"Breaking Bread for the Journey": Omelia dell’Arcivescovo Pierbattista Pizzaballa per l’unità dei cristiani

Published: January 29 Wed, 2020

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Preghiera per l’unità dei cristiani

29 gennaio 2020: Breaking Bread for the Journey

Patriarcato Latino, Gerusalemme

Innanzitutto, saluto i rappresentanti delle diverse chiese cristiane e le varie comunità cristiane qui presenti.

Il tema assegnato per la giornata di oggi è: “spezzare il pane per il cammino”. E per comprenderlo ci viene in aiuto il Vangelo che è appena stato proclamato.

È un brano ricco di spunti dal quale prendiamo solo alcune considerazioni.

1.

Gli apostoli si riunirono intorno a Gesù per riferire ciò che avevano fatto e insegnato. Altri traducono “ritornarono da Gesù”. In ogni caso Gesù è il riferimento del ministero apostolico. Una cosa assai scontata e banale, evidentemente. È chiaro che è Gesù il riferimento per ogni inviato. Sono cose che ci insegnano dalla nostra infanzia.

Eppure, nonostante abbiamo sempre detto di avere come riferimento Gesù, la nostra storia dice il contrario. Le nostre divisioni sono l’evidente dimostrazione che nel nostro parlare, nei nostri orientamenti e nelle nostre strategie, il riferimento principale non era Gesù e l’ascolto del suo insegnamento ma, nel migliore dei casi, la nostra idea di Gesù. Sappiamo molto bene, infatti, dalla storia che abbiamo ascoltato più noi stessi, gli interessi di carattere politico, la paura di perdere il potere acquisito. Più che servire Gesù, ci siamo serviti di Gesù. Per stare al brano del Vangelo: non siamo stati capaci di riunirci attorno a Lui. E non parlo qui delle inevitabili differenze culturali e rituali tra noi, che sono frutto della multiforme bellezza del cristianesimo, ma dell’ostilità che per lunghi secoli ci ha accompagnato e a causa della quale ora non siamo più in grado di spezzare insieme il pane eucaristico.

Gerusalemme non è mai stato il luogo dove queste divisioni sono nate. Le divisioni sono nate nei vari centri di potere: da Roma a Costantinopoli, dall’Asia, fino al Nord Europa e nelle altre parti del mondo. Gerusalemme, tuttavia, è il luogo dove le divisioni sono confluite e dove questa ferita profonda nell’unico Corpo di Cristo, la Chiesa, è evidente, tangibile e dolorosa.

Il cammino da fare per ritrovarci pienamente è ancora lungo, e possiamo e vogliamo pregare e invocare lo Spirito perché nei tempi e nei modi che solo lui conosce, possiamo ritornare a ritrovarci pienamente e a riunirci attorno a Gesù.

Nel passato la Chiesa di Gerusalemme ha subito il frutto delle divisioni tra le Chiese. Chissà se nel futuro non sia possibile che proprio da qui, dalla nostra Chiesa, possa scaturire un rinnovamento vero delle relazioni tra noi.

Nonostante la stanchezza, il caldo e la fatica, la folla insegue Gesù e i suoi apostoli. La folla è stata per un’intera giornata al seguito di Gesù, nel caldo, senza mangiare, stanca e affamata, ma alla sera, nonostante tutto ciò, invece di tornarsene a casa, erano ancora tutti li con lui, per ascoltarlo al punto che, a sentire i discepoli, era forse tempo di congedarli (Mc 6,35). La prima domanda che mi pongo, dunque, è se siamo nella stessa condizione di quella folla: davvero, come quei cinquemila, mettendo da parte i nostri interessi personali, sentiamo il bisogno della sua presenza, di ascoltare la sua voce, di mangiare del suo pane, che è Lui stesso? Di cosa abbiamo veramente fame? Di quale cibo siamo alla ricerca? Non c’è una sola fame, lo sappiamo bene. Si possono avere tante forme di fame. Qual è, dunque, la fame che ci caratterizza? Cosa nutre la nostra vita cristiana? Quanto l’Eucarestia sostiene la nostra vita di fede?

“Date voi stessi da mangiare” (6,37): La risposta di Gesù disorienta gli apostoli, giustamente preoccupati per la folla affamata.  Non che ciascuno faccia da sé, ma che essi condividano quello che hanno a tutta folla! Un invito umanamente impossibile da realizzare. Invece è proprio ciò che accade. Partendo dal poco esistente messo a disposizione, Gesù compie il miracolo della moltiplicazione, donando pane a sufficienza per tutti. È un invito a diventare noi stessi “eucaristici”, cioè persone che fanno dono di sé, e la cui vita è un continuo rendere lode a Dio. Non è necessaria alcuna ricchezza, da intendere non solamente come un bene materiale, ma anche come la presunzione di fare tutto da soli, di essere sempre all’altezza del nostro ruolo. Non ci viene chiesto di condividere la nostra conoscenza, ma la nostra vita, nella quale risplenda l’opera di Dio. Condividere il pane eucaristico, richiede che ci sia contemporaneamente la disponibilità a fare gratuito dono di sé.

