori degli apostoli? Gerusalemme non è la madre di tutta la Chiesa
in tutto il mondo?"
Reclamare i suoi diritti
Ma come? La chiesa approva le manifestazioni, il clamore dei
giovani, la violenza e l'Intifada? E qui il Patriarca da una risposta
bellissima
- Ogni popolo ha il dovere e il diritto di reclamare i suoi diritti.
-Nessuno ha il potere di chiedere a gente oppressa di tacere.
- Nessuno ha il diritto di riempire di odio e di rancore sterile i
cuori degli oppressi.
- Un popolo occupato deve reclamare i suoi diritti, organizzarsi politicamente
nel modo a lui conveniente e lo ha già espresso, cioè in stato indipendente.
- No alla violenza: la scelta della Chiesa è per il dialogo della pace,
il dialogo dei due avversari..
- La nostra risposta ad ogni oppressione, ed a ogni manifestazione
di violenza è la condanna di ogni oppressione, di ogni violenza e di ogni
terrorismo, qualunque sia la matrice, dello Stato, del gruppo o dell'individuo.
Fedeli alla fede, fedeli al paese
"Voi siete cristiani, voi dovete restare fedeli alla vostra chiesa
e alla vostra fede" , "Vivete in questo paese: con tutti gli abitanti della
Terra Santa, avete una vocazione a misura del mondo e come cristiani avete
una vocazione a misura della cristianità, il che vi chiede una grandezza
d'animo, una preparazione speciale per essere all'altezza della vostra
missione" Il Patriarca insiste molto all'affermazione dell'identità locale
di cristiani e palestinesi, nella Chiesa di Gerusalemme, e della missione
universale nella Chiesa e nel Mondo.
Impegno nella vita pubblica
In tutti i campi della vita pubblica, per costruire la società
di domani e per promuovere in essa la fraternità e la libertà, in
collaborazione con i credenti delle altre religioni.
Compatrioti musulmani
"I credenti musulmani sono vostri compatrioti. Con loro partecipate
allo stesso destino in un'unica patria, allo stesso patrimonio e alla stessa
cultura" e malgrado le difficoltà della convivenza invita al dialogo
e alla fraternità.
Il popolo ebraico
Malgrado l'inimicizia politica un avvicinamento e possibile a
traverso la parola di Dio nelle Scritture; l'amore dello steso Dio: "Crediamo
fermamente che l'amore di Dio per un popolo non può essere un'ingiustizia
verso un altro popolo". Il patriarca invita al dialogo con
gli ebrei "sotto la tende d'Abramo il padre di tutti i credenti", e dice
"non bisogno premettere alla politica e al male degli uomini di sfigurare
l'amore di Dio per tutti i suoi figli".
Solidarietà e amore dei fratelli
"Dobbiamo condividere insieme la nostra sofferenza e la nostra
speranza", queste sono le parole del pastore al suo popolo in una situazione
economica difficile in un paese distrutto dopo questa lunga occupazione.
Questa solidarietà non deve essere limitata alla nostra sola comunità,
ma come l'amore di Dio, universale, che riguarda ogni persona umana, e
non fa alcun eccezione o discriminazione non ricerca alcun interesse proprio.
Testimonianza del piccolo gregge
"Se voi siete qui un piccolo gregge, questo non diminuisce per
nulla la vostra missione e le vostre responsabilità, ma invece le aumenta
e le approfondisce". Il Patriarca non cessa di ripetere le parole del vangelo
"non abbia paura piccolo gregge".
5) No alla guerra, si alla pace e alla speranza
"Le guerre sono un male da cui l'umanità deve potersi liberare.
La pace è un rischio che devono accettare tanto le due parti in conflitto
quando i commercianti di armi e le grandi potenze di questo mondo". Cosi
conclude il Patriarca la sua lettera con un appello alla speranza: "Bisogna
sperare, bisogna aiutare la speranza a nascere, con un appello fermo alla
giustizia, e con una condanna ferma di ogni ingiustizia, da qualunque lato
venga".
III. Un Patriarca Teologo: Tre religioni,
una sola terra
Il Patriarca non e un uomo politico, ma un pastore, ma nella
sua lettera pastorale si è mostrato come un grande teologo, e sempre riflettendo
sulla situazione del suo popolo, vuole dare una risposta, ma questa volta,
teologica a tante domande chi sono alla base del problema e sono le radici
del conflitto: come spiegare nella Bibbia la violenza attribuita a Dio?
