Dal beato Pierre Claverie a papa Francesco: Chiesa e mondo musulmano oggi

Published: November 21 Thu, 2019

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Dal beato Pierre Claverie a papa Francesco:

Chiesa e mondo musulmano oggi
Bologna, 20 novembre 2019

Il Concilio Vaticano II ha avviato un ripensamento del rapporto con i musulmani, un rapporto che era caratterizzato da quello che potrebbe essere considerato un "insegnamento del disprezzo" nel periodo precedente al Concilio. Sebbene tendiamo a usare il termine "insegnamento del disprezzo", espressione formulata dallo storico ebreo francese Jules Isaac, per descrivere il discorso millenario generalmente usato dai cristiani per descrivere l'atteggiamento nei confronti degli ebrei e del giudaismo, un discorso simile ha caratterizzato il modo in cui i cristiani abitualmente parlavano di musulmani.

Quest’anno abbiamo celebrato gli 800 anni dell’incontro tra San Francesco e il Sultano d’Egitto. Non è un caso se per trovare un’immagine di incontro tra cristiani occidentali e musulmani, dobbiamo andare indietro di 800 anni. Le relazioni tra i due mondi sono sempre state difficili, sul piano religioso, come su quello politico, spesso mischiati tra loro.

Per secoli, infatti, il rapporto tra cristiani e musulmani si è nutrito dal sospetto che l'Islam fosse o una forma rinascente di ebraismo, un'eresia cristiana o una forma religiosa di estrazione pagana. D’altro canto, il mondo musulmano ha a sua volta considerato il cristianesimo una forma di paganesimo. E cosi pensano tutt’ora i movimenti islamici radicali.

Il mondo musulmano mediorientale ha sempre identificato le nazioni europee con il cristianesimo occidentale, identificando, quindi, le scelte politiche delle nazioni europee con l’atteggiamento dei cristiani nei loro confronti. E per molto tempo è stato vero anche il contrario: le scelte di emiri e sultani, spesso motivate da esigenze personali e politiche, agli occhi del mondo europeo erano interpretate come scelte dei musulmani. Le nostre rispettive religioni, insomma, sono state strumentali a lotte di potere di ogni genere.

Anche per queste ragioni, fin dai primi tempi, le relazioni dell’occidente con il mondo musulmano sono state caratterizzate da guerre e contrapposizioni politiche e religiose, che sono continuate fino ai nostri giorni.

In tempi e fasi successive, i musulmani conquistarono terre governate dai cristiani, conquistarono il cuore dell'Impero bizantino e si estesero in Europa, raggiungendo le porte di Vienna ad est e portando la Spagna a ovest.

L'apice della tensione fu raggiunto forse nel periodo delle Crociate, quando i soldati europei, e in nome della cristianità occidentale, invasero le terre allora governate dai musulmani e ripresero Gerusalemme, creando nel mondo islamico uno shock profondo. Ma anche l’assedio di Vienna è rimasto nell’immaginario collettivo un momento importante e negativo nella relazione reciproca tra i due mondi, sia per gli europei che per il mondo turco musulmano.

Con il lento declino dei regimi islamici mediorientali, gli europei hanno lanciato progressive campagne di conquista coloniale delle terre governate dai musulmani.

Il secolo 20º è stato il secolo che ha visto l’apice delle occupazioni coloniali, ma anche la loro fine. Dopo il secondo conflitto mondiale, infatti, si sono diffusi in tutto il mondo mediorientale movimenti di liberazione nazionale, che hanno caratterizzato la vita degli appena nati regimi nazionali arabi. Questi movimenti non erano esclusivamente islamici. I Cristiani mediorientali hanno avuto un ruolo importante in questi movimenti, ma non c’era alcun dubbio che vi fosse una comune reazione, spesso rancorosa, verso l’Occidente, sia esso politico che religioso. Anche il conflitto israelo-palestinese è considerato parte di questa contrapposizione tra paesi arabi e occidente.

