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PONTIFICIA UNIVERSITAS  LATERANENSIS FACOLTÀ DI FILOSOFIA  
San Giustino 
LA FILOSOFIA AL SERVIZIO 
DEL CRISTIANESIMO 
 Raed ABUSAHLIA 
 
 INDICE 
INTRODUZIONE
A. Giustino: l'uomo, il maestro, il martire
 1. La sua conversione:
 2. Il filosofo:
 3. Lo studio delle Scritture
 4. Il viaggiatore
 5. Il maestro a Roma
 6. Il martire
B. Giustino lo scrittore: le sue opere
 1. Il Dialogo con Trifone
 2. Le Apologie
 2.1. La I Apologia:
 2.2. La II Apologia:
 3. Altre opere:
C. Dalla filosofia greca alla filosofia cristiana:  Dio, il Logos, Cristo
 I. Filosofia e filosofi:
 2. Dio, il Padre:
 3. I semi del Verbo: Logos e Cristologia
CONCLUSIONE
BIBLIOGRAFIA 
 
 
 
 

 
 
 

INTRODUZIONE  

 L'età degli Antonini: un età particolarmente florida e promettente, gli imperatori  impegnati a propagare a tutte le popolazioni assoggettate i benefici della "pace romana" e promuovere ogni forma di progresso, hanno favorito gli studi e la cultura . In questo contesto è nato il cristianesimo, ma ha avuto uno scontro, ideologico e pratico con i romani e con il Giudaismo, causando una seria di persecuzioni . In questo ambito è nata l'Apologetica cristiana cogli obiettivi degli Apologisti di: 

- Confutare le calunnie correnti e in particolare rispondere a coloro che accusano la Chiesa di essere in pericolo per lo Stato. In risposta, gli apologisti sottolineano l'onestà, l'integrità, l'onorabilità assoluta dei cristiani; anzi dimostrano che la fede è ottimo messo per la conservazione e il benessere del mondo stesso. 

- Esporre l'assurdità è l'immoralità del paganesimo, dei suoi miti e delle sue divinità. Al contrario, solo tra i fedeli del Cristo si può un'idea corretta di Dio e dell'universo. 

- Ma l'obiettivo il più importante per noi, è di dimostrare che la filosofia, non avendo per unico fondamento che la ragione umana, non ha raggiunto la verità piena. Solo chi possiede la totalità del Logos può dire di essere nella verità. Di qui la superiorità incomparabile de cristianesimo rispetto alla filosofia. 

 I più noti fra gli apologisti furono Quadrato, Aristide, Atenagora, Taziano, Teofilo. Su tutti , Giustino. In questo lavoro breve, vogliamo parlare di Giustino come il primo filosofo cristiano che ha tentato di fare l'approfondi- mento della rivelazione su basi intellettuali filosofiche, del contenuto della fede, con un'indagine seria sul mistero di Dio, di Cristo, dell'uomo della Chiesa. Ma soprattutto come ha potuto fare la riconciliazione tra la filosofia greca e la nuova religione mettendo così la filosofia al servizio della Teologia, la ragione della fede, battezzando, sé si può dire, i filosofi ed i profeti dell'Antico Testamento vedendo in loro "i semi del verbo". 
 Mi sembra, prima di cominciare, che è necessario una breve presentazione di Giustino: l'uomo, il maestro, il martire e il filosofo con un piccolo accenno sulle sue opere, poi tenteremo di rispondere a questa domanda: La filosofia può essere al servizio della teologia? cercando di trovare la risposta direttamente nelle sue opere. 

A.Giustino: l'uomo, il maestro, il martire  
 I dati biografici di Giustino sono relativamente scarsi. Tuttavia, dagli accenni che egli , nelle sue opere, fa alla propria esperienza religiosa, possiamo ricavare un quadro abbastanza completo sella sua vita. 

 Introducendosi nella I Apologia, lui stesso ci dice di essere originario di Flavia Neapolis, l'antica Sichem (Oggi Nablus in Palestina), capitale della Samaria.  Ricorda anche il nome del padre, Prisco, e del nonno, Baccheio. La famiglia era di origine greca, e di religione pagana. L'anno di nascita va collocato intorno al 100 D.C. 

 Gli anni della adolescenza e della giovinezza trascorrono in un'attenta e insieme affannosa ricerca della verità. Le scuole filosofiche cui Giustino si rivolge sono numerose: dal dialogo con Trifone conosciamo le diverse tappe del suo itinerario spirituale. Dapprima gli Stoici, poi gli Aristotelici, quindi i Pitagorici, infine i Platonici. Ovunque non mancano gli elementi di verità, ma insieme coesistono aspetti fastidiosi, come una certa venalità, oppure esagerata attenzione a discipline varie (quali la musica, la geometria, l'astronomia) che egli sente estranee alla sua ricerca. 

