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Prima lettera pastorale del Patriarca Fouad

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logo-twal-bn"Abbiate a cuore di conservare l'unità dello Spirito
nel vincolo della pace" (Ef 4,3)

Unità nella diversità

Prima Lettera Pastorale di S. B. Mons. Fouad Twal
Patriarca Latino di Gerusalemme

In occasione della visita del Santo Padre Benedetto XVI
in Terra Santa 8 - 15 Maggio 2009

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Saluto tutti voi in Cristo Gesù
Nella piena carità e fede cristiana, nel Signore Gesù che ci ha scelti e ci ha chiamati per ogni opera di bene, e nella tenerezza di Maria, la Vergine santa e benedetta che ci ha sempre circondati con la sua attenzione materna, vi scriviamo questa prima lettera in qualità di Patriarca Latino di Gerusalemme.

Siamo felici, cari Fratelli e Sorelle, di questa op-portunità di parlare con voi su di un argomento che è caro al cuore di Cristo come pure al nostro, circa l’unità della Chiesa per la quale Gesù ha pregato: “Che tutti siano una sola cosa” (Gv 17,21).

1) L’unità desiderata
Questa unità, che Gesù ha chiesto nella sua preghiera, ha la sua sorgente nell’unità delle tre persone in Dio stesso, nell’unità dell’universo nella sua ammirabile diversità, e nell’unità dell’uomo e della donna, ai quali Dio ha comandato: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela” (Gen 1,28).

L’opera di Dio ci mostra in modo meraviglioso come la molteplicità sia in armonia con l’unicità, e l’unità con la diversità. In vista di realizzare pienamente il piano dell’unità desiderata da Dio, l’essere umano deve essere uno con Dio e deve sottomettersi fedelmente e umilmente al Signore.

Questa unità fondamentale è lo scopo per cui preghiamo ogni giorno, quella che vi auguriamo e per la quale lavoriamo con tutte le nostre forze. Voi formate la nostra diocesi patriarcale nella diversità delle vostre funzioni e delle vostre vocazioni, in Palestina, in Israele, in Giordania e in Cipro. Voi siete l’amato gregge di Cristo. A tutti voi vada il nostro affetto e i nostri auguri più cordiali.

Nel desiderare l’unità, desideriamo per la Chiesa quello che Cristo, che l’ha fondata, desidera per essa. Egli le affidò la cosa più preziosa che aveva, la fece una per mezzo del suo Spirito, una nella fede. Cari Fratelli e Sorelle, vi auguriamo che possiate vivere in questa unità che è fondata sulla diversità di origini e di culture, senza discriminazione tra persone, nell’unità di fede e di mente; vivendo l’unità tra voi, potrete promuoverla attorno a voi.

Questo è quanto caratterizzava i primi Cristiani: “La moltitudine di coloro che erano diventati credenti avevano un cuore solo e un’anima sola” (At 4,32). Nulla li divideva, né la ricchezza né la povertà, né il sapere né l’ignoranza: “Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere” (At 2,42).

2) Gli elementi che costituiscono l’unità
Questo è quanto Gesù ha desiderato e ciò che si esperimentava nella comunità primitiva: che coloro che erano venuti alla fede avevano un cuore solo e un’anima sola. Non esiste altra modalità. Perché nonostante le varie forme di vita cristiana, noi siamo “tutti uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28). Quando l’unità è fondata sull’amore di Cristo non può non essere determinata dalla diversità o dalla molteplicità delle forme di vita cristiana. San paolo ci ricorda questo: “Io vi esorto: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto…avendo a cuore di conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace” (Ef 4,3).

Allora vediamo che l’unità della Chiesa viene anzitutto dal fatto che essa è radicata in Dio che è uno (1 Cor 8,6), grazie alla rivelazione che è Una e a Cristo che è Uno (Rom 14,7), per l’opera dello Spirito Santo, lo Spirito del Padre e del Figlio (Ef 2,18). L’unità della Chiesa si manifesta in quella del Vangelo, del battesimo, e del ministero che fu affidato a Pietro, agli altri apostoli, e a Paolo. L’allegoria del corpo è un segno di questa unità. La Chiesa è il corpo di Cristo che nasce con il battesimo, si nutre con l’Eucaristia (1 Cor 10,7). La sua unità è quella della dottrina, la sua diversità è quella delle forme di vita cristiana, che - nonostante la loro diversità- hanno un fine unico. Nella diversità dei ministeri e delle responsabilità, l’unità si realizza anzitutto attraverso l’amore, il rispetto dell’altro, la collaborazione e la responsabilità per il mondo secondo la legge naturale.

Nella Chiesa, la triplice comunione nella fede, nei sacramenti e nel governo manifesta il piano salvifico di Dio per l’umanità. Essa costituisce il triplice pilastro dell’unità che ha la sua origine invisibile nell’opera interiore di Cristo e del suo Spirito.

Ecco perché le attuali divisioni dei cristiani vanno considerate il risultato del peccato e delle passioni. Esse non hanno nulla a che fare con il pluralismo. Non è possibile deferire alla fine dei tempi la realizzazione dell’unità della Chiesa, che è una garanzia di credibilità e un segno della grazia di Dio, una grazia che non si limita a un periodo di tempo o ad un luogo. Dobbiamo cercare di restaurare l’unità che è stata lacerata da divisioni e scismi (1 Cor 1,19; 11,18-19), l’unità che ha come suo fonda-mento una sola fede e un solo Signore (Ef 4,5-6,13).

