6 novembre 2016

XXXII Domenica del Tempo Ordinario, anno C

L’episodio narrato nel Vangelo di oggi ha come sfondo il tempio.

Gesù ha compiuto il suo lungo viaggio – iniziato al capitolo 9 – ed è salito a Gerusalemme (Lc 19, 29 ss), ha pianto su di essa, e poi è entrato nel tempio, da dove ha scacciato i venditori: ha preso così possesso del luogo che gli appartiene, della casa del Padre suo.

Nei giorni successivi – che sono quelli immediatamente precedenti la sua passione – Gesù ritorna spesso nel tempio, nella sua casa, e lì esercita la sua autorità, insegnando. Il Vangelo di Luca, infatti, come gli altri sinottici, riporta una serie di diatribe tra Gesù e i capi del popolo, i quali cercano di metterlo in difficoltà, di farlo cadere in errore, di fargli perdere quell’autorevolezza che il popolo, senza dubbi, gli riconosce: tutti “pendevano dalle sue labbra” (Lc 19, 48).

Il brano di oggi è una di queste diatribe: ad iniziarla sono i sadducei, un gruppo legato all’aristocrazia sacerdotale, che pongono a Gesù un quesito sulla resurrezione. Luca precisa che i sadducei, in realtà, alla resurrezione non credevano affatto, e così è svelata da subito la malizia della loro domanda, che non ha nessun interesse a confrontarsi con libertà sul mistero di Dio, ma cerca solo di mettere in ridicolo l’autorità di Gesù e il suo insegnamento.

Per fare questo, raccontano con ironia un caso fittizio, pensando così di riuscire a dimostrare che la resurrezione non è possibile: la resurrezione, secondo i loro ragionamenti, sarebbe solo il prolungamento della vita, che non farebbe altro che estendere all’infinito il dramma dell’esistenza, senza mai risolverlo.

In realtà il tema della resurrezione, così come è presentato dai sadducei, è solo estremamente banalizzato.

Invece la resurrezione è il caso serio della vita e della fede, quello che ogni uomo prima o poi, si trova ad affrontare, quello che fa la differenza.

Ed è fondamentale anche per Gesù, per cui non è un caso che Gesù si trovi ad affrontarlo proprio nei giorni precedenti la sua passione, i giorni in cui il mistero della resurrezione sarà vissuto e svelato in modo definitivo e pieno: Gesù stesso è la resurrezione, è lui la chiave di volta di questo problema insolubile.

Gesù qui non lo dichiara apertamente, come per esempio fa nel Vangelo di Giovanni, parlando con Marta che piange la morte del fratello Lazzaro: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno” (Gv 11, 25-26).

Può essere che qui non l’abbia fatto per l’incapacità dei suoi interlocutori ad accogliere una rivelazione ed un dono così grande.

Ma forse c’è anche un altro motivo, ovvero che Gesù sa che non si può parlare veramente di risurrezione se non passando attraverso la morte, se non attraversando tutto il dolore, il limite, l’angoscia che i giorni successivi gli avrebbero riservato.

Solo dopo averli attraversati Gesù potrà dire in tutta verità di essere la risurrezione e la vita.

E solo chi lo vedrà entrare in questo mistero di morte e poi uscirne vivo, potrà anche conoscere il mistero della sua risurrezione.

I sadducei, invece, stanno banalizzando ciò che a Gesù – e al Padre – sta più a cuore, e che non riguarda tanto una questione di legge, di discendenza, di mariti e di figli, ma riguarda la salvezza dell’uomo, ciò per cui Gesù è venuto nel mondo, ciò per cui ha affrontato i giorni del dolore e della morte.

Gesù entra nei giorni di Passione con una consapevolezza profonda, che è il cuore della risurrezione: la fedeltà del Padre.

E proprio di questo Gesù parla con i sadducei, per rispondere alla loro domanda: se il Dio in cui credono è il Dio dell’alleanza (con Abramo, con Isacco, con Giacobbe, v. 20,37), se è un Dio d’amore, se è Padre, allora questo Dio non potrà accettare che nulla di ciò che ama vada perduto, non potrà lasciarci in balia del buio, della morte, del niente.

Se l’alleanza, contratta con Abramo e rinnovata nella sua stessa persona, è la scelta di Dio di farci partecipi della sua vita, niente potrà impedire che questa nostra vita sia piena: nemmeno la morte.

Tutto questo, in cui Gesù stesso crede, Gesù stesso lo sperimenterà a breve, e sarà il primogenito di una storia nuova, in cui ogni creatura cammina verso il ricongiungimento di tutta la creazione, nella pienezza della vita.

E i sadducei, con l’inconsistenza della loro domanda, non fanno altro che dimostrare che la vita, per essere vera e degna, per non essere banale, ha bisogno della risurrezione, altrimenti si riduce ad un mistero insolubile e sterile, chiuso in se stesso.

E dimostrano anche di credere ad un Dio ugualmente sterile, incapace di dare la vita, a differenza del Padre, che anche dalla morte sa trarre la vita.

+ Pierbattista

 

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