 1. La sua conversione:  
 Il desiderio, forte e insopprimibile, rimane sempre lo stesso: conoscere, incontrarsi con Dio. 
 E Dio lo esaudisce presto. Lungo la sponda sul mare di Efeso, dove il giovane filosofo ama passeggiare in solitudine, per meditare e aprirsi al mistero, un vecchio "dall'aspetto venerabile, con sé qualcosa di dolce e di grave"(Dial.III) , gli si avvicina e gli parla. "Nessuno può vedere e contemplare, se Dio e il suo Cristo non gli consentono di comprendere"(Dial. VII,3) , leggiamo la testimonianza della sua  conversione nel prologo del Dialogo con Trifone  VII,1-2: 

"Dopo aver dello queste e altre cose, che non è qui il momento opportuno di riferire, quel vecchio se ne andò con l'esortazione a non lasciarle cadere, e da allora non l'ho più rivisto. Quando a me, un fuoco divampò all'istante nel mio animo e mi pervase l'amore per i profeti e per quegli uomini che sono amici di Cristo. Ponderando tra me e me le sue parole trovai che questa era l'unica filosofia certa e proficua. In questo modo e per queste ragioni io sono filosofo, e vorrei che tutti assumessero la mia stessa risoluzione e più non si allontanassero dalle parole del Salvatore". 

 Le Forze umane sono insufficienti: ci vuole l'aiuto di Dio. Giustino accetta e crede. Contemporaneamente viene a contatto con i cristiani, e di essi lo impressiona la fortezza con cui affrontano persecuzione e martirio. Non è possibile che uomini del genere non siano nella verità: "Infatti io stesso... sentendo che i cristiani erano accusati, ma vedendoli impavidi, mi convincevo che era impossibile che essi vivessero nel vizio e nella concupiscenza"(II Apol.XII,1). Anche lui sente di essere irresistibilmente trascinato per quella via: è la conversione al cristianesimo, moneto fondamentale della sua esistenza. 

 2. Il filosofo:  
 Il neo-convertito non abbandona la filosofia: dirà più tardi di aver trovato nel cristianesimo la sola filosofia utile e sicura. Il mantello da filosofo, che egli continua ad indossare, segna anche esteriormente il punto di contatto tra la filosofia e il cristianesimo: non si tratta di ripudiare il pensiero di Platone, ma di introdurre Platone nella chiesa, valorizzandone gli aspetti più validi. Giustino intuisce immediatamente che per essere cristiano non è necessario rinnegare il notevole bagaglio culturale di cui dispone; basterà rivitalizzarlo, immergendolo nel nuovo messaggio accolto, e metterlo a disposizione del vangelo. Del resto, punto essenziale de suo pensiero è che i filosofi del tempo passato devono il meglio della loro dottrina ai libri di Mosé; il Logos illumina tutti gli uomini, per cui, tra i pensatori d'ogni epoca, si trovano molte verità apprezzabili, anche se parziali e imperfette. 

 3. Lo studio delle Scritture  
 Possiamo pensare  che Giustino trascorra i primi anni della sua conversione a studiare le Scritture. Conoscere la rivelazione diviene probabilmente il primo impegno. Uno studio attento, metodico, amoroso: fin quasi a conoscere la Bibbia a memoria, soprattutto i libri dei profeti.  

 4. Il viaggiatore  
 Nel frattempo, iniziano le numerose peregrinazioni. L'Asia e la Grecia attirano quel personaggio singolare, l'innamorato di Cristo e così legato a Platone, che sente la vocazione di scoprire nel paganesimo le vestigia del passaggio del Logos, trovare i punti di contatto, "battezzare" i pensatori antichi. Per temperamento, dev'essere fortemente conciliante e volto alla compostezza con tutti: sente che ognuno può nascondere aspetti belli e "cristiani", basta evidenziarli, illuminarli e promuoverli. Dietro a questa intuizione c'è un atteggiamento nuovo, addirittura rivoluzionario: è la via della riconciliazione fra tradizione pagana e messaggio cristiano. Una operazione culturale straordinariamente importante e feconda. 

 5. Il maestro a Roma  
 Il girovagare lo porta a Roma. Sembra che vi sia giunto una prima volta, vi abbia aperto una scuola esercitando in notevole influsso, si sia allontanato per altri viaggi e infine sia tornato con l'orientamento di stabilivisi definitivamente. Il centro dell'impero, con la moltitudine di persone in circa di verità e con le urgenze d'ogni tipo, esercitava un fascino irresistibile di speranza e intendeva comunicarlo. 

 L scuola diviene veramente  il suo pulpito. I discepoli lo seguono, gli affezionano, sicuramente vengono colpito ancor più dalla sua testimonianza di vita. Non è però facile seguire l'esempio mite e delicato del maestro: Taziano, che pure all'inizio si fa suo discepolo, non seguirà la sua linea e , cedendo al carattere inclinato all'estremismo, diventerà il fondatore dei rigoristi. 

 La sua attività di insegnante, e ancor più quella di propagatore della fede cristiana, non possono passare inosservate. E inevitabile che nel corso delle lezioni i riferimenti ad altri filosofi, increduli e saccenti, si facciano numerosi: e la cosa deve riuscire parecchio ostica e soprattutto di apologista lo porta a smascherare errori, assurdità di pensiero, dissolutezze e autentici oltraggi alla giustizia che ovunque sembrano all'ordine del giorno. Dalle apologie veniamo a conoscenza di numerose e vibranti discussioni pubbliche con autorità e filosofi; in alcune di queste aveva attaccato il cinico Crescente, convincendolo di ignoranza: "Desidero che anche voi sappiate che io, dopo avergli posto alcune precise questioni in merito, ho compreso che egli sa veramente nulla: cosa della quale ho convinto anche lui" (II Apol. III,4). 

