Omelia Consacrazione episcopale Mons. Rafic Nahra

By: Pierbattista Pizzaballa - Published: April 30 Sat, 2022

Omelia Consacrazione episcopale Mons. Rafic Nahra Available in the following languages:

Eccellenze Reverendissime,
Cari fratelli e sorelle,
Carissimo Mons. Rafic,

il Signore vi dia pace!

"Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?"… "Pasci i miei agnelli"… "Pasci le mie pecore" (Gv 21,15.17).

In questo breve e intenso dialogo tra il Risorto e Pietro sta il senso di quanto celebriamo oggi qui. Gesù consegna a Pietro un nuovo mandato: pascere il gregge di Dio, e questo mandato è legato ad una sola condizione: amare Gesù.

Pietro proviene da un’esperienza di fallimento: lo aveva tradito, rinnegandolo per ben tre volte. E non casualmente nel Vangelo di oggi per tre volte rinnova la sua promessa di amore al Risorto. Il tradimento, le infedeltà, le paure di Pietro non sono un ostacolo alla missione, non hanno turbato il Risorto. In un certo senso, Gesù, nel Vangelo di oggi, si affida a Pietro, perché consegna nelle mani del fragile capo degli apostoli il mandato di fare conoscere a tutto il mondo il volto di Dio. Gesù vuole, d’ora in poi, essere conosciuto ed incontrato proprio attraverso la testimonianza di questi discepoli paurosi e così “umani”. Vuole solo che siano ripieni di Spirito Santo, cioè che siano uniti a Lui, lo amino. Il resto viene dopo.

Anche a te oggi, caro Rafic, viene consegnato dalla Chiesa il mandato di pascere il gregge di Dio. Anche tu oggi vieni unito alla missione di Pietro e degli Apostoli, quella di diventare primo testimone del Risorto, e ti verrà chiesta una sola cosa, prima della tua unzione: davvero Lo ami? Nonostante i tuoi piccoli e grandi tradimenti, nonostante i limiti che certamente avrai sperimentato in questi anni, nonostante tutto, insomma, la Chiesa oggi ti chiede solo una cosa: ami il Signore? La testimonianza che la Chiesa attende da te è innanzitutto questa.

Sono certo che in queste settimane di preparazione, seguite all’annuncio della tua nomina, avrai letto molto sul significato dell’essere vescovi e molto ti sarà stato detto. Sappiamo che dovrebbe essere un ufficio innanzitutto pastorale. Ma sappiamo anche che molto tempo sarà assorbito dagli aspetti amministrativi. Conoscendoti, so che lo farai il meno possibile. Immagino che ti vedremo di più nelle parrocchie, nelle scuole e nei vari ambiti di incontro. Lo speriamo.

Permetti, allora, che alle riflessioni che certamente hai fatto e che ti avranno offerto, aggiunga anche la mia. Una sola, breve.

Il vescovo deve certamente essere un bravo amministratore, deve essere certamente presente nella vita pastorale, sociale e politica del popolo che gli è affidato, deve sapere orientare il gregge nella vita della Chiesa, deve insegnare, custodire intatta la fede, deve sapere confrontarsi, insomma, con le diverse istanze della vita ecclesiale e della società nella quale la Chiesa è inserita, difendendo i diritti di Dio e dell’uomo. Questo è chiaro.

Ma prima di tutto bisogna che impari ad essere “padre”.

Padre innanzitutto per i sacerdoti. L’identità del sacerdote è costitutivamente legata a quella del vescovo. Un prete non può sussistere da solo. Il suo ministero discende ed è legato a quello del vescovo. Il suo mandato, il suo servizio pastorale, la sua missione nella Chiesa ha senso finché è unito al suo vescovo. Ubi episcopus, ibi ecclesia. La chiesa si forma attorno al vescovo, è vero, ma sono i suoi primi collaboratori, i sacerdoti, a rendere la missione del vescovo visibile e tangibile. Amali, dunque, come il Signore ha amato te. Non sarai sempre ricambiato e compreso, come non lo fu Gesù con i suoi. Ma questo non diventi pretesto per fermare la tua carità. Sii presente tra loro, fai in modo che sentano che ci sei e che li ami. Il resto verrà da sé. La vita pastorale della Chiesa sarà tanto più efficace, quanto più sarà fondata su una vera relazione di amicizia cristiana tra vescovo e sacerdoti.

Sii “Padre” per tutti i fedeli. Non creare troppe barriere tra te e la gente. Una certa distanza a volte è necessaria, per preservare una propria libertà interiore e non lasciarti travolgere dalle situazioni. Sarà importante, tuttavia, trovare un giusto equilibrio, che ti lasci esposto quanto basta ai tanti bisogni dei fedeli, alle loro richieste a volte inopportune, esagerate, difficili, senza fare distinzioni o preferenze. Fai in modo che tutti ti sentano vicino a loro, presente, capace di ascolto sincero. Ciò ti renderà vulnerabile, e spesso ti farà sentire impotente, perché incapace di rispondere ai tanti bisogni che porteranno a te. Ma è una vulnerabilità che ti è necessaria, perché ti ricorderà che la tua missione, il tuo servizio, il tuo mandato non sono una tua prerogativa, un tuo possesso. Ti sono affidati, ed è al Signore che nella preghiera dovrai affidare molto di quanto ti sarà di volta in volta consegnato. Imparerai così a condividere, a non sentirti il solo responsabile della missione.