Evidentemente una attenta e seria lettura storica delle relazioni tra i due mondi meriterebbe più tempo e maggiore precisione e non c’è alcun dubbio che quanto detto finora si presti a discussioni e possa essere definito superficiale.

L’intento in questa sede, tuttavia, è solamente quello di spiegare che le relazioni storiche, politiche e religiose tra i due mondi sono sempre state difficili. E questo ci sembra di averlo fatto sufficientemente e che ciò sia comunque chiaro e riconosciuto da tutti. Disanime storiche complete e approfondite si dovranno fare in altre sedi.

Veniamo ora al presente. Nel periodo che precede il Concilio, molti hanno chiesto un ripensamento dell'atteggiamento della Chiesa nei confronti degli ebrei, motivato dalla catastrofica storia di ebrei e cristiani nelle terre formate dalla cristianità. Questa evoluzione ha portato molti a chiedere un ripensamento parallelo dell'atteggiamento della Chiesa nei confronti dei musulmani. Dopo un lungo processo di discussione e dibattito, la Dichiarazione sulla relazione della Chiesa con le religioni non cristiane, nota come Nostra Aetate, pubblicata il 28 ottobre 1965, affiancò i due paragrafi, paragrafo 3 su l'atteggiamento della Chiesa nei confronti dei musulmani e il paragrafo 4 sull'atteggiamento della Chiesa nei confronti degli ebrei. Il paragrafo 3, sottolineando tutto ciò che cristiani e musulmani condividono, affermava inequivocabilmente "la Chiesa considera con stima anche i musulmani" e ha insistito sul fatto che, nonostante secoli di ostilità, "questo sacro concilio spinge tutti a dimenticare il passato e a lavorare sinceramente per la comprensione reciproca e per preservare e promuovere insieme a beneficio di tutta l'umanità la giustizia sociale e il benessere morale, nonché la pace e la libertà".

In questi giorni, la Chiesa si trova tra due opposte tensioni quando si tratta di ripensare al rapporto con i musulmani. Da un lato, alcune tendenze dell'Islam politico non solo hanno radicalizzato il discorso musulmano, ma hanno provocato il caos in molti contesti in cui musulmani e cristiani hanno vissuto insieme per secoli, in Africa, in Asia e in Medio Oriente. Basti pensare al fenomeno ISIS, che ha stravolto la vita dei cristiani (ma non solo) in Siria e in Iraq, ma che ha tentacoli anche in Africa e che riesce ancora a penetrare attraverso i media nella mente di molti giovani sparsi un po’ in tutto il mondo, soprattutto nei Paesi arabi.

I cristiani nella mia diocesi osservano con paura e ansia lo svolgimento di eventi in Egitto, Iraq, Siria e altrove, dove i radicali musulmani hanno massacrato ed espulso cristiani e altre minoranze, distrutto chiese e promosso un discorso anticristiano che è agghiacciante.

D'altra parte, dobbiamo anche dire che in Europa, in Nord America e in molti altri luoghi prolificano movimenti razzisti che diffondono odio e intolleranza verso gli stranieri, in particolare quelli musulmani. L'islamofobia è ancora molto diffusa e sta rendendo difficile la vita del musulmano medio.

Diciamo che sia in Medioriente, con l’ISIS e affini, che in Occidente, con questi movimenti razzisti, si sta ripetendo, in forme rinnovate e modificate, il copione già visto lungo i secoli passati nelle relazioni tra i due mondi. In Medio Oriente, le difficili situazioni politiche, le debolezze e la corruzione dei regimi politici, la vergognosa situazione economica e la conseguente frustrazione di tanti giovani, il più delle volte, sono la base sulla quale i movimenti islamici radicali costruiscono il loro apparato di odio anti-occidentale e anti-cristiano, rispolverando tutti i loro vecchi stereotipi.