 6. Il martire  
 Proprio questo Crescente gli diventa il nemico più accanito. Ben presto, a corto di argomenti, decide di disfarsene denunciandolo come cristiano al prefetto Giunio Rustico, anch'egli filosofo, confidente e forse anche guida spirituale di Marco Aurelio. A questo punto la conclusione inevitabile è il martirio: Giustino lo accoglie serenamente con altri sei compagni che seguono il suo esempio, confermando in tal modo la forza della sua testimonianza. Per Giustino, comunque, la condanna non giunge inaspettata: "Anch'io mi aspetto che mi si ordiscano insidie da parte di qualcuno dei magistrati, e di essere confitto a un palo, quanto meno da Crescente, che si compiace di strepito e pompa..." (II Apol. III,1) L'anno del martirio va collocato tra 163 e il 167, imperatore Marco Aurelio. 

 Ci sono stati conservati anche gli atti del processo e dell'esecuzione: un racconto scarno ed essenziale, capace ancor oggi di commuovere. "Il prefetto parla  a Giustino: "Ascolta, tu che sei ritenuto saggio e presumi di conoscere la dottrina vera. Se sarai flagellato e decapitato, credi di salire in cielo?" Giustino disse: "Spero di avervi soggiorno, se sopporterò tali patimenti. So che a quanti hanno rettamente vissuto è riservato il favore divino sino alla conflagrazione di tutto l'universo". Il prefetto Rustico disse: "Questo dunque supponi, che salirai nei cieli per ricevervi una bella ricompensa?". Giustino disse: "Non lo suppongo ma lo so per certo e ne sono pienamente persuaso".(...). Il prefetto Rustico pronunciò la sentenza dicendo: "Quelli che non hanno voluto sacrificare agli dèi e piegarsi alla volontà dell'imperatore, siano flagellati e decapitati a norma dei legge". I santi martiri allora, lodando Dio, giunti al luogo solito, furono decapitati e consumarono il martirio nella confessione del loro Salvatore". 

B. Giustino lo scrittore: le sue opere  
 Giustino fu un autore fecondo. Non soltanto insegnò con la parola nella scuola o tenendo pubbliche conferenze, ma anche esplicò una attività letteraria che già impressionò gli antichi. Purtroppo, ci sono state conservate soltanto le Apologie e il Dialogo con Trifone. 

 1. Il Dialogo con Trifone  
 Il Dialogo con Trifone è tradizionalmente ritenuto il documento più antico, e unico, che noi possediamo come esempio di polemica contro i Giudei. Possediamo il testo quasi nella sua completezza, ad eccezione dell' introduzione  e del capitolo LXXIV. 

 Il Dialogo è un'ampia discussione, sostenuto contro un giudeo dotto, protrattasi per la durata di due giorni. L'opera è posteriore almeno alla I Apologia- che vi è citata-, e da tutto il contesto emerge un clima politico-sociale di relativa calma. 

 I primi capitoli introducono la discussione, presentandoci i protagonisti e soprattutto evidenziando la conversione di Giustino; quindi prende avvio la discussione vera e propria, in cui Giustino presenta l'interpretazione cristiana dell'Antico Testamento, visto come figura e preparazione del Nuovo. Nella seconda parte, dopo aver dimostrato che le antiche profezie orientavano a Cristo, l'autore prova che l'adorazione del medesimo Cristo non contraddice la fede in uno solo Dio e neppure può essere messa in contrapposizione con il culto di Abramo, Isacco e Giacobbe. 
L'ultima parte è dedicata ai Gentili convertiti: quelli che aderiscono al Cristo costituiscono il vero popolo di Dio, il nuovo Israele. 

 L'opera -nonostante l'eccessiva lunghezza, il disordine, le digressioni e divagazioni infinite - è assai preziosa sia a motivo dei riferimenti autobiografici che Giustino inserisce qua e là, sia perché ci offre un ottimo compendio delle questioni dibattute tra Giudei e cristiani, nel corso del II secolo. 
 A dispetto dei rapporti tesi che , come sappiamo, correvano in quegli anni tra Giudei e cristiani, Giustino si ponga in questa "discussione" con l'animo sereno e con le intenzioni di sempre: avvicinare più che condannare, far emergere ciò che unisce piuttosto che convincere di errore, offrire uno spunto per la conversione anziché mettere avanti delle porte chiuse. 

 2. Le Apologie  
 Sono l'opera di Giustino certamente di maggior valore, quella che meglio riassume il suo pensiero e la sua geniale intuizione, come anche quella che gli assicura ancor oggi il ricordo e l'attualità. 

 2.1. La I Apologia:  
 La I Apologia, la più lunga e complessa, consta di 68 capitoli. E indirizzata ad Antonino Pio e ai due figli adottivi, Marco Aurelio (chiamato, prima dell'associazione al potere, Verissimo) e Lucio Commodo. E stata composta verso il 153 d.C.: ciò è confermato anche da quando Giustino scrive al capitolo XLVI: "Affermiamo che Cristo è nato centocinquant'anni fa sotto Cirino, e ci insegnò quello che noi diciamo, qualche tempo dopo, sotto Ponzio Pilato..." 

 L'occasione prossima dell'Apologia è di rivolgersi ai governanti per pregarli di mostrarsi "buoni giudici" e respingere la procedura adottata da alcuni di loro che condannano i cristiani solo in base al "nome" cristiano. Le persecuzioni sono quindi illegali, di per se stesse; inoltre, afferma Giustino, sono illogiche e impensabili in imperatori che si proclamano saggi e "pii", com'è il caso di Antonino Pio (e poi Marco Aurelio). Questo appello alla ragione e al senso comune della verità - più che al rispetto di particolari norme ancora non chiaramente fissate - è della massima importanza. 

