Meditazione di Mons. Pizzaballa: XXI Domenica del Tempo Ordinario, anno A, 2020

Published: August 20 Thu, 2020

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22 agosto 2020

XXI Domenica del Tempo Ordinario, anno A

Proviamo ad ascoltare il brano di Vangelo di oggi (Mt 16,13-20) nel contesto dei capitoli che lo precedono, di questa sezione che qualche Bibbia intitola giustamente “i confini del Regno”.

Se la domanda che percorre questi capitoli è quella che concerne appunto i confini del Regno di Dio, allora viene da sé che si ponga la questione sulla novità che Gesù porta; perché Gesù porta una novità, e così facendo sposta i confini.

L’abbiamo visto, per esempio, domenica scorsa, quando Gesù è uscito dai confini di Israele e ha incontrato una donna cananea, che l’ha in qualche modo costretto ad allargare gli spazi ufficiali del Regno di Dio fino a renderlo accessibile ad ogni uomo.

Per essere più precisi, la domanda riguarda non la novità in modo generico, ma il rapporto tra novità e tradizione. A questo proposito, è importante richiamare due passi del Vangelo di Matteo.

Il primo è all’inizio del capitolo 15, dove troviamo proprio una diatriba tra Gesù e i farisei riguardante la tradizione. E lì Gesù risponde ai farisei dicendo che una tradizione incapace di ascoltare e di aprirsi costantemente alla novità di Dio, che si rivela nella vita di ogni giorno, diventa muta e cieca, ed è come una pianta che, non essendo stata piantata dal Padre, verrà sradicata (Mt 15,13): non porta più frutti, non serve più a nulla.

Il secondo è invece all’inizio del capitolo 16, quando farisei e sadducei si avvicinano a Gesù per chiedergli un segno dal cielo, e Gesù risponde capovolgendo il discorso, e invitando i suoi interlocutori a saper interpretare i segni dei tempi, a saper riconoscere la novità che sta accadendo davanti ai loro occhi.

Arriviamo allora al Vangelo di oggi.

C’è ciò che dice la gente a proposito di Gesù, e sono tutte cose che riguardano il passato, più o meno recente: Elia, Geremia, Giovanni il Battista (Mt 16,16).

E poi c’è Pietro, che invece si apre alla rivelazione del Padre, e sa così cogliere la novità assoluta di cui Gesù è portatore.

Non è qualcosa di cui è capace, non è qualcosa che viene da lui, dal suo intuito, dalla sua intelligenza.

Pietro è beato, perché fa parte di quella schiera dei piccoli (cfr Mt 11, 25-27) che si aprono alla rivelazione del Padre, che tiene nascosti i misteri del Regno a chi è chiuso nel proprio sapere, nella certezza delle proprie tradizioni, e le rivela ai poveri, a coloro che sono assetati di vita.

Come la donna cananea di domenica scorsa, Pietro parla dal cuore, dove nasce una fede che è sempre un po’ straniera, una fede che va oltre noi, perché ci è stata rivelata da Qualcun altro.

In questo contesto va anche interpretato il cambio di nome imposto a Pietro. Più del significato dei due nomi (Simone quello vecchio e Pietro quello nuovo), è importante il fatto che a Pietro venga cambiato nome, perché simbolo di un morire e di un rinascere.

Per accedere alla rivelazione che Gesù porta in sé, cioè che il Figlio del Dio vivente si sia fatto uomo, è necessario un cambio radicale di prospettiva. Pietro deve in un certo modo morire e rinascere. Non può rimanere lo stesso.

Le tradizioni, interpretate alla maniera di scribi e farisei, tendono a lasciare tutto immutato, fisso; la rivelazione di Gesù mette in movimento, genera vita, trasforma esistenze e relazioni.

E il frutto di questa trasformazione è la chiamata ad essere parte della Chiesa: Pietro muore come individuo, e rinasce come parte della Chiesa: “E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa” (Mt 16,18).

Una Chiesa che non sarà Pietro ad edificare e a salvare, ma Gesù stesso e di cui Pietro avrà le chiavi, insieme all’autorità di “sciogliere e di legare” (Mt 16,19).

Le espressioni usate per sciogliere e legare richiamano diversi significati nell’Antico Testamento. Uno dei più ricorrenti riguarda il permettere e il proibire, e riguardano anche l’interpretazione della Legge di Mosè.

Allora, rimanendo nella logica con cui oggi abbiamo ascoltato questo brano, potremmo dire che il compito di Pietro sarà quello di definire i confini del Regno, così come ha fatto Gesù.

E lo potrà fare non a partire dalla sua fedeltà integerrima, alla maniera degli scribi e dei farisei, ma dall’esperienza della misericordia che il Signore gli mostrerà ogni volta che Pietro dimenticherà che non la carne e il sangue lo terranno unito al Signore, ma la fede umile dei poveri, ai quali il Padre rivela il Figlio.

+Pierbattista