Omelia per le ordinazioni diaconali a San Salvatore

By: Pierbattista Pizzaballa - Published: May 15 Sun, 2022

Omelia per le ordinazioni diaconali a San Salvatore Available in the following languages:

Molto Reverendo Padre Vicario Custodiale,
Cari fratelli e sorelle,
Carissimi ordinandi,
il Signore vi dia pace!

È giunta anche per voi una tappa importante del vostro percorso di formazione al sacerdozio. L’Ordinazione diaconale, infatti, seppur in questo caso transeunte, cioè come tappa intermedia in vista del vostro sacerdozio, è un passaggio importante. Come già sapete, ogni tappa del vostro percorso, sia religioso, sia ministeriale, ha un senso e una ragione d’essere e devono essere vissute bene. A volte, infatti, si può avere la tentazione di vivere concentrati e tesi solo a raggiungere la tappa finale, nel vostro caso il sacerdozio, vivendo i passaggi intermedi solo come momenti obbligatori, richiesti dagli ordinamenti, e vissuti quindi non come momenti di verifica e discernimento vocazionale. Il sacerdozio, invece, racchiude e accoglie in sé tutte le tappe precedenti e, perché il sacerdozio sia accolto pienamente, è necessario che anche le tappe precedenti lo siano. Se si capisce cosa sia il lettorato e lo si interiorizza, si capirà poi meglio cosa sia l’annuncio della Parola. Con l’accolitato si approfondisce la propria relazione con l’eucarestia, che dovrà poi essere il centro del ministero sacerdotale. Con il diaconato, si approfondisce il senso del servizio. Innanzitutto, il servizio alla mensa eucaristica, che poi però deve diventare stile di vita nella mensa della vita, nella vostra comunità religiosa, nella chiesa, nella vita sociale.

Il Vangelo che abbiamo ascoltato illustra molto bene il senso del servizio che oggi siete chiamati a fare vostro.

Dopo il gesto scandaloso della lavanda dei piedi, Giovanni riporta l’annuncio, da parte di Gesù, del tradimento di Giuda (13,21). Seguono i versetti che ascoltiamo oggi, con le parole sul comandamento nuovo, e poi un nuovo annuncio di defezione, che questa volta riguarda Pietro e il suo rinnegamento (13,36).

Il comandamento nuovo, quindi è come incastonato tra due annunci di tradimento. Ed è su questo su cui vorrei soffermarmi. Gesù chiederà ai suoi di amarsi tra loro nello stesso modo, con la stessa misura con la quale Gesù li ha amati (“Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” – 34).

E la misura è data dalla distanza che i discepoli pongono tra loro e il Signore: una distanza abissale, quella del peccato, ma che Gesù colma con il suo amore gratuito. Non lascia i suoi vagare nella lontananza dove si sono smarriti, perché lui è il buon pastore, e il buon pastore non vuole che nessuna delle sue pecore vada perduta. Per questo dà la vita, per tutti, anche per chi lo tradisce. Giuda, infatti, è appena uscito per tradire il suo Signore, per consegnarlo. Ma l’ha fatto dopo aver ricevuto da Gesù il boccone destinato all’amico prediletto, dopo aver mangiato il pane dell’amicizia in cui ogni inimicizia è superata.

Vi è qui una lezione grande, per tutti noi. Il servizio nella Chiesa è un servizio di amore, gratuito. E in questo momento vediamo cosa significhi gratuità: donare se stessi anche a chi ci tradisce, ci consegna alla morte. È questa la misura alla quale siamo chiamati, cioè non misurare, stare in questo nostro mondo vivendo in perdita, perché sappiamo che “quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo” (Fil 3,7).

Le parole del comandamento nuovo possono essere poste solo nel contesto della croce e i gesti compiuti da Gesù nella croce trovano il loro senso. I discepoli non saranno capaci, infatti, di amarsi se non per l’amore che hanno ricevuto e che è manifestato nella croce.

L’amore di Dio non si ricambia: non saremmo mai capaci di restituirgli ciò che Lui ci ha donato. L’amore di Dio, piuttosto, lo si scambia tra di noi, lo si fa circolare, e questo è l’unico modo con cui possiamo ri-amare Dio, in cui possiamo dirgli il nostro vero grazie.

Non è facile fare propria questa libertà. Noi, infatti, tendiamo a fare il bene a chi ci fa il bene, siamo generosi all’interno dei nostri contesti culturali, tribali, familiari. Non di rado, se ci pensiamo bene, il servizio svolto ci serve per sentirci meglio, più bravi, a volte anche superiori. Ci piace appuntare sul nostro calendario la buona azione della giornata. Insomma, per essere breve, dietro molte delle nostre azioni c’è spesso un’ombra di bene proprio, di autoreferenzialità. Gesù, invece, qui ci mostra una gratuità assoluta e incondizionata, libera da calcoli umani, di interessi, da attese di qualsiasi tipo. Tradimenti, abbandoni e paure, non hanno fermato l’amore di Gesù.

