1 gennaio 2017

Maria Madre di Dio

Abbiamo celebrato da pochi giorni il Natale del Signore, e abbiamo fatto memoria di quell’evento accaduto nella storia in cui Dio si è rivestito della nostra carne.

Ora continuiamo a celebrare il Natale, perché quella nascita non cessa di essere vitale, attiva: il Signore continua a nascere, a crescere, ad esistere nella vita di ogni battezzato e – in modo misterioso – in quella di ciascun uomo. Ma la nascita di Gesù in noi non è un evento che avviene in un istante: è piuttosto un lungo processo, che chiede tempo e pazienza, e piano piano ci coinvolge sempre più in profondità fino a raggiungere ogni ambito della nostra esistenza.

Il Vangelo di oggi ci apre uno squarcio sulla vita interiore della Vergine Maria, sul modo con cui lei impara giorno dopo giorno a stare davanti al mistero di quel bambino che gli è stato dato. Luca racconta che i pastori, dopo aver trovato il segno di cui ha loro parlato l’angelo, riferiscono “ciò che del bambino era stato detto loro” (Lc 2,17). I presenti rimangono stupiti di fronte a questo racconto: hanno davanti a sé semplicemente un bambino come tutti gli altri, venuto alla luce in condizioni ancor più precarie di molti altri. E si viene a sapere che la sua nascita è stata accompagnata da apparizioni celesti, da eventi prodigiosi.

Il mistero ci precede, ci supera e ci sorprende sempre, e ha in sé qualcosa di imprevedibile, di assolutamente nuovo, di non immediatamente comprensibile. Di fronte alla novità del mistero, l’evangelista dice che Maria “custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore” (Lc 2, 19).

Deve essere, questo, un modo abituale di Maria di stare nella vita, di fronte a Dio: come conclusione dei racconti dell’infanzia, dopo l’episodio di Gesù, dodicenne smarrito e poi ritrovato nel tempio a Gerusalemme, Luca usa per Maria un’espressione simile: “Sua madre custodiva tutte queste cose” (Lc 2,51).

Entrambe le volte, Maria non capisce tutto ciò che è accaduto. Nell’episodio di Gerusalemme, l’evangelista lo dice chiaramente: “Maria e Giuseppe non compresero ciò che Gesù aveva detto loro” (cfr Lc 2,50). Custodire indica un atteggiamento positivo e un’attività interiore, di riflessione, di domande, certamente, ma anche di accoglienza positiva di quanto sta accadendo, pur non comprendendo tutto. I pastori corrono alla Grotta, vedono, testimoniano, suscitano stupore: loro sanno, hanno visto, raccontano. Maria tace. Eppure la sua storia, il suo rapporto con quel Bambino che è il suo Signore e la sua carne, che è la Vita cui lei sta dando vita, dura da nove mesi e ha già superato tante prove. Ma non sa ancora dare “storia” a quello che le è capitato. Conserva nel suo cuore l’esaltazione dell’annuncio, il canto che le è sgorgato dal cuore quando ha incontrato Elisabetta, quel momento unico, improvviso e sorprendente in cui l’ha sentito muoversi per la prima volta dentro di lei. E l’avviso del censimento, lasciare la casa materna e affrontare un lungo viaggio, e poi giungere a Betlemme dove non c’è posto per loro, e il parto nella Grotta: quanti perché hanno bussato al cuore e alla mente della fanciulla di Nazareth? “Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose meditandole nel suo cuore”. Custodire è più che conservare: è lasciare che il tempo sveli l’accaduto, è far crescere l’intelligenza del cuore ascoltando il silenzio di Dio.

Maria accetta di lasciar vivere dentro di sé, di fare spazio, di accogliere la vita che accade, senza possederla. Maria lascia che questo suo figlio sia Figlio di Dio. Lascia che la vita sia altro dalle proprie attese e pretese; da’ fiducia restando nell’attesa attiva che quel mistero porterà frutto, e sarà un frutto di salvezza.

Custodire significa ricordare, senza buttar via nulla di quanto accade, senza pensare che ci sia qualcosa che possa non aver senso.

Custodire ci dice che la fede non è atto di un momento, magari eroico, ma è l’atteggiamento ordinario e quotidiano di chi crede costantemente che la vita sia abitata da un oltre. Che la vita non sia solo ciò che i nostri occhi vedono.

Si custodisce ciò che è molto più grande del proprio cuore e al momento non si comprende; ma si custodisce anche ciò che è fragile, e quindi ha bisogno di maggiore cura e attenzione. E la presenza di Gesù è anche così: non un possesso sicuro, non una risposta evidente, ma una domanda e un seme, che sviluppa solo pian piano tutte le sue potenzialità. E che per questo ha bisogno di una grande cura. Si custodisce, infine, ciò che è molto prezioso…

Fragile come un bambino, prezioso come un figlio.

Di fronte al mistero allora ci si può stare in diversi modi: si può negarlo (sarà il caso di Erode, che spaventato dal mistero cercherà di uccidere Gesù); si può ignorarlo (come i capi del popolo e i grandi, che di fronte all’annuncio di colui che era nato a Betlemme non si mettono in cammino per cercarlo); si può cercare di comprenderlo, piegandolo e racchiudendolo in ciò che già si conosce, in pochi schemi rassicuranti (ciò che faranno più avanti i farisei e i capi del popolo); si può perderlo per strada; oppure si può custodirlo.

Un’immagine di questi diversi modi di accogliere il mistero, Gesù la racconterà più avanti, e sarà la parabola del seminatore, del seme e dei terreni (Lc 8,4-15). Lì scopriremo che il terreno buono è buono non tanto perché è migliore degli altri, ma perché è capace di custodire. È la perseveranza umile quotidiana ciò che permette al seme di morire e di nascere, di dare frutto.

Un modo sicuro di custodire è quello di restituire: custodire non equivale a nascondere (come il talento nascosto nel terreno); non equivale nemmeno a tenere stretto tra sé. Per custodire, paradossalmente, bisogna donare e condividere. Solo così si entra in quell’ottica di dono che permette infine di entrare nel mistero, e di capirlo non con un puro sforzo dell’intelletto, ma con una vita che diventa essa stessa mistero.

L’anno che ci si apre davanti è senza dubbio portatore di un mistero.

E toccherà a noi imparare a custodirlo come Maria ha fatto con suo figlio, attendendo che ogni evento sveli e compia per noi il mistero di vita e di salvezza di cui è portatore.

+Pierbattista

 

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