Beta Version

Omelia di Mons. Pizzaballa per la solennità di Pentecoste 2020

Published: May 31 Sun, 2020

Omelia di Mons. Pizzaballa per la solennità di Pentecoste 2020 Available in the following languages:

Omelia Pentecoste

Gerusalemme, Dormition Abbey, 31 maggio 2020

At 2, 1-11; 1Cor 12, 3-7.12-13; Gv 20, 19-23

Rev.do Padre Abate,

Cari fratelli e sorelle,

il Signore vi dia pace!

Avrei molto desiderato che in occasione della Pentecoste avessimo potuto celebrare il ritorno alla piena normalità della nostra vita ecclesiale. Pare, invece, che dovremo accettare l’idea di un ritorno molto graduale e non uniforme. È comunque un bel segno e una felice coincidenza che proprio oggi, in tutto il territorio della diocesi, tutte le chiese siano state riaperte. Probabilmente dovremo anche chiederci che tipo di normalità avremo per il futuro. Sarà ancora veramente tutto come prima?

Avremo bisogno di tanta sapienza e di visione per comprendere cosa e come fare. Siamo qui anche per questo, non solo per celebrare, a pochi metri di distanza dal Luogo Santo, l’evento della Pentecoste, ma anche per chiedere lo Spirito di Sapienza, affinché ci guidi alla giusta comprensione di questo tempo particolare per la nostra Chiesa di Gerusalemme.

Anche se breve, il brano del Vangelo ascoltato è ricco di molte suggestioni per la nostra preghiera e riflessione. Mi fermo solo ad alcune.

I discepoli sono chiusi nel Cenacolo, spaventati. L’evangelista specifica chiaramente che le porte erano chiuse e i discepoli impauriti. E sappiamo che dopo l’effusione dello Spirito Santo, i discepoli invece diventano veramente “apostoli”, spalancano, cioè, le porte ed escono all’aperto pieni di coraggio ad annunciare che Cristo è il Signore. Il segno delle porte chiuse attraversate dal Risorto, tuttavia, non indica solo la paura dei discepoli, ma dice anche allo stesso tempo che nulla può fermare o ostacolare la potenza della risurrezione di Cristo. Le porte chiuse e la paura sono nulla di fronte alla potenza dello Spirito che fa risorgere il Cristo, supera ogni barriera e irrompe nella vita dei discepoli trasformandoli. Il Risorto, mediante lo Spirito, riporta nuova vita, in un certo senso fa risorgere anche i discepoli, la cui paura aveva spento ogni alito di vita.

Tutto in questo brano parla di vita e di gioia. Anche i segni della passione, “le mani e il costato”, diventano motivo di gioia per i discepoli (“Mostrò loro le mani e il fianco e i discepoli gioirono al vedere il Signore” 20,20). Non sono più il segno della sconfitta ma, al contrario, diventano i segni distintivi della vittoria di Cristo, del Kyrios. Il Risorto, non appena riceve la vita nuova dal Padre, subito la condivide con i suoi, perché proprio per questo è venuto nel mondo.

E nel momento stesso in cui Egli dona il suo Spirito ai discepoli, subito li manda in missione, li abilita ad essere suoi testimoni. Negli atti degli Apostoli abbiamo visto che il primo effetto del dono dello Spirito Santo sui discepoli è stato abbandonare le loro paure, uscire dal Cenacolo e diventare immediatamente testimoni della risurrezione di Cristo. E così pure nel Vangelo di Giovanni, il primo mandato del Risorto ai discepoli, insieme al dono dello Spirito, è l’invio. Spirito e missione, insomma, sono un tutt’uno e indicano quale sia anche il nostro mandato. È ora il tempo della Chiesa, il nostro tempo. Tutto è riassunto in una frase e, ancor più, è sintetizzato nell’espressione: “come”. “Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi” (Gv 20,21).

La missione dei discepoli deve essere come quella del Figlio, deve avere i suoi stessi atteggiamenti, i suoi stessi sentimenti, le sue stesse intenzioni, il suo stesso pensiero.

Se la missione dei discepoli deve essere come quella di Cristo, anche il contenuto deve essere il medesimo: è perdonare i peccati, quello della misericordia senza limiti, che Dio ha rivelato sulla croce per tutti. Perché l’unico modo di vincere il male è il perdono. “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati” (Gv 20,23).

Il soffio che Gesù alita sui discepoli e col quale comunica loro lo Spirito è come un nuovo gesto creatore, come il soffio vitale che all’inizio dei tempi Dio alitò in Adamo (Cf Gen 2,7). Si usa infatti la medesima espressione, unica in tutto il NT.

Lo Spirito che ha donato nuova vita a Cristo, insomma, dona nuova vita anche ai suoi discepoli, alla Chiesa. E cosa tutto ciò dice ora a noi, Chiesa di Cristo, Chiesa di Gerusalemme?