Sia questo il vostro riferimento. Non cominciate a fare calcoli, a misurare. Ci penserà la vostra fraternità religiosa a definire gli spazi e i tempi del vostro servizio, ma il vostro cuore sia libero, resti esposto ai drammi e al dolore di chi vi sta intorno, che deve diventare anche il vostro. La tradizione ebraica dice che un cuore integro è un cuore spezzato. Un cuore che ama davvero non può non lasciarsi ferire da chi ama. Lasciatevi dunque ferire.

Cosa significa, nel vostro caso, non misurare? Essere diaconi e poi sacerdoti che non fanno calcoli, significa non attendere la gratificazione nel proprio servizio ministeriale, non cercare ad ogni costo il successo pastorale, non misurare il proprio servizio in base ai numeri, alle persone raccolte in chiesa, ai giovani che vi girano attorno, alle offerte, ai muri restaurati, ai paramenti comprati… Servire gratuitamente, come ci ricarda la prima lettura, significa sapere che si entra “nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni” (At 14,22), che non sempre i gratificati dal vostro servizio torneranno indietro per ringraziarvi (cf. Lc 17,18), che non sempre il vostro servizio sarà apprezzato, non sempre ciò che voi considererete un bene lo sarà per gli altri. Tutto questo presto diventerà il vostro pane quotidiano. Ricordatevi, allora, di oggi, e di quanto il Signore oggi vi ricorda: non fate calcoli, non misurate. Amate con lo stesso amore con il quale siete amati dal Signore, senza chiedere nulla in cambio. Lavate i piedi agli altri, come Lui li ha lavati a voi. Questo sarà possibile solo se saprete conservate una vera e solida amicizia con il Signore. Il nostro cuore, come quello di ogni uomo, ha bisogno di cura, e solo nel rapporto con la Parola di Dio, nella preghiera regolare e nell’eucarestia, potrete dare forma concreta alla vostra amicizia con il Signore, che riempia il vostro cuore di amore. Da li attingerete l’energia necessaria al vostro ministero.

Non posso infine trattenermi da uno sguardo sulla seconda lettura, tratta dall’apocalisse, che parla proprio di noi, di Gerusalemme vista come immagine della Chiesa.

Si parla della Gerusalemme celeste, che però non resta lassù, ma scende dal cielo. Gerusalemme inoltre ha un cielo ma non ha mare (Ap 21,1). Sembra una banalità, ma nel linguaggio apocalittico questo ha un significato preciso. Il cielo è il luogo della Presenza di Dio e il mare è il luogo della presenza del male, di Satana. Gerusalemme, dunque, è privata dalla presenza del male e allo stesso tempo è illuminata dalla presenza di Dio, cioè ha un cielo. Questa città, inoltre, abitata dalla presenza di Dio, scende sulla terra. È il luogo dove cielo e terra si incontrano, e perciò diventa il luogo di cielo e terra nuovi, perché è il luogo dell’incontro tra Dio e l’umanità. Per questa ragione si usano poi le immagini della sposa pronta per lo sposo (Is 62,5) e della tenda, che richiama alla Tenda dell’incontro dell’AT (Es 33,7; 39,32). Essendo luogo dell’unione con Dio, Gerusalemme diventa il luogo dove “non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate” (Ap 21,4). È una immagine molto bella che si riferisce alla Chiesa, ma esprime anche molto bene la vocazione della nostra Chiesa particolare di Gerusalemme, chiamata ad essere Tenda di incontro tra cielo e terra, tra Dio e l’umanità, e perciò anche di incontro tra tutti noi.

Sembra proprio un’immagine lontana dalla nostra realtà. In questi giorni, inoltre, abbiamo sperimentato più la presenza del mare che del cielo. La città sembra abitata più dal male che dalla presenza pacificante di Dio. Siamo insomma lontani da quella gratuità e libertà di cui abbiamo parlato, e sembriamo essere in balia di logiche di possesso e di esclusione, più che di incontro e riconciliazione.

Ma non dobbiamo demordere, e nemmeno consegnarci alla sfiducia. Chiediamo il dono dello Spirito, perché ci renda capaci di vedere anche qui nella nostra Gerusalemme, cieli e terra nuovi, vedere cioè il bene che ancora si compie e che è un frutto della presenza di Dio tra noi, e che faccia di noi, delle nostre comunità religiose ed ecclesiali, spose gioiose, tenda dove si possa davvero incontrare il Signore e farci incontrare tra noi.

Sia dunque il nostro e vostro servizio nella Chiesa fonte di luce e consolazione, balsamo di vita per le vostre rispettive comunità di provenienza e, per il tempo che sarete con noi, anche per la nostra amata Chiesa di Gerusalemme.