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Capodanno 2020: Omelia dell’Arcivescovo Pierbattista Pizzaballa

Published: January 01 Wed, 2020

Omelia Capodanno 2020

 1 gennaio 2020

Eccellenze Reverendissime,

Carissimi fratelli e sorelle in Cristo,

Il Signore vi dia pace!

Anche quest’anno, facendo un’eccezione alla regola, mi permetto di non fermarmi sulla Parola di Dio appena proclamata, per riflettere insieme a voi sul significato di questa giornata che da più di 50 anni è dedicata alla preghiera per la Pace.

L’intuizione di Papa Paolo VI è ancora attualissima ed è significativo che si affidi la giornata per la Pace all’intercessione della Vergine Maria, di cui oggi celebriamo la maternità divina. Come in ogni famiglia, anche nella Chiesa abbiamo bisogno di affidare alla nostra Madre questo ruolo unico, affascinante e insostituibile di mediazione, intercessione e custodia dei nostri più veri e profondi desideri, e il primo tra questi è proprio la pace.

Il messaggio che il Santo Padre ci ha consegnato quest’anno è per noi particolarmente significativo: “La pace come cammino di speranza: dialogo, riconciliazione e conversione ecologica”.

Onestamente, dobbiamo riconoscere che sono parole piuttosto lontane dalla nostra esperienza attuale qui, nella nostra Terra Santa. Sembra infatti che da molto tempo non vi sia un dialogo reale, se non in piccole seppur significative istituzioni, in piccole nicchie, insomma, ma non certo tra le autorità, siano esse politiche o religiose o a livello generale. La parola ‘riconciliazione’, inoltre, qui da noi è quasi un tabù. Come possiamo parlare di riconciliazione – si dice – finché sussiste nella nostra terra questa situazione di ingiustizia? La conversione ecologica, infine, nemmeno comprendiamo cosa sia. È un tema di capitale importanza e di dimensione globale, ma è discusso quasi esclusivamente nei paesi ricchi, non certo nel nostro.

Siamo dunque senza speranza? Certo che no. La prima parte del titolo del messaggio parla proprio di “cammino di speranza”. Possiamo allora dire che vogliamo collocarci li, in quel cammino di speranza che è la vocazione propria della nostra Chiesa, e che ci deve portare alla pace.

Non potendo in questa sede riflettere su tutto il documento, ho pensato questa volta di concentrarmi soprattutto su uno dei temi del messaggio di papa Francesco, che è il dialogo.

Sono certo che a molti di noi questa parola sia diventata fastidiosa. È fastidiosa perché vediamo da un lato il suo uso continuo in tutti i nostri discorsi pubblici e privati, ma dall’altro vediamo che la realtà è opposta a quanto diciamo continuamente. Sembra, cioè, che non vi sia molto dialogo tra noi. Non solo nell’ambito politico, ma anche tra le varie parti che costituiscono le nostre società, nell’ambito del lavoro ad esempio, tra i membri delle diverse fedi religiose, all’interno delle nostre famiglie, nelle nostre comunità religiose e parrocchiali… senza andare a scomodare la politica e i grandi di questa nostra terra, restando nei nostri contesti ecclesiali, vediamo che i nostri parroci devono intervenire sempre più spesso per mediare all’interno delle nostre famiglie, i nostri tribunali ecclesiastici stanno cercando di creare strutture di sostegno al dialogo per le famiglie, per evitare che prima di chiedere la separazione ufficiale, provino almeno a parlarsi. Non parliamo poi dei problemi nelle comunità religiose. Il dialogo è diventato un po’ il sinonimo di un atteggiamento irenico quanto irrealistico… insomma questa parola è costitutiva della nostra vita relazionale a tutti i livelli, la usiamo sempre eppure sembra che non lo sappiamo fare poi così bene.

Il dialogo, tuttavia, è costitutivo per qualsiasi prospettiva di pace. La pace, infatti, è allo stesso tempo il frutto del dialogo, ma anche la sua premessa: il dialogo vero e sincero porta alla pace nelle relazioni; allo stesso tempo, per dialogare seriamente è necessario avere un desiderio di pace e di incontro.

La Chiesa ha fatto del dialogo l’asse centrale del suo annuncio, soprattutto a partire dal Vaticano II e con l’enciclica di Papa Paolo VI Ecclesiam suam, che è incentrata quasi esclusivamente su questo tema. La Rivelazione, ha intuito Paolo VI, inizia con un dialogo tra Dio e gli uomini e questa relazione diventa poi costitutiva della Chiesa, che a sua volta “si fa dialogo” (ES 67). Per papa Paolo VI il dialogo doveva essere fatto nella chiarezza e nella dolcezza. Erano tempi carichi di speranza e di grande ottimismo.

A distanza di più di cinquanta anni, dobbiamo fare i conti con i tanti fallimenti che ci spingono a guardare a questo tema con maggiore disincanto rispetto al santo papa Paolo VI.