Non è facile ricavare immediatamente il piano di lavoro che l'autore si è prefisso. Nel suo procedere, egli non opera in modo rigoroso, non giustifica sempre i passaggi da un argomento all'altro, non si preoccupa che il discorso sia sempre coerente. L'opera non è stata composta a tavolino né pensata in modo organico: alcune volte si ha l'impressione che i capitoli procedano un po' per conto loro e siano scritti nei ritagli di tempo, magari sotto l'emozione del momento. Certamente Giustino non diede e non si preoccupò di dare una rilettura e una precisa sistemazione a tutto il materiale. 

 Comunque, pur con tutti i limiti di una suddivisione, possiamo distinguervi tre parti: 
 - Nella prima parte (1-22) l'autore insorge contro l'atteggiamento ostile, persecutorio, nei confronti dei cristiani, atteggiamento che dimostra essere ingiusto e irragionevole. La procedura giudiziaria pagana colpisce persone che sono innocenti: rifacendosi alle accuse abituali, prova che nessuno dei cristiani è ateo o nemico dello Stato. Le voi avverse sono pure calunnie. 

 - La seconda parte (23-60) intende esporre il contenuto dottrinale del cristianesimo e dimostrare la validità. La religione cristiana è l'unica vera; Gesù è il Logos di Dio incarnato; i miti e le favole pagane sono invenzioni dei demoni allo scopo di imitare e contraffare le verità cristiane. La prova fondamentale della divinità di Gesù è desunta dalle profezie del Vecchio Testamento, che nell'Apologia vengono riferite con grande abbondanza e lette secondo l'interpretazione allegorica ellenistico-ebraica. 

 - La terza parte (61-68) descrive la liturgia del battesimo e dell'Eucaristia, illustra lo stile di vita rinnovata dei cristiani e la celebrazione della Domenica. E la parte più ricca e suggestiva: certamente la più bella e fonte preziosissima di documentazione per conoscere l'ordinamento liturgico-sacramentale vigente nella chiesa del II secolo. 

 2.2. La II Apologia:  
 La II Apologia continua il tema e la finalità della I. Data la sua brevità (15 capitoli), è considerata dalla maggioranza degli studiosi un'appendice della prima, e certamente con valide ragioni: i motivi di fondo, le argomentazioni, i riferimenti sono certamente gli stessi. Contro questa ipotesi sarebbe l'autorità di Eusebio, il quale parla di due Apologie, e il fatto che nel manoscritto si trovino divise. Inoltre va detto che gli episodi incresciosi di cui si parla all'inizio fanno supporre che tra le due composizioni sia intercorso un certo margine di tempo, anche se non molto grande. Si può legittimamente pensare che Giustino intendesse conclusa così com'è la I Apologia; in seguito, nuovi fatti di sangue e autentiche violazioni del diritto lo indussero a riprendere il discorso. L'occasione è quindi nuova e diversa , ma l'autore si ricollega direttamente alla I Apologia, con una trattazione che chiaramente ci si richiama e ne dipende. 

 Il prefetto di Roma, Urbico, ha appena condannato a morte un certo Tolomeo, sotto l'unica imputazione di aver confessato di essere cristiano. Due popolani che hanno assistito a quella farsa di processo e che, l'uno dopo l'altro, hanno vibratamente protestato, sono stati ugualmente condannati, nel giro di pochi minuti, simbolicamente perché anch'essi fanno parte di quel numero. 

 Il fatto deve essere certamente assai noto, perché Giustino lo racconta con dovizia di particolari. Di fronte ad aperte ingiustizie del genere, che rivelano del tutto inascoltata la sua precedente supplica, il nostro autore insorge di nuovo e ribadisce la sua protesta. 
 Ma il discorso immediatamente si allarga. Due sembrano le obiezioni fondamentali cui intende rispondere: 

 - Perché i cristiani non si uccidono da se stessi, se tanto desiderano l'incontro e il soggiorno con il loro Dio? 

 - Perché questo loro Dio non interviene a proteggerli, liberandoli dai persecutori? 
 La risposta di Giustino qui vorrebbe essere più pertinente e puntuale, sostenuta anche da un tono più caldo e vibrante. 
 Il cristiano non può ricorrere al suicidio e nemmeno rinnegare la fede: sarebbe un andare contro la volontà di Dio che ha fatto il mondo per l'uomo (togliersi la vita sarebbe un cattivo uso del mondo) e un impedire che vengano generate altre persone cui annunciare il vangelo. Quanto alla seconda obiezione: Dio affidò la cura del mondo agli angeli; alcuni di essi peccarono e diedero vita ai demoni; come rimedio Dio oppose i Figlio incarnato; la giustizia di Dio apparirà a suo tempo quando ci sarà la catastrofe e il dissolvimento di tutto il mondo; tale catastrofe è differita grazie ai cristiani. 

 La II Apologia è di qualche anno posteriore alla I. Non porta l'indirizzo, e questo è un altro motivo per cui viene ritenuta un'appendice  dell'altra. Alcuni codici la indirizzano al Senato romano; ma è chiaro che il discorso ha di mira per prima luogo Marco Aurelio (con Lucio Vero), poi il Senato stesso e quindi l'itero popolo romano. 