Questa unità nella diversità può essere comparata a quella del corpo: non ci può essere diversità di funzioni senza l’unità del corpo, e l’unità del corpo non sopprime la diversità delle funzioni. Molte membra ma un solo corpo. Solo la diversità delle funzioni rafforza l’unità e la solidità del corpo (1 Cor 12,12-21).

Questo è il tema che abbiamo scelto per la nostra prima lettera pastorale. Nessuno ignora la complessità di questo argomento né la difficoltà di conservare l’unità nella diversità e la diversità nell’unità, data l’estrema diversità di persone, di opinioni e di posizioni. Ma per l’amore di Cristo, nulla è impossibile!

3) “Il mio cuore è pronto, Signore”
Per la nostra ordinazione sacerdotale abbiamo scelto come nostro motto le parole del salmista “Il mio cuore è pronto, o Dio” (Sal 56, 8). Abbiamo ripreso lo stesso motto al momento della nomina a Patriarca di Gerusalemme. Sì, il nostro cuore è pronto per ogni sacrificio, è pieno di buona volontà, desideroso di gioia spirituale e di comunione fraterna nella nostra diocesi tanto estesa. Voi conoscete l’attenzione e le preoccupazioni che portiamo nel cuore, come pure la nostra disponibilità a servire il Signore e a metterci a vostro servizio.

L’amore di Cristo, che ci lega a lui e tra noi, non conosce limiti; non può essere trattenuto dalla diversità di patrie, di origini e di culture. In preghiera, le preoc-cupazioni si sciolgono. Coloro che credono ricevono forza, immunità e perseveranza. Preghiamo per voi, come voi pregate per noi. Voi siete la nostra gioia, la nostra corona e la nostra eredità.

4) Una Chiesa con una storia di molti secoli
Brevemente vogliamo presentare la storia della santa Chiesa di Gerusalemme, la madre di tutte le Chiese, la Chiesa degli apostoli che scaturì santa, una, pura e senza macchia dalle mani e dal fianco trafitto di Cristo. È una Chiesa gloriosa. Noi pure vogliamo parlare delle difficoltà che essa dovette affrontare e quelle che poté superare grazie alla bontà di Cristo, suo pastore, e grazie al coraggio e ai sacrifici dei suoi fedeli.

La Chiesa di Gerusalemme è la terra della Rivela-zione e la patria dei profeti.
Nessun’altra Chiesa ha avuto l’onore di essere fondata direttamente da Cristo stesso. Essa include la Palestina, Israele, la Giordania e l’isola di Cipro, tutte terre menzionate nella Sacra Scrittura. È perciò facile comp-rendere la volontà di Dio per queste regioni che furono anzitutto santificate dai profeti, e poi glorificate dal-l’Incarnazione, dalla Passione, dalla Resurrezione e dall’Ascensione della Parola stessa, e poi dalla venuta dello Spirito Santo sugli apostoli e i discepoli radunati intorno alla Vergine Maria e che con lei erano assidui nella preghiera.

La nostra Chiesa nel pensiero di Dio. Possiamo dire che la nostra diocesi sta nel cuore di Dio. La Bibbia è piena di questo. Il Nuovo Testamento menziona ad ogni pagina le località in cui si realizzò la nostra salvezza “quando si compirono i tempi”: Nazareth in Galilea dove ebbe luogo l’Annunciazione; Betlemme di Efrata, che vide la nascita del Salvatore, Gerusalemme, la “città del gran Re” (Mt 5,35) dove “fu distrutto il tempio (del corpo di Gesù) e riedificato in tre giorni” (Gv 2,19); il deserto di Giuda; il mare di Galilea; il Monte delle Beatitudini e il Monte Tabor; il pozzo di Giacobbe in Samaria, e molti altri luoghi che ancora oggi sono testimoni di Cristo, della sua vita, delle sue parole e del suo piano di salvezza. Gesù rispose ai farisei, che volevano far tacere le acclamazioni dei discepoli e della folla: “Se questi taceranno, grideranno le pietre” (Lc 19,40). Tutte le pietre di questa terra conservano la memoria della sua storia e dicono gli avvenimenti della salvezza che vi si sono compiuti.

Quindi, per la volontà del Signore, la nostra diocesi divenne culla del primo annuncio della salvezza. Il Signore stesso santificò questa terra dove ci ha concesso di vedere il giorno in cui egli ci ha dato di “vedere la luce nella sua luce” (Sl 35,10). Nel medesimo tempo, attraverso il battesimo, la fede e l’amore, ogni Cristiano “è nato a Gerusalemme”, come ha profetizzato il salmista: “E Gerusalemme è chiamata ‘Mia Madre’, perché ognuno è nato in essa. È lui, l’Altissimo, che la mantiene salda. Il Signore registrerà nel libro dei popoli: là ognuno è nato” (Sl 87, 5-6).

