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OMELIA DI PASQUA 2008

Fratelli e Sorelle,

Cristo è risorto. Sì, proprio qui, questo sepolcro che noi veneriamo fu testimone degli eventi che abbiamo ricevuto dalla nostra fede. Qui, il sepolcro vuoto, davanti al quale celebriamo questa mattina la nostra Pasqua, resta il testimone della nostra fede. E resta testimone dell’amore di Dio per tutta l’umanità. Con l’intera Chiesa rinnoviamo la nostra fede e proclamiamo:  Cristo è  risorto qui. Sì, è veramente risorto. Preghiamo in questa Eucaristia per i cristiani, per i musulmani e per gli ebrei, per ogni religione e per i nostri due popoli, il palestinese e l’israeliano. Preghiamo perchè la speranza della Risurrezione possa rianimare e rinnovare i cuori di tutti e colmarli del mistero di Dio e del suo amore.

Qui il Cristo ha dato la sua vita per riscattare l’umanità. Per formare i suoi apostoli e preparali a comprendere e a penetrare nel mistero di Dio al di là delle aspirazioni puramente terrestri. Poiché essi credevano che andava a restituire il regno terrestre a Israele, Gesù aveva loro predetto la sua morte: un giorno, dice l’Evangelista, “mentre si trovavano insieme in Galilea, Gesù disse loro : Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno, ma il terzo giorno risorgerà”. E l’Evangelista aggiunge: “Ed essi furono molto rattristati”  (Mt 17,22) perché rimanevano incapaci di vedere, chiusi nella visione temporale della sua missione.

E aveva detto loro anche: “Io dono la mia vita per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso poiché ho il potere di donarla e di riprenderla di nuovo” (Gv 10,17-18).

Cristo è risorto. Noi preghiamo, questa mattina, e la nostra preghiera è universale come quella di Gesù e abbraccia tutta l’umanità perché tutti possano comprendere in questa terra di morte che gli ordini dati agli altri per andare a uccidere non sono la via appropriata per ritrovare la vita, o i diritti legittimi o la sicurezza. Solo il Cristo ha dato la sua vita. Egli è il Verbo Eterno di Dio. Solo lui può dire: “Io dono la mia vita per poi riprenderla di nuovo: Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso perché ho il potere di donarla e di riprenderla di nuovo” (Gv 10,17-18). E il senso di questa partenza verso la morte si comprende meglio ancora da queste altre parole dell’Evangelista: “Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv 13,1). Soltanto l’amore trasforma la morte in potenza di vita.

Ecco cosa significa la Pasqua per noi : la morte che conduce alla vita, alla Risurrezione;  la morte che diviene per la potenza dell’amore e del perdono una potenza redentrice che fa nascere un uomo nuovo. Passare dalla morte alla vita, ecco il senso di Pasqua, ecco il senso della speranza cristiana: ogni morte, ogni difficoltà condurrà a una vita rinnovata. La morte non resterà una morte e le difficoltà non rimarranno la causa di una sterile sofferenza. Nessuno ha il diritto di fare della sua sofferenza, pur grande e incomprensibile,  una prigione per se stesso o per le generazioni future. La sofferenza di Cristo, la sua Passione è stata grande, incomprensibile. Egli fu annoverato tra i malfattori, come lo predissero i Profeti. Ma amò e perdonò: “Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv 13,1). E dall’alto della Croce, al sommo delle sofferenze, disse :”Padre, perdonali” (Lc 23,34).

Anche gli stessi suoi discepoli rischiarono di farsi della loro sofferenza una prigione:”Noi speravamo che fosse lui a ridare il regno a Israele” diranno i discepoli di Emmaus. Gesù, camminando di nuovo con loro, dopo la sua Risurrezione, li liberò dalla frustrazione, dal fallimento che pensavano di aver subito seguendolo. Ammaestrati di nuovo da Gesù, il loro scoraggiamento si trasformò in un nuovo cammino verso Gerusalemme -  “fecero ritorno a Gerusalemme”  - e in un annuncio della Risurrezione. Noi abbiano visto il Signore. Egli è vivo, ci ha ridato la vita.

Credere in Gesù risorto, dice San Paolo nella seconda lettura di  questa mattina, la Lettera ai Colossesi, è levare in alto gli occhi del cuore e dello spirito, verso il cielo: “Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio”  (Col 3,1). Guardate in alto per meglio vedere chi siamo – nel mondo ma non di questo mondo–  nel mondo, ma con lo spirito in unione con Dio Creatore e Redentore, che trasforma la morte in vita. Guardare le cose di lassù per meglio guardare la terra e meglio confrontarsi con tutte le cose della terra, le molteplici difficoltà nell’intimo di ciascuno di noi così come nella difficile storia dei popoli, e soprattutto dei due popoli di questa terra.

Una terra la cui quotidianità è divenuta da anni una croce permanente, con un contesto di vita segnato dal sangue, dall’odio, dai prigionieri, degli uccisi,  dalle case demolite, da un’occupazione e da un’ insicurezza continua. Un vicolo cieco per gli uomini, per tutti i nostri capi politici, o peggio un’ abitudine di morte che essi pensano di dover governare, senza però  mai venirne fuori. Gli ultimi avvenimenti delle scorse settimane, a Gaza, l’attentato alla yeshiva di Gerusalemme, i giovani uccisi a Betlemme e altri ancora, non sono che sterili ripetizioni di eventi di tutti gli anni passati. E noi non smettiamo di ripetere: la sicurezza non si ottiene dall’insicurezza provocata in casa d’altri. Occorre intraprendere nuove strade. 

Credere in Gesù morto e risorto, è credere e sperare che questa terra, sottoposta alla morte da capi e opinioni pubbliche prigioniere, incatenate; è credere e sperare che questa terra, con tutti i suoi abitanti, possa risuscitare anch’essa, purchè  spiriti e cuori  siano purificati dal male della guerra, dell’ ostilità  e della  diffidenza che vi si sono radicati.

Guardare in alto, contemplare il Cristo morto e risorto, per apprendere a morire e a risuscitare ogni giorno e in ciascun momento e per ridare la speranza a questa terra. Popolo eletto, la tua vocazione è la stessa di quella di Gesù, ridare la vita al mondo, ma intanto a te stesso. Militari, pianificatori di guerre, intellettuali in Israele, occorre ripensare alla vostra vocazione e a quella di questa terra, dell’elezione, dell’alleanza perenne, per farne un’alleanza di Dio con tutta l’umanità e farne una sorgente di vita nuova, qui e ovunque altrove.

Noi siamo testimoni della Risurrezione, dice San Pietro alle folle dopo la Pentecoste. Come lui, qui, negli stessi luoghi, noi siamo testimoni della Risurrezione per ridare e mantenere a tutti la speranza, nonostante il male degli uomini che devasta questa terra. Preghiamo, fratelli e sorelle, perché la Risurrezione del Signore dia a noi tutti la capacità di ridare la vita a questa terra e a tutti quelli e quelle con cui siamo chiamati a vivere. Con il Salmista proclamiamo la nostra speranza: “Dio potrà riscattarmi” (Sal 48,16)e riscatterà la nostra terra. Amen.

+ Michel Sabbah, Patriarca

Gerusalemme, Pasqua 23.03.2008

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