30 ottobre 2016

XXXI Domenica del Tempo Ordinario, anno C

 

Di Zaccheo, nel giro di due versetti, si dice ben due volte che “cercava di vedere Gesù” (Lc 19, 3.4); è mosso da un desiderio, o forse da una semplice curiosità, che lo mette in cammino, lo spinge a cercare.

Certamente non si aspettava che la cosa prendesse la piega che poi ha preso: il testo dice semplicemente che voleva vedere chi fosse Gesù (v. 3), non certo che pensava di poterlo accogliere in casa sua.

Tanto più che una serie di ostacoli si frapponevano a questo incontro, fino a renderlo quasi impossibile: Zaccheo era piccolo di statura, era un pubblico peccatore (“capo dei pubblicani” v. 2), ed era ricco, di una ricchezza quasi sicuramente ingiusta.

Ciò che i tutti i presenti, scandalizzati, mormorano vedendo Gesù a casa di Zaccheo (“è entrato in casa di un peccatore”, v. 7), molto probabilmente Zaccheo stesso lo pensa di sé.

Sa di non essere degno, di non essere “a posto”.

Nel Vangelo accade spesso che chi vuole incontrare Gesù si trovi davanti un impedimento, e gli impedimenti possono essere di diversa natura: di natura morale (per chi era un peccatore, come ad esempio la prostituta di Luca 7, 36-50), di carattere rituale (gli impuri come dovevano stare a distanza, evitare il contatto; cfr Lc 17, 12ss), oppure legati alla situazione in cui ci si trova (come quando c’è troppa gente e qualcuno non riesce ad avvicinarsi; cfr Lc 8, 44).

Ebbene, Zaccheo questi impedimenti li ha tutti, e per tutti questi motivi l’incontro con Gesù si fa altamente improbabile.

Invece l’incontro accade, proprio lì, in mezzo a tutti questi ostacoli; proprio lì dov’è impossibile.

E accade non perché Zaccheo si converte, ma semplicemente perché Gesù lo desidera, e si autoinvita.

Spesso nei Vangeli troviamo Gesù a tavola con qualcuno, e solo dei farisei si dice che l’abbiano invitato a pranzo (Lc 7,36; 11,37; 14,1…): solo loro si ritengono degni di poterlo fare. Ma in casa di tutti gli altri (che non si sarebbero mai permesso di invitarlo) Gesù prende l’iniziativa, ed entra.

In casa di Zaccheo Gesù entra non perché Zaccheo sia degno, ma perché Gesù lo desidera, perché è venuto proprio per questo, per “cercare e salvare ciò che era perduto” (v. 10): il verbo “cercare”, in questo brano di Vangelo, è usato due volte. Una ha per soggetto Zaccheo, una ha per soggetto Gesù…

Sembra che sia il capo dei pubblicani a cercare il maestro, in realtà è il contrario.

Ma se Zaccheo cerca solo di vedere Gesù, Gesù non si accontenta solo di vedere Zaccheo, di incontrarlo per strada: vuole entrare in casa sua, entrare con lui in una intimità di vita.

Allora, pensando a noi, dobbiamo forse riconoscere che a volte il nostro desiderio di relazione con il Signore si arresta ad un certo punto, e non osa sperare oltre. Non osiamo sperare che il Signore venga in casa nostra, che abiti in profondità la nostra vita, che ci doni i suoi sentimenti; non osiamo sperare di essere così tanto amati, di essere amati senza condizioni, e che il Signore prenda l’iniziativa di amarci per primo.

Tutto questo è oltre la nostra fragile speranza.

Invece il Signore vuole andare proprio oltre, vuole donarci la sua misericordia: il suo desiderio di bene per noi è senza fine.

E se non andiamo “oltre”, forse è anche perché sappiamo -e temiamo- che questo incontro con il Signore cambia veramente la vita.

Come è cambiata quella di Zaccheo, che “alzatosi disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri, e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto»” (v. 8). Zaccheo, stupito per l’amore che lo ha raggiunto, entra in un’ottica completamente nuova di vita, un’ottica di restituzione e di condivisione, un patto di solidarietà: ha veramente capito tutto.

Ciò che gratuitamente ha ricevuto, gratuitamente lo condivide, esagerando in una restituzione che assume tutto il gusto e la bellezza del dono.

Questo è fonte di gioia. È interessante che pochi versetti prima (Lc 18,18-23), Luca racconta l’incontro di Gesù con un altro ricco, un notabile. Ma questo, dopo aver ascoltato il “maestro buono”, se ne va via “assai triste”. Il paragone e il contrasto con Zaccheo, “pieno di gioia” (Lc 19,6) è inevitabile.

E fa dire che il problema non è tanto la ricchezza, quanto il cuore dell’uomo, che può aggrapparsi a ciò che possiede e chiudersi al dono di un bene più grande. Può illudersi di essere appagato per il tanto che ha, o può stupirsi di essere felice per ciò che dona.

+ Pierbattista

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