Ecco ora alcuni luoghi nella nostra diocesi che sono menzionati nella Scrittura.
–    Gesù è battezzato al Giordano da Giovanni Battista;
–    poi, “egli viaggia nella Decapoli”, inclusa Filadelfia (Amman), Gerasa (Gerash), e Scitopoli (Beit She’an)
–    all’ora dell’Ascensione, Egli dice ai suoi apostoli e discepoli: “Lo Spirito santo scenderà su di voi e sarete testimoni di me in Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra) (At 1,8);
–    negli Atti degli Apostoli, leggiamo: “Tutti gli abitanti di Lidda (Lod) e della valle di Sharon furono testimoni (della guarigione miracolosa di Enea da parte di S.Pietro) e si convertirono al Signore. Una certa Tabita abitava a Giaffa…Un certo Cornelio abitava a Cesarea. Era un centurione della coorte italica…” (At 9,35-36; 10, 1ss);
–    nell’isola di Cipro, che appartiene pure al patriarcato Latino, gli Atti degli Apostoli narrano il soggiorno degli apostoli e il ministero, specialmente di Paolo e Barnaba: “Essi (Paolo e Barnaba) dunque inviati dallo Spirito Santo, scesero a Seleucia; e di qui salparono per Cipro. Giunti a Salamina, cominciarono ad annunziare la parola di Dio… attraversando tutta l’isola fino a Pafo…” (At 13,4-6).

Come possiamo vedere, abbiamo a che fare con vari paesi e lingue, ma l’amore di Cristo li unisce, Egli che “da ogni tribù, lingua, popolo e nazione” (Ap 5,9) li fece un solo popolo, e che ci rese fratelli e sorelle collocandoci l’uno accanto all’altro, come S.Paolo dice: “Voi che un tempo eravate lontani siete diventati vicini grazie al sangue di Cristo” (Ef 2,13).

Ricordando l’età d’oro della Chiesa, San Luca scrisse negli Atti degli Apostoli: “ la Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria e si consolidava e camminava nel timore del Signore e, con il conforto dello Spirito Santo, cresceva du numero” (At 9,31). Lo stesso libro degli Atti descrive magnificamente la vita della comunità dei primi Cristiani “che avevano un cuore solo e un’anima sola” (At 2,42; At 4,32ss). Nonostante le difficoltà, noi aspiriamo ad una vita di comunità come questa, permeata dello spirito degli apostoli.

5) La situazione attuale della Chiesa
Ininterrottamente dal primo secolo ad oggi, le nostre comunità cristiane hanno conservato “il deposito della fede”, nonostante le avversità e le persecuzioni. La grazia di Dio e la collaborazione della gente di buona volontà edificarono la civiltà di questa regione, che sta nel cuore del mondo cristiano. Ma circostanze difficili hanno provato il gregge di Cristo nella sua terra. Noi non possiamo penetrare le vie della sapienza divina, che ha permesso tali prove. È solo nel mistero e nella luce della croce che noi possiamo comprendere qualcosa del significato di queste avversità ricordando l’esortazione del Salvatore: “Chiunque vuole venire dietro di me deve prendere la sua croce…” (Mt 16,24).

Recentemente, la città e il territorio di Gaza affron-tarono un grande dramma, che ha causato la morte di circa 1500 persone e migliaia di feriti. Molte case palestinesi ed edifici furono distrutti. Con i nostri occhi abbiamo visto la situazione disastrosa dei cittadini poveri, specialmente dei bambini, delle donne, e degli anziani, vittime di conflitti politici e militari che non hanno cessato di protrarsi per più di sessant’anni. La Chiesa a Gaza ha la sua parte di sofferenza, che ha accresciuto tragicamente l’afflizione dei cristiani che, per di più, rappresentano solo una minuscola parte su scala nazionale. Purtroppo, in quasi tutte le parti della nostra diocesi, i cristiani locali sono soltanto un piccolo numero.

I nostri fedeli e gli altri cittadini palestinesi aspirano alla sovranità e alla indipendenza. Nella terra di Cristo, essi sono forestieri. È la loro patria che vide i natali della Beata Vergine, di Cristo, degli apostoli e della Chiesa.

Il cristiano è un cittadino autentico che è fedele a Dio, fedele alla sua patria. Il popolo palestinese ha una legittima aspirazione alla libertà e alla sovranità. Come il popolo di Israele, esso desidera stabilità e sicurezza. In definitiva, la pace non si può stabilire senza la giustizia, come leggiamo nel profeta Isaia: “Il frutto della giustizia sarà la pace, la giustizia darà tranquillità e sicurezza per sempre” (Is 32,17).

Il Santo Padre con noi. In mezzo alla tenebra che ci circonda, abbiamo visito sorgere una grande luce: Sua Santità Papa Benedetto XVI è venuto a visitare i nostri Paesi per portare la pace e il conforto. Aspettavamo con impazienza questa visita storica che ci ha riempito di speranza. È il padre che ha visitato i suoi figli nell’afflizione. È venuto a sostenerci con le sue preghiere e la sua attenzione, e ha confermato la nostra fede, lui che “porta la cura di tutte le Chiese”, inclusa quella di Gerusalemme, amato piccolo gregge di Cristo. Il Sovrano Pontefice ha pure aperto il suo cuore ai cristiani delle altre denominazioni e ai non-cristiani, soprattutto di tutti i monoteisti. Ricordiamo che due suoi predecessori, Paolo VI nel 1964 e Giovanni Paolo II nel 2000, visitarono la Terra Santa, mostrando l’importanza della Chiesa madre e della sua unità. Come essi, il Santo Padre Benedetto XVI ha voluto esprimere la sua solidarietà con i popoli di questa regione, condividendo le loro speranze e le loro sofferenze e dando corpo alla dichiarazione di S.Paolo sull’amore: “Chi è debole che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo che io non ne frema? (2 Cor 11,29).