Attualmente non siamo ancora in grado di condividere tra noi il pane eucaristico, ma possiamo cominciare con il fare dono di sé, a condividere la nostra vita comune. Ad accoglierci e amarci l’un l’altro.

È soprattutto compito dei pastori dare questo orientamento. Gesù chiede agli apostoli di dare loro da mangiare.

Questo significa sporcarsi le mani, compromettersi, coinvolgersi, mettere la nostra vita nelle mani di chi ci è affidato, delle nostre comunità così come sono, dimentichi di noi stessi, pagando a volte un prezzo non indifferente, in termini di relazioni, incomprensioni, opposizioni, solitudini… del resto fare dono di sé, significa anche un po’ morire, come Gesù sulla croce. Non si fa dono di sé, senza pagare alcun prezzo. Non dimentichiamo che l’Eucarestia è anche sacrificio.

“E sedettero, a gruppi di cento e di cinquanta” (Mc 6,40). Come appena accennato, l’eucarestia crea comunità solidali, dove ci si sostiene a vicenda. “Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune… dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno… e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore” (Atti 2, 43-45).

Uno dei problemi della nostra Chiesa oggi è proprio l’anonimità delle nostre comunità, più simili alla folla che ai gruppi di cinquanta stabiliti da Gesù nel nostro brano. Se non ci si conosce, nemmeno si può condividere la vita. C’è spesso una separazione tra il sacramento che celebriamo intorno all’altare e la vita reale. È questo il motivo dell’anonimità delle nostre comunità.

Oggi, ancor più che nel passato, la fede non può crescere nelle masse anonime, ma ha bisogno di volti e nomi, di esperienze concrete e comprensibili. Nessuno si converte dopo avere letto il catechismo della chiesa o i canoni delle nostre diverse chiese. Ci si converte se si incontra il risorto. Il brano del vangelo ci invita a dare un volto e un’identità chiara alle nostre comunità.

Spetta a noi, dunque, dare una forma precisa e riconoscibile alle nostre comunità, a tradurre nella vita ciò che celebriamo nel mistero, a rendere visibile nelle nostre rispettive comunità la luce del risorto.

5.

In attesa che un giorno potremo spezzare insieme il pane eucaristico, con il segno che compiremo durante questa celebrazione, vogliamo allora insieme oggi impegnarci come Chiesa di Gerusalemme, come piccola ma significativa comunità cristiana, ad accoglierci l’un l’altro, a condividere per quanto possibile la nostra vita, i nostri problemi, le nostre fatiche. Ma non possiamo guardare solo a noi stessi, come se fossimo gli unici. Dobbiamo invece alzare lo sguardo al mondo nel quale ci troviamo.

Vogliamo come comunità cristiana, insieme, esprimere la nostra condivisione delle fatiche e delle sofferenze di tutti, di farci carico delle ingiustizie e delle povertà poste di fronte ai nostri occhi, di farci voce libera per i diritti di coloro i cui i diritti vengono negati.

La nostra società è sempre stata culturalmente e religiosamente pluriforme. Eppure, oggi assistiamo al rifiuto a riconoscere questa diversità, dove ciascuno ha la sua dignità e i suoi diritti.

È ormai cronaca di questi giorni.

Ebbene, proprio in questo contesto, credo che si possa anche affermare che essere eucaristici cioè condividere la vita e spezzare il pane tra noi, non possa non significare anche assumere e riconoscere questa la ferita profonda di questa Terra.

Non possiamo cioè pregare per le divisioni tra noi, senza riconoscere e fare nostra anche la divisione di questa terra, il rifiuto ad accogliersi e riconoscersi l’un l’altro dei popoli che la abitano, con dignità e giustizia.

Non possiamo tacere. È nostro dovere dire: no, non è questa la strada da percorrere. Questa via porterà solo violenza e odio.

Dal poco pane messo a disposizione, Gesù ha sfamato cinquemila persone. Il Signore Gesù sia allora ancora oggi per la nostra piccola comunità di credenti in Cristo il pane che da forza in questo difficile ma necessario cammino di riconciliazione e possa essere per tutti fonte di luce e speranza.

+Pierbattista

Fotos: ©Nadim Asfour/ CTS