Ordinazioni diaconali in Custodia di Terra Santa: Omelia di Mons. Pizzaballa

Published: May 10 Mon, 2021

9 maggio 2021

VI Domenica di Pasqua, anno B

Ordinazioni diaconali in Custodia di Terra Santa

Reverendissimo Padre Custode,

Fratelli carissimi,

Il Signore vi dia pace!

Per chi ha fede, non esiste il caso, ma tutto è solo Provvidenza. Mi piace perciò pensare che il brano del Vangelo di questa domenica non sia stato proclamato qui oggi, nel giorno della vostra ordinazione diaconale, solo per pura coincidenza tra la data scelta e la domenica pasquale che cade oggi, ma che sia un’indicazione provvidenziale anche per voi in questo giorno importante. Mi lascio quindi guidare dal Vangelo per interrogarmi sul vostro servizio diaconale, che oggi state per iniziare nella Chiesa Santa di Dio.

Gesù descrive la relazione che intercorre tra Lui e i discepoli come una relazione di amore: il termine amore, in questi pochi versetti, infatti, ricorre nove volte. Accanto al termine amore ne troviamo un altro, ugualmente importante, che Gesù applica ai suoi, ed è il termine “rimanere”.

Gesù in questo brano ci dice che amare significa rimanere gli uni negli altri. Amarsi non è un incontrarsi saltuariamente, non è neppure essere presenti gli uni gli altri rimanendo esterni, estranei, ognuno con la propria vita. Amarsi per Gesù ha questa intensità, questo spessore: che l’altro diventi parte di noi. Non sempre la relazione è facile, e spesso ci si scontra, non ci si capisce, ci si delude. Ma l’altro rimane parte della propria vita, per cui non se può fare a meno, non lo si può abbandonare.

Questa è anche la relazione che sussiste tra Gesù e il Padre, il loro essere una cosa sola, il loro avere tutto in comune: per questo Gesù può dire di amare il Padre e di osservare i suoi comandamenti (Gv 15,10).

Ma questo è anche ciò che Gesù ha vissuto con noi, ci ha amati così, perché siamo diventati parte di Lui al punto che non può vivere più senza di noi. Gesù chiede ai suoi di rimanere in questo amore, cioè innanzitutto di lasciarci amare così.

Voi fate già parte di una comunità religiosa e quindi siete già consapevoli del significato della parola “rimanere”. Con i voti di povertà, castità e obbedienza, infatti, avete già fatto una promessa definitiva, avete dichiarato di appartenere per sempre a Cristo, Signore della vostra vita e di vivere e rimanere in questa appartenenza secondo l’esempio di Francesco d’Assisi nell’Ordine dei Frati Minori e nella Chiesa.

Il Diaconato aggiunge a questa vostra promessa un’ulteriore dimensione. Con il primo grado del sacerdozio, vi viene chiesto di fare vostra la carità che ha animato Cristo nella sua vita, di diventare il Suo volto caritatevole in mezzo agli uomini, nella Chiesa. Gli apostoli, infatti, affidarono ai diaconi il servizio della carità. Non di una carità qualunque, generica, filantropica, ma della carità cristiana, quella che scaturisce dall’incontro con il Cristo. E questo presuppone un continuo rimanere in Lui, diventare immagine di Lui, che non venne per essere servito ma per servire (preghiera consacratoria). Il centro della carità cristiana sta non in se stessi ma nell’attenzione all’altro. Al dottore della legge che gli chiedeva chi fosse il suo prossimo (Lc 10,29), Gesù ha risposto chiedendogli, a sua volta, chi si è fatto prossimo (Lc 10,36): “Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo?”. Per farsi davvero prossimo, vivere per l’altro, insomma, è necessario rimanere in Cristo e vivere per Lui. Nel vostro caso, dunque, il Diaconato è un altro modo, un’altra espressione visibile, esterna, della vostra appartenenza a Cristo. Lo spendersi per il prossimo nella carità, insomma, è espressione visibile, esterna, della vostra appartenenza a Cristo, che avete già espressa nella consacrazione religiosa. Il aervizio al prossimo non è altro che la continuazione del vostro continuo abitare con il Signore Gesù, e viceversa.

