Quarta lettera Pastorale

di H.B. Mons. MICHEL SABBAH

Patriarca Latino di Gerusalemme

Leggere e vivere la bibbia oggi nel paese della bibla

“Egli è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione, annullando nella sua carne l’inimicizia… per creare in se stesso dei due un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio” (Ef 2,14-16).

SOMMARIO

Introduzione

  1. Gli interrogativi che si pongono
  1. Cosa è la Bibbia

La Bibbia, Parola di Dio

La Bibbia, storia di salvezza

La Bibbia, storia della nostra salvezza, personale e comunitaria

Cristo, chiave della lettura Cristiana della Bibbia

III. Risposta agli interrogativi posti

Antico e Nuovo Testamento

La violenza nella Bibbia

Elezione, alleanza, promessa e dono della terra

  1. Conclusione

INTRODUZIONE

Ai nostri sacerdoti diocesani,

A tutti i religiosi e religiose,

E a tutti i nostri fedeli.

Fratelli e sorelle,

  1. Ai tutti voi “grazia, misericordia e pace da parte di Dio Padre e di Cristo Gesù Signore nostro” (2 Tim 1,2).

Una speranza nuova è appena sorta nella storia del nostro paese e ha aperto nuove prospettive di pace e di riconciliazione tra i nostri due popoli, ebraico e palestinese, e con tutto il mondo arabo. La ricerca della giustizia si farà, d’ora in poi, nella collaborazione e non più nella contrapposizione. Per questo rendiqmo grazie a Dio e vi invitiamo a prendere parte, con la preghiera, con la presenza e l’azione, ad ogni iniziativa che abbia per scopo il consolidamento di questa pace e di questa riconciliazione, nella giustizia e nella sicurezza per tutti.

Questa nuovq fase nella storia del nostro paese fa seguito ad avvenimenti dolorosi, che noi tutti abbiamo vissuto e che alcuni di noi vivono ancora. Le apprensioni e i timori restano, come pure le sofferenze umane dovute alla lunga situazione di conflitto tra i due popoli. Tuttavia il passato non deve logorare e bloccare il presente e l’avvenire. Bisogna ora lottare per conservare e consolidare la pace e la giustizia. D’altra parte il combattimento spirituale sarà sempre necessario perché il cristiano resti fedele alla sua fede, alla sua Chiesa e alla sua società.

Argomento della lettera: la Bibbia

  1. È per sostenere questa fedeltà che vi indirizziamo questa lettera sul tema della Bibbia, sul modo di leggerla e di comprenderla, per farne l’oggetto della nostra meditazione e della nostra preghiera. “Infatti la parola di Dio è viva ed efficace”(Eb 4,12). Essa è il nostro nutrimento spirituale, la nostra luce e la nostra guida, nell’azione che dobbiamo intraprendere nella circostanza attuali, nella nostra vita quotidiana, in Terra Santa.

In un passato di contrapposizione ancora molto vicino, molti di voi erano angosciati e assaliti dal dubbio di fronte alla Bibbia, per il fatto che essa ha un legame diretto con la difficile situazione che abbiamo vissuto e con il nuovo periodo di pace che dobbiamo costruire insieme.

Ma è nella fede e nella Scrittura stessa che noi cerchiamo il nostro conforto, secondo le parole della lettera a Timoteo: “Tutta la Scrittura è inspirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona”(2 Tim 3,16-17).

Collaborare alla costruzione della pace e della giustizia nel paese della Bibbia è certamente “un’opera buona”, come pure la costruzione, nello stesso paese della Bibbia, di una società più fraterna, fondata sulla dignità e sul riconoscimento reciproco delle responsabilità e dei diritti di ciascuno e di ogni comunità e popolo. In questo la parola di Dio è la nostra guida migliore, anche tra i dubbi e i contrasti. Per questo siamo invitati a leggerla, a studiarla e a viverla.

Umiltà davanti alla parola di Dio

  1. Leggere e capire la parola di Dio non è cosa facile. Richiede da parte nostra uno sforzo speciale e una grazia particolare di Dio. Per questo è di importanza capitale saper leggere la Bibbia, per poterla riconoscere come autentica parola di Dio. Nessuno può pretendere di riuscire con le proprie forze. Soltanto insieme, in comunità, nella chiesa, con la luce e la forza dello Spirito Santo, noi possiamo intraprendere tale lettura.