Che valore hanno nei rapporti attuali fra palestinesi e israeliani le promesse,
il dono della terra, l'elezione e l'Alleanza? E possibile che il Dio giusto
e misericordioso possa ordinare l'oppressione nei riguardi di un altro
popolo per privilegiare il popolo che si è scelto?
A questi interrogativi di così pregnante attualità e strettamente
legati "con la difficile situazione che abbiamo vissuto e con il nuovo
pace che dobbiamo costruire insieme". risponde la lettera pastorale intitolata
"Leggere e vivere la Bibbia oggi nel Paese della Bibbia" che è il frutto
"della riflessione prolungata di gruppo di sacerdoti e teologi della Chiesa
di Gerusalemme, testimoni di sofferenze e delle attese delle varie comunità"
che in oltre tre anni di lavoro "hanno messo un comune le esperienze pastorali,
gli studi biblici, i rapporti ecumenici e interreligiosi".
Questo documento è di un carattere pastorale teologico ma anche
un messaggio che il Patriarca si augura possa essere accolto, oltre
che la comunità cristiana do Terra Santa, "anche dai nostri fratelli musulmani
ed ebrei, come contributo da parte nostra alla coesistenza e alla pace,
nel rispetto delle credenze di ognuno" e nella ribadita disponibilità al
dialogo "perché la via da percorrere è lunga e difficile".
Tre i grandi capitoli della lettera, ma cominciamo dalle premesse:
"Una speranza nuova è appena sorta nella storia del nostro Paese e ha aperto
nuove prospettive di pace e di riconciliazione tra i nostri due popoli
e con tutto il mondo arabo. La ricerca della giustizia si farà d'ora in
poi nella collaborazione e più nella contrapposizione". Da qui l'invito
a prendere parte "con la preghiera, la presenza e l'azione" a ogni iniziativa
che abbia per scopo il consolidamento della pace e della riconciliazione
"nella giustizia e nella sicurezza per tutti".
Il tema della violenza nella Bibbia
Nello primo capitolo il Patriarca si sofferma ampiamente sulla
Bibbia, per rispondere sul tema della violenza attraverso esempi dell'Antico
Testamento e l'esame del rapporto tra giustizia e violenza per giungere
alla rivelazione, nel Nuovo Testamento, del comando dell'amore "che ha
come oggetto ogni uomo, persino il nemico". La lettera così prosegue: "Il
combattimento non è più materiale, ma spirituale, e si effettua con le
armi della luce, ovvero con la parola di verità". Importanti la riflessione
sulle "guerre di religione" (dichiarare una guerra santa è andare contro
l'essenza della religione) e sulla necessità del perdono e della conversione
dei buoni per il superamento "del conflitto che abbiamo sofferto".
Il problema della terra promessa e del popolo scelto di Dio
Sul problema della promessa della terra la risposta passa attraverso
una disanima sia dell'evoluzione del concetto di terra secondo le esperienze
vissute dagli ebrei, sia dello statuto della terra nella Bibbia per giungere
al concetto della nuova alleanza in Cristo: " Così la Gerusalemme terrena
diventa l'immagine e simbolo della che è la nostra patria celeste".
L'ultima parte della lettera, il Patriarca affronta la grande
tematica politica di oggi. La terra promessa ad Abramo e alla sua discendenza,
in cui il popolo ebraico ritrova oggi la sua sicurezza di fronte alle nazione
che lo hanno perseguitato nella diaspora, "è la stessa terra che per secoli
appartiene a un altro popolo, quello palestinese. E la culla e il luogo
dove si sono svolti gli avvenimenti fondamentali del cristianesimo, la
sua terra santa per eccellenza, Anche per l'Islam è terra santa. Se une
delle tre religioni rivendica oggi, in nome della religione, un diritto
politico sulla terra, le altre due avrebbero il diritto di fare la stessa
rivendicazione per la medesima ragione".