Il Santo Padre ha iniziato la sua visita apostolica in Giordania, dove ha benedetto la prima pietra della nuova chiesa al Sito del Battesimo di Cristo e quella della Università di Madaba. Poi ha continuato il suo pellegrinaggio ai luoghi santi in Israele e in Palestina, per sottolineare l’unità della nostra diocesi in entrambe le parti del Giordano e nella nostra Terra Santa. Noi abbiamo accolto con amore e stima il successore di San Pietro nella sede della “santissima Chiesa dei Romani”, come San Sofronio, il Patriarca di Gerusalemme, scriveva nella sua lettera sinodale. Nella speranza della fede, abbiamo pregato con il Sovrano Pontefice in tutti questi luoghi santi perché il Regno di Cristo possa avvenire in Terra Santa. Il Papa ha camminato sulle orme della Beata Vergine, di San Giuseppe, del Signore e degli apostoli, andando al Giordano del battesimo, a Nazareth dell’Annunciazione, a Betlemme della Natività, a Gerusalemme della croce, della Resurrezione, dell’Ascen-sione e della Pentecoste. Insieme con il Vicario del Salvatore, noi abbiamo “attinto acqua con gioia alle sorgenti della salvezza” (Is 12,3). Con lui abbiamo pregato affinchè la terra della redenzione, il fiume del battesimo, e tutta la regione possano vivere nella pace portata dal Bimbo della Vergine nato a Betlemme (Mi 5,1-5).

6) L’emorragia dell’emigrazione
L’emigrazione che ha decimato i cristiani della nostra diocesi è dovuta all’instabilità politica, alle difficoltà economiche e all’incertezza nei confronti del futuro.  Speriamo che la visita del Santo Padre susciti e rafforzi la nostra fede, il nostro coraggio, la nostra tenacità, la nostra fedeltà nei confronti del Signore e della sua terra, e la coesistenza pacifica tra i suoi abitanti.

Nel 1922, i cristiani palestinesi a Gerusalemme contavano poco più del 53% della popolazione. Nel 1948 c’erano 31.000 cristiani nella Città Santa, cioè il 20%. Oggi, ci sono solo 10.000 cristiani palestinesi a Gerusalemme su un totale di circa 850.000 abitanti, dei quali la maggioranza sono ebrei. Per più di 1970 anni, Betlemme e Nazareth erano cristiane. Nel 1948, gli abitanti di Betlemme erano ancora per l’85% cristiani; oggi, non sono più del 12%. Nel 1948, i cristiani rappresentavano il 20% della popolazione della Palestina; oggi, non ci sono più di 50.000 nella West Bank e circa 3000 nella Striscia di Gaza. Le ultime statistiche parlavano di 120.000 arabi cristiani in Israele. In Giordania ci sono circa 160.000 cristiani, cioè circa il 3% della popolazione del regno stimata di 5 milioni e mezzo.

La nostra diocesi patriarcale latina di Gerusalemme conta circa 65.000 fedeli arabi in tutte le regioni sopra menzionate; a questi si devono aggiungere poche centinaia di fedeli di espressione ebraica e poche centinaia di cattolici ciprioti locali.  Essi sono riuniti insieme in un’unità apostolica, ecclesiologica, spirituale, storica, esistenziale, amministrativa dentro un quadro di comunione tra la sede di San Giacomo il Minore e quella di S.Pietro a Roma. San Sofronio, patriarca di Gerusalemme (+638), descriveva Roma come “la sede degli insegnamenti ortodossi” e “la luce di tutte le Chiese sotto il sole” .

7) L’Unità della Terra della Salvezza nella Bibbia
La Provvidenza ha desiderato abbracciare tutte queste regioni della terra di Canaan, Filistea e Giordania (Ammon, Moab, Edom, Galaad, ecc) grazie alla fede in Cristo, che ha già “radunato insieme i figli di Dio dispersi” in modo da togliere ogni discriminazione “tra Giudei e Greci” (Gal 3,27-28); poiché nel battesimo, “tutti sono stati inseriti in Cristo”. Cristo stesso, che era seguito da grandi folle, passò in tutte queste terre, inclusa la Decapoli (Mt 4,25: Mc 5,1ss; 7,31). Molte delle città della Decapoli sono nella Trans-giordania. Secondo lo storico Plinio, queste sono Scitopoli (Beit She’an) nella valle del Giordano, Hippos, Damasco, Gadara (Umm Qays in Giordania), Rafanah, Qanatha, Pella, Dyon, Gerasa (Jerash), Filadelfia o Rabbat-Ammon (Amman). Il principe degli apostoli, San Pietro, andò da Gerusalemme a Giaffa e Cesarea, dove battezzò il primo pagano convertito, il centurione Cornelio (At 10). Il diacono Filippo evangelizzò la costa filistea, in particolare Azoto (Ashkelon) e Gaza (At 8,26s). San Paolo evangelizzò l’isola di Cipro.