 3. Altre opere:  
 Numerose altre sue opere non ci sono pervenute. Di essere conosciamo i titoli tramandatici da altri scrittori che le citarono e vi si rifecero: 

 -Contro tutte le eresie: Giustino stesso vi fa esplicito accenno nella I Apologia: " E stato da noi composto anche un trattato contro tutte le eresie che sono sorte: se volete leggerlo, ve lo daremo". Forse quest'opera è stata conosciuta e letta da Tertulliano. 

 - Sulla risurrezione: Di questo scritto abbiamo diversi frammenti, conservatici nell'opera "Sacra 
Parallela" di S.Giovanni Damasceno. Il tema della risurrezione doveva avere grande rilievo nell'insegnamento orale e scritto di Giustino: è centrale anche nelle Apologie. 

 - Contro Marcione: Scritto chiaramente apologetico, si prefiggeva di confutare l'errore di questo eretico, che tra l'altro, poneva una forte antitesi tra Dio dell'Antico e della Nuova Alleanza e asseriva che il Dio dell'amore, contrapposto al Dio iracondo degli Ebrei, si era manifestato in Cristo con un corpo soltanto apparente. L'opera di Giustino, oltre che attestata dallo storico Eusebio, è citata anche da Ireneo. 

 Eusebio, nell'elenco delle opere di Giustino, riporta altri numerosi scritti. Alcuni hanno anche titoli molto simili: 

 - Discorso contro i Greci. 

 - Esortazione ai Gentili, Ove si mettono a confronto i "campioni" della religione pagana e quelli della religione cristiana. 

 - Sulla monarchia ( o sull'unità di Dio) 

 - Sull'anima. 
 Su tali scritti, come su diversi altri ancora ricordati da Eusebio, la critica è stata sempre incerta; oggi è orientata a non considerarli del nostro autore. Per motivi diversi ( di argomento, di cronologia, di stile, ecc.) non si possono attribuire a Giustino, ma vanno collocati in epoca posteriore, verso il 400. 
 

C. Dalla filosofia greca alla filosofia cristiana: Dio, il Logos, Cristo  
 "La dottrina di Platone non è estranea a quella di Cristo"(II Apol. XII,2): i termini per un dialogo tra cristianesimo e filosofia per Giustino sussistono, dunque, tutti. Anzi, quello che in Giustino si prospetta è qualcosa di più di un dialogo, dal momento che  "anche Scorate ha conosciuto, almeno in parte, Cristo"(II Apol. X,8), anzi, "era cristiano, pur venendo giudicato ateo"(I Apol. XVIL,3). 
"La filosofia è il più grande dei beni e il più prezioso agli occhi di Dio, l'unico che a lui ci conduce e a lui ci unisce"(Dial.II,1); d'altra parte poco sotto egli precisa che quella contenuta nelle parole dei profeti e di Cristo è "l'unica filosofia certa e proficua"(Dial. VIII,2). 

 C'è un dibattito sul cammino del cristianesimo e della filosofia, al centro del dibattito si collocano da una parte la dottrina giustiniana del Logos - il contributo più originale del suo pensiero e vero punto di forza del suo tentativo di incardinare il dato cristiano nel patrimonio speculativo classico- e dall'altra il menzionato prologo del dialogo con Trifone, nel quale il dialogo tra il filosofo platonico (Giustino) e un cristiano (il misterioso vecchio) prelude al passaggio di Giustino stesso dal platonismo al cristianesimo. E proprio sulla natura e sullo spessore di questo passaggio che si è accesa la discussione critica: avviene esso nel segno della continuità o della rottura? La conversione di Giustino è lo sbocco naturale del suo credo platonico o è un suo rinnegamento? 
 Noi vogliamo lasciare da parte tutti questi discussioni, e concentreremo su alcuni punti importanti basandosi sui testi stessi che abbiamo nei mani. 

 I. Filosofia e filosofi:  
 Giustino, appare nel Dialogo con Trifone vestito da filosofo e alla domanda di Trifone (1,6: "Qual è la tua filosofia?") presenta le varie correnti filosofiche come una degradazione dell'unico sapere filosofico e narra il suo personale itinerario di ricerca della verità prima alla scuola di uno stoico, poi di un aristotelico e quindi di un pitagorico. Deluso per vari motivi da queste esperienze, ritiene di trovare finalmente nella dottrina di Platone la via all'Essere e al vero, cioè a Dio: 

"Senza vie d'uscita, decisi di entrare in contatto anche con i platonici, i quali pure godevano di grande fama. Eccomi dunque a frequentare assiduamente un uomo assennato, giunto da poco nella mia città, che eccelleva tra i platonici, e ogni giorno facevo progressi notevolissimi. Mi affascinava la conoscenza delle realtà incorporee e la contemplazione delle Idee eccitava la mia mente. Ben presto dunque ritenni di essere diventato un saggio e coltivato la sciocca speranza di giungere alla visione immediata di Dio. Perché questo è lo scopo della filosofia di Platone" (Dial. II,6). 