Non confondere la “paternità” con la semplice “amicizia”. Il padre è più che amico. Essere padre comporta il saper generare: alla fede, innanzitutto, ma anche alla vita nella Chiesa. Dovrai imparare a formare i sacerdoti e i fedeli a crescere e diventare adulti solidi nella Chiesa, insegnando loro a pregare, a scrutare la Parola di Dio. Ma dovrai anche imparare a correggere gli errori, richiamare all’obbedienza, a sapere dire i “sì” e i “no” necessari, e – soprattutto - a insegnare a perdonare, perdonando. L’amore di Dio che hai sperimentato, è innanzitutto perdono ricevuto. E come lo è stato per Pietro nel Vangelo di oggi, così sia per te: chiunque, sacerdote, fedele, religioso, religiosa, chiunque, insomma, incontrando te possa sentirsi ascoltato, amato, perdonato, e attraverso te faccia esperienza dell’ascolto, del perdono e dell’amore di Dio.

Il tuo ministero episcopale si esprimerà in un contesto specifico: la società israeliana. È un mondo complesso e, come tutte le nostre diverse realtà pastorali, in profondo cambiamento e con tante fatiche e tensioni. Ti consegno solo alcune indicazioni:

  • La formazione cristiana. Non sono sicuro che i nostri catechismi, le nostre scuole, le nostre varie iniziative pastorali siano in grado, oggi, di formare adeguatamente i nostri giovani e meno giovani alla fede cristiana. Si parla molto di “identità”, in questo periodo, soprattutto nel complicato contesto sociale nel quale sei chiamato ad operare. Sono convinto che la formazione cristiana, la conoscenza della propria fede, una solida identità religiosa precedono e costruiscono una solida identità sociale e politica, e non viceversa. Sarà tuo compito aiutare questa nostra Chiesa ad individuare, in questa nostra particolare regione pastorale, forme e percorsi di formazioni adatti ai nostri tempi e ai nostri giovani, per renderli capaci di confrontarsi da cristiani adulti con la società multireligiosa e multiculturale israeliana. Allo stesso tempo devo anche aggiungere che sono convinto che le strategie pastorali resteranno lettera morta, se non saranno accompagnate da una sincera e vera testimonianza di fede, che deve essere innanzitutto tua e dei sacerdoti.
  • I giovani. Ho incontrato diverse volte gruppi e movimenti di giovani. Non è vero che sono tutti lontani dalla Chiesa o che non sono interessati ad una riflessione religiosa e alla fede. C’è anche un sincero desiderio di fare esperienza, di incontrare il Risorto. Oggi ai giovani, forse, non interessano i discorsi su Gesù, le teorie religiose, o discorsi astratti. Attendono una testimonianza credibile. Oggi il Risorto si incontra innanzitutto attraverso testimoni.
  • Infine, percepisco tra i nostri fedeli, un sincero desiderio di partecipazione. Sappi coinvolgere tutti nella vita della Chiesa. Siamo in un cammino sinodale, dove si parla molto di partecipazione. Che non sia solo un esercizio formale per rispondere alle richieste dei superiori di riempire qualche questionario.

Sinodalità, partecipazione, sono il modo di essere della Chiesa. Abbiamo detto poco fa; ubi episcopus, ibi ecclesia. Ma possiamo aggiungere, che il vescovo da solo non fa la Chiesa. E nemmeno il sacerdote da solo fa la parrocchia. E nemmeno i fedeli, senza i pastori, fanno la Chiesa. È certamente molto più semplice ed efficiente decidere da soli, dirigere e comandare. Ma alla fine è anche un modo sterile, che non genera alla vita nella Chiesa, perché non ci fa incontrare Cristo. Aiuta, dunque, questa parte della nostra Chiesa di Gerusalemme, sulla quale contiamo molto, a diventare davvero una grande e bella comunità, partecipata, dove la comunione e la condivisione diventino poco alla volta realtà visibile

Caro Rafic,

tutta la Chiesa di Gerusalemme oggi si stringe intorno a te. Possa il tuo ministero episcopale, che oggi inizia, diventare fonte di vita, di gioia, di risurrezione per la porzione della Chiesa di Gerusalemme che si trova Israele. Possano tutti vedere in te un riflesso di quell’amore tra il Risorto e Pietro che il vangelo di oggi ci ha presentato.

La Vergine Maria in questo Luogo Santo con la sua obbedienza ha reso possibile l’opera della Redenzione. Possa Ella intercedere per te e accompagnarti con la Sua materna benedizione e renderti collaboratore credibile della Redenzione.

Mabrouk!

                                                                            †Pierbattista Pizzaballa

                                                                   Patriarca di Gerusalemme dei Latini