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Meditazioni di Mons. Pizzaballa: V Domenica del Tempo Ordinario, anno A

Published: February 05 Wed, 2020

9 febbraio 2020

V Domenica del Tempo Ordinario, anno A

Dopo aver enunciato le beatitudini (Mt 5,1-12), ovvero il modo nuovo e paradossale con cui i discepoli di Gesù vivono la loro esistenza, in questo suo primo discorso Gesù affronta un’altra questione, cioè il ruolo che gli stessi discepoli hanno nel mondo, tra gli uomini. Qual è la loro identità, la loro missione?

E la risposta, nel breve brano di questa Quinta domenica del Tempo Ordinario (Mt 5,13-16), è tutta in due immagini molto eloquenti, quella del sale e quella della luce: i discepoli sono il sale della terra e la luce del mondo.

Entrambi questi elementi non servono per se stessi, non vengono utilizzati da soli: il sale, in sé, è immangiabile. La luce non si vede. Essa permette di vedere, ma non è una realtà visibile agli occhi.

Entrambi servono per qualcosa che è altro da sé: il sale serve per conservare e per esaltare il gusto degli elementi su cui viene messo; la luce serve perché ciò su cui si posa possa essere veduto.

C’è quindi un legame di appartenenza reciproca, che Gesù sottolinea nelle sue parole: il sale è sale della terra; la luce è luce del mondo. Come a dire che il sale e la luce hanno bisogno della terra e del mondo per essere se stessi, e viceversa.

Allora, possiamo dire che il senso della presenza dei discepoli, della Chiesa è quello di essere in legame con il mondo, di essere per tutti, per il mondo.

Se viene meno questo legame, il discepolo perde il senso della sua missione.

Gesù mette in guarda da questo pericolo, quando dice che c’è la possibilità per il sale di perdere il proprio sapore, e per la luce di diventare inefficace: quando i discepoli smettono di essere dono per gli altri e pretendono di vivere per se stessi, non solo non rendono più alcun servizio, ma muoiono essi stessi.

Come può accadere questo? Il testo allude a due possibilità.

Il sale per salare gli elementi deve perdere la propria visibilità, deve mescolarsi con i cibi.

Si deve dissolvere, deve scomparire senza lasciare altro che il suo sapore, il suo effetto.

La luce è proprio ciò che fa vedere, e in quanto tale non “può rimanere nascosta”

La prima possibilità di diventare insignificanti è proprio quando si ha paura di contaminarsi, di perdersi, di uscire da sé incontro all’altro, quando si rimane chiusi nel piccolo recinto delle proprie idee e della propria vita.

Ci può essere l’illusione che questo serva a proteggersi, a custodirsi; in realtà è esattamente il contrario, è l’unico modo per diventare insignificanti. Gesù dice qui che, quando questo accade, il sale non serve più a niente, viene gettato via e calpestato dalla gente: quella stessa gente alla cui vita il sale avrebbe dovuto dare sapore, ne sancisce con disprezzo l’inutilità.

Si smette di essere luce, invece, quando non si offre più alla gente una luce nuova sulle cose, sulla vita, sulla storia. Quando il proprio modo di vedere non ha nulla di diverso da quello del mondo, la luce vera rimane nascosta, e noi cessiamo di essere testimoni della salvezza che ci ha raggiunti.

I cristiani sono luce fintantoché rimangono uniti alla Fonte della luce, che è il Signore.

Se questo accade, allora la loro vita diventa rivelazione della Vita del Padre: le ultime parole di questo brano, infatti, raccontano di una vita capace di dire qualcosa di altro da sé: chi li vede, riconosce in loro l’opera del Padre, l’azione del Suo Spirito, e a Lui rende gloria.

«Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

È questo il sapore buono e la luce bella della vita del discepolo.

+Pierbattista