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PALESTINA – Dall’8 al 13 maggio 2017 responsabili della Caritas Italia, insieme a rappresentanti di alcune Caritas diocesane, dal nord al sud dell’Italia, hanno visitato le parrocchie palestinesi della Diocesi di Gerusalemme. Una visita “itinerante” e fuori dal comune, per incontrare le “pietre vive” della Comunità cattolica del Patriarcato di Gerusalemme.

La missione Caritas si inserisce all’interno del Progetto «Gemellaggio e Pellegrinaggio». Questo progetto, avviato nel settembre 2016 ed ideato dall’allora direttore di Caritas Jerusalem padre Raed Abusahlia, ha come attori le diocesi italiane e le 15 parrocchie palestinesi del Patriarcato latino, e mira ad istituire gemellaggi e ad organizzare pellegrinaggi in modo diverso dai precedenti. Come spiega Elisabetta Spagnolo, coordinatrice locale, «gemellaggio, in senso stretto, significa un legame di fratellanza duraturo e reciproco. Il legame tra la parrocchia palestinese e la diocesi italiana prenderà forme diverse in base alle caratteristiche e alle necessità proprie di ogni parrocchia: scambi di volontari, visite fra famiglie, micro progetti, supporti pastorali, condivisioni specializzate in campo medico ed economico, scambi culturali. Anche i pellegrinaggi, pur seguendo in parte i percorsi e le mete tradizionali, saranno dei veri e propri “pellegrinaggi solidali”, in quanto si andranno a visitare principalmente le comunità cristiane e si trascorreranno presso le loro abitazioni o in edifici adiacenti alle parrocchie tempi prolungati, durante i quali “più ci si conoscerà e più ci si amerà” come tanti dei nostri parroci hanno sottolineato».

La visita è partita lunedì 8 maggio dal Patriarcato latino di Gerusalemme, incontrando il Vescovo vicario, mons. Giacinto-Boulos Marcuzzo e prendendo la Sua benenedizione. Erano presenti George Handal, direttore ad interim della Caritas Jerusalem, Danilo Feliciangeli, responsabile Caritas Italia per il Medio Oriente, Chiara Bottazzi, responsabile dell’Ufficio Media di Caritas Italia, e 10 rappresentanti dalle Caritas diocesane italiane, specializzati in micro progetti, mondialità, missioni, emigrazione, gioventù e famiglia.

Il Vescovo, cogliendo in pieno lo spirito del progetto e volendo dargli una base teologica, ha fatto ruotare il suo discorso di benvenuto su un importante cardine ecclesiologico: «La Chiesa è comunione “per sostanza”. Se la Chiesa è comunione, lei stessa è solidarietà e condivisione, non nel senso materiale di aiutare ma in quello di vivere insieme, condividere insieme e soprattutto pensare e pregare insieme: essere comunione, koinonia in greco. Questa comunione porta forse anche a compiere degli atti assai diversificati: lasciamo spazio all’amore che alimenta la fantasia…». Mons. Marcuzzo ha continuato dicendo: «Vedo che è bello che avete chiamato questo progetto “Gemellaggio e pellegrinaggio”, perché i due termini si possono interpretare come sinonimi, in quanto si viene in pellegrinaggio non solo verso i luoghi santi, ma verso la comunità santa; per visitare la Chiesa Madre che ci ha generato nella fede, da cui sono partiti gli apostoli… e questa Chiesa Madre ha bisogno della preghiera, una madre ha sempre bisogno dei suoi figli che la visitano e la curano soprattutto quando soffre». Prima di concludere ha ricordato Giovanni Paolo II che, ancora giovane arcivescovo di Cracovia, si innamorò della Terra Santa sin dal suo primo pellegrinaggio: «… un innamoramento “teologico” – spiega – come Terra dell’Incarnazione». Conclude con un forte appello: «È compito di tutti i cristiani, tutti: cattolici, ortodossi, anglicani, protestanti, di occuparsi della Terra Santa. Siamo tutti responsabili se in avvenire qui ci sarà un museo a cielo aperto senza le comunità dei fedeli».

Con questo spirito di voler costruire la “Chiesa comunione” è cominciato il giro per le Parrocchie: prima Gerusalemme Est. Poi il triangolo cristiano di Betlemme, Beit Jala e Beit Shaour; le parrocchie più ad est: Gerico e Taybe. E verso il nord Abud, Bir Zeit, Ain Arik e Ramallah. E infine la Samaria con Zababde e Jenin.

Sebbene gli incontri abbiano seguito una modalità standard: preghiera comune, Rosario e Messa con la comunità, presentazione del parroco, discussione su tematiche di attualità (emigrazione, disoccupazione, muro di separazione, disagio giovanile, senso di solitudine), scambio di domande e risposte tra i partecipanti, ogni parrocchia ha espresso delle proprie peculiarità: la musica dei gruppi scout, i canti in arabo, il dibattito con i giovani, le esperienze dei consigli parrocchiali, la sfida di essere un piccolo numero tra una maggioranza mussulmana, la tensione a vivere la fede in un contesto di conflitto, il regalo di partecipare alla celebrazione delle Prime comunioni e Cresime…

Per tutti un unico comune denominatore: una comunità di fedeli che – pur sempre in Via Crucis – non si arrende, che desidera mantenere la fede e le tradizioni, che spera di non essere dimenticata e che esprime la gioia del Risorto.

Si è colta l’occasione anche per visitare i Centri Caritas dislocati nel territorio e le opere sociali che Caritas Italia ha finanziato per il loro avviamento.

I partecipanti dalle Caritas diocesane, spinti a questa visita dall’attenzione per i fratelli speciali di Terra Santa, sono ripartiti edificati dalla vitalità, dalla forza e dalla bellezza della Chiesa Madre che come madre ha sempre qualcosa da insegnare ai suoi figli. Si sono anche sentiti avvolti dal calore dell’accoglienza, espressa sia dal desiderio di raccontare storie ed esperienze, sia dal folklore della danza tipica del Dabke, dall’assaggio delle pietanze della cucina araba preparate dalle parrocchiane più esperte: dal più conosciuto Pollo, riso, Laban e Salatat alla Musakan, dallo Shwarma ai Caki l’Aid, per finire ogni volta con il tipico caffè arabo!

Il dott. Feliciangeli della Caritas Italia ha spesso sottolineato, durante la missione, l’importanza della vicinanza alla Chiesa sofferente, dicendo che questa iniziativa è di per sé un progetto di formazione e di autosviluppo delle comunità stesse, di condivisione di idee, risorse e talenti, tra l’Italia e la Palestina, un progetto di accompagnamento solidale, in cui la visita fugace viene sostituita da un tempo lungo di permanenza e in cui si desidera raggiungere tutte le comunità cristiane dei Territori palestinesi fino ai più periferici.

La visita si è conclusa con un “arrivederci”! Perché le comunità arabe cristiane della Chiesa latina di Gerusalemme aspettano i “pellegrini solidali” per edificare insieme e con continuità la «Chiesa comunione di Chiese».

Elisabetta Basha

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