Lettera Pastorale

di Sua Beatitudine Patriarca Michel Sabbah

Patriarca Latino di Gerusalemme

“É giunto il momento della mia partenza…

ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede”

(2 Tim.4,7)

1 marzo 2008

INTRODUZIONE

Ai miei fratelli Vescovi, ai sacerdoti,

Ai religiosi e religiose, diaconi e

a tutti gli amati fedeli

“Grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo” (1 Cor. 1, 3).

Vi mando questa lettera, poiché mi sto avvicinando alla fine del mio ministero patriarcale e poiché ci stiamo avvicinando insieme alla Pasqua. La Quaresima è sempre una occasione di rinnovamento e di ritorno a Dio e la Pasqua ci invita a morire in Cristo per rivivere in Lui. Auguro a tutti voi una Quaresima di grazie e di vita nuova, davanti a Dio, per il vostro proprio bene e per il bene di tutti quelli che servite. Auguro a voi una Pasqua che faccia di ciascuno di voi “un uomo nuovo” redento e riconciliato con Dio e gli uomini.

Vi mando questa ultima Lettera Pastorale per ringraziare Dio ed esprimere la mia gratitudine a voi tutti. Vorrei abbozzare inoltre in questa lettera i tratti principali della vita del credente in questa Terra Santa, nella diocesi e in tutta la società.

Il 19 marzo 2008 raggiungerò l’età di 75 anni, età della pensione, secondo la tradizione della Chiesa. Rimetto la mia missione nelle mani del Santo Padre che me l’aveva affidata 20 anni fa con un sentimento di gratitudine per la fiducia che mi era stata concessa. Ringrazio il Signore per tutte le grazie che mi ha donato durante tutto il tempo del mio ministero come patriarca e come sacerdote. Con San Paolo posso dire che: “É giunto il momento della mia partenza… ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede” (2 Tim.4,7), benché la mia corsa non sia ancora interamente terminata e che la fine resta nelle mani di Dio. Andando in pensione, mi libero delle responsabilità amministrative, ma continuo la mia preghiera e il mio cammino nel mistero di Dio in questa Terra Santa. Continuerò ad accompagnare le sofferenze e le speranze degli uomini e donne di questa terra, di tutti i credenti, di tutte le religioni, che la abitano.

Ringrazio il Signore per ogni persona umana che ho incontrato durante questo tempo, di questa Terra Santa o proveniente da numerose Chiese del mondo. Poiché la Chiesa di Gerusalemme è la Chiesa madre, poiché è piccola e alle prese con difficoltà, e poiché è sempre sulla Croce, innumerevole fu il numero di messaggi di solidarietà, come il numero di pellegrini, di tutte le Chiese, e in primo luogo, dalla Chiesa di Roma e dal Santo Padre che ha espresso in numerose circostanze il suo amore, la solidarietà e le sue posizioni a riguardo di questa terra, delle sue Chiese e dei suoi due popoli. Il pellegrinaggio tra noi di papa Giovanni Paolo II nell’anno 2000 fu il coronamento della presenza delle Chiese Cattoliche per noi. Speriamo che il prossimo pellegrinaggio di S.S. il papa Benedetto XVI rinnoverà la speranza in questa terra e darà alle Chiese, a tutti i credenti di tutte le religioni, come ai capi politici di questa terra, una nuova visione di perdono, di giustizia, di riconciliazione e di pace. Numerose furono ugualmente le delegazioni e i pellegrinaggi ecumenici di diversi paesi, e primi fra tutti, il Consiglio Mondiale delle Chiese: venne ad informarsi di noi, ad ascoltarci e, per la loro fede e il loro amore, a rafforzare la nostra fede.

Dal 1998 un incontro annuale, tenuto nel mese di gennaio a Gerusalemme con tutta la Chiesa di Gerusalemme, ha riunito i Presidenti delle Conferenze Episcopali nel mondo o i loro rappresentanti, in accordo con la Santa Sede, per pregare e riflettere su tutti gli aspetti della vita della nostra Chiesa, pastorali, politici e sociali. A tutti, vorrei esprimere oggi la mia riconoscenza.

I

Uno sguardo sul mio ministero patriarcale

Riconoscenza

  1. Ringrazio tutti quelli e quelle che si sono dedicati al servizio della diocesi, in primo luogo i Delegati Apostolici ed i Nunzi, rappresentanti del Santo Padre, il Vescovo Coadiutore, i Vescovi Ausiliari e i Vicari Generali, a Gerusalemme, in Palestina, in Giordania, in Israele, presso la Comunità di espressione ebraica e a Cipro. Ringrazio tutti i sacerdoti e gli impiegati che hanno dato un aiuto diretto nei differenti uffici della Curia. Ringrazio i parroci, ciascuno nella sua fedeltà e dedizione alla sua parrocchia. Insieme ci siamo sforzati di lavorare nella vigna del Signore che la Chiesa ci ha affidato.

Ringrazio specialmente il gruppo di sacerdoti del Patriarcato e delle differenti Congregazioni religiose, che sono stati fedeli, nel corso di 20 anni, agli incontri della Commissione teologica, per accompagnare con la loro preghiera e la loro riflessione gli avvenimenti della vita pubblica di questa terra, e che hanno contribuito a definire la posizione della Chiesa, soprattutto riguardo al conflitto tra Israeliani e Palestinesi, che non cessa di segnare la vita della diocesi in Israele, Palestina e Giordania. Con questa Commissione ho potuto scrivere le mie lettere pastorali. Li ringrazio e chiedo a Dio di ricompensarli.

Saluto tutti i fedeli in tutte le parti della diocesi. Li ringrazio per la loro preghiera e il loro amore, durante il tempo del mio ministero. Per tutti imploro grazie abbondanti dal Signore. Saluto la comunità d’espressione ebraica. L’accompagno con le mie preghiere e le auguro la crescita nella fede che Dio vuole, per essere testimone di Gesù nella società israeliana e per essere, con tutta la Chiesa di Terra Santa, nel conflitto politico che la lacera, un operatore di riconciliazione basata sul perdono, la giustizia e l’uguaglianza tra tutti.

Al servizio della Chiesa universale

  1. Ringrazio tutti quelli e quelle che hanno potuto svolgere, nella Chiesa di Gerusalemme e in suo nome, il ministero assegnato alla Chiesa universale: le Scuole Bibliche, i Centri di formazione permanente e i Seminari, che accanto al nostro seminario patriarcale diocesano, hanno formato qui dei sacerdoti per la Chiesa universale e per la Chiesa locale.

L’accoglienza dei pellegrini delle Chiese del mondo è stato ugualmente un ministero importante svolto da un gran numero di case religiose. E’ un ministero da sviluppare, affinché il pellegrinaggio sia nello stesso tempo un cammino di santificazione per il pellegrino che viene a contatto con il mistero divino che i Luoghi Santi conservano, e anche una presa di coscienza da parte del pellegrino della presenza umana in tutto il paese, di ogni religione, e soprattutto della presenza e della vita della comunità cristiana che circonda i Luoghi Santi della sua fede viva.

La Custodia di Terra Santa

  1. Tra la presenza religiosa, quella della Custodia di Terra Santa è la più lunga come storia e la più meritoria. I religiosi francescani sono rimasti in questa terra dal 13° secolo con la loro preghiera e il loro martirio quotidiano. Hanno custodito i Luoghi Santi, e hanno accolto i pellegrini lungo i secoli. Nel 1342 la Santa Sede ha loro affidato questo incarico in maniera ufficiale. Hanno, dall’inizio, servito la popolazione locale, creato delle parrocchie e aperto delle scuole che esistono fino ad oggi. Non possiamo che ringraziarli e riconoscere il bene che hanno fatto agli uomini e alle donne di questo paese, di ogni religione, nei loro santuari, nelle chiese parrocchiali, nelle scuole e nelle loro opere sociali. Qui pure, accanto all’immenso bene che esiste, c’è bisogno di rinnovamento, per un migliore inserimento nella diocesi e per un dialogo che resta da fare con la diocesi, per una migliore “incarnazione” nella Chiesa di Dio che serve.