8) L’unità del Patriarcato di Gerusalemme attraverso i secoli.
È vero che la Chiesa godette della libertà solo dopo l’Editto di Milano del 313. Ma il regno di Cristo si era ben diffuso nella sua patria prima di quella data. Il Giordano era la porta naturale verso il mondo orientale. Al Concilio di Calcedonia del 351, la Santa Sede consacrava l’unità delle “tre Palestine” nominando il vescovo Giovenale (422-458) patriarca della Città Santa.  I legati pontifici come l’imperatore e gli altri padri conciliari riconobbero la giurisdizione del patriarcato di Gerusalemme sulle “tre Palestine”, che include le regioni seguenti:

– La Palestina prima, con Cesarea Marittima come capitale, includeva Giaffa, Gadarah, Lidda, Nicopolis (Emmaus), Javne (o Iamnia), Ashdod, Ashkelon, Gaza, Rafah, Beit Jibrine, Nablus, Sebaste, i “Paremboles”, cioè il Vescovado delle Tende a Gerico e i suoi dintorni (con Pietro Assab-Albayt come suo vescovo) e Bakkatha (vicino a Naour in Transgiordania).
– La Palestina seconda, con Scitopoli (Beit She’an) come sua capitale, includeva Lajjun, Aksal, Tabor, Cana di Galilea, Saffuiah, Tiberiade-Pella (Khirbat Fahil), Gadarah (Um Qays in Transgiordania), Hippos (Qal’at Al-Hussun in Giordania), e Capitolias (vicino a Irbed nella Giordania settentrionale), patria del martire Pietro di Capitolias
– La Palestina terza, con Petra come sua capitale, includeva Kerak, Ariopolis (Rabah), Zoarah (Ghaour As-Safi) e Ayyalah (Aqabah).

Durante l’età d’oro cristiana nel 6° secolo, c’erano 49 vescovi in questa regione- 27 nella Palestina prima, 13 nella seconda e 9 nella terza- e una moltitudine di chiese: 14 si contavano a Madaba, 15 a Umm al Jemal, 13 a Gerasa, e 5 ad Abud (vicino a Ramallah).

Purtroppo, gli scismi lacerarono la tunica inconsutile di Cristo. Le crociate cercarono di ripristinare la presenza cristiana nella Terra Santa alla fine dell’11° secolo. Il Patriarcato latino fu fondato durante quel periodo, ma il suo titolare presto dovette risiedere in Europa.

San Francesco d’Assisi venne in Terra Santa, dove i suoi Frati Minori lo seguirono, delegati ufficialmente dalla S. Sede sin dal 1333 per essere custodi dei luoghi santi. Le comunità di rito latino allora si formarono attorno ai santuari di Gerusalemme, Betlemme, Nazareth, Cana, Giaffa, Ramleh, Gerico, e S.Giovanni d’Acri. Nel 17° secolo, Francesco Quaresmio, custode francescano di terra Santa, espresse la necessità di un Patriarca Latino a Gerusalemme, per vegliare sui Cattolici locali e sui pellegrini e per meglio difendere i diritti della Chiesa cattolica nella terra Santa. Il francese Claude Beyle, che era allora in Egitto ministro dell’educazione (1832-1840), chiese che fosse ristabilito a Gerusalemme il Patriarcato Latino .

9) Il ripristino del Patriarcato Latino
Il 23 luglio 1847, Pio IX decretò il ripristino del Patriarcato Latino di Gerusalemme con la Bolla Nulla celebrior, e nominò Mons. Giuseppe Valerga come patriarca residenziale nella Città Santa . Mons. Valerga, che era originario della Sardegna, era allora Delegato Apostolico in Mesopotamia. Pio IX volle rafforzare la Chiesa cattolica in Terra Santa di fronte alle sfide che la minacciava seriamente. Secondo la relazione del cardinale Acton del 3 maggio 1847, il papa volle “ripristinare l’ordine episcopale nella Madre di tutte le Chiese per il maggior bene dei fedeli e dei pellegrini”. Pio IX volle ordinare Mons. Valerga stesso e con questo gli diede il titolo di Patriarca il 10 ottobre 1847.

– Mons. Giuseppe Malerga. Il Patriarca Valerga ottenne dal pascià gli stessi diritti degli altri due patriarchi di Gerusalemme: il patriarca Greco ortodosso e il patriarca Armeno ortodosso. Quando egli arrivò a Gerusalemme, i fedeli di rito latino contavano 4141 unità. Alla sua morte (1855) essi erano 7000 e furono fondate dieci nuove parrocchie: Beit Jala (1852-1853), Jiffna e Lidda (1855), Ramallah (1856), Bir Zeit, Taybeh e Beit Sahur (1859), Nablus (1860), Salt (in Giordania, 1866), e Jaffa di Nazareth (1869) .

Mons. Malerga ristabilì e diede una configurazione moderna all’Ordine Equestre dei Cavalieri del S.Sepolcro, i principali benefattori del Patriarcato. Questa iniziativa fu benedetta da Pio IX il 24 gennaio 1868, con la Bolla Cum multa sapienter. Alla morte di Mons. Valerga c’erano 1414 Cavalieri da venti paesi. Oggi, ci sono 24.000 Cavalieri e Dame di 28 differenti nazionalità. Presto sarà creato un ramo locale dell’Ordine che sarà costituito dai ragazzi della diocesi che si sono segnalati per la loro generosità e per il loro impegno. Noi godiamo di questo e ne siamo fieri.