 E a questo punto che si colloca l'incontro con il vecchio, che progressivamente smonta le teorie del Giustino platonico sulla immortalità naturale dell'anima, sulla sua possibilità di trasmigrare da un corpo all'altro (metempsicosi o reincarnazione) e sulla sua capacità di giungere alla visione di Dio (Dial. 3-6). Ma se neanche l'ingegno di Platone ha potuto cogliere il vero, si chiede Giustino, dove mai l'uomo troverà la verità? Il vecchio allora gli propone il messaggio dei profeti come l'unico che contiene la verità, perché questa in essi non è frutto di uno sforzo umano ma di una rivelazione divina. E su questo annuncio si opera la conversione di Giustino (Dial. 7-8). 

 Ma questo non vuol dire che Giustino a disprezzato la filosofia ma soltanto che la filosofia da sola non è capace ad arrivare alla verità totale, ma può essere la strada "la sua conversione al cristianesimo...è stata la conclusione della sua evoluzione filosofica", ma anche, Giustino continua a chiamarsi filosofo e porta il mantello da filosofo dopo la sua conversione. 

 Giustino ha fatto l'elogia della filosofia come abbiamo visto, cercando la vera filosofia: 
"La filosofia in effetti è il più grande dei beni e il più prezioso agli occhi di Dio, l'unico che a lui ci conduce e a lui ci unisce, e sono davvero uomini di Dio coloro che hanno volto l'animo alla filosofia. Ciò nondimeno ai più è sfuggito che cos'è la filosofia e perché mai è stata inviata agli uomini: diversamente non vi sarebbero stati né platonici né stoici né teorici né pitagorici, perché unico è il sapere filosofico" (Dial II,1) 

 E aveva notato i semi del Logos nella filosofia greca e ha fatto l'elogio dei filosofi e degli uomini vissuti prima di Cristo: 

"Ci è stato insegnato che Cristo è il primogenito di Dio, ed abbiamo già dimostrato che Egli è il Logos di cui fu partecipe tutto il genere umano. E coloro che vissero secondo il Logos sono cristiani, anche se furono giudicati atei, come ,tra i Greci, Scorate ed Eracleto ed altri come loro; tra i barbari, Abramo ed Anania ed Azaria e Misaele e altri molti, l'elenco delle cui opere e dei nomi ora tralasciamo sapendo che è troppo lungo. Cosicché anche quelli che erano nati prima erano vissuti non secondo il Logos, furono malvagi e nemici di Cristo e uccisori di quanti vivevano secondo il Logos. Quanti invece sono vissuti e vivono secondo il Logos, sono cristiani ". (I Apol. XLVI,2,4) 

 Questa affermazione è di grandissimo valore. Questi filosofi antichi, che sono vissuti in una grande moralità grazie alla loro ragione, hanno potuto conseguire la salvezza e addirittura meritano l'attribuzione di "cristiani". Giustino va oltre e dice in un paragrafo un po' strano che Platone ha attinto dai Profeti: 

"Affinché sappiate anche che Platone ha attinto dai maestri - intendiamo dire dalle parole dei Profeti - affermazione secondo cui Dio, trattando la materia amorfa, fece il mondo, ascoltate le precise parole di Mosè, che già abbiamo mostrato essere il primo Profeta e più antico degli scrittori greci: per mezzo di lui lo Spirito  Profetico, rivelando in quale modo, al principio, e da quali elementi Dio abbia creato il mondo, disse così: "In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era invisibile ed informe, e tenebra sull'abisso; e lo Spirito di Dio si portava sulle acque. E Dio disse - Sia luce- e così fu" (Gn 11-3). E così che Platone, con quanti la pensano come lui, ed anche noi stessi, abbiamo appreso che tutto il cosmo è opera del Logos di Dio con gli elementi prima indicati da Mosè: e voi potete persuadervene". ( I Apol. LIX, 1-37) 

 La superiorità della religione cristiana su ogni filosofia sta proprio in questo: che solo i cristiani posseggono la pienezza del Logos, il Logos totale, che è Cristo. Quanto di verità o di bene enunciarono i filosofi o i legislatori fu dovuto alla presenza di una parte del Logos stesso. L'esempio più illustre fu forse Socrate, come vediamo in questo testo: 

"La nostra dottrina dunque appare più splendida di ogni dottrina umana, perché per noi si è manifestato il Logos totale, Cristo, apparso per noi in corpo, mente, anima. Infatti tutto ciò che rettamente enunciarono e trovarono via via filosofi e legislatori, in loro è frutto di ricerca e speculazione, grazie ad una parte di Logos. Ma poiché non conobbero il Logos nella sua interezza, che è Cristo, spesso si sono anche contraddetti. Quelli che vissero prima di Cristo e si sforzarono di investigare e di indagare le cose con la ragione, secondo le possibilità umane, furono trascinati dinanzi ai tribunali come empi e troppo curiosi. Colui che più di ogni altro tendeva a questo, Socrate, fu accusato delle stesse colpe che si imputano a noi: infatti dissero che egli introduceva nuove divinità, e che non credeva negli dèi che la città riteneva come tali. Invece egli insegnò agli uomini a rinnegare i demoni malvagi, autori delle empietà narrate di poeti, facendo bandire dalla repubblica sia Omero sia gli altri poeti; cercava anche di spingerli alla conoscenza del Dio a loro ignoto, attraverso la ricerca razionale. Diceva: "Non è facile trovare il Padre e creatore dell'universo, né è sicuro che chi l'ha trovato lo riveli a tutti". Questo è quanto fece nostro Cristo con la Sua potenza. Infatti a Socrate nessuno credette fino al punto di morire per questa dottrina. 