Dall’altro lato, i veloci cambiamenti sociali e le crisi economiche in occidente, l’arrivo di migliaia di stranieri, musulmani e non, e i conseguenti disorientamenti e paure di fronte a questi cambiamenti, sono la base che alimenta i sentimenti antislamici, anch’essi nutriti dai vecchi stereotipi, mai del tutto dimenticati.

In questo contesto, non è secondario il rischio che le nostre rispettive religioni vengano ancora una volta usate come strumento di difesa rispetto al pericolo percepito, che vengano considerate esclusivamente come elemento di aggregazione identitaria e come argine alle invasioni culturali e alle nuove immigrazioni. In Oriente si rischia, cioè, che l’Islam diventi lo strumento di lotta politica e per combattere le corruzioni culturali che stanno cambiando – a detta di quei movimenti - la “purezza” delle istituzioni religiose e sociali della loro popolazione. In Occidente, d’altro canto, le chiese cristiane e/o la tradizione cristiana possono essere usati per la difesa e l’aggregazione identitaria della società, disorientata di fronte all’invasione dei migranti, per il bisogno di riferimenti culturali condivisi, per il bisogno più generale di ricostituire la “propria casa” in rovina.

Senza entrare nel merito di tali questioni, che meritano ben più approfondite considerazioni, tutto ciò è comunque un rischio che dobbiamo evitare. Di fronte a queste situazioni, il richiamo di Nostra Aetate e i successivi documenti della Chiesa, che invitano ad un atteggiamento nuovo e diverso nei confronti dei musulmani, sono attuali più che mai. Sono molti i documenti che dal Vaticano II in poi i Papi e le conferenze episcopali hanno pubblicato sulla necessità di un dialogo nuovo e fraterno con il mondo musulmano.

Più che i documenti, tuttavia, sono importanti i gesti e le testimonianze. È dalle testimonianze, personali e collettive, infatti, che si possono ricavare indicazioni concrete e insegnamenti efficaci e incisivi nella coscienza delle persone. Solo così si potrà avere un reale cambiamento di atteggiamento. I documenti vengono dopo. Essi sono certamente necessari e servono per dare a quei gesti una forma e un orientamento comune per il futuro. Ma senza testimonianze concrete corrono il rischio di restare lettera morta.

Tra i gesti importanti, penso, in particolare, al periodo di preparazione al Gubileo del 2000 e al processo di purificazione della memoria, voluto con insistenza da papa Giovanni Paolo II. Processo allora assai discusso, e anche per questo credo profetico. Come potere accostarci al mondo islamico con libertà, infatti, senza una rilettura libera e purificata della nostra difficile e drammatica storia?

Ma venendo ad un passato più recente, due eventi hanno avuto luogo nel giro di pochi mesi e hanno sottolineato quanto la Chiesa stia continuando insistentemente a promuovere un dialogo con i credenti musulmani in tutto il mondo, specialmente dove cristiani e musulmani vivono insieme. La prima è stata la beatificazione dei martiri algerini l'8 dicembre 2018 e la seconda è stata la firma della dichiarazione, Fraternità umana per la pace mondiale e la convivenza, di papa Francesco e il capo di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyib ad Abu Dhabi il 4 febbraio 2019.

Diciannove religiosi cattolici sono stati beatificati insieme in una cerimonia emotiva ad Oran, in Algeria alla fine del 2018. I diciannove erano stati assassinati violentemente per un periodo di poco più di due anni, da maggio 1994 ad agosto 1996. Tutti furono brutalmente assassinati da assassini, guidati da ideologie islamiche politiche radicali. Probabilmente costoro ritenevano che questi religiosi rappresentassero la cristianità coloniale e antislamica. Anche qui vediamo ancora una volta un confondersi del piano religioso con quello politico, legato alla nostra difficile storia. Tra questi martiri, i più noti sono senza dubbio i due che hanno provocato una profonda riflessione sul rapporto tra Chiesa e musulmani, Pierre-Lucien Claverie, vescovo di Orano in Algeria, domenicano e Christian de Chergé, priore del monastero trappista a Tibhirine, Algeria.

