Don Bernard Poggi: “la mia priorità è aprire il Seminario all’ambiente che lo circonda, aprendosi agli altri”

By: Saher Kawas/lpj.org - Published: September 09 Thu, 2021

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INTERVISTA - Dopo la sua ordinazione sacerdotale nel 2014, don Bernard Poggi è stato per quattro anni negli Stati Uniti dove ha svolto la sua missione presso la Comunità Araba e la Parrocchia di St. Thomas prima di essere trasferito al Seminario Patriarcale Latino di Beit Jala. Dal 15 agosto 2021 ha assunto il nuovo incarico di Rettore dello stesso seminario. In questa intervista ci parla del discernimento vocazionale, dei tratti che caratterizzano la personalità del sacerdote, del clericalismo e di ciò che considera prioritario per il Seminario Patriarcale.

1. Dal 2018 presta servizio presso il Seminario patriarcale latino di Beit Jala. Ora che ne è il Rettore, come si sente in questo nuovo ruolo?

La mia nomina a nuovo Rettore del Seminario è un'opportunità per la quale sono molto grato a Dio e a Sua Beatitudine il Patriarca. Quando nel 2018 mi è stato chiesto di venire in seminario, ho sentito una grande responsabilità. Ho avuto la fortuna di lavorare sotto l'abile direzione di Abuna Yacoub Rafidi, in coordinamento con un meraviglioso gruppo di sacerdoti. Sento che ora, con la mia nomina, sono chiamato a continuare il buon lavoro iniziato negli anni precedenti. Spero che, con la grazia di Dio, le cose in seminario vadano bene.

Quando ho lasciato San Francisco nel 2018, ero lì da soli 4 anni. Ho chiesto a Dio perché mi ha permesso di rimanervi per così poco tempo: per me è stato difficile lasciare una comunità che amavo e in cui sono cresciuto, per non parlare della mia famiglia. Ma quando sono tornato a Beit Jala, ho avuto grandi consolazioni, grazie alla presenza dei seminaristi e anche ai rapporti che ho potuto approfondire con i miei fratelli sacerdoti. In questa luce, non mi affido ai miei deboli sforzi, ma al sostegno dei sacerdoti; quelli del nostro amato Patriarcato e, più da vicino, quelli che vivono con me in seminario: Abouna Butrus, Abouna Tony e Abouna Khaled. Non posso dimenticare la fattiva collaborazione di tutti gli altri: seminaristi, suore, educatori e personale,che rendono possibile l’attività del seminario.

2. Può parlare un po' del discernimento vocazionale in Seminario? Di cosa hanno bisogno i seminaristi durante la loro formazione?

Sant'Ignazio di Loyola parla molto di discernimento, soprattutto di quello che ha a che fare con una vocazione religiosa. Dice: "il nostro unico desiderio e la nostra unica scelta dovrebbe essere questa: voglio e scelgo ciò che meglio conduce alla vita più profonda di Dio in me". Per poter rispondere alla domanda su come scegliere cosa porta meglio a fare la volontà di Dio, dobbiamo ascoltare ciò che ci dice il nostro cuore. Più di ogni altro, Ignazio vuole che ascoltiamo ciò che chiamiamo, con le parole di tutti i giorni, "i nostri sentimenti". Ma il discernimento va oltre i nostri sentimenti, perché quando ti senti di fare qualcosa o lo desideri, devi chiederti "cosa devo fare per essere in grado di raggiungere quell'obiettivo?" e in secondo luogo, "ho i doni e le capacità per essere in grado di portare a termine la scelta che sto facendo?"

