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Intervista a Don Mario Cornioli, sacerdote "fidei donum" al servizio della Terra Santa

By: Filippo De Grazia - Published: February 19 Wed, 2020

Intervista a Don Mario Cornioli, sacerdote "fidei donum" al servizio della Terra Santa Available in the following languages:

INTERVISTA - Don Mario Cornioli, sacerdote italiano “fidei donum” per la diocesi latina di Gerusalemme presso la parrocchia di San Giuseppe in Jabal Amman (Giordania), ha risposto alle nostre domande sull’ attività dell’Associazione Habibi Valtiberina, di cui è il country director.

Caro Abuna, grazie per aver accettato di rispondere alle nostre domande. L’Associazione Habibi Valtiberina, - come si legge nel suo sito - è un’associazione di promozione sociale, apolitica e aconfessionale, nata per coadiuvarLa “nella gestione delle tante iniziative di solidarietà sociale a favore della Terra Santa”. Di quali iniziative si tratta? Dove operate?

Habibi Valtiberina nasce nel 2013 dopo un pellegrinaggio in Terrasanta di un gruppo di amici provenienti proprio dalla Valtiberina, la bellissima valle dove sono nato 48 anni fa. Io mi trovavo a BetJala e stavo già lavorando per costruire ponti tra il Patriarcato e l’Italia. E da diversi anni mi prendevo cura dei pellegrini italiani e dei bambini dell’Hogar Niño Dios di Betlemme. Durante la visita con alcuni di questi amici decidiamo di aprire questa associazione in Italia per coordinare gli aiuti e sostenere la casa dei “Gesù bambini”. In questi anni Habibi Valtiberina ha aiutato tantissimo l’Hogar sostenendo alcune campagne mirate all’ampliamento del progetto. Nel 2015 con il mio trasferimento in Giordania, Habibi Valtiberina ha iniziato ad aiutarmi anche nel nuovo servizio con i profughi iracheni. Oramai da più di un anno l’associazione è stata riconosciuta dal Ministero giordano dello sviluppo sociale e questo ci ha permesso di accedere ad alcuni finanziamenti importanti per i vari progetti. Il principale contributo è arrivato comunque dall’Italia grazie all’8xmille della Chiesa Cattolica. Grazie a questi contributi, sono stati attivati alcuni workshop per permettere ai profughi di imparare un mestiere e nel contempo poter guadagnare qualcosa per mandare avanti le proprie famiglie. Ad oggi abbiamo circa 130 persone tra rifugiati iracheni e donne giordane che partecipano ai vari progetti. Abbiamo laboratori dove facciamo il pecorino e la ricotta, la mozzarella e il primo sale, la pasta fresca e le salse, le marmellate e le crostate, la pizza e il gelato. Oltre a questo abbiamo dei workshop dove facciamo mosaici, ceramica e lavori in cuoio. Abbiamo anche una piccola cooperativa che fa manutenzione e soprattutto un bellissimo atelier di moda con un brand RAFEDÌN diventato oramai abbastanza famoso tra la comunità internazionale di Amman.

Può parlarci specificamente del progetto “Rafedin Iraqi Girls”? In che contesto è nato e che reazione hanno avuto queste donne? Che frutti sta dando questo progetto di formazione professionale?

Rafedin è la storia di un miracolo che nasce 4 anni fa da una amicizia con Rosaria, una sarta di Cerignola, che conoscendo il mio servizio con i profughi mi ha chiesto cosa poteva fare per aiutarmi. Io l’ho invitata a venire e lei si è fidata.

Abbiamo fatto così il primo corso di taglio e cucito con 15 ragazze irachene arrivate in Giordania come rifugiate dopo la cacciata dai loro villaggi ad opera dell’ ISIS. Rafedin significa “I due fiumi”, (il Tigri e l’Eufrate che racchiudono la Mesopotamia, la terra dell’Iraq) ed il nome è stato scelto dalle stesse ragazze in ricordo della loro terra

Rafedin è un laboratorio dove poter imparare un mestiere che potrebbe tornare utile per il loro futuro, un luogo sereno dove poter spendere la loro giornata altrimenti passata di fronte al telefonino, un posto dove poter esprimere i propri talenti e creare cose belle. La cosa più importante del progetto però è sicuramente quella di aver riportato il sorriso sul volto delle ragazze.

Fin dall’inizio mi ero accorto che non era sufficiente aiutare i profughi con cibo e medicine, ma che quello di cui avevano bisogno era impiegare il loro tempo in modo utile, invece che restare a casa senza far nulla. Nasce per questo il progetto di creare opportunità lavorative nella parrocchia di San Giuseppe in Jabal Amman.

I primi anni non sono stati semplici ed abbiamo potuto sostenere il progetto con l’aiuto di qualche amico, fino a quando, in collaborazione con ATS ed il contributo dell’8xmille della CEI, nell’ottobre del 2018 siamo riusciti a costruire un bellissimo laboratorio all’interno del Centro Pastorale ‘Mar Yousef”.

In questi 4 anni circa una sessantina di ragazze hanno potuto imparare l’arte del cucito ed oggi, grazie al preziosissimo sostegno del governo francese tramite la sua ambasciata in Amman, sono 20 le ragazze che frequentano ogni giorno dalle 9.00 alle 16.00 il laboratorio ad esclusione della domenica, giorno dedicato al Signore.