I religiosi e le religiose

  1. Ringrazio i religiosi e le religiose. La loro presenza nella nostra diocesi ha un ruolo importante. Alcuni sono inseriti direttamente nella parrocchia, nell’azione pastorale, nelle scuole o nelle opere sociali. Altri, per la loro vocazione, sono al servizio della Chiesa universale, come ho già detto sopra, nelle Scuole Bibliche di Gerusalemme di fama mondiale, nei centri di formazione permanente, nell’accoglienza e nell’accompagnamento dei pellegrini provenienti da tutte le Chiese. Tuttavia con la vocazione universale di ognuna di queste istituzioni, una parte della loro ricchezza spirituale e intellettuale ha un aspetto locale che giova a tutte le diocesi della Chiesa di Gerusalemme.

I monasteri contemplativi di uomini e donne sono una benedizione per tutte le diocesi e per il paese. Sono un cenacolo di preghiera. Devono diventare sempre più luoghi di formazione per la preghiera, una preghiera che approfondisce e rafforza la fede dei fedeli e insegna loro a servire meglio e ad essere più fedeli alla loro società.

L’Ordine dei Cavalieri del Santo Sepolcro di Gerusalemme

  1. Ringrazio l’Ordine dei Cavalieri del Santo Sepolcro di Gerusalemme, il Gran Maestro, il Governatore Generale e tutti i Luogotenenti che ho conosciuto durante questi vent’anni trascorsi, per il loro amore e il loro sostegno al Patriarcato, al suo clero e a tutte le sue opera e ai suoi fedeli. Papa Pio IX volle rinnovare questo ordine con il ripristino del Patriarcato a Gerusalemme, perché fosse il sostegno spirituale e materiale della nuova diocesi. Ne ha affidato la riorganizzazione al primo patriarca, Giuseppe Valerga nel 1848. Da allora l’Ordine non ha cessato di svolgere la sua missione presso il Patriarcato, generazione dopo generazione fino ad oggi. Ringrazio tutti i membri e i responsabili dell’Ordine e imploro per loro la grazia e la benedizione di Dio.

La Vita Pastorale

  1. Il lavoro pastorale nella nostra diocesi è segnato soprattutto dai Luoghi Santi e dal Vangelo che vi è stato rivelato e scritto. La nostra catechesi è nello stesso tempo continuazione e riscoperta quotidiana del Vangelo. Abbiamo la grazia di vivere attorno ai Luoghi santi e di esservi dei pellegrini permanenti. Fare riscoprire ogni giorno il Vangelo che abbiamo ricevuto e modellare la nostra vita secondo gli insegnamenti di Gesù, ecco la testimonianza che danno i parroci, i religiosi e le religiose di questa terra. E’ vero che nei nostri paesi tutti sono credenti. Tutti i cristiani conoscono Gesù Cristo, ma tutti non conoscono sufficientemente il suo Vangelo e hanno bisogno di meditarlo e farlo entrare nella loro vita. I parroci, i religiosi e religiose hanno il compito di guidare i cristiani in questa via per trasformare la loro vita quotidiana in Vangelo vivo.

Il lavoro pastorale della diocesi durante questo periodo passato fu soprattutto segnato dal Sinodo delle Chiese Cattoliche di Terra Santa, iniziato nel 1993 e terminato nell’anno 2000 con la visita di papa Giovanni Paolo II. Fu uno sforzo per un nuovo inizio nella Chiesa, animato soprattutto dalla fede, dalla visione e dall’ispirazione di Mons. Rafiq Khoury, responsabile della Pastorale e della Catechesi nella diocesi. Non fu uno sforzo isolato, ma una collaborazione con tutte le Chiese Cattoliche di Terra Santa. Non portò tutti i frutti che poteva portare, ma qualche cosa di nuovo apparve nelle nostre diocesi. Un piano pastorale comune ne fu il frutto, e un Comitato di Pastorale Cattolica Interrituale fu creato, composto da 72 persone, sacerdoti, religiosi, religiose e fedeli laici, rappresentanti di tutte le nostre diocesi, latina, maronita, siriaca, armena e caldea, nei tre paesi, Palestina, Israele e Giordania, con l’incarico di studiare le modalità secondo le quali il Piano Pastorale comune poteva essere vissuto nelle nostre diverse diocesi.

Bisogna rilevare anche due fatti importanti, avvenuti in seguito al Sinodo. Il primo, la comparsa di laici impegnati e capaci di portare la loro responsabilità nella Chiesa insieme al clero. Il secondo, uno spirito di comunione, nuovo, tra le Chiese e il desiderio di continuare a lavorare insieme come Chiesa. E’ per questo che oltre al Piano Pastorale comune e alla Commissione Pastorale Interrituale, fu creato un Consiglio Presbiterale Interrituale che ha iniziato a tenere un ritiro spirituale interrituale annuale, nella prima settimana di luglio, per tutti i preti nelle nostre diocesi. Nello stesso periodo del Sinodo, fu creata l’Assemblea degli Ordinari Cattolici di Terra Santa, che rafforzò lo spirito di comunione e collaborazione tra noi.

Tra le iniziative che hanno dato anche una nuova vita alla diocesi, bisogna menzionare le commissioni di Catechesi che si sono organizzate con più efficacia, a Gerusalemme e ad Amman. La Commissione della Liturgia ha stampato, oltre ai libri liturgici già apparsi nella diocesi, il messale quotidiano e il breviario tradotto in arabo. Ad Amman in Giordania una menzione speciale deve essere fatta al centro Regina Pacis, creato da Mons. Selim Sayegh, per le persone disabili. Attorno a questo servizio, in effetti, si è sviluppato un importante dialogo di vita musulmano-cristiano nelle diverse città della Giordania. E’ anche un centro per giovani e per ritiri spirituali o sessioni di vario genere. Un altro progetto sta per intraprendere il suo cammino in Giordania: un’università cattolica di cui la prima pietra, spero, sarà posata al più presto. Ci sono state molteplici altre iniziative pastorali intraprese dai parroci e dai vescovi che Dio ha sostenuto e che sosterrà con la sua grazia.

A livello della regione, la CERLA (Conferenza dei Vescovi Latini nelle Regioni Arabe), fondata all’indomani del Concilio Vaticano II, già nel 1965, ha continuato la sua azione. Una nuova collaborazione iniziò con il Consiglio dei Patriarchi Cattolici d’Oriente (CPCO) che ha iniziato a tenere un incontro annuale dal 1991 e che ha già mandato ai fedeli 9 Lettere Pastorali sui principali temi che riguardano la vita cristiana in se stessa e nei rapporti dei cristiani con le religioni e gli Stati.

La Vita Ecumenica

  1. Gesù pregò per l’unità dei suoi discepoli. Prevedeva le difficoltà della missione che affidò loro. Perciò pregò: “Padre santo, custodiscili nel tuo nome che mi hai dato, perché siano una cosa come noi” (Gv.17,11). Una preghiera che ci accompagna sempre, e che resta un comandamento rivolto alle Chiese, ai vescovi e ai fedeli. “Perché siano una cosa sola come noi”. Una preghiera che esprime la sua volontà. Essere uno, come lui e il Padre sono uno, è un obbligo imperativo e teologale. Per questo, se le nostre giurisdizioni ci impediscono oggi di unirci, il nostro amore gli uni per gli altri è già possibile da oggi e può meritarci di comunicare la verità e di diventare per essa un segno e una sorgente di unità per i popoli della Terra Santa.