In seminario questo è il nostro compito principale. Cerchiamo di aiutare i giovani a scoprire se hanno i doni e le capacità per raggiungere l'obiettivo di essere sacerdoti. Il primo anno del seminario maggiore (quello che chiamiamo anno di spiritualità) è dedicato a mettere i seminaristi davanti all'immagine di un parroco; vogliamo che vedano chi è, come vive, come prega, le sue sfide e difficoltà e infine che tipo di rapporto ha con la sua comunità/parrocchia. Il secondo passo, una volta che hanno capito più chiaramente chi è il parroco, è quello di chiedere a ciascuno di loro: è questo che vuoi diventare? Se il seminarista può dire di sì a quella domanda, continua a percorrere altri 8 anni di formazione che lo aiutano a prepararsi per poter realizzare il suo desiderio. La domanda non si pone una sola volta in quegli 8 anni, anzi si ripete ogni giorno. Di questo parla anche Ignazio, quando dice che davanti alle due vocazioni, quella matrimoniale e quella sacerdotale, una persona, sia che desideri il matrimonio sia che desideri il sacerdozio, deve continuare a discernere fino al giorno in cui dovrà essere ordinato o sposato. Una volta che sei stato ordinato o sposato, smetti di fare la domanda "è questo quello che fa per me?" e inizi a chiederti "come posso vivere questa vocazione al meglio?".

Ma questo discernimento non riguarda solo il seminarista stesso. Ha a che fare anche con i sacerdoti formatori che cercano segni che ci aiutino a capire se quello che dice il seminarista c'è davvero o no. Mentre non possiamo vedere cosa c'è dentro una persona, possiamo vedere come vive giorno per giorno: è felice?, si occupa bene della vita in comune?, è disposto a vivere una vita di sacrificio? , le sue relazioni sono sane? La seconda cosa è che, attraverso la direzione spirituale, il seminarista comincia a confidarsi con un sacerdote che lo aiuta a capire cosa sta succedendo dentro di lui - i suoi pensieri, i suoi sentimenti, le sue emozioni, i suoi desideri, i suoi peccati, la sua debolezza, ecc. Queste cose il seminarista le deve dire liberamente, apertamente e completamente, fidandosi, per aiutare il direttore spirituale a comprendere il mondo interiore del seminarista.

Per rispondere alla domanda di cosa ha bisogno un seminarista durante la sua formazione, la risposta è semplice: onestà e volontà di formarsi. Essere onesti significa aprirsi a un altro che può aiutarti a capire meglio te stesso e “volontà di formarti”, significa che accetti che qualcuno ti dica cosa dovresti e non dovresti fare, a che ora svegliarti e dormire, cosa studiare, dove andare e infine come migliorare le cose che hanno bisogno di essere migliorate in te. L'onestà e la volontà di formarsi sono le due cose più importanti di cui una persona ha bisogno. Infine, ci deve essere una capacità intellettuale di apprendere e affrontare gli argomenti che studiamo. Teologia e Filosofia non sono argomenti "facili", il seminarista è uno che deve confrontarsi con il mondo moderno e cercare di capire cosa sta succedendo attraverso la lente della fede. Si tratta di una fede “in cerca di comprensione” per parafrasare sant'Agostino.

3. Quali sono le problematiche che accomunano le persone che entrano in seminario in tenera età e quelle che decidono di entrare più tardi? E quali invece le differenziano?

Sono sempre colpito dai ragazzi che vengono in seminario. Il loro sacrificio è molto grande. Nel mondo di oggi non si trovano troppe persone che possano rispondere alla domanda "cosa vuoi fare da grande?" Quella domanda, che è così semplice eppure segna l'inizio di una vita impegnata, sembra diventare sempre più difficile. Naturalmente tra le sfide di chi viene in seminario in tenera età c’è quella di lasciare la famiglia per vivere in un posto dove non si conosce davvero nessuno, dove c'è uno stile di vita disciplinato. Ma il seminario minore è anche luogo di grande fraternità, è fonte di tante cose buone nella vita dei seminaristi; sia che proseguano nel seminario maggiore sia che decidano di lasciare il seminario, la formazione che ricevono rimane loro. È così interessante incontrare ex seminaristi che hanno lasciato il seminario e vedere quanta influenza positiva il seminario ha lasciato in loro.

