Meditazione di Mons. Pizzaballa: XVI Domenica del Tempo Ordinario, anno A, 2020

Published: July 16 Thu, 2020

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19 luglio 2020

XVI Domenica del Tempo Ordinario, anno A

C’è un elemento che ritorna in tutte e tre le parabole che ascoltiamo nel brano di Vangelo di oggi (Mt 13, 24-43), ed è il tempo.

In un campo viene seminato del buon grano, ma qualcuno, di nascosto, semina anche della zizzania. Quando entrambi germogliano, i servi del padrone vorrebbero subito strappare la zizzania, ma il padrone li invita invece ad aspettare: bisogna che entrambi crescano, perché, quando sono piccoli, si assomigliano, e si rischia di confondere l’uno con l’altro. Solo alla fine si saprà distinguerli chiaramente, e allora si potrà prendere il grano, ed eliminare la zizzania (Mt 13,24-30). Ci vuole tempo.

Un uomo prende un granello di senape e lo semina nel suo campo. All’inizio questo seme è molto piccolo, il più piccolo tra tutti i semi. Ma poi, giorno dopo giorno, il seme cresce, diventa un albero grande, più grande di tutte le altre piante dell’orto, e gli uccelli possono porre il nido tra le sue fronde (Mt 13,31-32). Come nella parabola precedente, ci vuole tempo.

Infine, Gesù racconta una terza parabola, quella di una donna che, per fare il pane, prende il lievito e lo impasta con la farina, e il lievito, pian piano, fa fermentare tutta la pasta (Mt 13,33). Anche qui, ci vuole tempo.

Ci vuole tempo per diventare semplicemente ciò che si è, per portare quei frutti per cui siamo venuti al mondo. Il grano ha bisogno di tempo per essere riconosciuto come grano, per non essere confuso con altro. È già stato seminato nel terreno, ma non c’è soltanto lui, e solo il tempo saprà dire cosa porta un buon frutto, e cosa invece no.

Il granello di senape ha già in sé tutto il potenziale per diventare un albero, ma questo non basta: il potenziale del seme, se non accetta la legge paziente della crescita, va perduto. Ed è così anche per il lievito.

Domenica scorsa, nella parabola che apre il capitolo tredicesimo di Matteo, abbiamo ascoltato il racconto del seminatore e dei terreni, e anche lì era presente questa stessa logica: il seme che non mette radici in profondità, ma pretende di portare frutto subito, non arriva a maturazione.

Allora, il tempo ci è offerto per accogliere completamente il dono che già ci è stato dato in pienezza.

Dio non ha fretta, e il tempo è il mistero della Sua pazienza, della Sua misericordia, che attende le fasi della nostra crescita, attende che noi portiamo frutto.

Siamo noi, piuttosto, ad essere impazienti, come i servi della parabola della zizzania, che pretendono già di saper discernere ciò che è bene da ciò che è male. Ma il Signore mette in guardia da questo metodo un po’ integralista: se così facessimo, infatti, alla fine non rimarrebbe niente, né grano né zizzania. Nessuno di noi si salverebbe…

Poi, verrà un momento in cui non ci sarà più tempo: nella spiegazione della parabola della zizzania (Mt 13, 37-43) Gesù si sofferma sul momento della “mietitura”, sul tempo della fine.

Lì si vedrà cosa è maturato nella vita delle persone, quali frutti ne sono nati, che cosa realmente viene da Dio, e che cosa no: non ci sarà più possibilità di dubbio, perché ciò che viene da Dio “risplenderà come il sole” (Mt 13,43), mentre tutto il resto andrà perduto, non ne rimarrà nulla, come l’erbaccia che si brucia nel fuoco (Mt 13, 40).

Il frutto, che tutti siamo chiamati a portare, è la carità, che nasce dall’ascolto della Parola del Signore.

Ma non è un frutto che si dà in un attimo, e solo chi ha la pazienza di morire, come il chicco di grano, di accogliere ogni giorno la vita dalle mani di Dio, produce, alla fine, un frutto buono.

+Pierbattista