Di fronte alla parola di Dio, bisogna riconoscere con umiltà che questa parola non è nostra. Spesso non riusciamo a capire ciò che Dio vuol dirci con essa. È per questo che noi non abbiamo il diritto di assumere l’atteggiamento di giudici di fronte alla parola di Dio, giudicandola secondo i nostri punti di vista, o, guardando ad un passato non ancora totalmente esaurito, giudicandola secondo le posizioni che difendiamo nei confronti di un avversario, oppure secondo la posizione dell’avversario nei confronti di questa stessa parola. Non abbiamo il diritto di piegarla alle esigenze delle nostre posizioni o delle nostre lotte umane.

Per questo leggere la Bibbia, parola di Dio, è un compito difficile e delicato dal momento che i problemi che vi si trattano sono strettamente connessi alla nostra vita quotidiana, e riguardano perfino l’identità nazionale e personale dei credenti. Interpretazioni unilaterali e parziali rischiano di mettere in discussione, agli occhi di alcuni, la loro presenza e la loro permanenza nella loro terra e nella loro patria.

Destinatari della lettera

  1. I problemi da studiare sono numerosi. Noi vogliamo trattarli qui in qualità di pastore e di responsabile, pensando ai nostri fedeli, ma anche a tutti i Cristiani che ci vivono entro i limiti della nostra diocesi patriarcale, che comprende Israele, i territori occupati della Palestina, la Giordania e Cipro.  La quasi totalità di questi fedeli, infatti, è direttamente toccata dal conflitto passato (già descritto nella nostra lettera della Pentecoste 1990), dalla riconciliazione che comincia a realizzarsi e dai problemi che tutto questo suscita.  Essi sono in grandissima maggioranza, palestinesi o giordani, arabi di lingua e cultura.  C’é anche un piccolo gruppo di fedeli della nostra diocesi che è di espressione ebraica, e che appartiene al popolo ebraico o vive in mezzo al popolo ebraico.

Nella nostra riflessione cercheremo di ascoltare i diversi punti di vista.  Lo scambio e la condivisone ma anche la preghiera e la meditazione, sono un elemento indispensabile per una migliore conoscenza reciproca, con il desiderio di essere insieme seminatori di pace.

Testimonianza comune e dialogo con tutti

  1. All’intemo dei Consiglio delle Chiese del Medio Oriente, siamo impegnati, con tutte le Chiese di questa regione, in una stessa ricerca di completa unità e di testimonianza comune. Osiamo sperare che queste riflessioni vi potranno, in qualche misura, contribuire.  Crediamo pure che la Chiesa di Gerusalemme e della Terra Santa, attraverso la sua esperienza e la sua riflessione, possa offrire un contributo unico nel contesto delle Chiese della regione e in comunione con la Chiesa universale.  La Chiesa di Gerusalemme sarà felice di essere ascoltata dalle altre e di accogliere le loro risposte.

Noi speriamo che il nostro messaggio, oltre che dalla comunità cristiana, possa essere accolto anche dai nostri fratelli Musulmani e Ebrei come contributo da parte nostra alla coesistenza e alla pace, nel rispetto delle credenze di ognuno.  Noi rimaniamo aperti ad ogni dialogo, perché la via da percorrere è lunga e difficile.

Carattere pastorale

  1. Questa lettera ha anzitutto un carattere pastorale. Di conseguenza non sarà possibile mostrare esplicitamente, nei vari passaggi del discorso, tutti gli studi e gli indirizzi teologici che sono stati presi in considerazione e che sono alla base delle nostre affermazioni.  Queste pagine sono state preparate dalla riflessione prolungata di un gruppo di sacerdoti e teologi della Chiesa di Gerusalemme, testimoni delle sofferenze e delle attese delle varie comunità.  Essi hanno messo in comune le esperienze pastorali, gli studi biblici e i rapporti ecumenici e interreligiosi.

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  1. GLI INTERROGATIVI CHE SI PONGONO

Il Palestinese cristiano di fronte alla Bibbia

  1. La Bibbia é parte integrante della fede e del patrimonio religioso di ogni Palestinese cristiano; egli la legge e la medita sia personalmente, che comunitariamente (catechesi, liturgia, gruppi di preghiera). Nel periodo del conflitto gli interrogativi che egli si poneva, in questa lettura e meditazione, erano numerosi, e perdurano ancora oggi, quando si tratta di camminare e di costruire insieme:
  1. Come comprendere l’Antico Testamento? Che rapporto c’è tra l’Antico e il Nuovo Testamento?
  1. Nella Bibbia ci sono racconti di violenza molto simili ai fatti della nostra storia attuale e che sono attribuiti a Dio. Come comprenderli, dal momento che il Vangelo dice che i “figli di Dio sono operatori di pace”( cf. Mt 5,9)?
  1. Che rapporto c’è tra l’antica storia biblica e la nostra storia contemporanea? L’Israele della Bibbia si identifica con il moderno stato d’Israele? Che cosa significano le promesse, l’elezione, l’alleanza, e in particolare, la “Promesso della terra” ad Abramo e alla sua discendenza?  Possono esse giustificare le rivendicazioni politiche attuali?  Dobbiamo forse essere vittime della nostra stessa storia della salvezza, che sembri privilegiare il popolo ebraico e condannare noi? È proprio questa la volontà di Dio, alla quale dovremmo piegarci inesorabilmente, senza appello e senza discussione, e che ci chiederebbe di lasciare tutto a favore di un altro popolo?