A Gerusalemme siamo 13 Chiese, diverse e separate. Tra i Patriarchi e i Vescovi delle diverse Chiese di Gerusalemme, cattoliche, ortodosse e protestanti, si sono tenuti frequenti incontri, quasi mensili e si è sviluppata una maggior fraternità e cooperazione reciproca tra le nostre comunità. Nell’anno 2000 abbiamo potuto vivere insieme un momento di unità lanciando insieme l’inizio del 3° millennio sulla piazza della Natività, accompagnato da una Lettera Pastorale ecumenica firmata dai 13 capi delle Chiese di Gerusalemme. Tra i numerosi documenti firmati da noi tutti,  oltre i messaggi comuni di Pasqua e Natale rivolti ai nostri fedeli e al mondo, bisogna menzionare anche i due documenti sullo Statuto di Gerusalemme, il primo nel novembre 1993 e il secondo nel settembre 2006.

I nostri incontri e le nostre dichiarazioni comuni ebbero per scopo quello di agire per il bene di tutti i cristiani di ogni rito, soprattutto nell’ambito della pace e della giustizia, nelle circostanze difficili del conflitto vissute da tutti. Vorrei esprimere qui la mia riconoscenza e la mia amicizia a tutti i miei fratelli Patriarchi e capi delle Chiese di Gerusalemme per la loro amicizia e la loro collaborazione durante tutto il tempo passato insieme dall’inizio del mio patriarcato.

A livello di Chiese cristiane, le Chiese Cattoliche della regione diventarono dal 1990 membri del Consiglio delle Chiese del Medio Oriente che non cessa di essere un luogo di fraternità, di incontro e di collaborazione tra tutti i capi delle Chiese del Medio Oriente e tramite loro tra i 15 milioni di cristiani arabi della regione.

Con il Consiglio Mondiale delle Chiese, tutta la Chiesa di Gerusalemme con le sue tredici comunità ha sviluppato un legame particolare e una collaborazione fruttuosa nell’ambito della giustizia e della pace in Terra Santa e nella regione. Ha portato per prima cosa a mettere in piedi il programma di accompagnamento dei volontari di tutte le Chiese del mondo per la collaborazione con gli Israeliani e i Paestinesi nel conflitto,e per l’accompagnamento dei Palestinesi nei luoghi di contrasto e di limitazione della loro libertà. In secondo luogo aiutò a creare un ufficio permanente a Gerusalemme per lo sviluppo delle relazioni ecumeniche tra le comunità cristiane.

Vocazione universale della Terra Santa

  1. La Terra Santa è una terra a vocazione universale. Così Dio l’ha voluta poiché ha voluto manifestarvisi, non soltanto a un popolo, ma all’umanità intera. Oggi ancora questa terra appartiene certamente a tutti i suoi abitanti, ma anche all’umanità intera. Ciò è vero sul piano politico per i due popoli che la abitano, Israeliani e Palestinesi, e per tutti i credenti, ebrei, cristiani, musulmani e drusi. Ma ciò è vero anche nell’azione pastorale di tutta la diocesi del Patriarcato che ho servito durante gli anni passati. L’azione pastorale e la preghiera del parroco, del religioso, della religiosa e del laico non si fermano ai confini della parrocchia, ma ciascuno deve sempre avere come visione tutta la diocesi, tutto il paese con tutti i suoi abitanti, e il mondo intero che il Signore ha voluto salvare nella nostra terra.

II

La vocazione cristiana in Terra Santa

Il piccolo numero

  1. I cristiani sono un piccolo numero in questa Terra Santa e nella Chiesa di Gerusalemme. Ciò non è solo la conseguenza di circostanze storiche o sociali. Questa realtà ha un legame diretto con il mistero di Gesù in questa terra. Duemila anni fa, Gesù venne qui e rimase anche lui un piccolo numero con i suoi discepoli ed il piccolo numero di fedeli che credette in lui. Oggi 2000 anni dopo, Gesù rimane nella stessa situazione di “non riconosciuto” nella sua terra, e Gerusalemme, città della Redenzione e sorgente di pace per il mondo, resta una città che non ha ancora accolto la Redenzione e che non ha ancora trovato la sua pace. E i cristiani sono, in questa situazione, un piccolo numero di testimoni di Gesù nella sua terra.

Essere “piccolo” in questa terra è semplicemente vivere come Gesù visse qui. Ciò non vuol dire perciò avere una vita sminuita, ai margini, o una vita fatta di paura e di perplessità. Sappiamo perché siamo piccoli e sappiamo quale posto prendere nella nostra società e nel mondo. Facciamo parte del mistero di Gesù e restiamo presso di lui sul Calvario, forti e sostenuti dalla speranza e dalla gioia della Risurrezione da vivere e condividere con tutti. Il granellino di senape, ci dice Gesù, è piccolo, ma cresce e diventa un albero e “gli uccelli del cielo vengono e si annidano fra i suoi rami” (cf. Mt.13,31-32). Ne è lo stesso del lievito che fa fermentare tutta la pasta (cf.Mt.13,33).

L’essere “piccolo” di numero e che Gerusalemme sia città di redenzione e di pace per il mondo, non per se stessa, ecco ciò che determina la vocazione di ogni cristiano in questa terra santa: vocazione di testimone, vocazione ad una vita difficile, oggi a causa del conflitto politico, e domani poiché la sua vita resterà una lotta permanente per essere sale, lievito utile, luce nella società e una Redenzione che si compie, giorno dopo giorno, nel mistero di Dio.

Ogni società conta sul numero dei suoi cittadini, dei suoi soldati e sulla quantità delle sue armi. Noi cristiani, con o senza numero, contiamo prima di tutto sulla fede di ciascuno di noi. Gesù dice: con la fede potete spostare le montagne. Lo Stato dice: con la tecnologia, con la quantità d’armi e di uomini si può sottomettere la terra, aprire delle strade e appianare le montagne, ma resta incapace di trovare la pace. Noi meditiamo la parola di Gesù: “Se avete fede pari a un granellino di senape potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile” (Mt.17,20-21). E’ per questo che rispettando totalmente tutti i mezzi umani utili, cerchiamo di rafforzare e aumentare la nostra fede in Colui nel quale abbiamo creduto.

Il piccolo numero di cristiani deve compensarsi prima di tutto tramite la fede, poi tramite la formazione che rende ogni cristiano necessario alla costruzione o alla ricostruzione del suo paese, ed infine dalla presa di coscienza di ogni cristiano e cristiana della sua responsabilità nella sua società e della necessità per lui e per lei di condividere tutti i sacrifici richiesti per costruirla o ricostruirla. Questa formazione del cristiano è una responsabilità di tutta la comunità, non soltanto di quelli che sono capi nella Chiesa, poiché in una comunità di credenti, ciascuno e ciascuna porta le preoccupazioni di ciascuno e ciascuna.

Oltre le istituzioni ufficiali della formazione della Chiesa – le diverse istituzioni dell’insegnamento, dell’educazione religiosa, i diversi movimenti apostolici di formazione e le numerose organizzazioni laiche di carattere sociale – alcuni fedeli, sacerdoti o laici hanno iniziato a rivolgere una particolare attenzione a questa formazione che rende il cristiano, malgrado il suo piccolo numero, capace di assumere le sue responsabilità nella società. Bisogna menzionare qui il lavoro importante in questo ambito fatto dall’Università di Betlemme, in generale, e dal Dipartimento di studi religiosi in particolare. Insieme all’Università bisogna ricordare altri centri come As-Sabeel per un’analisi e una visione cristiana nella situazione politica attuale, Al-Liqa’ per il dialogo interreligioso, il Comitato dei Laici per invitare i laici a prendere coscienza della loro responsabilità come cristiani nella vita pubblica, il gruppo di giovani conosciuto con il nome di Wusul che si è dato come scopo quello di stabilire tramite mezzi elettronici un legame tra i cristiani arabi dispersi nel mondo, il gruppo laico di catechismo della domenica in Giordania, e il HCEF, Holy Land Christian Ecumenical Foundation, il cui scopo primo, dalla sua fondazione, è stato quello di raggruppare gli emigrati e renderli presenti, tramite le loro opinioni, azioni e mezzi, nella terra del Signore, perché possano restarvi, malgrado le distanze, come testimoni di Gesù nella sua terra e contribuire alla costruzione delle loro patrie.

