Al Vicariato San Giacomo, il Centro Santa Rachele esce rafforzato dalla prova del confinamento

By: Geoffroy Poirier-Coutansais/PLJ - Published: June 22 Mon, 2020

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Il Vicariato San Giacomo per i cattolici di lingua ebraica in Israele si sta impegnando gradualmente nel de-confinamento. Il Centro Santa Rachele, creato nel 2016 nel quartiere di Talbieh a Gerusalemme per l’accoglienza diurna dei figli di migranti e richiedenti asilo cattolici in Israele, ha attraversato un periodo intenso; rispondendo a questa sfida ha dimostrato tutta l’opportunità dell'azione del Vicariato verso la popolazione più svantaggiata del paese.

Per un mese e mezzo gli abitanti di Terra Santa hanno vissuto in condizioni di chiusura, con restrizioni agli spostamenti simili a quelle adottate un po' ovunque nel mondo. Questo confinamento ha provocato un’instabilità, un isolamento, e una vulnerabilità senza precedenti nella popolazione, in particolare tra i più fragili della società.


Il Vicariato San Giacomo, destinato ai cattolici di lingua ebraica del Patriarcato Latino di Gerusalemme, opera presso migranti e richiedenti asilo in Israele. Al Centro Santa Rachele, che il Vicariato gestisce ormai da 4 anni, si prendono cura dei loro figli religiose, sacerdoti, animatori e volontari: accompagnando questi bambini i cui genitori, già in situazioni di grande insicurezza economica e sociale, di fronte alla prospettiva del confinamento si sono ritrovati del tutto sconvolti.

Le prime voci circa l’isolamento, in effetti, hanno provocato una grande inquietudine presso le famiglie di migranti, spiega padre Rafic Nahra, Vicario del Patriarcato Latino per i cattolici ebreofoni di Israele, come anche per migranti e richiedenti asilo. Il Centro che in tempi normali accoglie una sessantina di bambini, è stato costretto a chiudere le sue porte a metà marzo, in conformità alle misure prese dalle autorità civili nel quadro della crisi sanitaria mondiale. «Queste popolazioni (soprattutto indiani e filippini) spesso vivono insieme, in più famiglie, dividendo un unico alloggio, con la conseguenza di vivere in una grande promiscuità. La questione del confinamento assume quindi delle dimensioni totalmente differenti rispetto a quello che può avere nelle famiglie israeliane, con rischi di contagio ben più importanti.

Costretti dalle autorità civili a chiudere il Centro Santa Rachele, i responsabili si sono presto resi conto che alcune famiglie non sarebbero state in grado di vivere questo confinamento per un periodo lungo.
«Immaginate una madre e i suoi tre figli adolescenti chiusi nella stessa camera per 5 settimane!  (…) L’ipotesi era semplicemente inconcepibile».

Dal momento che il Centro dispone di un bello spazio, con dei terreni di gioco, padre Rafic e i suoi collaboratori hanno scommesso di accogliere alcuni bambini nelle condizioni di confinamento. «L’idea era di vivere qui tutti insieme, come una grande famiglia, pur osservando scrupolosamente le regole sanitarie imposte dal governo». Nove bambini hanno potuto essere accolti nelle due grandi case del Centro, avendo le madri accettato la sfida di rimanere totalmente separate dai loro piccoli per tutta la durata del confinamento. Il numero tuttavia è stato inferiore rispetto a quello di sessanta bambini che visitano il centro durante tutto l'anno. «Non si può salvare il mondo intero, confida padre Rafic, dunque si sono dovute fare delle scelte, privilegiare le famiglie per le quali il peso dei bambini nel periodo del confinamento sarebbe stato più difficile da portare».

Riguardo alla scolarizzazione, il passaggio dalla scuola all'insegnamento on-line ha permesso di stabilire un sano impiego del tempo per i bambini, con delle giornate scandite tra corsi al mattino e attività sportive e ricreative il pomeriggio. «I responsabili del centro sono in contatto con i professori e annotano tutti i compiti da fare; avevamo anche delle persone che per telefono o per Skype potevano accompagnarli nei loro compiti (…) tutto è stato organizzato in modo da aiutare i bambini a vivere come se si trovassero in una famiglia».

