25 settembre 2016

XXVI Domenica del Tempo Ordinario, anno C

 

La parabola che abbiamo ascoltato oggi conclude il capitolo sedicesimo del Vangelo di Luca, capitolo in cui, come abbiamo detto domenica scorsa, Gesù si sofferma a parlare delle ricchezze e dei beni materiali.

La parabola è formata da due scene, ben distinte tra di loro: la prima, infatti, si svolge sulla terra, la seconda nell’aldilà.

I due protagonisti sono descritti fin dalla prima scena: il primo è un ricco che veste sontuosamente e banchetta ogni giorno; il secondo è Lazzaro, un povero che sta alla sua porta, senza nulla.

I due sono evidentemente molto vicini: li separa una porta, ma questa porta è chiusa e i due, nella prima parte della parabola, non si vedono, non si incontrano, non si parlano.

Manca qualcosa, in questo racconto, ovvero la relazione tra i due: è il racconto di una relazione mancata.

La seconda scena si svolge nell’eternità.

Il Signore Gesù non parla molto spesso della vita dopo la morte, e sembra interessato non tanto a spiegarci cosa ci attende nell’aldilà, quanto come trovare la strada per arrivarci. E, ancor di più, vuole farci capire che la vita eterna inizia già ora, su questa terra, là dove ci si apre alla logica paradossale del Regno dei cieli, che è una logica di amore gratuito, di perdono, di condivisione.

Quando parla di eternità, richiamandosi all’Antico Testamento, Gesù di solito usa l’immagine di un banchetto festoso, nel quale tutta l’umanità sarà riunita, al quale sono invitate le persone più diverse e più lontane, anche chi non ci aspetteremmo di vedere sedute lì; abbiamo sentito proprio poche domeniche fa che molti verranno dall’oriente e dall’occidente (Lc 13,20-30), e poi che quel banchetto è imbandito più per i peccatori che si convertono che per i giusti (Lc 15).

Gesù dice anche che qualcuno rimane fuori dalla porta, non riesce ad entrare al banchetto: e anche lì, in questo luogo di tormenti, stranamente non troviamo chi ci aspetteremmo di trovare. Noi ci aspetteremmo di trovare chi ha sbagliato, chi ha peccato: ma mai Gesù dice che i peccatori vanno all’inferno, anzi!

Dice piuttosto che questi ci precederanno nel Regno dei cieli (Mt 21,31).

Anche nella parabola di oggi, nell’eternità le posizioni si ribaltano e lì, tra i tormenti, troviamo il ricco.

Cosa ha fatto per meritare tanto?

Il Vangelo non dice che non abbia rispettato la legge, che abbia infranto i comandamenti, che abbia fatto del male a qualcuno. Dice semplicemente che ogni giorno banchettava lautamente e che era vestito in modo sontuoso e raffinato.

Dove si vive così, alla porta, sicuramente, c’è anche un povero che patisce.

Il povero sta alla porta, ma il ricco non lo vede: il verbo “vedere” compare solo nella seconda parte della parabola, nell’aldilà, mentre sulla terra, durante la sua vita il ricco non è andato al di là della porta di casa sua, non è andato oltre il suo star bene, la sua sazietà. Non è andato oltre il perimetro dei suoi interessi, delle sue cose, per cui la sua vita (“ogni giorno” v. 19) era tutta dentro questo piccolo mondo fatto di piaceri, di sazietà, di soddisfacimento di bisogni: non esisteva nient’altro.

Il ricco ha scambiato la gioia con il piacere, con il soddisfacimento dei suoi bisogni; si è accontentato.

Il suo peccato non è stato l’infrangere una legge, ma il non essere stato all’altezza di una gioia diversa, quella per cui siamo creati, che è la gioia della comunione.

Non ha capito che la vita può essere piena non quando il ventre (cioè ogni bisogno, ogni istinto) è pieno, ma quando partecipiamo, tutti insieme, da fratelli, ad una pienezza che è per tutti.

Il piacere è qualcosa che ti chiude in te stesso; la gioia, al contrario, ti apre agli altri.

Gesù vuol dirci che una vita così è già un inferno, per cui dopo la morte non troveremo altro se non quello che già abbiamo iniziato a vivere sulla terra: e infatti, nella seconda parte della parabola, di nuovo i due si trovano in una situazione di lontananza, di relazione mancata. Solo che questa situazione è definitiva.

Allora, sembra dire Gesù, la ricchezza è un problema quando ti chiude, quando diventa un assoluto e ti impedisce di sentirti parte di un tutto, di sentirti tralcio di una vite.

Le ricchezze (ovvero qualsiasi cose che diventa una sicurezza, su cui noi appoggiamo il nostro benessere) si insinuano lì, e fanno diventare un assoluto ciò che è solamente un mezzo.

A questo proposito, il rimando con la parabola di domenica scorsa (Lc 16, 1-8) è evidente: là l’amministratore disonesto ha usato le sue ricchezze per farsi degli amici, mentre il ricco di oggi esclude Lazzaro dalla sua tavola.

L’amministratore arriva ad essere spregiudicato per assicurarsi una speranza, qui il ricco non vede oltre il proprio benessere di un giorno.

Per l’amministratore disonesto, il tempo prima del giudizio è ormai breve, ma rimane uno spazio per darsi da fare, e l’amministratore non se lo lascia sfuggire; per il ricco ormai è troppo tardi.

La parabola si conclude con il dialogo tra il ricco e il padre Abramo.

Una conclusione che un po’ ci sorprende, perché non riporta un invito alla conversione, ad aver cura dei poveri: no, dice solo che la strada della vita eterna e della gioia è quella dell’ascolto delle Scritture.

Perché ascoltare è proprio dei poveri, di chi lascia dentro di sé spazio all’altro.

Ascoltare non è un gesto, un’azione, ma uno stile di vita, lo stile di una vita vissuta aperti alla relazione.

E se quella del ricco e di Lazzaro è la storia di una relazione mancata, quella di chi ascolta è la storia di chi si sente parte di un tutto, di chi ha bisogno dell’altro, di chi vede il povero che giace alla propria porta e sente la sua fame.

+ Pierbattista

 

 

 

 

 

 

 

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