Cristiani nella società

  1. I cristiani devono accettarsi come tali. Cosa vuol dire accettarsi come cristiani? Vuol dire: accettare tutto il Vangelo di Gesù Cristo, Verbo di Dio, eterno e incarnato, e vivere la vita quotidiana, facile o difficile, alla luce di questo mistero, che la società alla quale siamo mandati guarda come ad una cosa impossibile.

Essere cristiani vuol dire semplicemente conoscere la propria fede, i propri Libri Sacri, la propria tradizione e l’insegnamento della Chiesa; è sapere in chi e in che cosa crede. E’ conoscere e vivere la morale cristiana; è pregare, è vivere la vita dei sacramenti, soprattutto l’Eucaristia, ed essere attenti che queste preghiere e la vita sacramentale non siano soltanto atti formali e di pura apparenza, che non siano pure dei momenti di preghiera che isolino dalla società, ma sapere che queste preghiere e la vita sacramentale sono una sorgente di energia sempre rinnovata che “invia” il cristiano nella società per servirla con tutti quelli che ci sono, qualunque sia la loro religione.

Essere cristiano è portare, con tutto ciò, una visione di fede sugli avvenimenti. E’ vedere la Provvidenza di Dio e la sua sollecitudine per tutti e ricordarsi della Parola di Gesù: “Nemmeno un capello del vostro capo perirà senza che il Padre vostro nei cieli lo permetta” (cf. Lc.21,18). Alla luce di questa visione che unisce Dio e gli uomini, il cristiano stabilisce le sue posizioni, allo stesso tempo, di servizio, d’amore e di rivendicazione dei diritti. Una visione che gli darà sapienza e coraggio per far fronte alle difficoltà e alle diverse forme d’oppressione che vengono dagli uomini. Non cadrà nello scoraggiamento, ma persevererà nella resistenza ad ogni forma di oppressione e di violenza, e in ogni azione in ogni ambito nel quale Dio l’ha chiamato.

Essere cristiano è vivere il comandamento dell’amore in mezzo alla propria comunità, ma anche con tutti gli uomini. Amare è prima di tutto vedere il volto di Dio in ogni persona umana, quale che sia la sua religione o nazionalità, quale che sia il bene o il male che fa a me o agli altri. Poiché è creatura del Dio uno ed unico. E’ figlio di Dio. Porta in lui la gloria di Dio. La sua dignità proviene da quella di Dio. E’ per questo che l’amore trasforma ogni azione con gli uomini in azione con Dio, il Creatore degli uomini.

E’ anche per questo che Gesù ha detto: amate tutti e non escludete nessuno, pure il nemico. Poiché non ci ha detto: amate l’amicizia dell’amico. Invece, al riguardo dice: “Se amate chi vi ama, che merito ne avete?” (Mt.5,46). Non ha detto neppure: amate il male nel nemico o l’oppressione che vi impone. Ma ci dice: amate Dio in ogni persona umana, poiché è una creatura di Dio. E’ Dio che amiamo nell’amico o nel nemico. Quando amiamo, imitiamo Dio nel suo amore per tutte le sue creature. Questo amore rafforza la nostra fedeltà all’amore dell’amico, e ci dona la forza di far fronte al male del nemico e pure la forza di mettervi fine. Un tale amore è più forte della violenza o ogni altro mezzo materiale al quale ricorre la vittima per respingere l’ostilità e mettere fine all’oppressione esercitata su di essa.

Risulta da ciò che l’amore vuol dire perdonare. Perdonare è purificare il cuore dal rancore, dall’odio e dal fuoco della vendetta, e non vuol dire necessariamente abbandonare i propri diritti, soprattutto quando si tratta di diritti della comunità, come la libertà, la terra e la sovranità. Sono delle questioni nelle quali l’individuo non ha il diritto di decidere, poiché, primariamente, questi diritti sono un dono di Dio che dobbiamo conservare, e secondariamente, questi diritti sono della comunità, e il credente non tradisce la sua comunità quando si tratta di diritti legittimi. Invece opera con essa, per sostenerla nella difesa dei suoi diritti o nello sforzo necessario per recuperarli.

L’amore è infine condivisone e comunione. Finora, abbiamo conosciuto nelle nostre comunità di fede la carità sotto forma di elemosina o anche di generose donazioni. Questa forma è buona, ma deve essere superata e diventare condivisione e comunione. Ciò vuol dire che ciascuno e ciascuna in una comunità di credenti porta le preoccupazioni di ciascuno e di ciascuna come proprie. E’ per questo che la comunità si sforza di procurare a ciascuno dei suoi membri una vita che lo libera da ogni bisogno, una vita degna a livello spirituale e materiale, sul modello dei cristiani della prima Chiesa di Gerusalemme, come è descritta nel libro degli Atti (At.2,42-46; 4,32-34).

I cristiani per restare, vivere, crescere e agire, qui in questa Terra Santa come in tutti i paesi del Medio Oriente, devono accettarsi come tali, cioè come cristiani credenti, e non soltanto come una comunità differente dalle altre o come un gruppo sociale a parte, perché gruppo religioso che è differente dagli altri. E naturalmente la vocazione del cristiano non consiste nell’entrare in lotta con la società, neppure rassegnarsi davanti alle ingiustizie o alle diverse forme di oppressione. D’altro canto non è permesso al cristiano di mettersi ai margini della società, dicendo: “il paese non è mio, se ne occupino altri e ne portino la responsabilità”. Un cristiano autentico sa che è parte attiva della società, e che deve far fronte alle sfide e ne deve portare le responsabilità con tutti i membri della società.

Non è neppure permesso al cristiano, che partecipa alla vita pubblica, mettere da parte la sua fede e svuotarsi dalle energie spirituali che Dio gli ha donato come cristiano, con la pretesa di svolgere più liberamente i suoi compiti nell’ambito politico, economico e sociale. Ciò si manifestò in certi periodi della storia del mondo arabo, in cui i cristiani arabi offrirono un contributo di prima importanza, e in cui certi abbandonarono i loro valori cristiani e anche la loro fede. Questo abbandono parziale o totale non cessa di manifestarsi in alcuni, ancor’oggi, con il pretesto di evitare il fanatismo e di non suscitare inutilmente le sensibilità religiose. Non è certamente chiesto al cristiano di trasformare la sua fede in atteggiamenti fanatici e provocatori. Ma è chiamato ad arricchire la società dei doni e delle sorgenti di energia spirituali che ha ricevuto. E’ la società stessa che gli richiede ciò; se no perché rimane differente, se la sua fede non porta nulla di nuovo nella società?

Paese dello Statu quo

  1. Siamo in un paese di Statu quo e ciò vuol dire: “tutto resta oggi e resterà domani come è stato nel passato”. Questa legge fu adottata in un firmano ottomano del 1852, prima della guerra di Crimea, poi ratificato, l’indomani della guerra in due Congressi internazionali del 1855 e 1878, per regolare le situazione di conflitto in certi luoghi santi cristiani. Lo Statu quo ha stabilito che ciascuno possederà e utilizzerà tutto ciò che si è trovato a possedere ed a utilizzare nel giorno in cui la Convenzione Internazionale è stata firmata. Strumento utile, ma che è rimasto anche talvolta causa di dispute. Il peggio è che questa legge applicabile ai Luoghi santi si è estesa alle mentalità e alle persone, e con il tempo, ha impresso un certo fissismo che rende difficile ogni rinnovamento. Da qui, le tensioni nei rapporti tra le persone o comunità a causa di un fissismo mentale creato in certuni, in seguito alla legge dello Statu quo.