– Mons. Vincenzo Bracco. Questo patriarca (1873-1889) fondò undici nuove parrocchie, delle quali quattro in Palestina e sette in Transgiordania. Le parrocchie di Fuheis e di Kerak furono fondate rispettivamente nel 1874 e nel 1875. Nel 1879, la tribù degli Uzeizat passò da Kerak a Madaba, dove si stabilirono. Per la mediazione del moutassarrif (sovrintendente) di Nablus, il patriarcato latino ottenne allora il permesso dal governatore di Damasco di costruire una chiesa. La parrocchia di Madaba fu ufficialmente fondata nel 1881. Nello stesso tempo, il seminario patriarcale a Gerusalemme diede parecchi preti locali palestinesi, inclusi P. Anton Abedrabbo (da Beit Jala), Hanna Sarena (da Gerusalemme) e Yaaqoub Awwad. La parrocchia di Rafidia (vicina a Nablus) fu fondata nel 1877, quella di Gaza nel 1879, quella di Reineh (vicina a Nazareth) nel 1880, quella di Hosson nel 1885, quella di Zababdeh (vicina a Jenin) nel 1887, quelle di Anjarah e Ajloun (nel nord della Jordania) nel 1897. Durante questo tempo, nel 1880, uno dei preti del Patriarcato Latino, Padre Youssef Tannous Yamine, insieme con Madre Marie-Alphonsine Ghattas (da Gerusalemme) fondarono la Congregazione delle Suore del Rosario, la cui vocazione è quella di assistere i sacerdoti delle parrocchie  nel loro ministero, specialmente con le donne e le ragazze.

10) Il Patriarcato Latino nella storia recente
Il Patriarca Ludovico Piavi, ofm, fondò una sola parrocchia, quella di Mujeidel in Galilea, che fu affidata ai Padri Francescani. Ma la catastrofe del 1948 creò la dispersione di quella comunità. I patriarchi succeduti, T.B. Camassei, Barlassina, Gori, Beltritti e Sabbah (il primo patriarca arabo dopo il ripristino) continuarono a fondare nuove parrocchie e filiali, mentre rafforzavano le comunità che già esistevano in collaborazione con i Padri Francescani, custodi dei santuari, e gli altri ordini religiosi. Infatti, fin dal ripristino della sede del patriarcato latino di Gerusalemme nel 1847 non cessarono di raccogliersi nella Terra Santa congregazioni e comunità religiose maschili e femminili. Esse lavorano con dedizione nel servizio del Signore e dei suoi figli in tutte le regioni della nostra diocesi.

Nel 1948, la creazione dello Stato di Israele fu una sorgente di speranza e di gioia per un certo numero di fedeli nella diocesi patriarcale di Gerusalemme. Però nel contempo, il popolo Palestinese fu vittima di una grande tragedia. Questa situazione dolorosa obbligò 900.000 palestinesi a fuggire dalla loro patria e prendere rifugio nei paesi vicini, specialmente in Giordania e in Libano. Alcuni emigrarono in Occidente. Tra i rifugiati palestinesi c’erano molti cristiani che venivano da Tiberiade, Beissan, Jaffa, Lidda, Ramleh, Haifa, Nazareth e da Gerusalemme-est. Nel 1967, la guerra dei sei giorni, accrebbe il numero dei rifugiati palestinesi di circa 700.000, dei quali molti si stabilirono in Giordania, dove furono fraternamente accolti come i loro compatrioti nel 1948.

È verso queste comunità cristiane che il Patriarcato latino di Gerusalemme esercita il suo servizio nell’ambito apostolico e pastorale, offrendo pure un’educazione cristiana nelle istituzioni scolastiche e universitarie. La diocesi condivide questa missione con i Padri Francescani e i molti ordini e congregazioni religiose. Tra i membri del clero secolare e regolare, sia locale sia internazionale, soprattutto in Palestina e Giordania, regna un’unità spirituale e uno spirito di famiglia collaudato. Perciò la Palestina è legata alla Giordania. Al presente, la maggioranza dei membri del nostro clero patriarcale sono giordani. Altri di origine palestinese provengono da famiglie che hanno avuto la loro residenza in Giordania da almeno tre generazioni. Giusto fin dall’inizio del patriarcato latino, i suoi missionari fondarono tutte le parrocchie latine in Giordania, crearono scuole, chiese, ospedali e organismi sociali a servizio di tutte le categorie nella popolazione. Tutto ciò fu fatto prima della fondazione degli Stati moderni nella regione e prima della costituzione dei vari ministeri, in particolare quelli per l’educazione e la salute.

La Chiesa di Gerusalemme rimane una ed unita grazie alla preghiera, alla carità e alla fede condivise, come pure grazie al coordinamento tra le sue istituzioni in Palestina e Giordania. Questa unità va oltre  le divisioni amministrative imposte dalla politica. D’altra parte, noi non risparmiamo alcuno sforzo volto a consolidare le relazioni fraterne tra i figli della diocesi patriarcale di Gerusalemme, la “madre di tutte le Chiese”.

È conveniente ricordare che la giurisdizione dei due patriarcati ortodossi di Gerusalemme, quello Greco e quello Armeno, si estendono pure in Palestina, Israele e Giordania. Il loro titolare risiede a Gerusalemme, come pure i vicari patriarcali ortodossi e cattolici dei Copti, dei Siriani e degli Etiopi.