A livello generale dobbiamo registrare che da allora i conflitti sono aumentati anziché diminuire; si è poi diffusa sempre più una mentalità individualista, che evidenzia gli interessi personali e individuali a scapito del senso di comunità. A livello sociale si può parlare più di negoziazione che di dialogo, cioè difesa di interessi specifici, di accordi contrattuali, e meno di atteggiamenti di fiducia reciproci. Le famiglie e in generale la coesione sociale sono diventate più fragili; aumentano le nostalgie identitarie contro il pluralismo religioso e culturale e in generale contro le complessità delle nostre società; le religioni sono percepite come fattori contrari alla coabitazione e fomentatrici di violenza. Anziché cercare di risolvere le questioni nell’ascolto reciproco, si fa appello alle autorità forti, che risolvano i problemi a nome nostro, risparmiandoci la fatica del percorso da fare insieme…

Nel nostro contesto locale dobbiamo fare i conti con i fallimenti dei tanti colloqui su possibili accordi di pace tra israeliani e palestinesi, con il fallimento degli accordi già raggiunti, con la violenza continua. Dobbiamo fare i conti con la sfiducia generale per possibili nuove prospettive, per il desiderio di pace, per un cambiamento possibile. Parliamo insomma di dialogo e di pace quando vengono gli stranieri e nei vari convegni organizzati dall’estero, ma sappiamo nel nostro cuore che la realtà qui è diversa e che il dialogo è lontano dalla nostra vita reale.

Cosa fare, allora? È tutto perduto? Siamo senza speranza? Certo che no. Sarebbe una grave mancanza di fede cedere a questo atteggiamento rinunciatario e rassegnato. Il dialogo è innanzitutto un’attitudine spirituale e indica la capacità ad uscire da sé per ascoltare realmente gli interessi e le attese altrui. Il credente costruisce la sua vita su una relazione, su un dialogo che lo nutre quotidianamente. La fede è dialogo con Dio, è incontro con Lui. Non illudiamoci, se non sappiamo dialogare tra noi, non sappiamo nemmeno farlo con Dio. Come possiamo vivere del dialogo con Dio e non essere capaci di dialogo con l’uomo? Il credente deve essere capace di sintesi dentro di sé, fare unità tra ciò che crede e ciò che vive. È una fatica continua, ma che è costitutiva della vita di fede.

Aderire alla fede cristiana, dunque, non ci rende automaticamente capaci di dialogo e artigiani di pace, automaticamente capaci ad uscire da sé. Tutti siamo chiamati a fare questo percorso personale e comunitario, questo combattimento spirituale, che ci porta all’incontro con l’altro.

Incontro spesso persone singole che vivono realmente di questo desiderio di dialogo e di pace, che spendono tutta la loro vita per questo scopo. Danno vita a tante iniziative, organizzazioni, relazioni. Sono persone dimentiche di sé e totalmente dedicate a costruire relazioni. Credo che tutti noi qui presenti abbiamo almeno una volta nella vita incontrato qui in Terra Santa persone o organizzazioni con questo scopo. Tutte frutto dell’intuizione di qualcuno che poi si è messo in gioco.

Se a livello personale si incontrano continuamente persone di fede, riconciliate e piene di vita e perciò costruttrici di dialogo, è più difficile incontrare comunità ecclesiali che esprimano di questo desiderio.

E penso in particolare alla nostra comunità ecclesiale di Terra Santa, alla nostra Chiesa.

Non siamo chiamati a testimoniare solo come singoli credenti il nostro desiderio di dialogo. Come dicevamo all’inizio, esso deve essere innanzitutto testimonianza di tutta la Chiesa, nel suo insieme, intesa come comunità e non come istituzione. Questa oggi è la vocazione primaria della nostra Chiesa di Terra Santa. Come questo si concretizza qui e oggi, nel nostro contesto?

Come, in questo contesto di sfiducia, di sospetto, di paura l’uno dell’altro, la nostra Chiesa può annunciare il dialogo e la pace in maniera seria, senza retorica, concretamente e rimanendo allo stesso tempo credibile? Quali sono le modalità con le quali concretamente testimoniare il nostro stile cristiano? Mi permetto qui di evidenziare solo alcuni percorsi possibili.

Riconoscere la realtà.

Per prima cosa siamo invitati ad accettare la realtà in cui siamo con le sue particolarità, le sue fatiche, i suoi conflitti. Immaginare di essere Chiesa in Terra Santa evitando o fuggendo i conflitti, o tentando di risolverli con logiche non evangeliche forse preserverà le nostre strutture ma non alimenterà la fede e la speranza dei nostri cristiani.

Riconoscere la nostra difficile realtà di vita, fare in modo che ci si senta ascoltati nel proprio dolore è dunque il primo passo per una testimonianza comunitaria significativa.

Vocazione e profezia.