Sarete presto chiamati a innumerevoli servizi da svolgere, e probabilmente i bisogni della gente vi sommergeranno, al punto da non trovare molto tempo per voi stessi e per la preghiera. I bisogni e le richieste, infatti, sono sempre tanti e c’è sempre tanto da fare… Sappiate, invece, trovare sempre il giusto equilibrio tra il bisogno di rimanere con Cristo nella preghiera e nell’ascolto della Parola da un lato e il servizio esterno per la vita del mondo dall’altro.

Nella Chiesa abbiamo fin troppi protagonisti e personaggi che fanno del loro servizio uno strumento di affermazione personale e di visibilità. Non sia così per voi. Non sappia la destra cosa fa la sinistra. L’amore è sempre e solo gratuito e dimentico di sé. Siate al servizio di Cristo e della Chiesa e non del vostro bisogno di affermazione, senza preoccuparsi troppo di avere tanti “like” sul vostro profilo facebook, dove postate le tante vostre buone azioni.

Il Vangelo, dicevamo, insiste molto sulla parola amore. In questo contesto, però, dobbiamo chiederci che cosa intenda Gesù per amore. Lui lega l’amore all’osservanza dei comandamenti, cioè ad un’obbedienza: chi mi ama, osserva i miei comandamenti (15,10). Nella nostra mentalità amore e obbedienza, invece, sembrano due contrari. L’amore è inteso come sinonimo di libertà, mentre obbedienza e comandamenti sono sinonimo di costrizione. Non è questo l’amore cristiano. Questo fraintendimento accade perché noi pensiamo spesso all’amore come ad un sentimento, un’emozione. San Agostino nel De Trinitate dice che “il vero amore consiste nell’aderire alla verità, per vivere nella giustizia” (7.10).

Il sentimento non sia dunque per voi un criterio di discernimento. Nelle relazioni che costruirete, nella pastorale con cui avrete a che fare, oltre al pericolo di legare tutto a sé, vi è quello di fondare tutto su sentimenti che, proprio perché tali, sono passeggeri: avere bisogno di successo, di piacere a tutti i costi, protagonismo eccessivo. Giocare sui sentimenti produce risultati immediati, ma anche effimeri, che finiscono presto. Educare e accompagnare alla conoscenza di Cristo e alla Verità, è assai più difficoltoso, meno gratificante e immediato, ma è vera carità. Inizialmente, specie quando si lavora in mezzo ai giovani, non si può evitare di avere a che fare con i sentimenti e le emozioni, che spesso per i giovani hanno un grande peso. Ma guai a limitarsi ad esse. Quante volte vediamo i giovani attivi nelle nostre opere, che però con gli anni si allontanano e spariscono. Ciò che li nutriva nella spensierata gioventù non è più un cibo nutriente quando si matura. Date loro da mangiare pane vero, che non è il vostro, ma è Cristo. Non rinunciate alla verità nel vostro insegnamento, per paura di non piacere! Non rinunciate a fare giustizia, a servire la verità e amare la Chiesa.

Il vostro, infatti, è un servizio della Chiesa, affidato a voi dalla Chiesa, e qualunque cosa facciate, è svolta nel nome della Chiesa, di tutta la comunità alla quale apparterrete. Non è sempre facile e immediato operare in questo modo. È più facile dare vita alle proprie idee e visioni, fare di testa propria, meno logorante. Non posso dire che non lo sia. Ma la testimonianza più importante, soprattutto oggi, nel tempo dell’individualismo e del personalismo è questo: sentirsi e fare comunità, operare creando la coscienza che siamo parte di una grande comunità, imperfetta ma anche piena di vita: la Chiesa.

Ecco, brevemente, a conclusione, insieme ai miei più sinceri auguri, vi invito nuovamente a fare vostri i sentimenti di Cristo, a fare vostra e approfondire in questi mesi che vi separano dal sacerdozio, la dimensione del ministero inteso come servizio; consapevolezza che dovrà restare sempre parte della vostra identità, perché in fondo, la vita cristiana non è altro che servire il Signore, e questo significa riconoscerlo nel volto di ogni uomo e donna, lodarlo nella celebrazione, nella liturgia e nella vita, testimoniare con gioia, gratuità e libertà chi siamo e a chi apparteniamo; significa dare la vita per i propri amici, così come Cristo ha dato la vita per noi, affinché si manifesti così davvero, nel vostro servire la Chiesa, l’Amore che vi abita e che vi sostiene.

+Pierbattista