– “La Madre di tutte le Chiese” a servizio di tutte le nazioni. La Chiesa di Gerusalemme guarda con tenerezza a tutti i suoi figli delle sue comunità locali, Arabi, Ebrei e Ciprioti, come pure ai suoi figli di tutte le nazionalità. La Chiesa va oltre le differenze di razza e di cultura, poiché essa è Cattolica, cioè, universale. Essa vuole andare oltre i conflitti politici, per abbracciare tutti i suoi figli nell’amore di Cristo. In questo modo, essa testimonia la carità reciproca che è stata versata nei nostri cuori dallo Spirito Santo, lo Spirito dell’Amore. Noi siamo stati unificati e radunati insieme dai quattro angoli del mondo attraverso il sangue di Cristo sulla croce (Ef 2,13; Col 1,20).

11) L’Anno di San Paolo
Sua Santità, Papa Benedetto XVI ha invitato la Chiesa a celebrare il secondo millennio della nascita di San Paolo. In questo spirito, egli ha inaugurato l’Anno di San Paolo il 29 giugno dello scorso anno. In questa occasione, il Santo Padre conferì a noi, come pure ad altri fratelli arcivescovi e metropoliti, il pallio nella Città Eterna di Roma, dove i beati apostoli Petro e Paolo morirono martiri. Questa non è una coincidenza. Per la Provvidenza non c’è coincidenza. Questo gesto da parte del Sovrano Pontefice ha avuto il significato di porre il nostro Patriarcato Latino sotto la protezione dei grandi apostoli Pietro e Paolo, una protezione che è oltremodo accolta, dato che sono grandi le afflizioni e le sfide che la Chiesa Madre incontra. Essa deve risorgere e rinnovarsi, “anche se il nostro uomo vecchio cresce ogni giorno in una debolezza maggiore” (Ef 4,22).

La grazia che trasformò Paolo di Tarso. Quando pensiamo alla situazione attuale della Chiesa Madre, ci rattristiamo a causa della diminuzione del numero dei suoi figli, delle ferite del’emigrazione e della divisione. Guardiamo però con ferma speranza alla tomba vuota, che ci ispira forza e coraggio. In questo spirito, siamo confortati dal miracolo che avvolse Saulo, il Fariseo di Tarso, il violento persecutore della Chiesa di Dio (Gal 1,13s). Rinnoviamo la nostra fede in Cristo Risorto, la cui voce risuonò sulla via di Damasco, arrendendo il più duro dei cuori e portando a Lui il fanatico più ostinato, che odiava il Nazareno e i suoi seguaci! Seguendo l’esempio di Paolo, preghiamo per tutte le persone che vivono nella terra della croce e della resurrezione, cosicché essi “possano condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio” (1 Tm 2,2).

San Paolo, apostolo dell’unità. I nostri paesi sono stati divisi in crudeli circostanze. Noi ricordiamo però il comandamento e il desiderio del Signore: “Che tutti siano una sola cosa!” (Gv 17,21. La preghiera sacerdotale di Gesù per l’unità trova una eco nelle raccomandazioni di San Paolo ai Corinti: “Siate in perfetta unione di pensiero e di sentire. (…) Infatti, a vostro riguardo mi è stato segnalato che vi sono discordie tra di voi. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: ‘Io sono di Paolo’, ‘Io sono di Apollo, o ‘Io invece di Cefa’, o ‘Io di Cristo’. È forse diviso il Cristo?” (1 Cor 1,10s).
San Paolo si prendeva a cuore la Chiesa Madre e organizzava collette per lei: “Riguardo poi alla colletta in favore dei santi di Gerusalemme, fate anche voi come ho ordinato alle Chiese della Galazia. Ogni primo giorno della settimana ciascuno di voi metta da parte ciò che è riuscito a risparmiare” (1 Cor 16, 1s). Nella seconda lettera ai Corinti, San Paolo dedica ancora due capitoli per assistere la Chiesa di Gerusalemme: “Voglio rendervi nota, fratelli, la grazia di Dio concessa alle Chiese della Macedonia. (…). Posso testimoniare infatti che essi hanno dato secondo i loro mezzi e anche al di là dei loro mezzi, spontaneamente, domandandoci con molta insistenza la grazia di prendere parte a questo servizio a vantaggio dei santi in Gerusalemme” (2 Cor 8, 1-4).

Imparando da San Paolo. Qui, io ripeto l’esortazione del Santo Padre: è necessario leggere, meditare e studiare gli scritti di San Paolo con l’intento di seguire il suo esempio, come egli stesso lo desidera: “Diventate miei imitatori, come io lo sono di Cristo” (1 Cor 11,1). Possiamo noi, clero e fedeli, essere in grado di far nostra la spiritualità di San Paolo. Egli fu in grado di proclamare: “Non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20), e “Per me infatti il vivere è Cristo” (Fil 1,21), e ancora: “L’amore di Cristo infatti ci possiede” (2 Cor 5,14).

Difficoltà negli scritti paolini. Nella sua seconda lettera, San Pietro parlava delle difficoltà di certi Scritti paolini: “La magnanimità del Signor nostro Gesù Cristo con-sideratela come salvezza: così vi ha scritto anche il nostro carissimo fratello Paolo, secondo la sapienza che gli è stata data. Come in tutte le lettere, nelle quali egli parla di queste cose. In esse vi sono alcuni punti difficili da comprendere, che gli ignoranti e gli incerti travisano, al pari delle altre Scritture, per loro propria rovina” (1 Pt 3,15-16).

