Il processo sinodale: un metodo della nostra Chiesa locale per prendersi cura dei credenti che affrontano gli ostacoli più grandi

Il processo sinodale: un metodo della nostra Chiesa locale per prendersi cura dei credenti che affrontano gli ostacoli più grandi

Il processo sinodale: un metodo della nostra Chiesa locale per prendersi cura dei credenti che affrontano gli ostacoli più grandi
By: Don Bernard Poggi Published: 13/10/2021

C’è una domanda che da tempo aspetta una risposta: di cosa parlerà il nuovo Sinodo? La risposta arrivata non sembra però molto comprensibile: si parlerà del processo sinodale. Sì, un Sinodo sul processo sinodale. Ma cosa significa esattamente?

Quello dell'importanza di pensare insieme è stato un tema trattato spesso dal Santo Padre Francesco, che ha più volte sottolineato l'importanza del sinodo nell'ecclesiologia della Chiesa. Di recente ha infatti affermato che «la sinodalità esprime la natura della Chiesa, la sua forma, il suo stile, la sua missione» (Discorso di Papa Francesco ai fedeli della diocesi di Roma, sabato 18 settembre 2021) Per molti è difficile capire perché il Santo Padre voglia fare un sinodo sulla sinodalità – ma se guardiamo al suo significato, il termine “sinodo” può essere inteso meglio come “camminare insieme”. In questo nono anno del suo pontificato, il Santo Padre vuole che tutta la Chiesa si riunisca per esprimere i suoi desideri, le sue necessità e la sua visione per gli anni a venire. In questa luce, piuttosto che lavorare dall'alto verso il basso, ha proposto un ambizioso processo sinodale mondiale, in tre anni e tre fasi. Siamo solo all'inizio della prima di queste tre fasi alla quale saranno assegnati sette mesi a partire dall’ottobre 2021. Questa prima fase riguarda le singole Chiese diocesane, non propone i temi che verranno trattati, ma è incentrata sull'ascolto dei fedeli. Questo processo di ascolto non ha lo scopo di raccogliere opinioni, dice il Santo Padre: “non è un sondaggio, ma un aspetto dell'ascolto dello Spirito Santo, come leggiamo nel libro dell'Apocalisse: “Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese» (2,7). Avere orecchie, ascoltare, è la prima cosa che dobbiamo fare. Ascoltare la voce di Dio, sentire la sua presenza, testimoniare il suo passaggio e il suo soffio di vita”. (Ibid.)

Per noi di Gerusalemme questo processo non è nuovo, anzi ritorna all'essenza e al fondamento stesso di ciò che troviamo nel libro degli Atti che, nota il Santo Padre, è "il primo e più importante 'manuale' di ecclesiologia". Lì nel libro degli Atti troviamo due mirabili esempi di sinodalità: in Atti 6 troviamo gli apostoli che rispondono alle lamentele della comunità dei fedeli ellenistici «perché le loro vedove venivano trascurate nella quotidiana distribuzione del cibo». (v.1) Si parla ancora di sinodalità in Atti 15, dove leggiamo: “Ma si alzarono alcuni della setta dei farisei, che erano diventati credenti, affermando: "È necessario circonciderli e ordinare loro di osservare la legge di Mosè". Allora si riunirono gli apostoli e gli anziani per esaminare questo problema.". (vv.5-6)

Possiamo dire che la sinodalità è la storia di un viaggio iniziato a Gerusalemme e, dopo un percorso lungo e difficile, terminato a Roma. Durante la strada, chiunque cammini è colui che il Santo Padre chiama “protagonista, nessuno può essere considerato semplicemente extra” (18 settembre, Roma). Ma il significato e l'importanza del Sinodo non si limitano solo al primo secolo; molti di coloro che stanno nella nostra diocesi ricordano ancora il Sinodo del 2000, che è durato complessivamente 10 anni e si è concluso con il Piano Pastorale Generale per la Chiesa di Gerusalemme. È stato allora un progetto guidato dai veggenti della nostra chiesa locale, il patriarca Michel Sabbah e don Rafiq Khoury.

L' idea di fondo di un Sinodo è trovare soluzioni comuni ai problemi reali che i fedeli affrontano nella Chiesa; di conseguenza, la Chiesa cerca di farsi carico di una preoccupazione comune e di affrontarla come fosse di tutti. A tal fine, il Santo Padre cita il Libro degli Atti dicendo che“riunire l'assemblea dei discepoli e prendere la decisione di nominare quei sette uomini che si impegnassero a tempo pieno nella diakonia, il servizio della mensa” è stato un modo di procedere “sinodale”; si è presentato il problema e offerta una «proposta che piaceva a tutto il gruppo» (v. 5) e alla fine ha fatto crescere nella santità.

Nella prima fase diocesana è importante che la Chiesa cominci con l'ascolto. Nella Chiesa siamo abituati a chiedere agli altri di ascoltare, ma è importante cominciare noi per primi ad ascoltare. Ascoltare le preoccupazioni dei battezzati, è superare la struttura ecclesiale spesso rigida; procedere come fratelli camminando insieme per scoprire orizzontalmente quali sono i bisogni dell’altro, e poi non prenderli alla leggera, ma assumerli come propri.

