Albino Luciani, papa Giovanni Paolo, nei ricordi di chi l‘ha conosciuto personalmente

Published: September 30 Mon, 2019

GERUSALEMME – Nell’anniversario della scomparsa di papa Giovanni Paolo I, Albino Luciani, avvenuta il 28 settembre 1978, abbiamo intervistato mons. Giacinto-Boulos Marcuzzo, vicario patriarcale latino per Gerusalemme e Palestina, che ebbe il grande onore di conoscere di persona Albino Luciani ai tempi in cui questi era suo vescovo a Vittorio Veneto.

Mons. Marcuzzo ha incontrato di persona Albino Luciani in diverse occasioni nell’arco di quasi vent’anni, dal 1959 al 1976, soprattutto negli primissimi anni dell’episcopato vittoriese, 1959-60, quando il giovane Marcuzzo era alunno dell’Istituto Missionario San Pio X di Oderzo; in seguito, gli incontri personali diventarono occasionali.

In questi incontri, avvengono dei semplici fatterelli e aneddoti, talvolta strani e sempre interessanti, che sembrano quasi insignificanti. Ma, specialmente per il seminarista e il giovane sacerdote Giacinto Marcuzzo, invece, hanno avuto un grande impatto. Col senno del poi, quegli episodi prendono un significato speciale che potrebbe interessare molti altri.

L’ingresso solenne del neo vescovo di Vittorio Veneto e la delusione dei fedeli

La prima volta fu in occasione dell’ingresso solenne del neo vescovo di Vittorio Veneto mons. Albino Luciani, la domenica 11 gennaio 1959. Il giovane seminarista Giacinto, allora tredicenne, ricorda bene quella fredda giornata, ma resa festosa per l’attesa della numerosa cittadinanza, il desiderio di vedere il nuovo pastore e di sentire le sue parole, di solito solenni e programmatiche.

Ma, contrariamente alle aspettative generali, la cerimonia fu una vera delusione e alcuni persino la definirono “socialmente, quasi un fallimento”. Luciani parlò con un filo di voce esile, il microfono era difettoso e nella confusione generale nessuno fu in grado di comprendere il discorso del vescovo. Nessuno, neppure il giovane Marcuzzo, che anzi ricorda bene la reazione del suo vicino sacerdote, insegnante di lettere, che incrociò le braccia ed esclamò: “Abbiamo accolto il vescovo a braccia aperte; a sentirlo parlare così, ci cascano le braccia; e sembra che da un momento all’altro ci cada tra le braccia”. Già da allora, dava segni di non avere infatti una buona salute. E quando nel settembre del 1978 si diffuse la notizia che il papa Luciani era deceduto nel modo che tutti sappiamo, i vittoriesi si sono meravigliati, certo, anche per il fatto che avesse resistito in vita ancora 20 anni da quel famoso gennaio 1959.

Luciani oratore e scrittore: le sue grandi doti di comunicatoreNonostante questo episodio curioso, mons. Marcuzzo ci ricorda che, a dispetto del tono naturale non certo potente della sua voce, Albino Luciani dimostrò, piano piano, una grande abilità nel parlare, sapeva comunicare in modo molto chiaro e accessibile, riuscendo a trattare argomenti anche molto complessi in maniera semplice, comprensibile a tutti. Era un oratore abilissimo. Aveva una memoria potentissima, le sue omelie erano intrise di esempi e di citazioni della Bibbia e della letteratura internazionale. “Persino per noi adolescenti, ricorda Marcuzzo, era una autentico piacere sentirlo parlare e leggerlo”.

In diverse altre occasioni, ai tempi in cui era ancora un giovane seminarista dell’Istituto Pio X di Oderzo, a Marcuzzo capitò di incontrare, ascoltare e leggere il suo vescovo. Di quegli anni da adolescente, il giovane Marcuzzo fu letteralmente attratto dal fascino della parola e dagli scritti del Luciani. E un contributo molto significativo alla sua formazione, ci riferisce, è stato proprio dato dall’ascolto delle omelie, vari interventi e dalla lettura degli scritti di mons. Albino Luciani. Più tardi, Marcuzzo ritrovò stile e contenuto della sua caratteristica attività comunicativa nelle due meravigliose opere “Il buon samaritano” e “Illustrissimi”, che il giovane Marcuzzo “gustò” letteralmente e rimasero fonte d’ispirazione per il resto della sua vita pastorale. Non per niente, il pensatore Jean Guitton infatti aveva definito quello stile “Il sapore inconfondibile e incomparabile di uno scrittore nato”.

