18 settembre 2016

XXV Domenica del Tempo Ordinario, anno C

Vorremmo provare ad ascoltare il brano del Vangelo di oggi (Lc 16, 1-13) lasciando emergere alcuni nessi con quello di domenica scorsa. Questo brano, infatti, è collocato immediatamente dopo il Vangelo di domenica scorsa (Lc 15).

Domenica scorsa abbiamo visto che c’era un figlio che, presa la sua parte di patrimonio, va in un paese lontano e sperpera tutto.

Qui c’è un amministratore accusato di sperperare i beni del suo padrone.

In entrambi i testi, i due personaggi, dopo aver sperperato, si trovano in una situazione di difficoltà: il figlio minore rischia addirittura di morire di fame, e l’amministratore rischia di perdere il posto di lavoro.

Ed entrambi fanno la stessa cosa: il figlio minore “rientra in se stesso” e ripensa al suo cammino, l’amministratore si chiede -“disse fra sé” (Lc 16,3)- cosa sia meglio fare per uscire da questa situazione.

In entrambi è presente l’immagine di una casa: il figlio ripensa alla casa paterna, dove c’è pane in abbondanza, e l’amministratore capisce che la cosa migliore è cercare qualcuno che possa accoglierlo in casa sua.

È chiaro tuttavia che i due testi sono abbastanza lontani tra di loro: nel primo Gesù sta tratteggiando il volto del Padre buono, nel secondo sta parlando di beni materiali, di ricchezza (è il tema che percorre tutto il capitolo sedicesimo), di astuzia.

Eppure un legame c’è, e Gesù vuol dirci – fra l’altro – che, come possiamo stare tutta la vita nella casa del Padre senza conoscere il suo vero volto (come il fratello maggiore della parabola di domenica scorsa), senza sperimentare la tenerezza del suo amore, così possiamo stare tutta la vita accanto a tanta gente, senza “sentirci a casa”, senza conoscere dei fratelli, continuando a sfruttare tutti per arricchirci, e nient’altro.

Poi avviene la presa di coscienza: al figlio minore di domenica scorsa arriva la carestia, Enel brano di oggi l’amministratore viene scoperto nei suoi inganni.

L’amministratore, allora, si rende conto che rubare non funziona, non dà sicurezza, non ti consente di “sentirti a casa”, e semplicemente cambia strategia. Si siede, pensa, e trova la soluzione più logica che può esserci, ovvero quello di usare le ricchezze per farsi degli amici.

Ascolta, dentro di sé, la cosa di cui ha più bisogno: ha bisogno di una casa, cioè di uno spazio sicuro dove vivere, ha bisogno di sapere che sarà accolto da qualcuno. Si rende conto che i soldi non bastano a darti una casa, se poi intorno hai solo nemici.

Capisce che creare una rete di amicizie è la cosa più intelligente che possa fare, perché allora non sarà solo nel momento del bisogno; e lo fa con i mezzi di cui dispone, cioè amministrando i beni del padrone.

È un uomo intelligente, e per questo viene lodato.

C’è un momento nella vita, in cui ci si accorge che tutto quello che si è costruito con le proprie forze (spesso ingannando) non funziona più, ed è come quella casa (Lc 6,47-49) costruita sulla sabbia, senza fondamenta.

Questo è il motivo per cui Gesù è molto severo con il denaro, perché rappresenta tutte quelle sicurezze (beni, potere, immagine, successo) in cui riponiamo la nostra fiducia, senza arrivare mai a confidare veramente nel Signore: ma non si può servire Dio e la ricchezza (Lc 16,13), conclude Gesù.

Non viviamo forse in un mondo in cui la ricerca affannosa di ricchezza genera sospetti, diffidenze, inimicizie, guerre?

Questa sicurezza non solo è falsa, ma ci isola anche dagli altri e ci allontana dal senso vero della nostra vita, che è quello di essere in comunione: tutto in noi è creato per questo.

Nella parabola, l’amministratore arriva da solo a capire questa semplice verità, e ciò che prima era motivo di discordia, di inganno, di frode – cioè il denaro -, ora lo utilizza come un mezzo, una strada per cercare amicizia, per costruire legami.

Ebbene, dice Gesù, “i figli di questo mondo, verso i loro pari, sono più scaltri dei figli della luce” (Lc 16,8).

Sembra importante fermarsi un po’ su questa provocazione di Gesù.

Perché spesso noi pensiamo alla nostra fede in termini individualistici: la mia salvezza, il mio cammino di fede, il mio rapporto con il Signore.

Ma chi entra nella vita nuova attraverso il Battesimo – chi diventa cioè “figlio della luce” – non può più pensarsi in termini individualistici, non può più pensare a sé soltanto, solo all’ “amministrazione” dei propri beni. Non potrà che pensarsi in termini di amicizia, di una casa comune in cui vivere un’accoglienza reciproca.

E il mezzo che avrà per costruire questo sarà mettere in comunione i beni di cui dispone, sapendo che per i figli della luce, tutto è redento e tutto (anche la debolezza, anche il peccato) potrà diventare patrimonio comune di grazia e di misericordia.

Tutto può contribuire a costruire una casa fondata sulla roccia, in cui, al momento del bisogno, ciascuno sarà accolto. Le prime comunità cristiane si identificavano proprio su questo aspetto ( Atti 2,44-45: Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno).

Un’ultima sottolineatura, molto preziosa: “Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?” (Lc 16,10-12).

Tutto, sembra dire Gesù, comincia dal poco, dai beni materiali: quello è il punto di partenza dal quale iniziare a vivere una logica diversa, di condivisione e di amicizia. E non si può pensare di bypassare questo passaggio, pensando di condividere solo ciò che ci sembra più nobile, più “spirituale”.

È la condivisione concreta dei beni (del proprio tempo, della propria esperienza, delle proprie cose…) il passaggio necessario per saggiare la disponibilità di un “figlio della luce” a vivere con libertà ogni altra dimensione della vita.

+ Pierbattista

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