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Ha confermata il cammino delle nostre Chiese verso l’unità
Faccio una prima lettura del messaggio che ci ha lasciato Giovanni Paolo II durante la sua recente visita alle nostre Chiese, ai nostri Luoghi Santi e alle sofferenze dei nostri popoli, perché questa visita è cosi ricca di significati, perciò dobbiamo aspettare per vedere gli effetti ed i frutti che porterà nel futuro a noi tutti. In una situazione che resta un cammino verso una luce e una giustizia più grandi per i nostri Paesi, e per una maggiore presa di coscienza della nostra vocazione e del significato della nostra vita come cristiani in questa Terra Santa, il messaggio del Papa è stato innanzitutto una preghiera, che Papa è stato innanzitutto una preghiera, che deve costituire l'inizio, la fine e l'accompagnamento di tutte le nostre azioni. Tale è per noi il significato di quei lunghi momenti di profondo raccoglimento che lo circondavano, dalla loro premura di avvicinarsi a lui, di salutarlo, di toccarlo o di proteggerlo. Egli ha sostato in raccoglimento nei principali Luoghi Santi del mistero della salvezza: sul Monte Nebo, dove è avvenuto il suo primo incontro con ilo mistero della Rivelazione in questa terra, nella grotta della Natività di Betlemme dove si è soffermato a recitare il suo Breviario, nella grotta dell’Annunciazione a Nazareth, nel Getsemani e nel Cenacolo a Gerusalemme, e infine nella chiesa del Santo Sepolcro, davanti alla Tomba e al Calvario. Preghiera in tutti gli incontri con le folle, a Madaba, ad Amman e nella valle del Giordano in Giordania, poi a Betlemme, sul Monte delle Beatitudini e a Nazareth. Guidato da questo raccoglimento e dalla presenza stessa di Dio, ha voluto incontrare tutti, tutti i cristiani (incontro ecumenico presso il Patriarcato greco-ortodosso e visita al Patriarcato Armeno Ortodosso), i membri di le religioni, ognuno nel suo luogo di preghiera, nella sinagoga, presso il Muro Occidentale e nella moschea di Omar, poi tutti insieme in un incontro interreligioso. Sempre guidato dal raccoglimento e dalla presenza divina, ha voluto incontrare le sofferenze dei due popoli che vivono nella terra dove era in pellegrinaggio: il popolo palestinese e il popolo ebreo. Ha voluto incontrare anche i capi politici, in Giordania, nei territori Palestinesi e in Israele. Anch'essi hanno fatto parte della sua preghiera, con le responsabilità che corrispondono loro. Il messaggio che ha lasciato a tutti noi è quello dell'uomo colmo dello spirito di Dio. Un messaggio innanzitutto per la Chiesa a Gerusalemme, a tutta la Chiesa, a tutti i cristiani, poiché tutti si sono uniti al pellegrinaggio del Papa: tutti hanno visto e ascoltato e sono rimasti colpiti. Il suo messaggio è stato il seguente: piccolo gregge, fatti coraggio, accetta la tua vocazione e compi la tua missione nella società, nella terra di Gesù. Ha confermato le nostre cammino sinodale e ci ha incoraggiati a continuare lungo questa via mediante l'attuazione del piano pastorale comune, frutto del Sinodo. Ha confermato il cammino di tutte le nostre Chiese verso l'unità, un cammino già iniziato, ma che resta esitante, circondato da paure e da sensibilità diverse. E stato anche un messaggio per la Chiesa universale, che deve ritornare sempre alle sue radici. Come Successore di Pietro, egli ha portato con sé in pellegrinaggio l'intera Chiesa. Visto sotto questa luce, il suo pellegrinaggio è un invito a tutta la Chiesa a restare più vicina, in un certo senso anche fisicamente, al Calvario e alla Resurrezione, nel suo cammino verso il futuro, e a guardare di più, alla Chiesa-Madre di Gerusalemme, a conoscerla e ad amarla. Ai capi religiosi, ebrei e musulmani, che hanno voluto accoglierlo ed ascoltarlo, ha ribadito l'apertura, la disponibilità della Chiesa cattolica ad ascoltare e a collaborare per il bene dell'uomo. Nei nostri Paesi alla ricerca di pace e di giustizia, li ha invitati a operare per una pace giusta. L'incontro interreligioso che ha avuto luogo a Gerusalemme, e che sarebbe potuto sembrare ad alcuni un fallimento, è stato invece un successo, rivelando la profondità della ferita umana e della lacerazione a Gerusalemme e in Terra Santa. Sono stati rivelati i fondamenti e le esigenze di un dialogo interreligioso a Gerusalemme: perché rechi frutti, bisogna cominciare col vedere questa realtà e queste esigenze. Un dialogo interreligioso a Gerusalemme non può astrarsi dalla sofferenza dell'uomo, ancora presente in Terra Santa, della cui guarigione i suoi capi religiosi sono in parte responsabili. Solo con una visione sincera e coraggiosa di questa sofferenza comune, i capi religiosi potranno compiere la loro missione e aiutare i capi politici a trovare la via per giungere a una pace giusta e definitiva. E anche stata messa in evidenza la complessità della nostra realtà ecclesiale. Da qui il bisogno di una riflessione, basata sulla stessa preghiera e sullo stesso raccoglimento del Santo Padre, per comprendere meglio l'identità e la missione della nostra Chiesa a Gerusalemme nei riguardi dei nostri fedeli e di tutta la Chiesa. Un'identità fatta di diversità all'interno della Chiesa cattolica che ha bisogno di una migliore comprensione ed efficacia nell'unità dei cuori, dell'accettazione reciproca e dell'azione comune. Un'azione comune che faccia nascere in noi una parola unica, quella ispirata dallo Spirito Santo, rivolta ai nostri Paesi e alle Chiese nel mondo. Un'identità fatta anche di divisioni che devono essere superate, in attesa dell'ora voluta da Dio per l'unità della sua Chiesa. Fra i capi delle Chiese a Gerusalemme esiste già una grande cordialità fraterna: occorre comunicarla a tutti i nostri fedeli. Infine, un'identità fatta di comunione con tutte le Chiese del mondo, poiché Gerusalemme è la Chiesa-Madre, per tutti i suoi figli nel mondo, nelle diverse situazioni in cui si trovano, nelle diverse situazioni in cui si trovano, come la storia li ha fatti e delineati. + Michel Sabbah Patriarca Latino di Gerusalemme |