A Cristo invece, conosciuto, almeno in parte, anche da Socrate (Egli infatti era ed è il Logos che è in ogni cosa, che ha predetto il futuro per mezzo dei Profeti e per mezzo di se stesso, che si è fatto come noi e ci ha insegnato questa verità), credettero non solo i filosofi e dotti, ma anche operai e uomini assolutamente ignoranti, che sprezzarono i giudizi altrui, la paura, la morte. Poiché è potenza del Padre ineffabile e non costruzione di umana ragione" (II Apol. X, 1-6) 

 2. Dio, il Padre:  
 Per quanto riguardo la nozione di Dio, Giustino è chiaramente debitore alla filosofia platonica. Dio è senza origine; non ha bisogno dei doni materiali degli uomini. Non può nemmeno ricevere un nome "Non esiste un nome che si possa imporre al Padre dell'universo, che è ingenerato" (IIApol. VI,1). Se proprio si vuol chiamarlo con un nome, quello che più conviene è Padre "Padre e Signore di tutte le cose". Dio non ha onnipresenza sostanziale; egli soggiorna nelle regioni al di sopra della volta celeste, non può abbandonare la sua dimora né gli è possibile apparire nel mondo: non dobbiamo ringraziarlo "per essere stati creati e per tutti i mezzi atti a procurarci benessere, per tutte le qualità dei prodotti e la volontà delle stagioni..." (I Apol. XII,2) 

 E chiaro che Giustino criticava  e dimostrava l'assurdità dell'idolatria, mettendo in ridicolo quegli dèi fabbricati da uomini perversi e venali, cui contrappone la purezza della fede nell'unico Dio: "Quale demenza scegliere uomini dissoluti per plasmare e creare dèi da offrire alla venerazione, e porre simili guardie a custodia dei templi dove essi sono collocati non vedendo che è scelleratezza pensare e dire che degli uomini sono custodi di dèi !" (II Apol.IX,5). 
 Subito, Giustino afferma la superiorità della fede in Dio nel cristianesimo formulando "il suo atto di fede" in Dio con queste bellissime parole: 

"Noi invece abbiamo appreso che Dio non ha bisogno di offerti materiali da parte di uomini, dal momento  che vediamo che è Lui stesso a somministrare  ogni cosa; abbiamo imparato, e ne siamo convinti e crediamo, che Egli accoglie solo coloro che imitano il bene che è in Lui, cioè sapienza e giustizia e benignità, e tutto ciò che è proprio di Dio, il quale non può prendere alcun nome che Gli si imponga. Abbiamo appreso anche  che Egli, in quanto è buono, ha creato in principio tutte le cose dalla materia informe per gli uomini; e se questi si mostreranno fatti, degni del Suo volere, abbiamo appreso che diverranno degni di vivere con Lui, regnando insieme con Lui, resi incorruttibili ed immuni dal dolore. Come infatti, all'inizio, trasse alla vita chi non esisteva, così riteniamo che saranno giudicati degni dell'immortalità e della vita presso di Lui coloro che, nelle loro scelte, preferiranno ciò che Gli è Gradito. Incominciare ad esistere non dipendeva da noi; ma seguire ciò che egli è caro, scegliendo con le facoltà razionali di cui Egli stesso ci fece dono, questi si ci persuade e ci conduce alla fede. E crediamo che sia un vantaggio per tutti gli uomini non essere impediti dall'imparare queste dottrine, ma anzi essere spinti verso di esse" (I Apol. X, 1-5) 

 3. I semi del Verbo: Logos e Cristologia  
 E il tema su cui Giustino si sofferma più a lungo e in maniera più originale, parlando del Logos (Verbo) seminale (spematikòs) e dei semi (spérmata) del Logoa. Giuistino tenta qui un'operazione arditissima, che costituisce il vero livello profondo del legame tra cristianesimo e filosofia e che in un sol colpo cristifica tutto il reale: egli identifica la persona storica di Cristo con il Logos dei filosofi greci, principio atemporale di intelligibilità dell'universo: "Il Logos primogenito di Dio, senza  commercio, è stato crocifisso, è morto, è risorto ed è asceso sl cielo" (I Apol. XXI,2).  Di questo Logos divino partecipano tutti gli uomini grazie ai semi che egli ha sparso in tutti;  dunque "tutti i principi giusti che i filosofi e i legislatori hanno scoperto ed espresso, li devono a ciò che hanno trovato e contemplato parzialmente del Logos" (II Apol. X,2); ma il Logos si è incarnato e manifestato pienamente in Cristo: attraverso la sua parola la verità è completamente svelata agli uomini, ed è per questo che i cristiani possiedono in lui la verità di ogni filosofia. Dunque "coloro che sono vissuti secondo il Logos sono cristiani, anche se furono giudicati atei" (I Apol. XLVI,3). Essi percepirono parzialmente la verità grazie al Logos divino sparso nel tutto, ma anche si contraddissero perché  non conobbero il Logos nella sua interezza: "La nostra dottrina supera ogni dottrina umana perché per noi si è manifestato il Logos totale, Cristo, apparso per noi in corpo, mente e anima" (II Apol. X,3). Questi non sono cristiani perché hanno vissuto "secondo ragione", ma perché hanno vissuto, ancora oscuramente e indistintamente, secondo Cristo. E in questa prospettiva che va compresa l'assioma di grande respiro formulato da Giustino: "Tutto ciò che di buono è stato formulato da chiunque, appartiene a noi cristiani" (II Apol. XIII,4). 