Abbiamo l’impressione talvolta, nella Terra Santa, di vivere una parte di noi come sepolta sotto terra nel passato, e una parte soltanto che emerge al di sopra della terra e vive nel presente, ed è questo che paralizza la visione e l’azione nella Chiesa e nella comunità dei credenti e crea delle tensioni e dei conflitti. Il passato sono le radici. E le radici che restano sotto terra devono dare fiori e frutti nuovi. Un’azione e un rinnovamento sono necessari al livello delle mentalità, del dialogo e dei rapporti tra le diverse diocesi e Chiese, con le loro molteplici istituzioni. Bisogna che tutti possano credere e lasciarsi guidare dalla Visione di san Giovanni nell’Apocalisse : “Ecco faccio nuove tutte le cose” (Ap.21,5 9).

Comunità confessionali

  1. In Terra Santa, la piccola comunità cristiana è divisa non solamente da differenze teologiche, ma anche tra comunità confessionali. Queste all’inizio sono sorte attorno ad una tradizione liturgica particolare, come espressione di una maniera propria di ricevere, meditare e di celebrare il messaggio evangelico in un contesto storico e culturale particolare. In principio, questa diversità di tradizioni liturgiche e spirituali era una ricchezza per la Chiesa, poiché esse si completavano reciprocamente e permettevano così un’espressione più ricca del mistero inesauribile di Dio rivelato in Cristo. Ma, in seguito a circostanze storiche complesse, queste comunità liturgiche si sono trasformate poco alla volta in comunità confessionali, talvolta anche etniche. I capi di queste comunità erano considerati responsabili della lealtà dei loro fedeli verso le autorità politiche, ed è tramite le loro comunità che i cristiani si riferivano al contesto nazionale e non tanto come singoli cittadini. Da comunità di fede o di liturgia, esse sono diventate comunità di servizio e di interessi che svolgono un ruolo importante nell’identità non solo religiosa, ma anche sociale e nazionale dei loro membri. Invece di aprirsi le une alle altre e di sostenersi, queste comunità si sono spesso chiuse in se stesse per salvaguardare i loro interessi. In certi ambienti e per certe persone, laici o membri del clero, la comunità è diventata così un elemento di separazione e una barriera tra i credenti. Talvolta si creano anche concorrenze o rivalità. Ogni comunità vuol apparire più grande e più forte rispetto all’altra, vuole avere una chiesa più bella, una scuola più grande… E il fedele cristiano di un’altra comunità non è più considerato come fratello o sorella o come cristiano, nella nostra preghiera, attenzione o azione; diventa per noi un estraneo.

D’altra parte, nella nostra realtà odierna, poiché siamo un piccolo numero e dobbiamo far fronte a numerose e immense sfide, si impongono la solidarietà e la collaborazione. I cristiani laici sentono maggiormente questo bisogno e premono sui loro capi religiosi per un’unità più grande. E’ insieme che siamo grandi o piccoli. Nessuno può diventare grande senza l’altro o a spese dell’altro. Nei rapporti gli uni con gli altri, come Chiese o comunità confessionali differenti, dovremmo seguire questo principio: “Da un lato, fedeltà a noi stessi, al nostro rito, alla Chiesa nella quale Dio ci ha dato la grazia del battesimo, e dall’altro, amore per tutti i fratelli e le sorelle che appartengono ad un rito differente e che si trovano al di fuori della nostra comunità confessionale, ma fanno parte della grande famiglia di Dio”. L’atteggiamento del cristiano, di ogni comunità e di ogni confessione, è di amare di un amore grande come quello di Dio: “Poiché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù (Gal.3,27-28).

Il Sinodo delle Chiese Cattoliche di Terra Santa ci ha aiutato a creare un nuovo spirito di solidarietà e di collaborazione tra le nostre Chiese, ma questo sforzo chiede di essere continuato. E’ necessario educare i nostri cristiani a capire che la loro vocazione è verso tutti quelli che appartengono alla loro comunità o a una comunità differente. Devono scoprire che la Chiesa viene per prima, la comunità confessionale poi. Devono capire che la Chiesa di Dio tiene le porte aperte per accogliere la preghiera di tutti i cristiani, per inviarli di nuovo al di fuori nella società, verso ogni credente in ogni comunità confessionale e verso ogni persona di ogni religione.

Le sette o i nuovi movimenti cristiani fanno parte della nostra vita cristiana e della nostra realtà politica. Dal punto di vista cristiano, questi gruppi seminano la confusione nella fede dei fedeli, sfruttano la loro povertà materiale e spirituale e accrescono ancora le nostre divisioni. Dal punto di vista politico, sia in Israele che nei paesi arabi, hanno una visione che sostiene, a partire da argomenti dalla pretesa biblica e religiosa, non solo il fatto politico dello Stato d’Israele, ma anche l’ingiustizia commessa verso il popolo palestinese. Questa realtà è semplicemente un altro richiamo rivolto ai cristiani perché prendano meglio coscienza delle ricchezze e delle esigenze della loro fede, e ai pastori perché rispondano meglio alla sete religiosa dei loro fedeli, con la loro presenza più frequente tra i fedeli, educandoli ad una migliore conoscenza biblica e ad una vita conforme alla Parola di Dio.

Cristiani nel conflitto

  1. Nella nostra società c’è un conflitto armato. C’è l’occupazione israeliana dei Territori Palestinesi, e dall’altra parte la richiesta da parte d’Israele di vivere in sicurezza e con un riconoscimento esplicito da parte degli altri. Come tutti gli abitanti di questa terra, Palestinesi e Israeliani, i cristiani, palestinesi e israeliani, sono parte interessata del conflitto. Per nessuna ragione possono restare spettatori, quando gli altri pagano il prezzo della libertà da riscoprire e accettano i sacrifici richiesti per questo. Restare spettatore vuol dire mettersi ai margini, diventare estranei agli uomini e alle donne del proprio paese, e questa non è la vocazione dei cristiani. Come tutti i Palestinesi, siamo vittime dell’occupazione. Come tutti i Palestinesi, dobbiamo pagare il prezzo per ritrovare la nostra libertà politica, economica, e in certi aspetti, anche la nostra libertà religiosa per quanto riguarda l’accesso ai Luoghi Santi e a Gerusalemme stessa.

Ritrovare la libertà, pagare il prezzo e resistere, tutto questo è un dovere, certamente, ma crediamo anche nel comandamento dell’amore, e dunque in una resistenza che rientri nella logica dell’amore cristiano. Una resistenza non violenta capace di portare i due popoli a godere in maniera uguale della loro libertà, della loro sovranità e della loro sicurezza.

Il conflitto, nel nostro paese, sembra interminabile e pare non ammettere nessuna soluzione. In questo conflitto, oltre a quanto abbiamo detto sopra, la visione cristiana è la seguente: qui c’è la nostra terra ed essa appartiene a due popoli. Ma è prima di tutto la terra di Dio. La storia che gli uomini fanno, con il sangue e l’odio, o con il dialogo e la collaborazione la fanno, consapevolmente o inconsapevolmente, sotto lo sguardo vigile di Dio, Signore della storia, che dà a questa terra una santità particolare. Qui, tutti hanno a che fare con il mistero di Dio. In effetti, i nostri Luoghi Santi esprimono questo. Una delle ragioni maggiori del conflitto sono i Luoghi Santi, nei quali i credenti delle tre religioni si riferiscono a Dio. Nei Luoghi Santi preghiamo. Ma nello stesso tempo sono dei luoghi di conflitto, di morte e di odio… e ciò è contrario alla natura e alla vocazione dell’intera Terra Santa. In una terra di Dio, solo le vie di Dio porteranno alla soluzione del conflitto. La violenza degli uomini, sia quella del più forte che quella del più debole, non è né la via normale nè la via efficace per arrivare alla pace. La pace nella terra di Dio sarà un dono di Dio, e i credenti, dei due popoli e delle tre religioni, devono con la loro adesione sincera alla fede in Dio e con la coerenza della loro condotta nella fede in Dio Creatore, amante di tutte le sue creature, preparare l’ora di Dio in questa terra, nella quale Egli ristabilirà la pace.