Sebbene molti altri Ebrei abbiano un punto di vista differente, alcuni tra loro, con le loro parole e le loro azioni, sembrano giustificare questi interrogativi, insieme alla paura e all’angoscia dei Palestinesi.  La terra, essi dicono, è stata data a loro da Dio; è questo il loro titolo di proprietà esclusiva su tutta la terra promessa.

Alcuni cristiani dicono la stessa cosa.  In effetti certi cristiani “fondamentalisti” giungono fino a considerare la storia presente come la realizzazione di determinate profezie della Bibbia e accusano i Cristiani locali che non sono d’accordo con il loro punto di vista, di opporsi alla Bibbia e di non essere cristiani autentici.

Si capisce che simili posizioni diventino causa di smarrimento e di rivolta religiosa per coloro che sono stati cacciati dalle loro case e dalle loro terre, che hanno perso persone care nelle varie guerre, o che hanno conosciuto la prigione e la tortura per aver tentato di riacquistare i propri diritti.

Schema della lettera

  1. Gli interrogativi ai quali vogliamo cercare di rispondere, possono riassumersi nelle tre domande seguenti:
  1. Qual è il rapporto tra l’Antico e il Nuovo Testamento?
  1. Come spiegare, nella Bibbia, la violenza attribuita a Dio?
  1. Che valore hanno, nei rapporti attuali tra Palestinesi e Israeliani, le promesse, il dono della terra, l’elezione e l’alleanza? È possibile che il Dio giusto e misericordioso possa ordinare l’ingiustizia o l’oppressione nei riguardi di un altro popolo per privilegiare il popolo che si è scelto?

Quest’ultima domanda sopratutto è posta alla fede di ogni credente, in questo paese della Bibbia, all’Ebreo, al Cristiano e al Musulmano.  Essa è posta a coloro che vorrebbero giustificare la situazione politica attuale con la parola di Dio contenuta nella Bibbia.  Ed è posta anche alla Chiesa locale e a tutte le Chiese del mondo, come pure a chiunque cerchi sinceramente la pace e la giustizia in Terra Santa.

È per consolidare il cammino verso la pace che si deve rispondere a queste domande sul passato.  Perché il cammino verso la pace deve essere anche un cammino comune alla scoperta della “verità che rende liberi” (cf.  Gv 8,32).

Prima di rispondere a queste domande cercheremo di chiarire cos’è la Bibbia per il Cristiano e come venga compresa.  Diremo prima di tutto che essa è parola di Dio; in secondo luogo che è la storia della salvezza; in terzo luogo che è la storia della nostra salvezza; in quarto luogo che è il Cristo la chiave che apre e la luce che illumina la comprensione della Bibbia.

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  1. COSA È LA BIBBIA

La Bibbia Cristiana

  1. La Bibbia, o sacra scrittura, comprende, per il Cristiano, l’Antico e il Nuovo Testamento. La Bibbia ebraica comprende 39 libri, suddivisi in libri della Legge, Profeti e Scritti.  L’Antico Testamento, nella tradizione cristiana, cattolica e ortodossa, comprende questi stessi 39 libri e anche gli otto libri deuterocanonici, scritti in aramaico e in greco.  La tradizione protestante si limita ai 39 libri della Bibbia ebraica.

Il Nuovo Testamento comprende 27 libri: I quattro Vangeli, gli Atti degli Apostoli, le 14 lettere attribuite a S. Paolo, le 7 lettere Cattoliche e l’Apocalisse di S.Giovanni.

I due Testamenti costituiscono per il Cristiano un unico libro, che contiene tutta la Rivelazione, data da Dio per la salvezza dell’umanità.  Nessuna parte dell’Antico e del Nuovo Testamento può esserne sottratta per alcun motivo. politico o di altro genere.  Tutta la Sacra Scrittura è parola di Dio.

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II.1. La Bibbia, Parola di Dio

Come va compresa la Bibbia?

