INTERVISTA – l’Amministratore Apostolico del Patriarcato latino, mons. Pierbattista Pizzaballa, ha partecipato al Quinto Congresso Annuale sul Diritto Canonico, dal 19 al 24 luglio 2016, in Giordania. Nell’occasione ha rilasciato una intervista al Centro Cattolico di Studi e Media durante la quale si è espresso sulle sue nuove responsabilità e sulla situazione nell’area.

Cosa vuol dire essere Amministratore del Patriarcato latino? E quali sono le responsabilità per questo incarico?

“Amministratore Apostolico” è una definizione poco consueta nella Chiesa latina, e ha diversi scopi. In questo caso specifico, l’Amministratore ha il compito di preparare la Chiesa del Patriarcato latino di Gerusalemme al prossimo futuro e predisporre le condizioni per la nomina del prossimo Patriarca. Comunque, il ruolo di Amministratore Apostolico è del tutto simile a quello di ogni altro vescovo nella Chiesa.

Lei è stato Custode di Terra Santa per parecchi anni. Ora lei è vescovo e amministratore in nome di papa Francesco, quale significato attribuisce al fatto di essere un vescovo in Terra Santa oggi?

Io continuo a far parte della Chiesa di Gerusalemme, con un diverso ruolo certamente. In quanto Custode di Terra Santa avevo responsabilità per una porzione della Chiesa. Ora ho responsabilità per tutta la Chiesa, ovviamente insieme a tanti altri. Non sono certo solo: ci sono gli altri vescovi, e ciò in un contesto ancora più largo. Ora devo custodire nel mio cuore tutte le realtà, le ricche realtà della Chiesa di Giordania e di tutta la Terra Santa.

Lei si trova oggi in Giordania, in un paese che gode di una buona coesistenza sociale. Cosa significa per lei la Giordania?

La Giordania è come tutti i luoghi: dove c’è la vita ci sono problemi. Ma, come lei ha detto, la vita della Chiesa è ricca. La Chiesa ha tante attività, molti movimenti e tanti gruppi. Dobbiamo migliorare queste attività, coordinarle e dedicare del tempo per progredire, per la prosperità della bella società cristiana, ciò che è nuovo in Medio Oriente. Quando lei viaggia in Giordania, incontra tutti i problemi del paese. In Giordania la situazione è ancora stabile, calma e serena. Quanto al futuro, dobbiamo incoraggiare questo orientamento.

Che cosa può dire circa le relazioni tra cristiani e musulmani?

Se consideriamo ciò che succede in tutto il Medio Oriente e quale sia la realtà in Giordania, possiamo essere contenti e riconoscenti. Dobbiamo ringraziare il Signore e la Famiglia Reale. Le relazioni tra i diversi gruppi, cristiani e musulmani, sono serene e molto positive: per questo dobbiamo davvero ringraziare il Signore.

Che cosa la Chiesa ha offerto ai rifugiati?

Un altro aspetto importante delle Chiesa in Giordania riguarda tutto quello che fatto in questi ultimi anni, in particolare per la situazione dei rifugiati. La Giordania, dopo tutto, è un piccolo paese che ha accolto milioni di rifugiati in arrivo dall’Iraq e dalla Siria, il che non è per nulla ovvio e va stimato; questo vale anche per i cristiani, la Chiesa, la Caritas e le altre istituzioni collegate alla Chiesa. La Chiesa accoglie tutti i rifugiati, in particolare i rifugiati cristiani, cosa questa molto importante. Ringrazio la Chiesa per essere divenuta un punto di riferimento importante per la vita di milioni di rifugiati in Giordania.

Quali sono i piani e i progetti che intende continuare o avviare  nel suo nuovo incarico?

Non sono venuto per fare la rivoluzione! Sono qui per organizzare un poco di più la vita della Chiesa, che è già organizzata. La prima cosa da fare, penso, è dialogare, ascoltare, capire, incontrare il clero e i sacerdoti, allo scopo di organizzare insieme la prossima tappa.

Lei ha un ruolo da giocare anche per il turismo religioso in Terra Santa?

Il ruolo della Chiesa e del vescovo in particolare, è molto importante per il turismo religioso. I paesi occidentali hanno paura a venire perché pensano che tutto sia difficile, mentre la situazione è del tutto diversa. Noi vescovi, che abbiamo relazioni solide con le altre Chiese del mondo, quando siamo all’estero, dobbiamo spiegare che la situazione è senza pericolo. È importante per loro, innanzitutto, venire a camminare sulle orme  di Gesù Cristo. È altrettanto importante incoraggiare il processo di pace in Medio Oriente, in Giordania e in Terra Santa perché il turismo rappresenta un fattore di opportunità per tanti. Perché, quando c’è il lavoro c’è una prosperità economica che fa bene a tutta la società nel suo insieme.

Quali sono le sue speranze, per la pace tra Israele e la Palestina, in primo luogo, e poi per la regione, compresi l’Iraq e la Siria?

Io so molto bene che la pace tra Israele e la Palestina, in Iraq e in Siria sembra lontana e difficile, tanto da far pensare a parole vuote. Ma noi religiosi e uomini di Dio, noi, dobbiamo continuare a perseverare innanzi tutto nella preghiera per la pace e anche per creare una mentalità di pace. Dobbiamo fare del nostro meglio per incoraggiare i dirigenti politici della Terra Santa perché offrano un futuro di pace a tutte le generazioni.

Quale ruolo può giocare la Giordania per la Pace?

La Giordania gioca un ruolo chiave. Tutti i paesi hanno dei nemici mentre la Giordania è un paese che è in dialogo con tutti i paesi del Medio Oriente. Così, la Casa Reale in Giordania è importantissima perché aiuta i paesi a dialogare e a riunirsi. È questo l’unico ambiente in cui ciascuno può trovare la libertà e la pace. È un contesto unico che noi dobbiamo coltivare.

Fonte: abouna.org

Traduzione a cura del Patriarcato Latino di Gerusalemme

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