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Due seminaristi del Redemptoris Mater sono stati ammessi agli ordini sacri nel Patriarcato Latino di Gerusalemme

By: Sara Fornari - Published: May 18 Mon, 2020

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Un giorno di gioia nei tempi duri del coronavirus

Due seminaristi del Redemptoris Mater sono stati ammessi agli ordini sacri

nel Patriarcato Latino di Gerusalemme

Nella festa della Beata Vergine di Fatima, Paolo Felicetti e Giacomo Dainotti, seminaristi del Seminario Redemptoris Mater della Galilea, sono stati ammessi agli ordini sacri, e proseguono il cammino di formazione per il presbiterato con passo più deciso. Il rito della Admissio è stato celebrato da Mons. Hanna Kildani, Vicario del Patriarcato Latino di Gerusalemme.

“Questo è un giorno di gioia per la Chiesa: il germoglio del battesimo inizia a portare frutti in voi! La crescita della vigna, del popolo di Dio, si incarna con voi nel servizio alla Chiesa di Terra Santa”. Con queste parole mons. Kildani ha salutato il nuovo passo dei due nuovi candidati Paolo Felicetti e Giacomo Dainotti, 31 anni entrambi. Accolti dalla Chiesa con il rito della Admissio, e affidati alla protezione della Vergine di Fatima, il 13 maggio sera, i due seminaristi del Seminario Redemptoris Mater della Galilea sono stati ammessi agli ordini, e proseguono il loro cammino di formazione per il presbiterato in modo più deciso, come mostra anche il loro nuovo abito. A nome del Patriarcato Latino di Gerusalemme e della Chiesa di Terra Santa, nella cappella della Domus Galilaeae, Mons. Hanna Kildani ha accolto il proposito dei due candidati, che nel dialogo del rito hanno confermato di volere “impegnarsi alla formazione spirituale per divenire fedeli ministri di Cristo e del suo corpo che è la Chiesa”.

La vigna e i tralci sono la Chiesa in cui siamo, aveva appena detto il vicario patriarcale nell’omelia – sottolineando che lo sviluppo di questa vocazione “è per la Chiesa tutta”–, è un frutto del germoglio del battesimo, cresciuto nelle rispettive famiglie e nel cammino ecclesiale che i giovani stanno compiendo.

Nati nell’89, vengono infatti da due famiglie del Cammino Neocatecumenale. Giacomo Dainotti è nato a Pavia e ha studiato scienze politiche; Paolo Felicetti è nato a Foligno, e ha scoperto la chiamata del Signore dopo un tempo di servizio alla Domus Galilaeae nel 2013, in cui ha sperimentato una conversione e un cambio radicale di vita. Entrambi i seminaristi hanno già fatto due anni di itineranza, cioè di esperienza missionaria - come previsto nella formazione dei Seminari Redemptoris Mater -, nella parrocchia Holy Family a Quwait City.

Mons. Kildani ha iniziato la sua omelia, in arabo, con un saluto pieno di affetto: “Mi siete mancati, avevo desiderio di vedervi!”. La Admissio alla Domus Galilaeae, infatti, è stato il suo primo incontro con i membri del Seminario e i residenti nella casa, dopo il periodo di lockdown: si è svolta in un tempo in cui le misure di restrizione per il coronavirus in Israele si stanno allentando, mentre in Italia, dove si trovano le famiglie dei due candidati, ancora la situazione non è del tutto serena. Il vicario ha mandato un saluto a parenti amici che seguono via streaming, a coloro che soffrono per questa pandemia, ricordando i malati che ci hanno lasciato, e coloro che sono costretti in casa. “Siamo tutti nella stessa barca, e su questa barca come sul lago di Tiberiade, qui sotto di noi, c’è Cristo, e la tempesta imperversa, ma Cristo è più forte: il mondo è chiamato a non perdere la speranza”, ha detto il vicario volgendo poi il pensiero all’evento gioioso, e allo splendido Vangelo della vite e dei tralci, al centro della liturgia del giorno. “La vigna è una pianta familiare a noi, in questa terra, e ci suscita pensieri di affetto”, ha notato mons. Kildani, che partendo dall’immagine di un albero che si riempie di germogli, e poi di foglie nuove, si è soffermato sullo sviluppo che dovrebbe avvenire nell’anima e nella vita di ogni cristiano, in particolare con la vocazione. “Questo sviluppo avviene dentro ciascuno di noi, e per quanto riguarda Paolo e Giacomo è iniziato innanzitutto nella famiglia di origine, nel rapporto tra padre e madre: la famiglia è fondata sull’amore tra i coniugi, come tra Cristo e la Chiesa”. Il vicario patriarcale ha evidenziato poi che “questo germoglio inizia nel battesimo, con il quale voi siete diventati parte di questa vigna. E con il rito di oggi, con questo vestito nuovo, iniziate un nuovo servizio nella vigna”. Un servizio quindi, che è tutt’altro dal portare avanti un progetto o assumere un ruolo: “Cristo dice chiaramente «senza di me voi non potete fare nulla», ciò significa che la vocazione non è un nostro progetto personale: essere presbiterio non è come fare carriera o entrare nell’esercito, ma è una incarnazione di Cristo.”

Il pericolo dunque, non è solo quello essere rami secchi. Con un accostamento di immagini e un efficace gioco di parole, peraltro casuale nella traduzione italiana dalla omelia in arabo, padre Kildani ha contrapposto i tralci della vite e le viti. “Gesù – ha detto - non guarda a noi come fossimo le viti di un ingranaggio. Noi siamo parte di Lui e della Trinità! Non si tratta di essere una parte fisica, materiale, ma di avere lo stesso spirito. Voi che siete miei discepoli, dice Cristo, siete chiamati a portare molto frutto. Per questo ogni cristiano e voi, in modo particolare, siete parte di Cristo per la salvezza di tutto il mondo. Non siete qui a offrirvi in quanto persone, come due giovani: dietro a voi ci sono le vostre famiglie e le vostre comunità, i vostri formatori e compagni. Questa crescita, è la crescita di un popolo dietro di voi, del popolo di Dio, che si incarna con voi nel servizio alla Chiesa di Terra Santa”. Mons. Kildani infine, ha espresso il suo incoraggiamento: “è vero ci sono difficoltà, ma anche molte gioie. I dettagli li troviamo nella persona della Vergine Maria che oggi festeggiamo, di san Giuseppe, dei discepoli. Oggi ci rallegriamo perché questa pianta ha cominciato a portare frutto, e questo si vede in voi, Giacomo e Paolo”.

Il pastore ha concluso con gratitudine al Signore: “Questo è un giorno di gioia per noi, come Seminario, come Chiesa di Terra Santa, come Patriarcato Latino di Gerusalemme: come popolo di Dio, ci rallegriamo con voi e per voi, noi che operiamo qui, in questa terra, e anche dove siete stati, in Quwait. Affidiamo la vostra vocazione alla protezione della Vergine di Fatima e del suo sposo san Giuseppe”.

Per Paolo e Giacomo inizia una nuova fase. Da oggi vestono con l’abito nero e il clergyman, secondo quanto ribadito da san Giovanni Paolo II, facendo così presente che la Chiesa è giovane, e rendendo più manifesta la volontà di essere formati al presbiterato.