7 agosto 2016

XIX Tempo Ordinario, anno C

 

Iniziamo con due premesse.

Il Vangelo di domenica scorsa (Lc 12, 16-21) ci ha fatto incontrare la parabola di un uomo ricco –e stolto- che pensava di poter vivere il restante tempo della propria vita come uno spazio in cui godere di tutto ciò che già aveva accumulato: aveva già tutto, era già tutto nelle sue mani, gli era già tutto accaduto tutto quanto poteva accadere.

E quindi non si aspettava più nulla di nuovo, non attendeva più niente e nessuno.

La seconda premessa riguarda il fatto che gli altri Vangeli sinottici (Marco e Matteo) concentrano i brani escatologici -quelli cioè che riguardano la vigilanza, l’attesa, la fine dei tempi e il ritorno del Signore nella gloria- alla fine della loro narrazione, immediatamente prima del racconto della Passione. E questo ha evidentemente un suo senso: prima di lasciare i suoi, Gesù li istruisce sul tempo dell’attesa, quello in cui, senza la sua presenza sensibile, dovranno essere costruttori del suo Regno nella storia.

Luca invece, stranamente, “diluisce” i racconti in più punti del suo Vangelo: quello che abbiamo ascoltato oggi, al capitolo 12, esattamente a metà Vangelo; poi più avanti, al capitolo 17 (vv. 20-37); e infine prima della Passione, al capitolo 21.

Perché Luca fa questo? Forse perché vuole abituare i discepoli al pensiero che il ritorno del Signore non sarà solo alla fine dei tempi, ma che è in qualche modo “diluito” nella storia; e che l’attesa non è solo attesa di un momento ultimo e lontano -talmente lontano da non toccare il presente- in cui il Signore tornerà; ma è un’attesa per l’oggi, un’attesa che oggi fa spazio al Signore che viene.

Un ritorno che si prepara e si vive ogni giorno, perché il Signore è “Colui che viene”: nell’Apocalisse “Veniente” è il nome stesso di Dio, è il suo nome proprio, ripetuto ben 4 volte (Ap 1,4; 1,7; 1,8; 4,8).

Gesù parla di tutto questo con tre parabole: quella dei servi che aspettano il padrone che torna dalle nozze, quella del ladro, e quella dell’amministratore che si trova a gestire i beni del suo padrone nel tempo della sua assenza.

La prima e l’ultima –con sfumature diverse- sottolineano il tema dell’attesa e del servizio, la seconda quello dell’imprevedibilità del passaggio del Signore, paragonato a quello di un ladro.

Dunque, se il ricco stolto di domenica scorsa non attendeva più nulla e nessuno, Gesù parla della vita in termini esattamente opposti, come del luogo dove Lui viene. La vita non è un tempo compiuto, pieno, dove è già tutto accaduto, ma un tempo che sempre attende altro e prepara altro.

La prima lettura (Sap 18, 6-9) ci dice che questo “altro” ha il volto della Pasqua: la vita è come una notte di attesa, e non un’attesa qualsiasi, è l’attesa della salvezza. Ogni notte, potenzialmente, è una notte di Pasqua.

Proprio per questo Gesù inizia le sue parabole invitando i suoi ad avere quegli atteggiamenti che erano propri della notte dell’esodo, della liberazione: le vesti cinte, le lampade accese (Lc 12, 35) di chi si mette finalmente in cammino.

Allora la vita è una progressiva liberazione, una progressiva apertura al Signore che ci visita.

Ma in cosa consiste questa liberazione?

Paradossalmente, secondo il Vangelo di oggi, questa liberazione consiste nella capacità di servire.

Non una liberazione dal servizio, ma una liberazione per il servizio, cioè la scelta libera di condividere lo stile di Gesù, la cui autorità è stata quella di Colui che ha donato tutto se stesso, nell’amore.

Ogni uomo ha bisogno di crescere, e di essere aiutato a diventare sempre più umano: e la vita nuova del discepolo è una vita che si mette al servizio di questa crescita.

Ma il cuore del Vangelo di oggi non è neppure tanto il tema del servizio, quanto quello dello stretto legame che c’è fra attesa e servizio, come fra due realtà che non possono fare a meno l’una dell’altra: è l’attesa del Signore, infatti, che trasforma la vita in un servizio ai fratelli.

Poiché il Signore tornerà, allora la mia vita avrà la forma del servizio, che rende possibile, vera, quotidiana la sua venuta.

Solo se attendo Colui che è servo, che si è messo al mio servizio, solo se mi sento a casa nel Suo stile d’amore, vivrò la casa con lo stesso Suo gusto, con la stessa passione per le persone e per le cose. Solo se lo attendo veramente, avrò a cuore la vita, mia e degli altri, perché è il Suo ritorno che la rende così preziosa.

Infatti, il Vangelo ci dice che lì dove viene meno l’attesa (“ma se quel servo dicesse in cuor suo: Il mio padrone tarda a venire”, v. 45), viene meno anche la cura degli altri: il servo comincia a percuotere gli altri servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, e l’autorità diventa un tiranneggiare.

Dove si perde l’orizzonte di senso, il servizio diventa un peso, e il presente diventa luogo di alienazione e di fuga.

Nell’Antico Testamento, c’è un episodio (e siamo ancora nell’Esodo) in cui ritroviamo la stessa dinamica: è al capitolo 32, dove il popolo si stanca di attendere Mosè (“Il popolo, vedendo che Mosè tardava a scendere dal monte, fece ressa intorno ad Aronne e gli disse: «Fa’ per noi un dio che cammini alla nostra testa, perché a Mosè, quell’uomo che ci ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto»”, v.1) e cade nel peccato di idolatria. Si fanno un vitello d’oro e poi anche loro cominciarono a mangiare, a bere e a divertirsi, come il servo della parabola…

L’attesa, allora, è anche lo spazio della prova, dove si sceglie se rimanere fedeli a Colui che tornerà, ma dove si può anche cadere nell’idolatria. E l’idolatria è esattamente l’opposto del servizio, è l’usare della realtà –delle cose, degli altri- al mio servizio.

Non c’è servizio, dunque, senza attesa…Più che sforzarsi di servire (che sarebbe già un’idolatria), siamo chiamati a custodire il desiderio dell’incontro, perché sarà questo atteggiamento del cuore a renderci veramente servi.

+ Pierbattista

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