Entrambi questi uomini erano testimoni radiosi delle possibilità della testimonianza cristiana nel mondo musulmano. Entrambi erano legati da amore e passione per la nazione algerina e le sue popolazioni e coltivavano rapporti di amicizia con tantissimi musulmani, sul piano fraterno, religioso e culturale. Erano testimoni veri della ricchezza di tali amicizie e di come il rapporto con i musulmani potesse contribuire ad un approfondimento della fede cristiana. Essi appartenevano a una nuova generazione di pionieri nel dialogo con i musulmani, traendo ispirazione da persone come Louis Massignon, il biografo francese del mistico Al-Hallaj, George Anawati, l'esperto domenicano egiziano sul pensiero musulmano, Robert Caspar e Joseph Cuoq, sia i missionari dell'Africa che gli storici dell'Islam. Questa prima generazione era stata coinvolta nella formulazione del paragrafo 3 di Nostra Aetate. Claverie e Chergé insieme a molti altri, hanno continuato il lavoro.

Il dialogo e la relazione non sono una necessità sociale al quale il cristianesimo si deve adeguare. Non si tratta di fare qualcosa richiesto solamente dalle esigenze del tempo. La relazione e l’apertura verso l’altro sono costitutive della fede cristiana e della vita della Chiesa. Entrare in relazione, essere proteso verso l’altro è fondamento della vita cristiana. Nella vita del credente cristiano, “tu” è il soggetto, mai “io”. Il cristianesimo nasce da un Uomo, figlio di Dio e Dio, che per amore si lascia morire, annientato sulla croce, per donare la vita al mondo. Ed è questa la logica che accompagna ogni cristiano: fare di sé un dono di vita, anche a prezzo della propria.

Claverie, vero credente, fu mosso proprio da questo principio cristiano ad entrare in relazione con la realtà nella quale la Provvidenza lo aveva posto, per costruire da li il Regno: "Una delle mie principali missioni in Algeria", ha detto, "è stabilire, sviluppare e arricchire una relazione, sempre, ovunque e con tutti". Ha testimoniato: "Conosco abbastanza amici musulmani che sono anche miei fratelli per pensare che l'Islam sa essere tollerante, fraterno (...) Il dialogo è un'opera alla quale dobbiamo tornare senza sosta: da solo ci consente di disarmare il fanatismo, sia il nostro che quello dell'altro”.

Non era un idealista astratto, edulcorato, separato dalla sua realtà che, soprattutto nel periodo precedente al suo assassinio, aveva evidenti caratteri di fanatismo e violenza. Non chiudeva gli occhi di fronte al radicalismo islamico, condannando costantemente la codardia di coloro che erano passati alla violenza, uccidendo nell'ombra. Al contrario, prese posizioni chiare contro coloro che in Europa promuovevano un dialogo ingenuo, che evitava il vero e arduo compito di un confronto vero, serrato, sincero e rispettoso. "La riconciliazione non è un affare semplice", ha scritto nel 1995. "Ha un prezzo elevato. Può anche comportare, come ha fatto per Gesù, essere diviso tra opposti inconciliabili. Un islamista e un kafir (infedele) non possono essere riconciliati. Allora, qual è la scelta? Bene, Gesù non sceglie. Dice, in effetti, "Vi amo tutti" e muore”. Quelle parole si dimostrarono straordinariamente profetiche.

Claverie credeva fermamente che una società in cui i musulmani erano la maggioranza potesse essere effettivamente democratica e tollerante. Credeva anche che i cristiani, che avevano combattuto contro i musulmani e li avevano colonizzati (non dimentichiamo che ci troviamo nell’Algeria post-coloniale, che la lasciato segni profondi e contraddittori nella società algerina), avevano la responsabilità di aiutare a costruire la società civile, istituire biblioteche per studenti e ricercatori, centri di riabilitazione per portatori di handicap e centri per l'educazione delle donne. Non avrebbe permesso, come ha detto, "al nostro amore di estinguersi nonostante la lacerazione nei nostri cuori, desiderando la pace e costruendola a piccoli passi, rifiutando di unirsi al coro di quanti urlano, e rimanendo liberi anche se ancora in catene". Claverie fu assassinato insieme al suo amico e autista musulmano, Mohamed Bouchikhi. Mentre i due uomini stavano morendo, il loro sangue si mescolava sul pavimento, una metafora del percorso comune che abbiamo di fronte a noi.