Luciani e l’umiltà

Un altro importante incontro con Luciani ci fu nel giugno del 1960, in occasione della consegna di un riconoscimento che, al termine dell’anno scolastico, tradizionalmente il vescovo diocesano consegna allo studente-seminarista più meritevole distintosi, durante i tre anni delle scuole medie, per risultati scolastici e condotta. Quell’anno toccò al quindicenne Giacinto. Al momento della consegna dell’attestato, davanti a una numerosa folla di genitori, studenti, autorità e amici, si sentì dire una frase molto semplice e ricevette una lezione di vita che non avrebbe mai dimenticato. Il vescovo Luciani, consegnandogli la pergamena gli disse: “Giacinto, congratulazioni, bravo. Ma, ricordati, è solo un pezzo di carta!”. Si sa che il motto episcopale di Luciani era “Humilitas” e che era, certo, un pastore sinceramente umile e aveva un sorriso aperto e genuino, ma era anche molto fermo e deciso.

Sempre nel 1960, Marcuzzo ricorda un altro episodio significativo. Il vescovo di Vittorio Veneto Albino Luciani si recò a Oderzo per celebrare le cresime, da Mons. Domenico Visentin, parroco molto popolare e amatissimo che la gente chiamava “il vescovo della bassa”. Dopo il servizio liturgico, ci riferisce Marcuzzo, i ministranti assistettero a un episodio semplice, ma molto eloquente tra questi due giganti della virtù e delle opere. In sagrestia, Luciani fu avvicinato da Visentin che in segno di ringraziamento gli porse una busta. Mons. Visentin era persona molto capace e generosa, dicevano i suoi cappellani, e le sue buste erano talmente consistenti che ci si poteva sviluppare un piccolo progetto. L’offerta fu però prontamente respinta dal Luciani con un secco ”Mai”. Mons. Visentin non demorse e insistette perché la accettasse dicendo al vescovo: ”Eccellenza, Oderzo è la Sua parrocchia, può venirci quando e come vuole. Ma se Lei non accetta questa basta, non avrò più il coraggio d’invitarLa in futuro”. Alla fine Luciani accettò la busta con umile riconoscenza, indicando una precisa destinazione pratica. Ma soprattutto, lo si capiva chiaramente, per non mortificare il parroco nella sua buona intenzione e generosità.

Negli anni ’60 non avvengono incontri, ma la corrispondenza è regolare tra i seminaristi vittoriesi nel seminario patriarcale di Beit Jala e il Vescovo di Vittorio Veneto che “rispondeva puntualmente – ricorda meravigliato Marcuzzo – anche ai più piccoli biglietti augurali”. Durante quelli anni del Concilio Vaticano II e del Post Concilio, si potrebbero esporre molti aspetti pastorali del vescovo Luciani. Sarebbe interessante, per esempio, approfondire l’atteggiamento del Luciani verso le missioni, in modo particolare verso il “fenomeno più unico che raro“ di giovani seminaristi vittoriesi che partivano per la Terra Santa per formarsi e incardinarsi nel patriarcato di Gerusalemme. Ma, secondo l’intento di questo articolo, atteniamoci ai fatti vissuti personalmente e direttamente.

La “cena silenziosa” alla sede vescovile e l’eloquente esortazione ai neo sacerdoti