Se l'autorità politica, prosegue il Patriarca, vuol prendere Dio
e la sua Parola rivelata come riferimento per quanto riguarda il dono della
terra, ciò significa che deve lasciarsi guidare nel conflitto in corso
dai principi morali contenuti nella Parola rivelata. Principi che si riferiscono
alla giustizia di Dio e alla bontà verso tutti i popoli, non potendo consentire
che il suo amore per un popolo possa trasformarsi in un ingiustizia nei
confronti di un altro".
"La composizione delle controversie politiche fra i popoli, compreso
il diritto di proprietà della terra è regolata dal diritto internazionale,
la religione conserva il ruolo di moderatore e di guida per quanto riguarda
il valore morale o umano di ogni azione politica". La lettera si conclude
ricordando che " Dio ha parlato nella nostra terra". E che "leggere e vivere
la Bibbia oggi nella terra della Bibbia è una grazia e una sfida".
IV. La centralità
di Gerusalemme nel conflitto e nella soluzione
Sappiamo bene che Gerusalemme è il cuore della Terra Santa, dunque,
anche è il cuore del conflitto tra i due popoli, e secondo noi potrà essere
la chiave della soluzione, perciò, il Patriarca, consapevole della sua
centralità ed importanza, ha voluto formulare la sua visione sull' avvenire
di questa città in una dichiarazione edita a Beirut il 16 giugno
1996 durante un incontro del consiglio delle chiese del Medio Oriente sul
problema di Gerusalemme. Voglio fare la traduzione di questo testo per
la sua importanza e chiarezza:
A novembre 1994, i patriarchi ed i capi delle comunità cristiani
di Gerusalemme hanno pubblicato il loro Memorandum sul "significato di
Gerusalemme per i cristiani". La loro posizione può essere riassunto nei
punti seguenti:
1. Gerusalemme è una città santa per le tre religioni monoteistiche:
il giudaismo, il cristianesimo ed l'islam; e la sovranità sopra di essa
è nelle mani dei due popoli, palestinese ed israeliano.
2. Per i cristiani, Gerusalemme è la città degli origini. In essa
è nato il cristianesimo e si è adempiuto il mistero della salvezza dell'umanità.
3. La presenza cristiana in essa è stato continua da due mille
anni, dagli origini del cristianesimo fino ai nostri giorni.
4. Le differenti chiese hanno in essa diritti specifici a traverso
i secoli. Alcuni sono contenuti nel regolamento conosciuto col nome
dello "Statu quo". Tutti questi diritti, che erano rispettati da tutti
i governi successivi, devono essere rispettati dalle forze politiche attuali.
5. Le chiese di Gerusalemme hanno delle responsabilità e dei doveri
di fronte delle chiese del mondo: accoglienza ed aiuto a quelli chi vengono
come pellegrini o residenti, per lo studio o la preghiera. Le forze politiche
chi governano la città devono assicurarle la possibilità di esercitare
questo servizio.
6. Per i cristiani palestinesi, come per i musulmani e gli ebrei,
Gerusalemme è nello stesso tempo, una città santa e una città della vita
quotidiana. Tra tutti i cittadini, cristiani, musulmani ed ebrei, deve
regnare l'uguaglianza dei diritti e dei doveri. Nessuno è superiore a l'altro,
nessuno sottomesso a l'altro; ognuno deve sentirsi a casa sua, nella sua
città e nella sua capitale, libero e sovrano.
L'avvenire di Gerusalemme
Gerusalemme è una città particolare. Per questo, ha bisogno di
uno statuto particolare chi risponde alle sue cinque costitutivi: due popoli
e tre religioni. L'esclusione o la preferenza di un popolo sull'altro o
di una religione sull'altra è contrario alla sua natura e demolisce la
sua pace. Tocca ai suoi cittadini di definire e di garantire questo statuto
particolare, senza l'intervento delle nazioni. Ma questo statuto ha bisogno
di essere consolidato di garanzie internazionale.
Oggi, il Consiglio delle Chiese del Medio Oriente ha convocato
a questo convegno sul problema di Gerusalemme, affine di definire ed esprimere
prima di tutto una posizione comune delle chiese del mondo arabo, e nel
secondo luogo, una posizione araba comune, cristiana e musulmana.
La Chiesa di Gerusalemme e la Chiesa universale
Questo Consiglio adotta e conferma la posizione della Chiesa
di Gerusalemme, tale che manifestato nel memorandum citato sopra.