 Il Logos è innanzitutto il mediatore tra Dio e gli uomini, il rivelatore del Padre e della sua volontà. Dio comunica con il mondo soltanto attraverso questo suo intermediario: è lui il protagonista delle manifestazioni di Dio del Vecchio Testamento. 

 Nelle relazioni tra Logos e Padre, Giustino sembra propendere per il subordinazionismo. Nella II Apologia (VI,3) leggiamo: "Il Figlio di Lui, il solo a buon diritto chiamato "figlio", il Logos coesistente e generato prima della creazione, quando all'inizio per mezzo di Lui creò ed ordinò ogni cosa..." Di conseguenza il Logos, sembra supporre Giustino, non acquista la sua indipendenza esteriore se non in vista della creazione e del governo del mondo. Sono le sue funzioni personali quelle che gli valgano la sua esistenza personale. Egli è diventato una persona divina, ma subordinata al Padre. 

 L'aspetto più importante da sottolineare è che in Giustino la dottrina del Logos segna il punto di contatto tra la filosofia pagana e il cristianesimo. Il Logos, sapienza eterna, è  all'opera da sempre, e non ha mai cessato di spargere tra gli uomini "semi" della sua verità. Ogni uomo, quindi, possiede nella sua ragione un seme del Logos. I profeti dell'Antico Testamento ne furono particolarmente benefici, ma anche i filosofi pagani ottennero particelle di verità dal Logos. Addirittura, quanti vissero secondo i dettami del Logos, in qualsiasi tempo, furono cristiani ante litteram: "Quanti sono vissuti e vivono secondo il Logos sono cristiani, ed impavidi ed imperturbabili" (I Apol. XLVI,4). 
 Grazie al Logos non c'è quindi opposizione tra cristianesimo e filosofia; e l'atteggiamento del sapiente è scoprire la continuità tra gli antichi pensatori e la dottrina cristiana. "Tutto ciò che rettamente enunciarono e trovarono via via filosofi e legislatori, in loro è frutto di ricerca e di speculazione, grazie ad una parte del Logos" (II Apol. X,2). E Ancor più chiaramente: "Ciascuno, infatti percependo in parte ciò che è congeniale al Logos divino sparso nel tutto, formulò teorie corrette... Dunque, ciò che di buono è stato espresso da chiunque, appartiene a noi cristiani" (II Apol. XIII,2-4). Giustino trova la ragione di tutto questo nel fatto che filosofi e sapienti hanno attinto le loro teorie da Mosè e dai profeti. A parte la debolezza di questo argomento, resta la validità dell'intuizione originale: per la prima volta viene gettato un ponte tra l'antica filosofia e il cristianesimo; la via della riconciliazione è aperta. 

 Qui il discorso potrebbe allargarsi enormemente. Basti pensare al grande spazio che  Giustino, sempre partendo dal Logos, dà alla ragione, alla sua forza di persuasione, al suo ruolo di via alla fede; basti pensare all'impegno di riportare episodi e personaggi pagani "vicini" alla rivelazione per spiegare la ragionevolezza del credo cristiano; come pur il tentativo di far accettare  come non assurda la verità della crocifissione producendo una serie di esempi molto comuni (la figura umana, la vela, l'aratro, le insegne militari...) in cui la figura della croce è tanto evidente. Giustino vuol far intendere che la verità cristiana è senz'altro superiore, ma non contraria al pensiero pagano, e che i cristiani non vanno considerati come eterogenei nel mondo. 
 

CONCLUSIONE  

 Abbiamo visto con chiarezza che Giustino considera il cristianesimo come la vera filosofia, e dice che ogni sforzo umano verso il vero di fatto converge verso Cristo. Il sistema del pensiero di Giustino non è quindi "raziocentrico" ma "cristocentrico", o, se vogliamo, non è la rivelazione che viene razionalizzata ma è la filosofia che diventa una forma di rivelazione. Nella scelta di Giustino di portare il mantello da filosofo noi vediamo un atto emblematico ma anche altamente provocatorio. Egli non è un filosofo cristiano, ma è filosofo cioè cristiano. 

 Quando si esamina il problema del rapporto cristianesimo- filosofia, si vede che Giustino utilizza la filosofia e la battezza, ma nello stesso tempo riconosce la sua insufficienza a giungere all'intera  verità e si rivolge al secondo livello, cioè la rivelazione nella parola di dio trasmessa dalla Scrittura attraverso i profeti.  comunque, Giustino, considerava che "La filosofia è il più grande dei beni e il più prezioso agli occhi di Dio, l'unico che a lui ci conduce e a lui ci unisce"; ma egli precisa che quella contenuta nelle parole dei profeti e di Cristo è "l'unica filosofia certa e proficua". Così, possiamo dire che Giustino è il padre della filosofia Cristiana, per questo la Chiesa la nominato "patrono" dei filosofi. 
 

BIBLIOGRAFIA  

1.S. GIUSTINO, Dialogo con Trifone, Int. trad. di Giuseppe Visonà, ed.   Paoline, Roma 1988, 414 p. 
2.S. GIUSTINO, Le due Apologie, Int.e note di Guido Gandolfo, Trad. di Adriana Regaldo Raccone, Ed. Paoline, Roma 1983, 144 p. 
3.George  RAHMEH, Justinus al-rumani, ed. Al-hurria, Beirout 1992, 206 p.