8 gennaio 2017

Battesimo di Gesù

Il brano di Vangelo che si ascolta in questa festa del Battesimo di Gesù (Mt 3, 13-17) è distinto in due parti: nella prima c’è il battesimo vero e proprio (v. 13-15), nella seconda parte (v. 16-17) vi è un’epifania, una manifestazione di Dio.

Già questa duplicità è molto eloquente, e noi la teniamo in sottofondo, come chiave di lettura di questo evento: perché il primo momento è un movimento di discesa, di abbassamento, di umiliazione; il secondo, al contrario, è un’esperienza di gloria, di innalzamento, di apertura. È la stessa dinamica della Pasqua, dinamica di morte e di risurrezione.

Partiamo dal primo momento.

Gesù si accosta a Giovanni e gli chiede di essere battezzato. Matteo è l’unico che ci racconta della ritrosia di Giovanni a battezzare Gesù e la sua risposta sulla giustizia: Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia (v. 15).

La ritrosia di Giovanni è molto forte: voleva impedire a Gesù di farsi battezzare, perché non considerava giusto quel gesto. La logica di Giovanni avrebbe voluto che egli portasse a compimento il proprio compito, quello di preparare il terreno al Messia e questi invece, una volta arrivato, prendesse in mano la situazione e compisse decisamente la sua missione. Una missione, come abbiamo avuto modo di vedere in Avvento, fatta con la scure, il fuoco, il ventilabro (cfr Mt 3, 12). Non poteva essere – secondo Giovanni – che Dio si abbassasse davanti all’uomo: è l’uomo che si deve abbassare davanti a Dio. Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me? (14).

Qui, invece, abbiamo un primo totale rovesciamento delle attese e questo sorprende, sconcerta e infastidisce: Gesù, il Messia e il Figlio di Dio, il Salvatore, che si mette in fila con i peccatori per ricevere il perdono dei peccati e un battesimo di conversione… Qualcosa che Giovanni non riusciva a comprendere.

Più avanti, troveremo qualcosa di analogo al momento nell’ultima cena, quando, secondo il Vangelo di Giovanni (13,1 ss), Gesù, come nel nostro brano, si spoglia e compie un gesto ugualmente sconcertante come quello di lavare i piedi ai discepoli. In quel caso sarà l’apostolo Pietro, come il Battista ora, a fare tanta fatica ad accettare questa logica.

Gesù, entrando nella vita adulta, entrando nella storia, sceglie di farlo in modo nuovo. Nel modo umile e solidale che si mette accanto al cammino dell’uomo, alla sua fatica, al suo peccato e allo stesso tempo anche al suo desiderio di conversione, al suo bisogno di salvezza. Gesù sceglie di partire da lì: va a cercare l’uomo dove l’uomo è. Questo, secondo Gesù, adempie la giustizia.

Abbiamo visto qualche domenica fa, nell’episodio dell’annunciazione a Giuseppe (Mt 1,18-25), come sia importante il termine giustizia. Giuseppe era giusto non perché osservasse scrupolosamente la legge, ma perché era in ascolto della volontà di Dio; di una volontà di Dio che è sempre a favore della salvezza dell’uomo.

E così anche nel nostro brano: la giustizia della legge avrebbe voluto che Gesù, non essendo peccatore, stesse lontano dai peccatori. La giustizia nuova, quella del Regno, quella che Gesù compie, vuole solo la salvezza dell’uomo e per salvarlo si fa solidale con lui, va ad incontrarlo.

Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia (15): in Matteo, queste sono le prime parole di Gesù. Parole importanti e programmatiche, che dicono tutto l’orientamento di Gesù, la sua missione, che è quella di compiere unicamente la Volontà del Padre. E che ricordano da vicino le prime parole che Gesù pronuncia nel vangelo di Luca: Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio? (Lc 2, 49). Anche queste pronunciate davanti a due interlocutori sconcertati, Maria e Giuseppe.

In Matteo dunque la giustizia si compie non quando si osserva, ma quando in qualche modo si eccede, quando si va oltre la giustizia stessa, per entrare nello spazio del gratuito e dell’amore.

Ed è quello che fa Gesù, dichiarandosi da subito disponibile ad un eccesso di amore. Il racconto del battesimo è una prima dichiarazione d’amore all’uomo.

All’eccesso di Gesù risponde l’eccesso del Padre, e siamo nella seconda scena.

Ugualmente imprevista e sorprendente – come il gesto di Gesù -, ugualmente gratuita.

Mentre Gesù si affaccia nella storia dell’uomo dicendogli il suo amore, il Padre si affaccia sulla storia di Gesù facendo lo stesso, esprimendogli il suo amore: Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento (17). Sono parole di una tenerezza che non siamo tanto abituati a sentire, e che per la prima volta risuonarono sulla terra in un cuore di uomo, dette da Dio ad una creatura di carne. Un creatura, Gesù, completamente disponibile ad accoglierle.

Così, quando questo accade, è evidente – è giusto – che tutto si rinnova e si compie: lo Spirito di nuovo aleggia sulle acque, come all’inizio della creazione; finalmente si realizza il desiderio dell’uomo che di nuovo i cieli si squarcino (Is 63,7-64,11) e Dio può scendere per guidare il suo popolo in un nuovo esodo verso la libertà.

In tutto questo, è fondamentale il ruolo di Giovanni, che lo lasciò fare (v.15). Questo è il compito del discepolo: seguire il Signore nella sua giustizia eccedente; lasciarlo fare sempre, anche quando questa giustizia porterà Gesù a dare la sua vita per noi; per poi vedere che così i cieli si aprono e inizia una storia nuova, una nuova creazione.

+Pierbattista

 

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