San Filippo Neri, il giullare di Dio

Published: May 27 Mon, 2019

SOLENNITÀ – Il 26 maggio di ogni anno, il martirologio della Chiesa Cattolica ricorda il grande santo fiorentino, romano d’adozione, Filippo Neri. Definito il “Santo della gioia”, Filippo é stato uno dei santi più importanti della Chiesa del sedicesimo secolo, rivelandosi una figura provvidenziale negli anni in cui il cattolicesimo subiva l’urto della riforma luterana.

Filippo Neri fu il secondo di quattro figli nati dal matrimonio di Francesco, notaio, e Lucrezia (da Mosciano), figlia di falegname. Nacque il 21 luglio 1515 e ricevette il battesimo il giorno seguente nel battistero di San Giovanni a Firenze. Cinque anni dopo sua madre morì di parto e ciò ebbe un impatto forte nella vita di Filippo. Da grande, ormai santo, compì diversi miracoli scongiurando la morte di donne che si trovarono in fin di vita al momento di partorire. Suo padre presto si risposò con Benedetta Lenzi Corazzei, donna affabile, di buon carattere che riuscì agilmente a sostituire la figura materna.

Nonostante le ristrettezze economiche la sua istruzione venne affidata a un certo ser Clemente che aveva fama di essere ferrato grecista e con lui Filippo imparò bene anche il latino. Negli anni dell’adolescenza venne attratto dal convento di San Marco e pur non essendovi in lui qualcosa che facesse presagire la sua futura vocazione amava di quel posto il silenzio del chiostro, i lunghi corridoi e rimaneva incantato a guardare con stupore gli affreschi di frate Angelico, riuscendo forse a capire il motivo che aveva spinto il pittore a dipingerli in ginocchio.

A diciotto anni, maggiorenne per la legge fiorentina, venne mandato da suo padre (che non poteva passargli la professione per scarsezza di clienti) dallo zio Romolo, ricco mercante a San Germano, vicino Cassino. Tuttavia, quel mestiere di cui doveva occuparsi era estraneo alla sua sensibilità. Dalla documentazione di questo periodo emerge come Filippo, ultimate le sue occupazioni corresse a frequentare chiese e cappelle e soprattutto il luogo della Montagna Spaccata a Gaeta, dove la tradizione vuole che si fossero create tre enormi fenditure al momento della morte di Cristo. Fu in questo posto, come poi riferì lui stesso, dove si convertì al Signore. Salutò lo zio e si diresse a Roma, povero, per rifugiarsi nella preghiera, mezzo per eccellenza, in grado di unirlo ancor più a Cristo.

A Roma, nei primi anni alloggiò vicino al Pantheon da Galeotto Caccia, suo concittadino, guadagnandosi da vivere facendo il precettore ai suoi due figli Michele e Ippolito. Quasi ogni notte per dieci anni si recò alle catacombe di San Sebastiano dove, con il solo aiuto di una fiaccola, si calava in quei meandri misteriosi per pregare vicino ai corpi dei martiri: di giorno faceva efficacemente apostolato tra i suoi connazionali. Questo incoraggiò l’anziano confessore di Filippo, Persiano Rosa, a indicargli la via del sacerdozio. In rapida successione gli vennero conferiti gli ordini. Il 23 maggio 1551 il vescovo Giovanni Lumelli di Sebaste lo ordinò sacerdote nella chiesa di San Tommaso in Parione. I tempi stavano cambiando e le nuove direttive della Chiesa che stava pensando ad un nuovo Concilio, non vedevano favorevolmente che un semplice laico trattasse in pubblico argomenti religiosi. All’epoca Filippo aveva trentasei anni.

La donazione costante di sé agli altri avvicinò Filippo ai malati. Fu al san Giacomo degli incurabili che Filippo fece apostolato con Camillo de Lellis e Ignazio di Loyola ed ancor oggi una lapide testimonia l’amicizia tra lui ed Ignazio. Intensi rapporti di amicizia Filippo li sviluppò anche con Francesco Saverio, fino alla partenza di questi per le Indie.