Per quei seminaristi che vengono in seminario più tardi, ci sono sfide diverse da affrontare. La più grande è quella del "non avere più la tua libertà". Non è che si perda davvero la propria libertà, ma piuttosto si adotta uno stile di vita in cui non siamo solo noi a determinare le cose, come di solito facciamo quando viviamo fuori. È un modo diverso di vivere, mangiare, pregare, fare attività e comunicare. Ricordo che quando sono entrato in seminario, non avere la mia macchina e la possibilità di andare dove e quando volevo era una delle difficoltà più grandi. Questo è ciò che significa “rinunciare volontariamente alla propria libertà”. Ma se ci pensiamo, ogni volta che qualcuno decide di andare al college o di trovare un nuovo lavoro, ha questo tipo di sacrificio da fare. Alla fine, ovviamente, ne vale la pena e onestamente diventa una seconda natura, un nuovo modo normale di vivere. Tanto che quando i nostri studenti tornano a casa a far visita alle loro famiglie, dopo essere stati qui per un certo periodo di tempo, sono felici di tornare in seminario dove c'è davvero tempo per fare tutto.

Infine, spesso sento dire che chi viene in seminario in età avanzata ha una “vera vocazione” perché si arrende di più, di chi entra in età precoce. Ma per esperienza non è proprio vero. Una vera vocazione non riguarda ciò a cui si rinuncia, ma ciò che si guadagna. L'idea, come abbiamo spiegato prima, è quella di trovare un modo di vivere che porti una persona a un'unione più stretta con Dio. Questo è chiaro nel Vangelo, quando a Gesù viene chiesto da san Pietro, suo discepolo: “cosa ci guadagniamo, noi che abbiamo rinunciato a tutto?”. Gesù è chiaro nella sua risposta: “non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna.”. (Mc 10,29)

4. In che modo il seminario affronta l'introversione e l'estroversione nella formazione dei nuovi seminaristi? Una persona introversa, che ha ricevuto la sua vocazione, ha un posto nella vita religiosa? O il sacerdozio è riservato solo agli estroversi?

Molti pensano che gli introversi non possano diventare preti diocesani, li pensano più classicamente come monaci, chiamati alla vita silenziosa e ritirata. Ma non è sempre vero. È vero che un prete diocesano è colui che deve sapersi relazionare con le persone in modo da costruire relazioni significative e durature, non solo tra lui e le persone che serve, ma anche tra lui, la comunità e Gesù. Penso che sia davvero quello su cui dobbiamo concentrarci, più che su come possiamo attirare le persone a noi stessi con il nostro carattere spiritoso e la nostra personalità estroversa. Dobbiamo pensare ai mezzi per indurre le persone a desiderare una relazione con Dio: conoscerlo, seguirlo e amarlo.

In questo modo, quindi, il livello a cui una persona è introversa o estroversa dipende davvero dalla sua capacità di stabilire relazioni. Una delle cose principali che cerchiamo come formatori è vedere quanto bene una persona è in grado di sviluppare e mantenere relazioni con i suoi coetanei, con le persone che incontra nelle nostre parrocchie e anche con i sacerdoti che lo accompagnano. Notiamo quando una persona non è in grado di formare quei rapporti, quando non ha assunto ruoli di leadership, e cerchiamo davvero di aiutarla a discernere se quel tratto di personalità corrisponde al sacerdozio diocesano. Non è mai male quando una persona scopre durante la formazione che il sacerdozio diocesano non fa per lui. È nostro dovere aiutare una persona a trovare il luogo in cui le sue capacità e caratteristiche possono essere utilizzate al meglio per l'edificazione del Regno di Dio. Ognuno ha un suo ruolo in questo, si tratta di capire come e dove.

5. Il clericalismo è un problema comune che esiste oggi in Terra Santa, come affronterebbe questo problema? Quanto è importante il ruolo del seminario in questo campo?

Papa Francesco ha messo la questione del clericalismo tra i temi principali sui quali vuole sensibilizzarci. La tendenza principale che si trova nel clericalismo è l'ideologia che il sacerdote conosca meglio e che viva uno stile di vita diverso da quello delle persone che serve. Il Santo Padre ricorda ai sacerdoti di assumere “l'odore delle pecore”, cioè - per esempio - di vivere una vita libera dall'ipocrisia di fare promessa di povertà e vivere invece da ricchi. Dice: “l'ipocrita ha paura della verità. È meglio fingere piuttosto che essere se stessi. È come truccarsi l'anima, truccare il comportamento, truccare il modo di procedere: questa non è la verità. “No, ho paura di andare avanti come sono…, cercherò di fare bella figura assumendo questo comportamento”.