Papa Francesco ha intrapreso questo percorso a modo suo. Insistendo per tutto il suo pontificato in un dialogo di religioni per riparare il mondo spezzato in cui viviamo, ha coinvolto i musulmani in un modo particolarmente intenso. Ha accolto i musulmani in Vaticano, ha viaggiato in paesi in cui i musulmani sono la maggioranza, Giordania e Palestina, Albania, Turchia, Bosnia, Azerbaigian, Bangladesh, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Marocco. Nel 2016, nella Repubblica Centrafricana, il Santo Padre ha visitato una moschea locale e ha detto alla comunità musulmana locale in un paese che ha conosciuto molta violenza: “Cristiani e musulmani sono fratelli e sorelle. Dobbiamo pertanto considerarci e comportarci come tali. Siamo ben consapevoli che i recenti eventi e atti di violenza che hanno scosso il vostro paese non erano fondati su motivi propriamente religiosi. Coloro che affermano di credere in Dio devono anche essere uomini e donne di pace. Cristiani (...) Insieme, dobbiamo dire no all'odio, no alla vendetta e no alla violenza, in particolare quella violenza perpetrata nel nome di una religione o di Dio stesso. Dio è pace”. Papa Francesco è stato molto fermo nel respingere qualsiasi tentativo di equiparare l'Islam alla violenza. Allo stesso tempo, ha incoraggiato fermamente l'Europa a non avere paura dei musulmani.

Claverie e coloro che sono stati beatificati con lui hanno reso una testimonianza che ha alimentato e preprato il documento firmato da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyib nel febbraio di quest'anno. Basandosi sulle intuizioni di Nostra Aetate, il documento chiede non solo la pace e il dialogo, ma anche l'amicizia e la collaborazione tra cristiani e musulmani. Come dice il documento, “La fede porta un credente a vedere nell'altro un fratello o una sorella da sostenere e amare. Attraverso la fede in Dio, che ha creato l'universo, le creature e tutti gli esseri umani (uguali per la sua misericordia), i credenti sono chiamati ad esprimere questa fraternità umana salvaguardando la creazione e l'intero universo e sostenendo tutte le persone, specialmente i più poveri e quelli più bisognoso".

La dichiarazione di Abu Dhabi, fedele alla testimonianza di Claverie, non è né idilliaca né polemica, ma sobria. Tutti i credenti sono chiamati a un chiaro esame di coscienza, in modo da poter esaminare le reciproche narrazioni, i nostri comportamenti e le nostre attitudini ed educare la prossima generazione all'amicizia e alla fratellanza. Come sottolinea il documento, "dichiariamo fermamente che le religioni non devono mai incitare alla guerra, atteggiamenti odiosi, ostilità ed estremismo, né devono incitare alla violenza o allo spargimento di sangue. Queste tragiche realtà sono la conseguenza di una deviazione dagli insegnamenti religiosi. Derivano da una manipolazione politica delle religioni e da interpretazioni fatte da gruppi religiosi che, nel corso della storia, hanno approfittato del potere del sentimento religioso nel cuore di uomini e donne per farli agire in un modo che ha niente a che fare con la verità della religione. "

Di capitale importanza, soprattutto per il mondo islamico, il concetto di cittadinanza comune e uguale per tutti, apertamente menzionato nel documento e mai prima d’ora citato in un documento di questo genere. Erano soprattutto i cristiani a parlarne e pochi intellettuali musulmani. Ora in un documento ufficiale, pubblico e autorevole come questo, si dice apertamente che, per costruire insieme la società civile, "la cittadinanza si basa sulla parità di diritti e doveri, in base alla quale tutti godono della giustizia. È quindi fondamentale stabilire nelle nostre società il concetto di piena cittadinanza e rifiutare l'uso discriminatorio del termine minoranze che genera sentimenti di isolamento e inferiorità. "