Il punto di partenza delle nostre strategie pastorali deve partire non tanto dalla situazione delle nostre Chiese e comunità che può a volte preoccupare, ma dalla vocazione che le nostre Chiese hanno in questo contesto così difficile. Questa vocazione consiste nel concentrarci maggiormente su dinamiche belle e buone di vita all’interno delle comunità e fuori di esse; respingere le tentazioni della fuga e della rassegnazione; evitare il facile compromesso con il potere o la risposta violenta.

La nostra missione in queste nostra terra, pur tra le difficoltà che conosciamo, vissuta però nel dono gratuito e generoso di noi stessi, è il nostro modo concreto per fare come ha fatto il Signore perché ci sia risurrezione per noi e per la nostra Chiesa. Saremo Chiesa “interessante” nella misura in cui la nostra profezia sarà la nostra testimonianza quotidiana. Vale a dire che in un contesto sociale e politico dove la sopraffazione, la chiusura e la violenza sembrano l’unica parola possibile, noi continueremo ad affermare la via del Vangelo come l’unica via d’uscita capace di condurre alla pace.

La preghiera.

Costruire la pace significa poi perseverare nella fede e nella intercessione. Pregare è il primo modo per stare come Chiesa “tra” gli uomini e Dio, coinvolti e partecipi del loro grido e della loro invocazione e allo stesso tempo con lo sguardo e il cuore rivolti al Cielo. Una liturgia e una preghiera che non siano solo preservazione e riproposizione di riti, ma che si aprano alle speranze e alle angosce di tanti fratelli e sorelle. È il primo servizio che come Chiesa siamo chiamati a offrire. Intensificare la preghiera, creare occasioni come questa di oggi e come le tante vissute nelle nostre comunità, è restituire spazio a Dio in mezzo alla violenza e alla disperazione, è mantenersi aperti a parole e gesti che vengono dall’alto, colmi di bellezza e di amore, è costruire legami di fede e di umanità là dove le continue contese lacerano e distruggono ogni relazione e rapporto.

La carità.

E il secondo servizio è simile al primo: condividere fattivamente la fatica e la sofferenza delle vittime, dei deboli e dei poveri, con una carità viva e intelligente, che testimoni una possibilità diversa di stare al mondo.

Il dialogo ecumenico.

In un contesto segnato da lacerazioni e contrasti, la Chiesa può diventare luogo ed esperienza della pace possibile. Se abbiamo scarsa possibilità di intervenire sui conflitti politici o di sedere ai tavoli internazionali, abbiamo però tutte le possibilità, e il dovere, di costruire comunità riconciliate e ospitali, aperte e disponibili all’incontro, autentici spazi di fraternità condivisa e di dialogo sincero.

La Chiesa deve ogni giorno opporre alla strategia della contrapposizione e dello scontro, l’arte dell’incontro e del dialogo, non per una tattica opportunista, o per mera strategia di sopravvivenza, ma perché il dialogo è costitutivo della relazione di Dio con gli uomini e degli uomini tra di loro.

La parresia.

Inviati dunque a essere testimoni, abbiamo infine il dovere di annunciare, con la vita ma anche con le parole, il Vangelo di giustizia e di pace che ci è stato consegnato. Il nostro stare nel mondo non può rinchiudersi in intimismo devozionale, né può limitarsi solamente al servizio della carità per i più poveri, ma è anche parresia, non può cioè esimersi dall’esprimere, nei modi propri della chiesa, un giudizio sul mondo e sulle sue dinamiche (cf Gv 16, 8.11). I nostri fedeli attendono da noi una parola di speranza, di consolazione, ma anche di verità. Non si può tacere di fronte alle ingiustizie o invitare i cristiani al quieto vivere e al disimpegno. L’opzione preferenziale per i poveri e i deboli, però, non fa della Chiesa un partito politico. La Chiesa ama e serve la polis e condivide con le Autorità civili la preoccupazione e l’azione per il bene comune, nell’interesse generale di tutti e specialmente dei poveri, alzando sempre la voce per difendere i diritti di Dio e dell’uomo, ma non entra in logiche di competizione e di divisione. Si impone qui un discernimento davvero difficile e mai raggiunto una volta per tutte su cosa e come parlare.

A chi gli domandava ragione della violenza cieca e arbitraria del suo tempo, il Signore rispose invitando alla conversione, poiché in ogni situazione che ci è dato di vivere, risuona un appello di Dio alla nostra vita (cfr Lc 13, 1-9). L’attuale dolorosa situazione deve essere vissuta senza eccessive paure. Essa è piuttosto l’occasione che ci viene offerta per rendere testimonianza di amore a Cristo e ai fratelli: un amore serio, gratuito, generoso e sofferto.

L’intercessione della Vergine Maria, Madre di Dio, ci aiuti a rendere testimonianza anche in questo nuovo anno dell’amore che ci ha conquistato il cuore.

Buon Anno a tutti!

+Pierbattista Pizzaballa