Bisogna che tutti vivano insieme, fratelli e sorelle, figli della stessa terra, ancor di più, figli e creature di Dio. Ma per questo bisogna che tutti si considerino uguali, con gli stessi diritti e doveri. Nessuno deve essere superiore all’altro, nessuno inferiore e sottomesso all’altro. La visione finora non è questa e tuttavia i forti di questa terra e pure coloro che resistono, affidandosi solo alla forza, devono arrivarvi. Per resistere, per ottenere giustizia e per fare la pace, bisogna inoltre che la vittima non si lasci trasformare in oppressore o in terrorista.

Emigrazione

  1. I cristiani emigrano oggi dalla Terra Santa e da tutti i paesi del Medio Oriente. Non sono i soli ad emigrare. Anche i musulmani e gli ebrei emigrano e la ragione è la stessa per tutti: il conflitto tra Palestinesi e Israeliani, causa di instabilità politica, economica e sociale in tutti i paesi della regione. In certi paesi, nel Libano e in Iraq, esso ha causato delle tragedie che superano le sofferenze e le prove della Terra Santa. La gente emigra per trovare tranquillità e assicurare il proprio avvenire e quello dei propri figli. Da parte nostra, invitiamo i nostri fedeli ad accettare la loro vocazione di essere cristiani qui in Terra Santa e non altrove nel mondo. Senza far loro delle illusioni, diciamo loro che non promettiamo una vita facile, ma una vita difficile oggi e domani. Certi, sebbene in numero limitato, hanno iniziato a prendere coscienza di ciò. Accettano la loro vocazione e accettano di restare e di sacrificare i benefici che potrebbero trovare nell’emigrazione.

In tutti i casi, quale sia l’emigrazione e quale sia il piccolo numero, qualcuno tra noi resterà sempre qui a testimoniare Gesù nella sua terra, attraverso tutte le evoluzioni della storia.

Ma bisogna attirare l’attenzione anche al seguente fatto: i cristiani qui e in Medio Oriente sono le prime vittime dei piani della politica mondiale, che ignora o sembra ignorare i cristiani, perché il loro numero è poco importante, e perchè il loro piccolo numero non è stato ancora compensato da una fonte di energia materiale o spirituale che costringa i grandi di questo mondo a tenerne conto. Quando i cristiani sono menzionati nella stampa mondiale, è per dire che sono schiacciati da due grandi maggioranze, gli ebrei e i musulmani e che subiscono la persecuzione musulmana. E dicendo ciò, si esprime nei nostri riguardi un sentimento di pietà e di compassione, e si dimentica la vera oppressione di cui siamo vittime, causata dalle politiche esercitate in questa regione. Ma per noi fermare il conflitto israelo-palestinese, che è una cosa possibile e non un’impossibilità come si vorrebbe far credere, è ciò che ci permetterebbe di vivere in pace e di rimanere nel paese. Questo è vero anche per il Libano e l’Iraq.

Cristiani e Musulmani

  1. Come ogni cristiano, nel mondo intero, appartiene normalmente al suo popolo e al suo paese, così i cristiani nei paesi arabi e in Palestina e Israele appartengono ai loro paesi e al loro popolo. Per quanto riguarda i cristiani arabi in Israele, abbiamo già definito le componenti della loro identità: sono arabi, sono cristiani e sono nello Stato d’Israele. In funzione di queste tre componenti, devono decidere loro stessi le posizioni da prendere nella vita quotidiana.

I cristiani, come ogni altro cittadino, sono dei cittadini uguali agli altri. Hanno gli stessi diritti e gli stessi doveri. Le costituzioni dei paesi del Medio Oriente lo riconoscono. I rapporti con le autorità civili e religiose sono buoni. A livello di popolo ugualmente, c’è una coesistenza secolare, un buon vicinato e una collaborazione in diversi ambiti : studi, cultura, affari, politica, ecc… Due ambiti sono chiusi: il dogma e la famiglia e quando si toccano la situazione diventa esplosiva. Le strutture della mediazione si mettono allora in azione per far ritornare la calma. Il dialogo interreligioso non tratta del dogma. Affronta temi sociali con lo scopo di favorire una migliore coesistenza e una migliore collaborazione. Incidenti tra individui capitano naturalmente e assumono talvolta una dimensione comunitaria che oppone musulmani e cristiani. In questi casi, i governi, insieme alle strutture di mediazione tradizionali, vigilano per la riconciliazione e per mettere fine ai conflitti. Ma bisogna anche dire che i rapporti tra musulmani e cristiani non hanno ancora raggiunto un perfetto equilibrio. Si tratta di un lungo e lento cammino che deve perfezionarsi ogni giorno.

Con la comparsa di movimenti religiosi estremisti, si fa sentire il bisogno di una azione comune tra musulmani e cristiani, per far fronte insieme ai cambiamenti di carattere religioso estremista che possono minacciare tutta la società.

I movimenti islamici religiosi pensano che la soluzione per tutti i problemi si trovi nell’applicazione stretta della legge islamica, come sistema di vita politica e sociale, nella società intera, sia per i musulmani che per i non musulmani. Di fronte a questa corrente, la posizione cristiana è la seguente: in primo luogo, unirsi con gli stessi musulmani, come detto sopra, per far fronte insieme all’estremismo che minaccia nello stesso tempo musulmani e cristiani. In secondo luogo, se questi movimenti religiosi arrivassero un giorno a imporsi nella società, resterebbe un margine di dialogo anche con loro. E se il dialogo risultasse inutile, al cristiano rimarrebbe una sola cosa da fare: non consegnarsi alla paura, ma esigere i suoi diritti come cittadino e proclamare la sua fede cristiana come credente. Deve nello stesso tempo prepararsi a testimoniare la sua fede, sia subendo una vita difficile sia con il sacrificio stesso della vita. Si aprirebbe un’era di martiri per i cristiani, come nei primi secoli della Chiesa sotto l’Impero Romano. E questo purificherebbe la vita in tutta la società, rafforzerebbe i credenti nella loro fede e ridarebbe un nuovo volto all’intera società.

Ma bisogna domandarsi anche perché questi movimenti religiosi estremisti nascono e crescono. In primo luogo, si può constatare in alcuni il bisogno di vivere un’autentica vita religiosa. In secondo luogo, c’è, in queste correnti, una serie di reazioni a varie situazioni, reazione a delle situazioni umane di disuguaglianza, di povertà e di ingiustizia all’interno delle società arabe e musulmane; reazione ad una invasione da parte dell’“Occidente” nelle società arabe e musulmane sul piano dei valori e della morale nei mezzi di comunicazione sociale; reazione alle ingerenze dell’“Occidente”, a livello politico e infine reazione allo squilibrio nei rapporti tra i popoli. Tutto ciò si aggiunge ai conflitti aperti, in Israele, Palestina e in Iraq.

Queste correnti religiose, con tutta la loro complessità e la loro minaccia al musulmano come al non musulmano e al mondo, finiranno per imporsi, se i politici nei paesi arabi non giungono a creare delle società più giuste e più sicure, e se l’Islam non arriverà a rinnovarsi dall’interno per rispondere al bisogno religioso dei credenti ed impedire agli estremisti di trasformare la religione in fanatismo e violenza, e se la politica mondiale non metterà fine alle diverse forme di colonizzazione dei popoli.

