Meditazione di Mons. Pizzaballa: XXVII Domenica del Tempo Ordinario, anno A, 2020

Published: October 01 Thu, 2020

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4 ottobre 2020

XXVII Domenica del Tempo Ordinario, anno A

Ascoltiamo oggi la seconda (Mt 21, 33-43) delle tre parabole che Gesù racconta nel tempio ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo (Mt 21,23), dopo il suo solenne ingresso in Gerusalemme.

Gesù racconta che un uomo pianta una vigna nel suo campo, la dà in affitto a dei vignaioli perché la coltivino e la facciano fruttificare, e poi parte per un viaggio. Quando è il tempo del raccolto, manda i suoi servi a ritirare i frutti.

Ci fermiamo innanzitutto qui, perché questi primi versetti ci dicono alcune cose importanti sul modo di agire di Dio.

La prima è che Dio, come il padrone della vigna, dà e si aspetta di ricevere. E, più precisamente, si aspetta di ottenere in cambio il frutto di ciò che Lui ha donato, ciò che nasce dal lavoro dell’uomo a partire da quanto Lui gli ha dato.

Potremmo dire che Dio dona, ma chiede anche, e che l’amore non può essere se non così, un amare e attendere di essere riamato.

Tutta la storia della salvezza può essere riletta a partire da questo scambio o, forse meglio, da questo desiderio di Dio, che sempre attende che il Suo amore sia corrisposto. E spesso attende invano.

Dio si attende gesti che rivelano quel che c’è nel cuore dell’uomo. Attende dei segni che dicano il riconoscimento, da parte dell’uomo, del dono ricevuto, della gratitudine per Colui che per primo ha donato:

che l’uomo non stenda la mano sul frutto di un albero, che viva il riposo nel giorno di sabato, che porti nella carne il ricordo dell’alleanza, che viva i gesti dei riti di festa. Sono sempre piccole cose, cariche di significato.

Di fronte a questa attesa, Dio è disarmato: può solo attendere.

Manda certo dei segni che ricordano all’uomo che, se vuole rimanere dentro la relazione di alleanza che Dio gli ha offerto, deve fare il suo passo, il suo gesto; ma non lo pretende.

Tutto si gioca sulla fiducia, ed è una fiducia che, nel racconto della parabola, cresce e che sembra incredula di fronte alla possibilità di non ricevere la risposta attesa.

Infatti, in ultimo, manda suo figlio e lo mette nelle mani di coloro dei quali ha già conosciuto la violenza e il rifiuto.

Lo invia come segno di fiducia rinnovata, come nuova possibilità offerta ai vignaioli. E lo invia con la speranza che proprio Lui, il Figlio, riuscirà a raccogliere dalle loro mani quel gesto di amore che si attende da loro, quel gesto che fa di loro persone affidabili, persone vere.

La parabola dice che questo non accade, e che il Figlio subisce la sorte di tutti gli altri, non viene riconosciuto come il Figlio del Padrone della vigna.

Ma poi la parabola non finisce lì.

Paradossalmente, proprio il sacrificio del Figlio sarà la risposta tanto attesa, quella che finalmente restituisce al Padre la pienezza dei frutti sperati.

Il Figlio ama talmente tanto la vigna del Padre suo da dare la vita per essa, e questo cambia la storia, segna un passaggio: Cristo è il frutto maturo che il Padre attendeva da sempre, il frutto finalmente riconsegnato nelle Sue mani.

+Pierbattista