Nelle manifestazioni di queste ultime settimane in Libano e in Iraq, che hanno visto accomunati sunniti, sciiti, cristiani, drusi e molti altri, possiamo vedere un piccolo seme di questa idea di cittadinanza comune, distinta anche se non separata dall’appartenenza religiosa, scontata in Europa, ma non nella Regione Araba.

Il 21 giugno 2019, durante una visita a Napoli, Papa Francesco ha nuovamente espresso la sua visione per un dialogo con ebrei e musulmani, commentando la necessità di un'adeguata educazione teologica. "Gli studenti di teologia dovrebbero essere educati nel dialogo con l'ebraismo e l'Islam per comprendere le radici e le differenze comuni delle nostre identità religiose, e quindi contribuire in modo più efficace alla costruzione di una società che valorizzi la diversità e promuova il rispetto, la fratellanza e la convivenza pacifica". Riferendosi specificamente ai musulmani, ha detto, “Con i musulmani siamo chiamati al dialogo per costruire il futuro delle nostre società e delle nostre città; siamo chiamati a considerarli partner per costruire una convivenza pacifica, anche quando ci sono episodi scioccanti di gruppi fanatici, nemici del dialogo, come la tragedia della scorsa Pasqua in Sri Lanka ".

Oggi in Medio Oriente le sfide sono enormi e una delle più importanti è quella del dialogo interreligioso, sia con gli ebrei che con i musulmani. Tuttavia, questo dialogo interreligioso non è solo spirituale, religioso o teologico, è un dialogo di vita in cui i credenti si impegnano insieme a coloro che non credono per promuovere insieme una società in cui vi sia rispetto e cooperazione. Nel maggio 2019, i vescovi cattolici di Terra Santa hanno pubblicato una dichiarazione sulla situazione in Israele / Palestina oggi. “Noi, i capi delle Chiese cattoliche in Terra Santa, sosteniamo innanzitutto tutti coloro che vivono nella terra come esseri umani. Cerchiamo di mostrare una via d'uscita da una situazione permanente di guerra, odio e morte. Cerchiamo di indicare la strada per una nuova vita in questa terra, fondata su principi di uguaglianza e amore. Sottolineiamo che qualsiasi risoluzione deve essere basata sul bene comune di tutti coloro che vivono in questa terra senza distinzioni. Chiediamo ai cristiani in Palestina-Israele di unire le loro voci con ebrei, musulmani, drusi e tutti gli altri, che condividono questa visione di una società basata sull'uguaglianza e sul bene comune e invitano tutti a costruire ponti di reciproco rispetto e amore ". La speranza che siamo chiamati ad affermare è fermamente fondata sulla testimonianza profetica del vescovo Claverie e dei suoi compagni martiri, nonché sui principi chiaramente enunciati nella dichiarazione di Abu Dhabi.

Mi piace ritornare ancora una volta al processo di purificazione della memoria del Giubileo del 2000. Allora tale processo fu un’iniziativa cattolica, che coinvolse esclusivamente la nostra Chiesa. A distanza di quasi 20 anni, ci ritroviamo stavolta insieme ad altre comunità religiose in una nuova fase di tale processo, che forse non finirà mai: rileggere insieme la propria storia, per orientare le nostre rispettive comunità ad un nuovo e diverso atteggiamento.

Il Regno di Dio, dicevamo, si costruisce a partire dalla realtà e dal luogo in cui la Provvidenza ci pone. Oggi la Provvidenza ci pone in un contesto pluriculturale e plurireligioso. I movimenti e le migrazioni di milioni di persone, la facilità delle connessioni, ci hanno resi sempre più esposti all’incontro con il diverso e altro da noi.