Ottima iniziativa quella di ridare una possibilità a chi ha perduto tutto, offrendo le competenze a persone che possono sentirsi di nuovo utili e lavorare dignitosamente, in attesa di un ritorno nel proprio Paese. Ci riferiamo, tra gli altri, ai percorsi di formazione professionale nell’ambito della ristorazione sviluppati con il progetto “Mar Yousef’s Pizza”. Può raccontarci i dettagli di questa bella iniziativa? 

Anche la pizzeria è la storia di un sogno che si è avverato. Quando mons. Pizzaballa mi ha nominato per la parrocchia di San Giuseppe a Jabal Amman, insieme al parroco padre Wissam Mansour abbiamo iniziato a lavorare per rendere il vecchio Centro Pastorale sempre più bello ed accogliente. L’idea è stata quella di risistemare la vecchia cucina dell’oratorio e creare una pizzeria dove poter fare dei corsi di formazione per aspiranti chef e per camerieri e, grazie al contributo del Sacro Convento di Assisi, della Confartigianato Italia insieme ad un piccolo contributo della Cooperazione italiana, siamo riusciti nell’impresa anche perché siamo convinti che il miglior modo per aiutare i profughi è quello di aiutarli con dignità. Ci chiedevano soprattutto di lavorare e di poter passare il tempo in modo costruttivo invece di restare a casa. Per questo il 26 ottobre 2017 abbiamo inaugurato il progetto “Mar Yousef’s pizza” che oggi vede impegnati 28 profughi. Il Centro Pastorale, situato nel centro di Amman ha uno spazio bellissimo all’aperto, che ha permesso a tanta gente di poter apprezzare la bontà della pizza al taglio italiana ed ha riscosso un grande successo in questi due anni e mezzo di vita. Il progetto piano piano è cresciuto con la creazione di un laboratorio di Pasta fresca, con una nuova cucina che prepara piatti con le specialità italiane, con un piccolo laboratorio dove facciamo formaggi freschi come la mozzarella e, dal settembre scorso, anche con un laboratorio artigianale per la produzione di un ottimo gelato italiano, progetto questo finanziato da Unicef.

Oltre che in Giordania l’Associazione Habibi è attiva anche in Palestina, a Betlemme, dove è da anni attivo il supporto alla Casa per bambini “Hogar Niño Dios” gestita dalle Serve del Signore e della Vergine di Matarà, ramo femminile dell’Istituto del Verbo Incarnato. In che consiste il loro lavoro e come Habibi sostiene queste suore nella loro quotidianità con i bimbi? 

La Casa del Bambino Gesù di Betlemme è stata il primo amore ed ancora continua ad essere un po’ la mia casa. Fin dal 2005, quando per la prima volta ho bussato alle porte dell’Hogar ed ho trovato suor Gesù e suor Cristo insieme ai primi 3 bambini, mi sono innamorato di quella realtà prendendola a cuore. È stata la mia prima casa per la quale ho speso gran parte del tempo della mia presenza in Terrasanta. Con gli amici di Habibi abbiamo sostenuto tantissimo la casa, portando aiuti materiali e volontari a servire i piccoli “Gesù bambini”. Ogni anno, sotto le feste di Natale, abbiamo lanciato delle Campagne per sistemare un pezzetto di casa o per acquistare i pulmini…sempre pronti a sostenere la crescita di questa incredibile esperienza.   La lontananza fisica e la difficoltà di passare da un paese all’altro della Diocesi non mi permette più di essere sempre presente, ma lo sono in modo diverso. L’impegno dell’associazione sta continuando anche ora…per esempio per lo scorso Natale abbiamo raccolto i soldi necessari alla costruzione di alcune stanze speciali, per la nuova casa dei maschietti che sono cresciuti e che hanno bisogno di nuovi e più grandi spazi.

Infine, una domanda sul futuro. Sempre ammesso che la Provvidenza continui a benedire la vostra opera che sta facendo tanto bene, cosa si aspetta per i prossimi anni? Avete qualcosa in programma per la Pasqua?

Per quanto riguarda il futuro, il mio desiderio è quello di continuare a servire il Patriarcato Latino di Gerusalemme nel miglior modo possibile. L’unico programma che vorrei fare è la volontà di Dio.  Poter spendere la mia vita di sacerdote in Terrasanta è un dono che il Signore mi ha fatto e che spero possa continuare a farmi per tanti anni. La missione di noi sacerdoti è quella di servire con gratuità cercando di costruire ponti, prima di tutto con il cielo e poi anche con gli altri fratelli che il Signore ti mette accanto. A me son toccati i bambini di Betlemme, i profughi iracheni, le famiglie giordane della parrocchia e la comunità italiana che da due anni si ritrova nella parrocchia di Jabal Amman. Sono queste le persone che devo amare e che Dio mi ha affidato per essere loro padre e figlio.

Per quanto riguarda i progetti, a breve verrà ampliato il caseificio per la produzione di pecorino e ricotta. Un progetto che verrà finanziato da USAID e che permetterà ad altre 12 donne giordane di imparare l’antica arte casearia. Ma nel cassetto abbiamo ancora tanti sogni, che affidiamo al Signore e che speriamo di raccontarvi al più presto.