Nel giugno del 1969 Marcuzzo viene ordinato sacerdote a Gerusalemme e tornò al suo paese di San Polo di Piave (TV), per la tradizionale prima messa solenne e per un periodo di vacanza. Il 9 luglio seguente mons. Luciani, ancora vescovo di Vittorio Veneto, volle incontrare lui e Don Aldo Tolotto, suo confratello d’ordinazione, che con Marcuzzo condivise i tempi del seminario in Italia e in Palestina. I due neo sacerdoti furono accompagnati alla sede vescovile, ubicata presso il vecchio castello longobardo di Vittorio Veneto, da Pietro Mazzarotto, loro vecchio rettore e dai parroci delle loro due rispettive parrocchie originali.  Dopo il benvenuto e le congratulazioni tradizionali ci si mise a tavola e si iniziò il pasto, ma in un clima surreale. Luciani infatti non disse una parola e tutto il pranzo fu consumato in un quasi totale silenzio. Usciti poi dal piccolo refettorio per il congedo, mons. Luciani ruppe il silenzio e, presso la porta dell’uscita, rivolgendosi ai due giovani preti disse: “Don Aldo, Don Giacinto, ora siete sacerdoti. Volete essere bravi sacerdoti?” E offrendosi di dare loro un consiglio sull’esperienza dei suoi oltre trent’anni di sacerdozio, continuò: “Siate buoni. Siate sempre buoni. Siate sempre buoni con tutti. Siate buoni nonostante tutto. E sarete certamente bravi sacerdoti. Che il Signore vi benedica. Arrivederci”. Un consiglio che non lasciò nessuno indifferente, reso preziosamente efficace dal quel pesante silenzio antecedente, cristallizzando e rendendo unica la forza di quel messaggio. Anche in questo, ci riferisce mons. Marcuzzo, si riconosce la grande abilità comunicativa di Albino Luciani.

L’ultimo incontro al Patriarcato di Venezia

Alcuni anni dopo, nel maggio 1976, Marcuzzo vide Luciani per l’ultima volta. All’epoca, Luciani era patriarca-cardinale di Venezia e proprio nella Serenissima avvenne l’incontro. Marcuzzo, allora missionario fidei donum del Patriarcato di Gerusalemme a Malakal nel Sud Sudan, in quel mese era in vacanza e in quel 29 maggio era a Venezia con la sua famiglia. Visitando la Basilica di San Marco pensò bene di provare a fare un saluto al suo vecchio vescovo dei tempi di Vittorio Veneto. Impresa quasi impossibile non avendo preso nessun appuntamento. Salito al patriarcato, incontrò nell’anticamera un buon numero di persone già in attesa di essere ricevute dal patriarca. Il segretario del patriarca, dopo un primo comprensibile rifiuto, gli consigliò comunque di mettersi in attesa e sperare di essere notato, quando il patriarca avrebbe aperto la porta per far uscire l’ospite. Erano passati molti anni da quando Luciani aveva visto per l’ultima volta Marcuzzo ma, non appena aprì la porta, Luciani lo riconobbe all’istante e lo invitò ad entrare, lasciando la porta socchiusa per rispetto alla gente in attesa. Marcuzzo venne accolto calorosamente ma brevemente da Luciani che gli rivolse diverse domande sulla Terra Santa, sul Sud Sudan e sugli altri missionari vittoriesi.

Al termine del breve colloquio, sono sul punto di congedarsi e… qui arriva la sorpresa in pieno “stile lucianiano”: il patriarca esprime a Don Marcuzzo la seguente richiesta, simpatica e curiosa: “Caro Don Giacinto, grazie. Ma tu sei qui, mi par di capire, – disse sorridendo – in fuori programma. Accetti di riparare un po’ e di aiutarmi? Passa, per favore, in quella cappella che sta all’inizio dell’anticamera, e rimani in preghiera per me finché sono con la persona che entrerà da me adesso. E’ un’autorità pubblica, di solito quando viene da me, ha sempre problemi gravi da trattare. Aiutami. Ciao e arrivederci”.  

Due anni dopo Albino Luciani salì al soglio di Pietro dopo una sola giornata di conclave e prese il nome di Giovanni Paolo. Morì 33 giorni dopo, il 28 settembre 1978.

Questi e diversi altri episodi e aneddoti su vescovo Albino Luciani sono stati raccolti dal vescovo Giacinto-Boulos Marcuzzo, per i familiari e gli amici. Si possono trovare anche, dispersi qua e là, nel libro “Stupore di Dio, Vita di papa Luciani”, che il giornalista Nicola Scopelliti, co-autore, ha ampliato e rielaborato ritenendo opportuno introdurre anche quella raccolta, per completare la belle serie di testimonianze che la Chiesa adesso possiede sulla figura semplice e straordinaria di questo pastore.  Nel 2017 Albino Luciani è stato proclamato venerabile. Essendo la causa ecclesiale su alcuni miracoli già ben avviata, si spera di gioire della sua beatificazione in un prossimo avvenire.

Filippo De Grazia