In questo contesto il dialogo, ed in particolare il dialogo interreligioso, è diventato una necessità. Non è un lusso per intellettuali snob, ma è uno degli elementi costitutivi della vita sociale e religiosa del nostro tempo, senza il quale non avremo i corretti strumenti di lettura ed interpretazione di quanto stiamo vivendo.

Un dialogo interreligioso serio è quello che parte dal reale, che non nega i problemi e le reciproche paure, ma nemmeno se ne lascia travolgere; rifiuta ogni forma di violenza; cerca a tutti i costi di comprendere l’altro, senza necessariamente condividerne l’opinione; non vuole convincere né convertire, ma rispettare ed essere rispettato.

Il dialogo interreligioso non afferma e nemmeno presuppone che siamo tutti uguali. Non si negano le diverse identità religiose e culturali. Non si devono negare le differenze. Negare le differenze è proprio degli integralismi, che vogliono tutti uguali a sé. Il dialogo interreligioso riconosce le differenze, che però non considera minacce, e cerca di comprenderle.

Per dialogo interreligioso, insomma, s’intende l’incontro delle comunità religiose e dei loro leader, a partire da quelli locali, per dibattere dei problemi comuni e concreti. Non credo si possa fare il dialogo interreligioso a partire dai problemi di fede, che le questioni dottrinali, cioè, debbano essere all’inizio del nostro dialogo. Forse solo in un secondo tempo, quando le relazioni umane e sociali saranno diverse, potremo avere la libertà di discutere anche di fede. Non sono sicuro, tuttavia, che questo possa essere anche in futuro tema di discussione. Più utile è discutere e dialogare a partire dalla propria esperienza di fede, più che parlare di fede. È cioè necessario e imprescindibile avere un dialogo tra religiosi sui problemi comuni, partendo dalla comune umanità. Il dialogo interreligioso, insomma, si può considerare come un pellegrinaggio, un invito ad uscire dal proprio mondo e dalle proprie certezze per incontrare l’altro e la sua esperienza di fede, cercando la crescita umana e spirituale di ciascuno.

Oggi, rispetto a quel passato che influenza ancora tanto le nostre relazioni, possiamo forse avere maggiori opportunità di cambiamento e di riforma. La separazione tra sfera civile e sfera religiosa in Occidente ha reso il cristianesimo occidentale più libero e la testimonianza della Chiesa più sincera. Anche il mondo musulmano, seppure in forme diverse e apparentemente contraddittorie, è attraversato da fenomeni epocali, di ripensamento delle proprie forme, mai vissuti finora in queste proporzioni. Abbiamo dunque delle opportunità mai avute prima d’ora.

Certo, come ci ricorda Pierre Claverie, non dobbiamo essere ingenui e chiudere gli occhi sulle difficoltà di questo dialogo. Non possiamo pensare che la storia si possa dimenticare facilmente, che i pregiudizi crollino a semplice comando, che i fanatismi spariscano e che tutti siano – come noi – mossi dal un sincero desiderio di incontro e di pace. Sappiamo che non è così. Sappiamo che persecuzioni e ostilità da entrambi i lati continueranno.

Ma guai a desistere! In questa fase cruciale di cambiamenti politici, sociali e religiosi, che ci coinvolgono tutti, spetta a noi decidere che orientamento prendere, come vivere e come porsi di fronte a tali fenomeni. Se lasciare che la nostra storia difficile orienti le nostre decisioni, oppure essere tra coloro che decidono di voltare pagina e scrivere una storia diversa.

La nostra vocazione di credenti cristiani, ci impone di non subire acriticamente questo fenomeno di cambiamenti, ma viverlo serenamente, da persone libere e redente, mosse dal desiderio sincero di incontro e relazione. Pierre Claverie e Christian de Chergé con la loro testimonianza di vita ci hanno indicato una via. Con la loro beatificazione, la Chiesa li ha indicati a tutti noi come modello di riferimento.

Ora spetta a noi fare la nostra parte.