Dell'altra parte, noi cristiani e chiese di Gerusalemme, ortodossi,
cattolici e protestanti, abbiamo piena coscienza che Gerusalemme non è
esclusivamente per noi; è la capitale spirituale e il cuore di ogni cristiani.
Per questo, tutte le chiese del mondo arabo e del mondo intero sono interessati
al suo destino. Noi, sui luoghi, abbiamo il diritto ed il dovere d'accogliere,
di servire e di rispondere a tutte gli esigenze di tutti i credenti presso
la Chiesa-Madre.Perciò, i rapporti tra ognuna delle nostre chiese di Gerusalemme
e la famiglia delle chiesi alla quale appartiene, anche con tutte gli altre
famiglie delle chiese, protestante, cattolica o ortodossa, devono essere
dei rapporti di amicizia, di fiducia e di riconciliazione permanente, dei
rapporti chi rispettano i diritti, le giurisdizioni ed i doveri fraterni
verso tutte le chiese.
Come ripresentante della famiglia cattolica, nel Consiglio delle
Chiese del Medio Oriente, e come Patriarca di una delle chiese di Gerusalemme,
vorrei dire che la posizione della Chiesa cattolica universale, definito
dalla Santa-Sede di Roma, segue questa lignea delle chiese locali, cioè
nel rispetto dei diritti, delle giurisdizioni e de dei doveri di tutti.
Per questo, tutta l' iniziativa cattolica non era e non sarà presa che
in coordinazione con gli altri chiese presenti a Gerusalemme. Quanto alla
posizione della Santa-Sede vis-à-vis di Gerusalemme, è precisata nel documento
officiale mandato dal segretario dello stato, su domanda del Consiglio.
Questo documento è distribuito ai partecipanti.
La posizione dei musulmani e dei cristiani arabi
La posizione araba comune, cristiana e musulmana, a Gerusalemme
come in tutto il mondo arabo, si basa sul fatto che tutti, cristiani e
musulmani, sono cittadini nella stessa patria e formano una sola realtà
politica in questa regione del mondo. Tutti partecipano anche ad una lunga
storia comune, sulla base di due religioni differenti. La forza della posizione
araba dipende soprattutto della capacità musulmana a capire ed accogliere
la posizione cristiana. E nella misura di questa apertura che la
posizione araba musulmana sarà rinforzata. La posizione musulmana dipende
dunque di due cose: 1)La visione e la definizione dei suoi propri diritti,
e, 2) la capacità di vedere i diritti del fratello cristiano e la capacità
di rispondere a essi ispirando nei cuori fiducia e tranquillità.
Del punto di vista religioso, abbiamo tutti piena coscienza
del carattere pluralista della nostra città, santa per i cristiani, i musulmani
e gli ebrei. Tutti rispettiamo in essa questo carattere.
Del punto di vista politico, Gerusalemme è palestinese e israeliana.
Perciò, speriamo che i nostri capi politici potranno arrivare ad una posizione
comune. Chiediamo a Dio di unire i cuori degli arabi attorno dei luoghi
santi. Per questa unità preghiamo, affinché tutti i paesi arabi, uniti,
possono assicurare la stabilità e la tranquillità a loro stessi ed a tutti
i suoi vicini.
L'avvenire della Città Santa
L'avvenire di Gerusalemme non può essere deciso che prendendo
in considerazione i punti seguenti:
1. A Gerusalemme, ci sono cinque componenti: due popoli, palestinese
e israeliano, e tre religioni, islam, giudaismo e cristianesimo.
2. I rapporti tra questi due popoli e queste tre religioni devono
basarsi sul principio dell'uguaglianza dei cittadini e non su quello della
protezione di un popolo o di una religione verso gli altri.
3. Gerusalemme. città particolare, ha bisogno di uno statuto particolare.
4. Gerusalemme è capitale per ognuno dei due popoli, palestinese
ed israeliano, e per due stati indipendenti, israeliano e palestinese.
Lo statuto particolare è richiesto affinché Gerusalemme abbia
uno statuto chi la metti sopra le guerre e gli ostilità; affinché rimanga
aperta, in tutto il tempo, nel tempo della guerra e della pace, a tutti
i credenti, di tutti i paesi e di tutti i popoli.