Cristiani ed ebrei in Terra Santa

  1. Malgrado il conflitto in corso, malgrado la morte e l’odio di ogni giorno, c’è anche una realtà più umana di dialogo e di contatti tra le persone, a diversi livelli, politici e religiosi. Numerose iniziative di incontro tra giovani, palestinesi cristiani e musulmani, e israeliani ebrei, nel quadro delle scuole, si svolgono a livello locale ed internazionale. Numerose associazioni di dialogo tra ebrei e cristiani esistono anche nel nostro paese.

Nel Patriarcato esiste una commissione diocesana per l’ebraismo che ha aperto delle porte di dialogo e di contatti. Lo scopo della commissione è di ascoltare e di capire l’ebraismo e gli ebrei tramite la testimonianza di ebrei di diversi settori della società israeliana. L’accento è messo anche sulla coesistenza e sugli atteggiamenti da prendere di fronte alla realtà di base nel paese, del conflitto, dell’occupazione e dell’insicurezza. Le realtà teologiche riguardanti il conflitto sono ugualmente studiate per intraprendere un dialogo locale, tra persone del posto, Palestinesi cristiani e Israeliani ebrei, per riflettere e scambiarsi, come credenti, idee sulle realtà vissute sullo stesso suolo, Palestina e Israele. Nel dialogo con l’Ebraismo da parte della Chiesa Cattolica universale, del Consiglio per l’Unità dei Cristiani, sono stati chiamati a partecipare anche dei membri palestinesi della Chiesa locale.

Esigenze di dialogo

  1. Il dialogo interreligioso locale, iniziato dai contatti frequenti tra musulmani, ebrei e cristiani, si è concluso con la creazione, in questi anni, del Consiglio delle Istituzioni religiose della Terra Santa, nel quale le tre religioni sono rappresentate al più alto livello. Un dialogo che ha attirato l’attenzione dei capi politici e che ha creato una nuova realtà in Terra Santa: i capi religiosi delle tre religioni, per la prima volta nella storia, s’incontrano e riflettono insieme sulla pace da realizzare. In questo dialogo è la dimensione del credente e del suo rapporto con Dio che è messa in risalto. E’ come credenti, presenti davanti allo stesso Unico Dio, che vorremmo riflettere insieme. Sono messi anche in risalto i valori comuni, semplicemente umani, le diversità e le capacità di riconciliazione, e i valori religiosi, il superamento di sè nell’accettazione e nel rispetto reciproco, essendo tutti ugualmente creature di Dio, e nella pratica della giustizia e della costruzione della pace.

Tuttavia, c’è ancora un’immaturità religiosa nelle nostre società, per quanto riguarda l’accettazione e il rispetto dell’altro. Finora tutti i cristiani, tutti i musulmani e tutti gli ebrei non hanno imparato a vivere insieme e a rendersi la vita insieme accettabile e tranquilla. Ci sono sempre degli elementi estremisti o ignoranti, che continuano le negazioni del passato, che non cessano di essere causa di diffidenza, di sospetto e di paura e quindi d’aggressività contro i loro concittadini di religione differente.

Un dialogo tra i capi o tra la classe dirigente esiste già. E’ utile e costituisce ancora un lungo cammino da percorrere. Ma ciò di cui abbiamo bisogno, nello stesso tempo, è una nuova educazione di giovani generazioni. Se si vuole portare la pace e se si vogliono eliminare le tensioni parziali o totali, il sistema di educazione deve cambiare in tutti i luoghi dell’educazione: la casa, la scuola, i luoghi di culto e i media. Un chiaro esplicito appello dovrebbe farsi sentire, un appello al riconoscimento dell’altro e alla collaborazione con lui. Le nuove generazioni di tutte le religioni devono sentire dire che l’altro, di religione differente, non è il nemico o lo straniero. E’ un fratello che bisogna amare e con il quale bisogna collaborare e costruire la società. Anche l’estremismo, che si nutre per una parte dell’ignoranza del passato, e per un’altra di ingiustizie e di paure del presente, può trovare in questo nuovo sistema di educazione una parte del rimedio atteso.

III

Verso l’avvenire

Ai miei sacerdoti

  1. Vi ringrazio tutti, cari sacerdoti, per il vostro amore e le vostre preghiere. Dio ricompenserà il vostro zelo che è grande. Che Dio ci accompagni con la sua grazia nel nostro Seminario che ha continuato fedelmente il suo cammino e la sua missione dalla sua fondazione nel 1848 fino ad oggi. Continuiamo, grazie a Dio, ad avere vocazioni in maniera regolare, dalla Giordania prima di tutto, dalla Palestina in secondo luogo e in fine da Israele. Ringrazio i gruppi di sacerdoti che hanno accettato il sacrificio di accompagnare i seminaristi e di vivere con loro in Seminario.

Ai miei sacerdoti dico: conservate sempre lo zelo che avete avuto fino ad ora. Oggi, si può dire di ciascuno di voi: “ Voi conoscete le vostre pecore e le vostre pecore conoscono voi” (cf. Gv.10). E’ una grande grazia per voi e per tutta la diocesi. Tuttavia a causa delle condizioni della società, parrocchiani e sacerdoti conoscono cambiamenti importanti e iniziano a crearsi distanze tra i parroci e i parrocchiani. Per restare allo stesso livello di conoscenza e di servizio, come nel passato ancora vicino, abbiate sempre presente l’essenza della missione del sacerdote: conoscere Gesù Cristo e farlo conoscere. Il sacerdote del Patriarcato è chiamato ad essere pastore di una parrocchia. Il pastore di una parrocchia ha come primo compito di essere catechista, nella scuola, nell’omelia, nelle visite alle famiglie, nelle diverse attività pastorali ed in ogni altra circostanza.

Custodite la vostra libertà e la vostra disponibilità a conoscere Gesù Cristo e a farlo conoscere, in ogni parrocchia, piccola o grande. Non esitate ad accettare, o anche scegliere, l’ambiente più difficile. La grazia di Dio sarà quindi più abbondante. Conservate la vostra libertà quanto ai luoghi e quanto alle persone. Che niente e nessuno, né soldi, né amicizie, né progetti di costruzione, nemmeno un progetto pastorale, diventi un legame che intralci la vostra libertà e vi impedisca di andare là dove siete inviati. Poiché il lavoro che vi è stato affidato non è vostro. E’ il lavoro di Dio: “ Il Padre mio opera sempre e anch’io opero” dice Gesù (Gv. 5,17). Noi siamo parte di quest’opera di Dio nella nostra diocesi. Lavorate e dite con il Vangelo: “Siamo servi inutili; abbiamo fatto ciò che dovevamo fare (Lc.17,10). Là dove siete inviati, siete lo strumento di Dio, e là dove vi si chiede di interrompere un lavoro non completato, lasciatelo là dov’è. Dio saprà come terminare il lavoro iniziato da Lui in voi. Se invece persistete a restare, a motivo della vostra volontà, rischiate di non essere più degli inviati e di non fare più il lavoro di Dio, ma semplicemente un’attività vostra. Il grande pericolo dei consacrati inviati nel campo del Signore è di trasformare il lavoro di Dio in un lavoro personale, ed è allora che iniziano le difficoltà o la disobbedienza, ed è là che la grazia di Dio si ferma.

Certo abbiamo bisogno di costruzioni di pietre, di centri pastorali, di scuole, di chiese, di sale parrocchiali. Ma ciò non deve diventare un ostacolo e far perdere di vista lo scopo per il quale costruiamo. La condizione per costruire non è soltanto il denaro necessario, ma la capacità di continuare ad avere dei momenti di silenzio davanti a Dio, dei momenti di intercessione per i fedeli e il tempo necessario per la catechesi. Come Mosè, sul monte Nebo che s’innalza tra le nostre parrocchie, anche voi pregate, e intercedete per il popolo.

Abbiamo costruito molto in pietra. I fedeli, che tuttavia distinguono bene tra il parroco che prega e quello che non prega, talvolta lo ingannano, facendogli credere che le costruzioni sono il criterio del successo.