Per diverse settimane anche noi siamo stati chiusi nelle nostre case, nei nostri cenacoli. E la paura ha caratterizzato la nostra vita per molto tempo, e forse non ne siamo del tutto usciti. È un fatto che molte nostre attività sono ancora chiuse. Il disorientamento per quanto accaduto caratterizza ancora il nostro parlare, e le fragili prospettive economiche e sociali del prossimo futuro ci preoccupano sempre di più.

L’incontro dei discepoli con il Risorto, tuttavia, non ha riportato i discepoli alla loro vita precedente, ma ha fatto fare loro il passaggio ad una prospettiva completamente nuova. Come il Cristo aveva ricevuto una nuova vita dal Padre, così anche i discepoli hanno ricevuto attraverso lo Spirito una nuova vita, nulla è più come prima.

Credo che lo Spirito chieda anche a noi oggi, Chiesa di Gerusalemme, di entrare in una nuova prospettiva. Non di cercare di tornare alla stessa vita di prima, al nostro uomo vecchio, ma di lasciarci conquistare dalla novità di vita che lo Spirito continuamente dona. Siamo invitati a scrutare i nostri cuori per comprendere dove esso ci voglia guidare (Rom. 8,27), a leggere i segni dei tempi, a metterci in ascolto delle istanze che sorgono dalle nostre diverse realtà di vita, a valutarle con la preghiera e alla luce della Parola di Dio.

Non si tratta di chiudere gli occhi di fronte alla drammatica realtà che stiamo vivendo per rinchiuderci in un devozionismo sofisticato, ma di attraversarla con l’animo di chi ha la fiducia nella potenza della risurrezione di Cristo e per questo è disposto a rimettersi in gioco per collaborare a costruire il Regno, vincendo ogni paura, ogni solitudine, pieni di gioia.

Da cosa e come ripartire, ce lo dice ancora il Vangelo di oggi: vita, gioia (20), missione (21), perdono (23), pace (19; 21). Sono quelli i segni che accompagnano il dono dello Spirito. Non prima uno e poi l’altro, ma insieme. Il credente che è pieno di Spirito, è anche pieno di vita. Non evita la croce, che ci sarà sempre, ma è anche conquistato dal perdono di cui ha fatto esperienza. E il perdono porta a nuova vita e soprattutto gioia in ogni relazione, nella famiglia, nella comunità. E da lì nasce anche la pace. Non in altro modo, non come la dà il mondo.

Abbiamo fatto esperienza, in questi mesi, che si può vivere anche senza molte delle attività pastorali e sociali che credevamo indispensabili. Ora, nel riprenderle le attività, forse capiamo meglio cosa invece sia realmente indispensabile: vivere nello spirito del Risorto e testimoniarlo senza paura. E i segni che ci distingueranno sono proprio quelli che abbiamo evidenziato ora: vita, gioia, missione, perdono e pace.

Siamo chiamati a testimoniare, in tutti i modi possibili, con le opere e con parole franche e libere, oltre ogni paura, l’amore alla vita in questa nostra terra dove, spesso, la vita ha poco valore e si muore per poco. Siamo invitati a essere gioiosi, senza lamentarci continuamente di tutto. Non vogliamo essere la chiesa del lamento, ma della gioia. E la gioia è anche la nostra missione. La gioia, infatti, è sempre contagiosa e attraente. Una gioia spontanea e non artificiale, che nasce dal cuore di chi è felice, perché riconciliato e redento. Il perdono è la testimonianza decisiva. Ma prima che arrivi alla politica, esso deve partire dalle nostre famiglie, dalle nostre comunità. Non saremo del tutto credibili quando parleremo di dialogo, incontro, pace e riconciliazione, finché le nostre comunità continueranno a dividersi su ogni cosa, finché non sapremo perdere un po’ di noi stessi per accogliere l’altro con le sue differenze e anche con i suoi limiti, finché non ci impegneremo sinceramente in tutti i contesti per l’unità, che è il compimento della gloria di Cristo.

E non saremo Chiesa di Gerusalemme se non avremo nel cuore un desiderio sincero di pace. Se essa è un mandato per tutta la Chiesa universale, lo è in particolare per la nostra Chiesa locale, che è sorta proprio a pochi passi da qui, nel Cenacolo, dove Gesù l’ha donata ai suoi discepoli. Impegnarsi a costruirla sempre, senza stancarsi mai, senza cedere mai allo scoraggiamento. Non è vero che non vedremo mai in questa terra la pace. Lo Spirito del Risorto ce l’ha donata e la possediamo già. E niente ci può fermare dal continuo e testardo impegno per essa, dal desiderarla per tutti, e costruirla in ogni nostro contesto di vita.

Chiediamolo, allora. Chiediamo ancora una volta il dono dello Spirito. Abbiamo bisogno di questo coraggio, di questo fuoco che scaldi i cuori e infiammi le nostre comunità di quell’amore che solo può salvare il mondo.

+Pierbattista