Alcuni volontari confessano di aver vissuto un periodo indimenticabile. Tra loro Gaultier, un giovane francese, in anno sabbatico dai suoi studi di ingegnere all’Ecole Centrale di Lille: «Noi volontari, come i bambini, siamo stati felici di svolgere delle attività che non abbiamo l'abitudine di condividere: giardinaggio, chitarra, canti, scoperta di nuovi sport.
Questo confinamento resterà per me un momento eccezionale della missione che mi ha permesso di stringere con bambini e volontari legami differenti, che in tempi normali non avrei avuto la possibilità di avere».

Anche la vita liturgica si è adattata alla situazione. Due volte a settimana, padre Benedetto Di Bitonto, originario dell'Italia, ha celebrato la Messa all'aperto nel cortile di gioco, alla presenza di una piccola assemblea che ha osservato scrupolosamente le regole sanitarie (mascherine, sedie distanziate di 2 metri). Le diverse comunità ebreofone del Vicariato (Be'er Sheva, Jaffa, Haifa, Jerusalem) hanno potuto celebrare quotidianamente delle Messe in streaming.

A causa dei terribili problemi economici per migranti e richiedenti asilo, causati dal confinamento, P. Rafic ha avuto l'idea, all'inizio del mese di Aprile, di lanciare una raccolta fondi: «Volevamo aiutare almeno i casi più difficili, le persone che non avevano assolutamente nulla». Se la cosa più importante era pagare l'affitto, il Vicario Patriarcale confida che alcune famiglie si sono ritrovate in una situazione di insicurezza alimentare allarmante. «Abbiamo ricevuto delle spaventose chiamate di aiuto, alcuni non avevano nulla da mangiare». Padre Rafic non aveva dubbi sul fatto che i soldi andassero solamente alle persone del Centro Santa Rachele. «Con l'aiuto dei vari cappellani responsabili delle comunità di migranti di espressione ebraica nel paese, siamo potuti entrare in contatto con numerose famiglie di altre parrocchie del Vicariato San Giacomo (indiani, filippini, sri lankesi) i cui bisogni erano particolarmente urgenti».

D'altra parte la fine del confinamento in senso stretto non significa in nessun modo un ritorno alla situazione “pre-pandemia”, ha spiegato padre Rafic. «Le regole sanitarie sono ormai molto strette; i bambini sono divisi in piccoli gruppi chiusi (…) Dobbiamo stare loro vicini tutto il tempo e sorvegliare che si lavino le mani regolarmente».

Inoltre le due scuole, Gymnasia e Paola Ben Gurion, frequentate da tutti i bambini del Centro, hanno visto un’esplosione di casi dopo la loro riapertura.

«Tutti i nostri bambini sono stati messi in quarantena per 14 giorni: due settimane intense nelle quali si è dovuto rimanere in contatto con i servizi sanitari per assicurarsi che i bambini ricevessero il test. Quattro di loro sono stati contagiati. E’ stato necessario ottenere che alcuni potessero essere collocati negli hotel requisiti dal servizio dello Stato per i malati di Covid-19».

La vita spirituale, da parte sua, ha potuto riprendere progressivamente il suo corso, con delle Messe celebrate all’ingresso del cortile del Vicariato. «Il sacerdote è riuscito ad installare una piccola tenda nel cortile, affinché non fossimo visti da tutti vicini (…) Poi appena le autorità hanno autorizzato le riunioni all'interno, si è ripreso a celebrare le Messe nella cappella della casa dei Santi Simeone e Anna». Padre Rafic riconosce tuttavia di aver dovuto raddoppiare il ritmo delle Messe nel fine settimana, per limitare il numero dei partecipanti e così rispettare le regole del distanziamento. «Ora ci sono due Messe la domenica a fine giornata, invece di una, in modo che i presenti siano più distanziati. Le stesse regole sono state applicate in altre parrocchie in Israele, in particolare Be'er Sheva».

L'ultimo giorno di confinamento il Centro Santa Rachele ha avuto la fortuna di ricevere la visita dell’Arcivescovo Pierbattista Pizzaballa, Amministratore Apostolico del Patriarcato Latino di Gerusalemme. Accompagnato dal Cancelliere P. Ibrahim Shomali e dal diacono Firas Abedrabbo, Mons. Pizzaballa ha presieduto l’ultima Messa di questo tempo di confinamento.