La seconda cosa che può essere causa di clericalismo nel nostro contesto è che generalmente c'è molto rispetto per le persone che sono “religiose o con l’abito”. Qui viviamo in un contesto in cui la maggioranza delle persone appartiene a una religione, cosa che fa parte della cultura, ancor più, è necessario che una persona appartenga a una fede, anche se non crede o se non si sottomette completamente ad essa, perché possa sposarsi, avere figli e persino essere sepolto dopo la morte. In questo tipo di società in cui l'appartenenza religiosa è necessaria per la vita quotidiana, c'è il pericolo che un sacerdote possa diventare “superpotente”. Anche il permesso di entrare in Israele passa attraverso la Chiesa... Ciò significa che se un prete non è consapevole che queste sono opportunità per servire il nostro popolo piuttosto che opportunità per controllarlo, possiamo abusare del nostro potere.

Per sensibilizzare su questo tema del clericalismo e per sottolineare l'importanza di una vita di servizio, abbiamo scelto quest'anno il nostro motto dal Vangelo di Marco dove Gesù dice ai discepoli: "Date loro voi stessi da mangiare" (rif. Mt 14:16) In questo dialogo tra Gesù e i suoi, i discepoli vogliono allontanare la folla perché non possono soddisfare il suo bisogno di cibo. Ma Gesù vede la folla con cuore di pastore, vede la loro fame come un suo problema e rifiuta l'iniziativa dei discepoli di congedarla. Penso che questo sia ciò di cui il Santo Padre ci chiede di essere consapevoli quando dice: “il seminario non deve allontanare i suoi studenti dalla realtà, dai pericoli e dagli altri, “ma, al contrario, farvi avvicinare a Dio e ai vostri fratelli”. Proseguendo dice: “dentro le mura del seminario, allargate i confini del vostro cuore – il cuore largo– estendendoli fino al mondo intero”, ha aggiunto, “siate appassionati di ciò che 'rende vicini', di ciò che 'apre ,' che 'unisce'”.

6. Al momento, qual è la sua assoluta priorità come rettore?

La mia assoluta priorità sono senza dubbio i seminaristi. Ma questo significa anche che bisogna essere consapevoli del tipo di formazione che offriamo loro e di come lo facciamo. Penso che oltre a lavorare a stretto contatto con i seminaristi e i sacerdoti, con le suore e il personale, la nostra priorità sia anche quella di aprire il seminario all'ambiente circostante e allo stesso tempo di aprirci agli altri.

Inoltre, penso che negli ultimi anni gli ex rettori abbiano fatto un gran numero di progetti, e ora abbiamo un'intera lista di cose che dobbiamo ancora fare. Prima di fare altro, dobbiamo sviluppare un piano d'azione quinquennale e decennale, che servirà da tabella di marcia per indicare dove vogliamo andare e come arrivarci.

Spero anche di includere altre ”voci autorevoli” in seminario. Voglio che altri sacerdoti, laici e religiosi abbiano voce in capitolo su ciò che vogliono vedere nel sacerdote di domani. Ho bisogno della collaborazione di professionisti che possano pensare con noi a ciò di cui c’è bisogno per offrire un'esperienza di formazione olistica. Sono fiducioso che nel prossimo anno saremo in grado di rimettere in funzione il seminario minore, dopo la sua chiusura temporanea a causa del Covid, e che ci impegneremo molto per le vocazioni con Abouna Khaled e altri sacerdoti che sono disposti a dare il proprio aiuto.

Infine, voglio fare qualcosa con i seminaristi per aiutare i meno fortunati; voglio anche favorire e nutrire la loro vita devozionale e di preghiera; voglio aiutarli ad amare i Luoghi Santi e ad essere grati a Dio per averli chiamati ad essere sacerdoti in questa Terra Santa. C'è molto lavoro, ma so che il motto di quest'anno non è solo per i seminaristi, lo è anche per me, dare loro da mangiare e sostenere la loro fame e sete di conoscenza di Dio e di amore del prossimo. Per favore prega per me.