Conviene perciò leggere le lettere di San Paolo, specialmente i passi difficili, alla presenza di sacerdoti o di laici che conoscono le sacre Scritture e che si sa che sono radicati nella Chiesa, persone che sono “in grado di insegnare agli altri” (2 Tm 2,2). Qui, possiamo suggerire un certo ordine negli scritti paolini, cominciando dalla lettera più semplice, quella a Filemone, le lettere pastorali a Timoteo e Tito, le due lettere ai Corinti, quelle ai Galati, ai Colossesi, agli Efesini e ai Tessalonicesi, terminando con la lettera ai Romani. Ci possono essere utili commentari biblici e dizionari, in particolare il Dizionario di teologia biblica di Padre Xavier Léon-Dufour, e il Catechismo della Chiesa Cattolica.

Lo spirito degli apostoli. Il nostro motto è una vita spirituale con Cristo, in Cristo e per Cristo, del quale siamo stati rivestiti fin dal battesimo. Come Tertulliano scriveva: “il cristiano è un altro Cristo”. Prendiamo San Paolo come nostro modello, egli rispose con amore all’amore di Gesù, “che ci ha amato e ha dato se stesso per noi” (Gal 2,20).

“Guai a me se non annuncio il Vangelo”. Noi dobbiamo proclamare il Vangelo, seguendo l’ordine del Salvatore: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli” (Mt 28,19) e “Andate in tutto il mondo, e proclamate il vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15). E l’Apostolo delle nazioni esclamava: “Guai a me se non annuncio il Vangelo” (1 Cor 9,16). Noi tutti dobbiamo proclamare la Buona Novella, e dobbiamo farlo con la nostra comunione, le nostre parole, la nostra condotta, le nostre buone opere, la nostra fede, seminando amore e pace nei cuori delle persone.

La Chiesa non ci appartiene. Il Signore ci ha chiamati pure a testimoniare Lui e la sua Parola nella società in cui viviamo. Una tale testimonianza deve essere data anzitutto con la nostra vita, come San Paolo augura: “In conclusione, fratelli e sorelle, quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri” Fil 4,8).

Il Signore stesso ci invita a questa testimonianza con la nostra vita: “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,16). San Paolo fa eco a questo comandamento di Cristo quando dichiara: “Fratelli e sorelle, il Dio che disse: rifulga la luce dalle tenebre, rifulse ai nostri cuori per far risplendere la conoscenza della gloria di Dio sul volto di Cristo” (2 Cor 4,6).

Oltre alla testimonianza della nostra vita, non dob-biamo esitare a rispondere quando siamo interrogati sulla nostra fede, come l’apostolo Pietro raccomanda: “Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto” (1 Pt 3, 15-16).

12) La Famiglia cristiana
Oltre all’Anno di San Paolo che stiamo celebrando con la Chiesa universale, attiriamo la vostra attenzione su di un altro grande progetto delle nostre Chiese cattoliche in Terra Santa: si tratta della famiglia cristiana, la cui importanza noi capiamo sempre di più. Le nostre Chiese cattoliche stanno cercando di sviluppare una comune visione pastorale. Esse stanno organizzando insieme che hanno di mira di promuovere e approfondire la vita cristiana nella famiglia. Una di queste iniziative fu la recente pubblicazione di un libretto Preghiere della famiglia cristiana. Vogliamo che questo libretto giunga in tutte le case come uno strumento utile a suscitare e a far crescere lo spirito della preghiera di famiglia. La preghiera unisce la famiglia cristiana e la consolida nell’amore di Dio e del prossimo. Questa iniziativa pastorale ha il significato di incoraggiare profondamente le famiglie a comprendere ed assumere il loro ruolo provvidenziale nella Chiesa e nella società. Invitiamo tutte le persone interessate, i sacerdoti delle parrocchie, le comunità parrocchiale e gli istituti di vita consacrata, a cooperare per il bene della famiglia cristiana. Perciò speriamo di poter promuovere la famiglia, la prima cellula della Chiesa e dell’umanità, in un modo visibile e concreto.

Conclusione: È lo Spirito che ci unisce
Cari Fratelli e Sorelle in Cristo, siamo arrivati alla fine di questa prima lettera pastorale. A voi colmare le lacune.  Lavoriamo tutti per l’unità che il Signore stesso ha desiderato. Preghiamo per l’unità stessa. È lo Spirito Santo che ci raduna insieme e ci unisce nonostante la diversità.

Speriamo che in questa lettera abbiamo ricordato gli aspetti più fondamentali della nostra Chiesa e della sua identità. La caratteristica prominente di questa identità è la diversità delle regioni e dei gruppi umani di cui è formata e delle forme di vita cristiana che raggruppa insieme. Questa diversità è una ricchezza se noi sappiamo come accoglierla in modo positivo e fraterno, animati dallo Spirito Santo che mette insieme i carismi più diversi nella costruzione dell’unica casa di Dio (1 Cor 12, 4-7).

Facciamo notare che questo pluralismo è pure presente in tutte le nostre società che sono costituite di religioni, culture e gruppi umani assai diversi. Noi speriamo di essere artigiani di unità tra gli abitanti di questi paesi. Chiediamo al Signore di aiutare la sua Chiesa in Terra Santa nel suo pellegrinaggio chiedendo a Lui la sua grazia e la sua benedizione.

Vi assicuro, cari Fratelli e Sorelle, il mio affetto e la mia stima. Cerchiamo di “conservare l’unità dello Spirito nel vincolo della pace”. E il Signore vi benedica.

† Fouad Twal, Patriarca

Ultimo aggiornamento Lunedì 29 Giugno 2009 15:17  
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