P. Firas: “il fattore tempo è molto importante per il discernimento, lasciar passare il tempo fa morire una decisione”

By: Saher Kawas/ LPJ - Published: June 30 Tue, 2020

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PALESTINA, Terra Santa - Sabato 27 giungo 2020 la Chiesa Cattolica e la Diocesi di Gerusalemme hanno celebrato l’ordinazione sacerdotale del diacono Firas Abedrabbo originario di Bet Jala. La celebrazione è stata presieduta da S.E. Mons. Pierbattista Pizzaballa, Amministratore Apostolico del Patriarcato Latino di Gerusalemme, nella chiesa dell’Annnunciazione a Bet Jala. In questa occasione, l’ufficio media ha incontrato il nuovo sacerdote e ha ricordato con lui la vocazione dei sacerdoti e l’esperienza che vivono, ma anche la sua esperienza personale come segretario particolare di Mons. Pizzaballa.

Come ti sei preparato all’ordinazione sacerdotale nel corso dell’anno passato?

E’ stato un anno molto ricco di esperienze nuove e interessanti, mi ha aiutato a scoprire un altro aspetto della vita del sacerdote diocesano nel Patriarcato Latino. La scoperta di nuovi aspetti della vita di questa Chiesa ha fatto crescere in me il senso di appartenenza e il mio attaccamento a questa Chiesa di Terra Santa in tutta la sua diversità.

Qual è l’importanza di prendere del tempo per rispondere alla chiamata di Dio? Secondo la tua esperienza personale, che cosa bisogna prendere in considerazione per rispondervi?

Il fattore “tempo” è molto importante per il discernimento, lasciar passare del tempo fa morire una decisione. Amo questa frase di un monaco benedettino che diceva: «Quando il frutto è maturo, cade da solo», frase che applicava alla vita spirituale. Quando una decisione profonda è matura, risale da sola in superficie, diviene chiara al tempo opportuno! Certo, questo non ci esime dal nostro dovere di fare uso dell’intelligenza che Dio ci dona, ma il discernimento non è un’attività unicamente cerebrale, è anche un atto «spirituale» ed «esistenziale», nel quale tutto il nostro essere si coinvolge, per orientare la nostra vita verso Dio. Oltre al discernimento, un altro elemento importante è la pace e la consolazione spirituale. Siamo chiamati alla felicità, e se la vita consacrata ci rende tristi, ciò è segno che qualche cosa non va. Bisogna allora prolungare il discernimento, per sapere se questa tristezza è una tentazione, o se è un segno di smarrimento.

La vocazione secondo te richiede alcuni tratti di personalità e un carattere specifici?

Certamente! In ogni vocazione ci sono dei tratti di personalità e carattere importanti.

Per un sacerdote innanzitutto è importante essere maturo dal punto di vista umano, per essere capace di capire, di compatire e così di accompagnare le persone che incontrerà sul cammino del ministero. Essere umanamente maturo vuol dire essere capace di amare, di decentrarsi da sé stesso, di discernere le situazioni e le persone, e capace di impegnarsi e perseverare anche quando i sentimenti cambiano.

Poi ci sono anche delle qualità morali importanti, bisogna che il sacerdote sia un uomo giusto, onesto, staccato dall’amore del denaro e del potere, capace di vivere il celibato consacrato come un dono libero e non come un fardello, ed essere capace di sopportare la solitudine generata dalle incomprensioni e talvolta dalle persecuzioni.

Quali sono le tentazioni con le quali devono confrontarsi oggi i sacerdoti in Terra Santa?

Ci sono delle tentazioni che abbiamo in comune con tutti i sacerdoti in ogni parte del mondo, come l’attivismo, il carrierismo, il ripiegamento su se stessi, e il clericalismo. Una delle grandi tentazioni dei sacerdoti in Terra Santa è quella di vivere la loro realtà e i luoghi troppo stretti, dimenticando il resto degli abitanti del mondo, e a volte anche il resto della chiesa cattolica in questa Terra Santa.

E’ facile per un sacerdote in Terra Santa ridursi a un «capo di kibbutz», che diviene il suo piccolo regno, e dove è tutto per tutti! Questa realtà può essere una parrocchia, una posizione amministrativa o anche un ambiente sociale.

In un paese come il nostro dove ci sono tre religioni, tredici chiese cristiane, e due territori separati da un muro, questa mentalità di «ghetto» può facilmente fiorire e generare dei sacerdoti che agiscono parallelamente, o a volte anche in competizione permanente gli uni con gli altri, perché non pensano più al bene comune, né in una logica cristiana cattolica, cioè universale.

Se dovessi riprendere i tuoi studi, quale campo sceglieresti, considerato che hai già un master in storia del diritto e delle istituzioni?

E’ vero che sono giurista di formazione, ma è la teologia che mi ha sempre attirato, e nella teologia sono attirato particolarmente dalla teologia biblica, spirituale e fondamentale. Queste tre diverse materie mi sembrano intimamente legate, perché la teologia senza spiritualità è razionalismo e intellettualismo, mentre la teologia che non tratta prima di tutto le questioni «fondamentali» alla luce della Parola di Dio e della Tradizione della Chiesa, resta un discorso ideologico, che non può pretendere di essere un cammino verso il Regno di Dio che è il fine ultimo di ogni realtà cristiana e della missione della Chiesa, affidata particolarmente a vescovi e sacerdoti.

Ormai da un anno sei il segretario particolare di Mons. Pizzaballa, che cosa hai imparato da questa posizione? Com’è lavorare con l’Amministratore Apostolico?

Questo servizio che rendo da un anno, è stato per me un’esperienza appassionante. Dopo l’esperienza pastorale a Hoson a nord della Giordania, tre anni fa, e l’esperienza di cappellano degli studenti all’Università di Betlemme l’anno scorso, è un’esperienza del tutto diversa, che malgrado l’aspetto molto amministrativo, non è meno pastorale delle altre, ma ad un altro livello e con un approccio diverso. E’ anche un’esperienza di vita comunitaria che ho molto apprezzato. E’ tutt’altro che perfetta, ma è soddisfacente.

E’ stata una buona scuola per scoprire dove sono i propri limiti, ma anche un luogo di incontro straordinario. Anche le tensioni sono una buona scuola di vita, che a poco a poco mi aiutano a morire e staccarmi dallo sguardo degli altri, senza esserne però del tutto indifferente, perché in quello che gli altri dicono o pensano di noi si trova sempre una parte di verità che è buona per la nostra conversione personale.

Sono molto contento di lavorare con Mons. Pizzaballa, che è un uomo di Dio, che teme il Dio, che ama la Chiesa locale, e si dona senza riserve al suo servizio. Con lui ho imparato molto, non solamente a livello «tecnico e professionale», ma anche, e soprattutto, a livello «umano»  e «spirituale». E’ un uomo che ha alle spalle un lungo percorso intellettuale ed ecclesiastico, e il suo buon senso gli permette di guardare la realtà con sguardo profetico. Da buon francescano, è un buon esempio di chi è staccato dai beni materiali, e si prende cura dei poveri. E’ un uomo che ama la semplicità nelle relazioni e questo mi piace, perché sarebbe difficile per me vivere quotidianamente con una personalità troppo formale o che passasse il tempo a girare intorno a un argomento, senza mai entrarvi. Fortunatamente questo non avviene con il nostro arcivescovo, che è un uomo che sa unire la chiarezza alla prudenza della discrezione.