Il parroco è per il popolo, e non il contrario. La gente non è per servirci. Siamo inviati per servirla. Gesù dice: “Sto in mezzo a voi come colui che serve” (Lc.22,27). Da ciò, la necessità di accogliere tutti i fedeli di ogni livello e di ogni classe. Tutti, quale sia la loro posizione nella società, il loro avere o il loro sapere, quale che sia la loro presenza o assenza nella vita della parrocchia, quali che siano i loro bisogni spirituali o materiali, tutti, anche se qualcuno diventa pesante o disturba, tutti sono l’oggetto della nostra missione e del nostro amore. E il povero tra loro, di ogni tipo di povertà, materiale o spirituale, ha la priorità. Siamo inviati a tutti per aiutarli a vedere Dio.

Ci possono essere delle situazioni nelle quali incontriamo delle persone con le quali ogni azione sembra inutile. Ogni cambiamento nelle mentalità o nelle persone ci sembra una cosa impossibile. Niente per Dio è impossibile. Anche per il credente. Bisogna iniziare e la grazia di Dio porterà a termine. La bontà delle persone stesse, messa in loro da Dio, può talvolta sorprenderci e superare le nostre attese umane. Seminiamo oggi, e domani un altro mieterà. Se non seminiamo oggi, non ci sarà nessuna messe: “Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che fa crescere” (1 Cor. 3,6).

C’è stato, per un momento, tra i sacerdoti un risveglio di sentimenti regionalisti. Spero che questo sentimento sia del tutto scomparso e che non riappaia più. Perchè niente deve dividere i sacerdoti che lavorano nella stessa vigna del Signore e che celebrano ogni mattina la stessa Eucarestia. Spero che certi comportamenti umani non arrivino a corrompere la missione affidata da Dio, affinchè la Chiesa resti viva attraverso i suoi sacerdoti e possa crescere attraverso la loro fede, la loro preghiera e la loro catechesi. “Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, ad essere tutti unanimi nel parlare, perchè non vi siano divisioni tra voi, ma  siate in perfetta unione di pensiero e d’intenti” (1 Cor. 1,10).

Accogliete con serietà la vostra vocazione. Rinnovate ogni giorno l’accettazione che avete espresso un giorno nel passato. Rinnovate ogni giorno la vostra accettazione alla scelta difficile, che consiste nel donare la vostra vita ogni giorno, e che può diventare, con la routine o le prove, una croce quotidiana. I momenti di silenzio davanti al Signore hanno precisamente come scopo di rinnovare e sostenere l’accettazione della scelta difficile. Da ciò l’importanza di consacrare nella vostra vita il tempo sufficiente alla presenza divina, per riprendere coraggio e poter rileggere la sua volontà in tutti gli avvenimenti della vostra vita personale o pubblica. Poiché la Provvidenza veglia, e tutto ciò che Dio permette nella vostra vita è una parola e un messagio che ci manda. Dobbiamo essere coscienti infine che la vita o la morte di parecchi, uomini o donne, dipende dalla nostra accettazione o dal nostro rifiuto della nostra vocazione o dalla maniera di viverla. Gesù dice: “Sono venuto perché abbiano la vita” (Gv. 10,10). E i sacerdoti sono inviati per essere dei donatori della vita.

L’avvenire

  1. L’avvenire dei sacerdoti dipende dal timore e dal rispetto che conservano verso le cose sacre con le quali trattano ogni giorno. L’avvenire dei cristiani dipende da ciò che offrono loro i sacerdoti.

Abbiamo lavorato nella diocesi del Patriarcato da un secolo e mezzo. Certamente i frutti sono numerosi, per la grazia di Dio. Ma resta ancora uno sforzo da fare per dare una vita più abbondante. Bisogna formare delle famiglie che vivono sul modello della prima Chiesa di Gerusalemme (At. 2,43-47), unite dalla preghiera, dall’insegnamento degli Apostoli, dall’Eucaristia e dalla comunione dei beni. Bisogna trovare anche dei mezzi per vivere il comandamento dell’amore in tutti i suoi aspetti, nella vita privata e pubblica: amore che è perdono, amore che è accettazione dell’altro differente, di ogni religione e di ogni nazionalità; e per quanto riguarda la comunione dei beni bisogna superare, come già detto, la pratica dell’elemosina, per arrivare a delle formule di comunione fondate, nello stesso tempo, sulle esigenze della fede e sulle basi economiche necessarie. Bisogna “inviare” il fedele nella società, non sprovvisto della sua fede, come talvolta si è fatto fino ad oggi, ma “inviarlo” piuttosto forte e illuminato dalla sua fede. Abbiamo educato talvolta ad una formazione spirituale che ha conservato il fedele esclusivamente nella chiesa e nel quadro della parrocchia. Non l’abbiamo abbastanza inviato nella sua società. Bisogna che la preghiera nella chiesa (l’Eucaristia, la messa, il rosario, le vie crucis, le processioni e ogni altra devozione) diventi un invio al di fuori del luogo di culto, un invio verso la società o la gente che è alla ricerca di Dio, per diventarvi lievito, sale e luce.

Nella nostra società, c’è un conflitto e ci sono due popoli e tre religioni e tutti i nostri paesi soffrono dell’instabilità politica. Ogni credente e ogni uomo e donna di buona volontà, i parroci, i religiosi e le religiose, in primo luogo, devono agire senza posa per mettervi fine e farne l’oggetto della loro preghiera e del loro insegnamento.

Il dialogo tra le religioni avvicina le persone tra loro. Ma bisogna essere attenti a non trasformarlo in belle parole o anche in abbandono o paura d’affermare la propria identità o paura di far fronte alla realtà che sia facile o difficile. La vera fedeltà del credente consiste nell’amare tutta la società, i due popoli e i credenti di tutte le religioni, e anche i non credenti se ci sono. Un’apertura chiara ed esplicita si deve fare nella nostra catechesi in questo senso. L’altro non è il nemico. Non è l’estraneo. E’ creatura di Dio. E’ figlio e figlia di Dio. Davanti a Dio, nessuno è nemico, nessuno è estraneo. Quando ci rivolgiamo ai musulmani e agli ebrei è normale che chiediamo loro di avere la stessa visione. Ma se anche non riscontriamo la reciprocità desiderata, rimaniamo, noi, credenti in Gesù Cristo, e comportiamoci come tali: vediamo in ognuno e ognuna un figlio e una figlia di Dio, oggetto dell’amore di Dio e del nostro amore.

Conclusione

Termino la mia missione come Patriarca di Gerusalemme per i Latini. La passerò fra breve al mio successore, Mons. Fouad Twal. Chiedo al Signore di concedergli ogni grazia e benedizione affinché continui a portare la missione di questo venerabile Patriarcato. Di nuovo ringrazio il Signore e tutti quelli e quelle che ha messo sul mio cammino, per servirli o per ricevere tramite loro una grazia. Continuerò a vivere a Gerusalemme. Le esigenze della mia vita quotidiana saranno sempre, come lo sono sempre state fino ad ora, nel quadro del Patriarcato Latino di Gerusalemme. Personalmente, sono entrato nel Patriarcato senza denaro, e termino il mio mandato senza denaro. Non ho conti in banca. Non ho debiti con nessuno. Nessuno neppure mi deve qualcosa. Il Patriarcato come istituzione è sempre stato in deficit con i conti. Ma Dio ha benedetto il deficit, la povertà e continuerà ad accompagnare il Patriarcato nei suoi bisogni materiali necessari per condurre la sua missione spirituale. Per tutto questo ringrazio il Signore, e chiedo a tutti di accompagnarmi con le loro preghiere. Confido nell’intercessione della Beata Vergine Maria. E per tutti chiedo la benedizione di Dio Onnipotente il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, il Dio uno e unico. Amen.

+ Michel Sabbah, Patriarca

Gerusalemme, 1 marzo 2008