L'esperienza della storia mostra che nessun governo del mondo
non può garantire questa apertura assoluta della città santa. Ogni governo,
infatti, sottometterà l'apertura o la chiusura di Gerusalemme alle sue
proprie esigenze di sicurezza: gliela apriranno a tutti gli amici e la
chiuderanno a tutti i nemici. E questo e il caso attualmente fino a questo
momento. Gerusalemme è aperta a tutti i popoli della terra, ma chiusa,
per ragioni di sicurezza, a tutti i palestinesi, chi sono i più vicini
ad essa.
Questo fatto impone a questi due popoli di dare a essa uno statuto
particolare chi corrisponde alla sua santità, chi la differisce di tutte
le città del mondo, e la mette al di sopra di tutti gli ostilità, e la
faccia un oasi e una città della pace definitiva e stabile, per la pace
ed il bene della regione e del mondo. Questo statuto particolare, una volta
trovato, dovrà essere consolidato da garanzie internazionali.
Chiediamo a Dio di guidare tutti i responsabili, affinché trovino
per la città santa di Gerusalemme lo statuto che la conviene nella giustizia
e l'amore, capace di fare di essa una città di riconciliazione e di salvezza
per tutti i popoli.
Con questa preghiera conclude il Patriarca questo documento, ma
non cessa mai di ripetere che la soluzione migliore per il problema di
Gerusalemme è di essere e di rimanere "UNA SOLA CITTÀ UNITA, PER DUE POPOLI,
CON TRE RELIGIONI, APERTA A TUTTI, DI TUTTO IL MONDO".
Conclusione: Gerusalemme, segno di speranza
Gerusalemme, attualmente segno di contraddizione e di conflitto,
resta grazie a tutti i messaggi divini trasmessi, tramite essa all'umanità
credente, un segno di speranza. Tutti i credenti di tutti i popoli dovranno
incontrarsi per ascoltare qui la voce di Dio. Se arriveranno a intenderla,
potranno restituire a Gerusalemme, con il suo carattere sacro, il suo potere
di pacificazione e di umanizzazione.
Nessuno ha il diritto di appropriarsi esclusivamente Gerusalemme,
un appropriazione che faccia nascere l'odio e la disputa. Ogni credente
ha il diritto di fare di Gerusalemme la patria della sua anima, sella sua
giustizia e dell'amore nel quale chiama tutti gli uomini alla pace di dio.
"Domandate pace per Gerusalemme..
Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: "Su
di te sia pace !" Per la casa
de Signore nostro Dio, Chiederò
per te il bene" (Sal 122,6-9)
Bibliografia
Le lettere del patriarca Michel Sabbah:
1.La prima lettera pastorale, Gerusalemme 15 agosto 1988, Tipografia
del Patriarcato latino, 66 p.
2.La seconda lettera pasorale, "Domandate pace per Gerusalemme", Pentecoste
1990, Tipografia del Patriarcato latino, 35 p.
3.Terza lettera pastorale, "leggere e vivere la Bibbia oggi nel paese
della Bibbia", Novembre 1993, Tipografia del Patriarcato latino, 67 p.
Le lettere del Consiglio dei Patriarchi cattolici d'Oriente:
1.La prima lettera, Agosto 1991.
2.La seconda lettera, "La presenza cristiana in oriente, Testimonianza
et missione", Pasqua 1992, Tipografia del Patriarcato latino, 56 p.
3.L terza lettera, "Insieme davante a Dieu per il bene della persona
e della società", Natale 1994 , Tipografia del Patriarcato latino, 53 p.
Altri documenti:
1. Jamal KHADER, "L'ecclesiologia della Chiesa locale di Gerusallemme
atraverso le lettere pastorali dei patriarchi 1950-1994", Tese di licenza
,Roma, 25 marzo 1996, 102 p.
2. Majdi AL SIRYANI, "The holy See and the hily land, the role of the
Holy See in the arab-israeli conflict", Tese di licenza, Roma 1996, 92
p.
3. Rafiq KHOURY, "The history of Jerusalem: a Christian prespective",
Al-liqua Journal, Agosto 1994, betlemme, pp. 23-39.
4. La documentation catholique 1996, pp. 407-428.