Mentre a molti questa prima parte del processo sinodale può sembrare una democrazia ecclesiastica, in realtà è tutt'altro. Mentre una democrazia si concentra sulla maggioranza, la sinodalità si concentra sui pochi che affrontano i maggiori ostacoli. È piuttosto quello che la Chiesa chiama il “sensus fidei” o il senso della fede proveniente dai fedeli. Lasciare la parola a tutti i fedeli riconosce la dignità della funzione profetica da essi acquisita il giorno del battesimo. In tal senso, osserva il Santo Padre, «l'esercizio del sensus fidei non può ridursi alla comunicazione e al confronto delle opinioni che possiamo avere su questo o quel tema, su quel singolo aspetto della dottrina, o su quella regola di disciplina». Ha aggiunto: “Né potrebbe prevalere l'idea di distinguere maggioranze e minoranze” (18 settembre – Roma).

La seconda tappa del processo è quella che chiameremo “regionale”, nella quale alcune regioni del globo si riuniranno per scoprire i temi comuni raccolti a livello diocesano. Il Vaticano ha chiesto che entro il 10 aprile 2022, dopo un processo di “ascolto, preghiera e riflessione”, ogni Chiesa locale produca un documento, che non potrà superare le 10 pagine, e lo invii a Roma. Nel settembre 2022 sarà pubblicato un documento di lavoro chiamato Instrumentum Laboris per guidare le assemblee continentali e regionali, consentendo loro di discutere ulteriormente i contenuti del loro rapporto. La seconda fase del processo sinodale si svolgerà entro marzo 2023. Il risultato di queste assemblee regionali sarà nuovamente inviato a Roma per aiutare a strutturare un secondo Instrumentum laboris per la successiva assemblea del Sinodo dei Vescovi che si terrà nell'ottobre del 2023.

Se ci pensiamo bene, questa è un'iniziativa molto coraggiosa: in un momento in cui la Chiesa universale sembra frammentata e divisa, questo passo può essere proprio quello necessario per aiutarci a superare le differenze radicali nelle condizioni ecclesiali ed esistenziali di ogni Chiesa locale . È anche un'iniziativa coraggiosa perché mette in luce la richiesta di una certa libertà religiosa; cosa che è data per scontata in Occidente. La libertà religiosa attualmente è invece inesistente per i cattolici di molti paesi.

In questa fase, la cosa più importante consiste nel prendere parte al dialogo ecclesiale. Questo è l'invito che molti avrebbero voluto sentirsi fare. Occorrerà anche un certo discernimento da parte dei vescovi. In realtà, per prendere le giuste distanze dai desideri e dai bisogni di pochi (spesso quelli più influenti) i vescovi dovranno difendere il processo sinodale dai pregiudizi dei media e da benefattori e gruppi di pressione che cercano di influenzare la Chiesa con i loro soldi. Inoltre, dovranno impegnarsi a rimanere fedeli alla realtà vissuta dai fedeli piuttosto che cercare di accontentare tutti coloro che vogliono di più dello status quo.

Avranno poi un altro ruolo importante una volta terminato il sinodo, nella fase della concretizzazione, facendosi carico delle preoccupazioni espresse durante il cammino comune, altrimenti l'intero percorso condurrà solo ad avere un altro libro sullo scaffale. I sacerdoti condividono questa responsabilità; devono quindi essere convinti che valga la pena di fare questo cammino, coinvolgendo i fedeli, e infine devono essere disposti ad adattare le proprie idee e iniziative, lasciandosi guidare dagli esiti dell'intero processo.

Se è vero che, qui in Terra Santa, abbiamo la fortuna di avere molti giovani nelle nostre Chiese, è anche vero che tanti sono gli ostacoli che non permettono ai giovani di continuare ad essere entusiasti della Chiesa. Questo evento sinodale dovrebbe essere un'opportunità per mostrare ai nostri giovani che siamo disposti ad ascoltarli. Come annotava papa Francesco nella sua lettera ai giovani quattro anni fa: “San Benedetto ha esortato gli abati a consultare anche i giovani, prima di ogni decisione importante, perché «spesso il Signore rivela ai più giovani ciò che è meglio». (Regola di San Benedetto, III, 3)

Siamo spesso abituati a iniziative e lettere della Chiesa in cui ci dicono tutto ciò che dovremmo sapere, ma la realtà è che quelle iniziative non sono sempre un vero riflesso di ciò che i fedeli vivono. Questo cammino richiederà la volontà di dire la verità, di ascoltare e lo sforzo di capire e, alla fine, servirà un'audacia ancora più grande per tentare qualcosa di nuovo. Ma non è quello che è successo anche nel libro degli Atti?

Ci sono rischi in questo processo sinodale; potrebbe rafforzare il risentimento di molti cattolici contro una Chiesa istituzionale che invita continuamente le persone, ma non le fa mai veramente entrare. Si tratta però di un invito inedito proveniente dal papa, e va accolto con speranza. No, questo processo non è nuovo per noi della Chiesa di Gerusalemme, ma se vogliamo risultati migliori dell'ultima volta che abbiamo avuto un sinodo, dobbiamo essere disposti a non prendere alla leggera l’esito del processo. Arrivare fino in fondo significherà avere una buona riuscita o fallire: fallire consisterà in un aumento dell'apatia, avere successo consisterà in una crescita della santità per l'intero popolo di Dio.