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Meditazioni di Mons. Pizzaballa: Domenica della sacra Famiglia, anno A

Published: December 27 Fri, 2019

29 dicembre 2019

Domenica della sacra Famiglia, anno A

Domenica scorsa, ultima d’Avvento, abbiamo meditato sulla figura di Giuseppe, e abbiamo visto come abbia attraversato un momento drammatico e come sia poi giunto, grazie all’aiuto dell’intervento di un angelo del Signore, ad assumersi la paternità di quel bambino che lo Spirito Santo aveva generato nel grembo di Maria.

Cosa abbia voluto dire assumersi questa responsabilità, poi, è cosa che Giuseppe capisce e impara piano piano: sono gli eventi della vita a dare forma a questo legame, e oggi vediamo proprio come Giuseppe si assume le conseguenze di aver dato la vita per Gesù.

Questo è il primo elemento su cui ci soffermiamo: la fede di Giuseppe, infatti, non si è esaurita nel momento in cui ha dato il suo assenso, ma, al contrario, da lì è iniziato un cammino in cui solo la fede l’avrebbe guidato, un cammino in cui, ad ogni passo, sarebbe stato chiamato a fidarsi di nuovo. E questa è la ricchezza e la bellezza della vita.

Dentro questo cammino, Giuseppe entra con una certezza: come dicevamo domenica scorsa, Giuseppe ha potuto fare un’esperienza fondante, quella per cui Dio si occupa di noi, si prende cura. Nel momento del suo dramma interiore, della sua personale sofferenza, Dio lo ha visitato; e Giuseppe si è reso disponibile, nel sonno, all’ intervento divino, ha accolto l’aiuto del Signore. Ha sperimentato che di Dio ci si può fidare, che Lui non abbandona.

Questa stessa esperienza ritorna nel momento in cui la vita di Gesù è minacciata.

Il re Erode, infatti, una volta resosi conto che i Magi non gli avevano obbedito ed erano partiti senza informarlo, si infuria, e decide di far morire tutti i bambini di Betlemme (Mt 2,16).

E di nuovo un angelo appare in sogno a Giuseppe per avvertirlo del pericolo. L’angelo interviene, perché la vita è minacciata: la vita, infatti, deve portare il suo frutto, deve giungere a maturazione, e per questo va custodita. Giuseppe è chiamato a custodire la vita di Gesù, ma di fronte a questo compito è debole, impotente. Si trova a fronteggiare, infatti, nientemeno che il re Erode, ed è evidente che il confronto lo vede perdente in partenza.

Ecco, dunque, di nuovo un sonno e di nuovo un sogno. Spesso i momenti decisivi della relazione tra Dio e l’uomo sono segnati dal sonno: basta pensare al primo sonno, quello di Adamo, in cui Dio ha potuto trarre Eva dalla sua costola. O al torpore che scende su Abramo, quando Dio stipula con lui la sua alleanza.

Il sogno è quel momento della vita in cui l’uomo si lascia fare, si fida; ed è quel momento in cui, proprio perché l’uomo si lascia fare, Dio lo può portare oltre le proprie capacità, gli può affidare un compito importante, spesso decisivo perché il cammino dell’alleanza possa proseguire.

Nel sonno, l’angelo dà a Giuseppe indicazioni precise (Mt 2,13), e chiede un’obbedienza totale.

E Giuseppe si fida, si fa condurre, obbedisce.

L’evangelista Matteo dice che Giuseppe, appena sveglio “si alzò” (Mt 2,14); ed è interessante che anche Maria, dopo la visita dell’angelo, si alza (Lc 1,39) e parte, in fretta.

Chi ascolta, chi obbedisce, non ha altro da fare che questo: alzarsi.

Alzarsi, e poi mettersi in cammino, e il cammino è quello dell’obbedienza, attraverso cui passa la salvezza.

La Parola, ascoltata, muove i passi dell’uomo, diventa lampada che accompagna e illumina la strada, perché fuori rimane notte (Mt 2,14), e il pericolo è incombente.

Altri sogni verranno a visitare le notti di Giuseppe, e di nuovo indicheranno cammini e mete; e ogni volta, di nuovo, Giuseppe si alzerà e si metterà in cammino (Mt 2,19-22).

Anche da Lui, Gesù imparerà proprio questa obbedienza mite, questo umile mettersi in cammino illuminati dalla Parola di un Dio che dà la vita e che la custodisce.

+Pierbattista