In una notte di aprile del 1544, Filippo si trovava in uno stretto corridoio delle catacombe di San Sebastiano: ad un tratto vide un globo entrargli dalla bocca e lo sentì scendere nel petto dilatandoglielo. Il suo corpo venne preso da un violento scotimento e quando riuscì a portare la mano sul petto, sentì un rigonfiamento grosso come un pugno: si trattava dello Spirito Santo. Quest’avvenimento così descritto venne narrato dallo stesso Filippo al giovane Pietro Consolini, suo discepolo. Questi, per volere dello stesso Filippo, non lo testimoniò al processo di canonizzazione: narrò la straordinaria storia solo in punto di morte, nel 1643 al confratello Sozzini. E Filippo stesso fu sempre molto restio a raccontare questa manifestazione del Signore. Era un segreto tutto suo. Il fatto che si trattasse di qualcosa di fisico era possibile vederlo non solo dal rigonfiamento sul petto, ma anche dagli atteggiamenti che il suo corpo assumeva quando era a contatto con qualcosa di sacro. Il suo cuore allora batteva in modo così violento che il tremore veniva trasmesso agli oggetti che erano a contatto con la sua persona. Così, quando nel confessionale si accingeva a dare l’assoluzione, a causa del battito del suo cuore l’inginocchiatoio cominciava a vibrare e fare rumore. Durante la messa, Filippo era solito puntellare i gomiti sull’altare per evitare di versare il vino. Dai processi di canonizzazione emergono diverse deposizioni che raccontano questi avvenimenti. Ma la deposizione più interessante è sicuramente quella resa dal suo medico e amico Andrea Cesalpino, che lo aveva tenuto in cura e che dopo la morte del Santo effettuò l’autopsia sul cadavere. Il medico già nel 1593 durante una visita, si rese conto che la frequenza cardiaca di Filippo era molto accelerata. Si domandò, comunque, come mai il cuore non soffrisse nella sua corsa. Aprendo il torace, scoprì che il cuore era molto dilatato e che l’arteria polmonare era larga più del doppio del naturale. Due costole del lato sinistro erano fuoriuscite dalla cartilagine formando una cavità. E quando il cardinale Federico Borromeo, prima che Filippo morisse, gli chiese nel lontano 1544 se avesse sofferto intenso dolore quando la palla di fuoco gli invase il petto, il Santo rispose “no”.

Filippo passò tantissimo tempo in confessionale. Con il passare del tempo e con l’esperienza riusciva a farsi confidare le colpe segrete e i peccati più ripugnanti; ma quando si accorgeva che il penitente era reticente, allora glieli suggeriva lui. Come nel caso di quella donna giovane, che avendo perso da poco il marito, era andata a confessarsi da Filippo. Costui, vista l’indecisione della donna le disse: “Tuo marito che era giovane è morto, mentre io, brutto vecchiaccio, sto campando; non è così?”. Oppure come nel caso del giovanotto barbuto che, appena inginocchiatosi si sentì riferire tutti i peccati che aveva combinato: questi allora, preso da sincera curiosità chiese: “Padre ma come fate a conoscere tutti i miei peccati? e Filippo; “Dalla barba che hai figliolo”. Casi del genere sono numerosissimi. Ai suoi intimi invece concedeva penitenze tremende per abbattere il loro orgoglio. A Cesare Baronio, suo discepolo e futuro cardinale, impose di dire alla commissione, durante un esame di teologia che stava affrontando alla presenza del Papa: “Io sono troppo colto per essere giudicato da voi”. La commissione capì che l’esaminando agiva sotto l’impulso di Filippo, i professori sorrisero e lo sciolsero dal terrore e dall’angoscia che lo avevano invaso.

Nonostante il suo lato burlone, Filippo continuava a crescere in santità. Rivolgendosi al Signore diceva: “Diffidate di me, tenetemi la mano sulla testa, altrimenti vi tradisco”. Salvò da morte certa Giovanni Anerio con la malvasia, quando i medici lo avevano già dato per spacciato. Una donna romana, un giorno regalò a Filippo una pregiatissima seta di Damasco in quantità tale da ricoprire le pareti di diverse stanze. Il giorno stesso Filippo la vendette così sfamò tante bocche e vestì tanti poveri. Ovviamente Filippo agiva il più possibile nel segreto. Disse di lui il cardinale Newman: “Come Francesco Saverio battezzò migliaia di persone, così Filippo fu all’opera del rinnovamento per quarantacinque anni, ogni giorno e quasi ogni ora, insegnando, incoraggiando e indicando ai peccatori la stretta via della salvezza con allegria e spirito faceto”.

In punto di morte disse ai suoi “Io me ne vado”. Il Baronio gli disse:” Padre ci lasciate così senza la vostra benedizione?” Allora Filippo aprì gli occhi, alzò la mano rimanendo fermo un po’ di tempo con lo sguardo al cielo e, chinando il capo, morì serenamente, a ottant’anni. Era il 26 maggio 1595. Il giorno dopo, senza sapere che Filippo fosse morto, molte persone dissero che era apparso loro. Il giorno del funerale la chiesa era gremita di persone. Chi potè di quella liturgia prese tutto quello che poteva essere preso: fiori, palme, scritte e oggetti che potevano essere considerate reliquie.

Dopo un processo canonico rigoroso, solo a partire dal 1615 Filippo inizia ad apparire nel martirologio. San Filippo venne canonizzato insieme ad altre quattro persone, tutte spagnole: Isidoro agricoltore, Ignazio di Loyola, Francesco Saverio, Teresa d’Avila. Il suo corpo è a Roma alla Chiesa di Santa Maria in Vallicella, incorrotto. La sua anima, dal Signore, in paradiso.

Filippo De Grazia