  1. Dio si è rivelato attraverso la storia del mondo e quella di un popolo che ha voluto scegliersi in vista della salvezza dell’umanità. È per questo che la Bibbia è un insieme di fatti e di parole che riferiscono l’opera di Dio riconoscibile nei fatti umani. Questi fatti sono vissuti e tramandati dapprima oralmente, poi per iscritto (cf DV2).

La Bibbia, quindi, deve essere compresa non come un testo immobile e morto, ma come una storia di salvezza, che accompagna la storia di tutta l’umanità; una storia viva e dinamica, che si svolge attraverso i secoli, all’interno di ogni avvenimento, e di cui Dio si serve per manifestarsi a noi e per manifestare il suo messaggio.

Questo non può essere pienamente capito e accettato che alla luce della fede, e chi crede deve essere riconoscente per la fede ricevuta.

Gli autori sacri sono ispirati dallo Spirito Santo

  1. In tempi diversi, questa storia di salvezza è stata messa per iscritto da autori ispirati dallo Spirito Santo; Dio “agì in essi e per mezzo di essi, affinché scrivessero come veri autori tutte le cose e soltanto quelle che egli voleva. Poichè dunque tutto ciò che gli autori ispirati cioè gli agiografi, asseriscono è da ritenersi asserito dallo Spirito Santo, si deve professare, per conseguenza, che i libri della Scrittura insegnano con certezza, fedelmente e senza errore la verità che Dio, in vista della nostra salvezza, volle fosse messo per iscritto nelle sacre lettere” (Dv 11).  Per questo, autore della Bibbia è Dio e, al tempo stesso, autori sono gli scrittori sacri.

Dio ha parlato per mezzo dei uomini, alla maniera umana

  1. Gli autori sacri non hanno ricevuto la parola di Dio attraverso una dettatura materiale, parola per parola. Ma ispirati dallo Spirito Santo, si sono espressi nella loro lingua, secondo le loro capacità intellettuali, i loro costumi, la loro cultura, i diversi generi letterari e lo stilo proprio di ognuno.

“Poichè Dio nella Sacra Scrittura ha parlato per mezzo di uomini alla maniera umana, l’interprete della Sacra Scrittura, per capire bene ciò che egli ha voluto comunicarci, deve ricercare con attenzione che cosa gli agiografi realmente hanno inteso significare e che a Dio è piaciuto manifestare con le loro parole” (DV 12).

Rivelazione progressiva

  1. Il Concilio Vaticano II dice, a proposito della rivelazione: “Piacque a Dio, nella sua bontà e sapienza, rivelare sé stesso e manifestare il mistero della sua volontà” (cf. Ef 1,9), “mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito Santo hanno accesso al Padre e sono resi partecipi della divina natura”(Cf. Ef 2,18; 2Pt 1,4) (DV 2).

Dio ha voluto così, attraverso la rivelazione, manifestarsi a noi, affinchè potessimo conoscerlo e condividere la sua vita divina. È questa la salvezza dell’umanità: conoscere Dio e condividere la sua vita divina.  La pienezza di questa rivelazione è Gesù Cristo stesso, Verbo di Dio, divenuto uomo come noi.

Questa rivelazione è stata progressiva.  Ciò significa che tutta la verità su Dio e sulla salvezza dell’umanità non è stata comunicata d’un tratto e una volta per tutte.  Dio si è adattato alla storia degli uomini e alla loro capacità di comprendere la sua parola rivelata (cf. DV 12). A ogni tappa della storia del popolo di Dio corrisponde un determinato livello di conoscenza e di comprensione della parola di Dio.

Capire la rivelazione alla luce della Tradizione

  1. Il popolo di Dio non ha mai separato il libro sacro dalla Tradizione orale, cioè dalla sua interpretazione viva, liturgica, culturale e storica (cf. DV 8-10). Anche per noi la parola di Dio è inseparabile dalla vita del popolo che l’ha ricevuta. Anche noi dobbiamo percorrere la stessa strada per capirla. Oggi per giungere a una corretta interpretazione della Scrittura dobbiamo leggerla in comunione con la Chiesa, alla luce della Tradizione, della liturgia viva e del progresso degli studi biblici.

“La sacra Tradizione e la sacra Scrittura costituiscono un solo sacro deposito della parola di Dio affidato alla Chiesa. Aderendo adesso tutto il popolo santo, unito ai suoi pastori, persevera costantemente nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nella frazione del pane e nelle orazioni…” (DV 10).

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II.2. La Bibbia, Storia di Salvezza

La salvezza è pienezza di vita

  1. La Bibbia è la storia della salvezza di tutti noi. È la storia del rapporto di Dio con tutta l’umanità. È alla luce di questo principio che dobbiamo leggere e comprendere i fatti storici narrati dalla Bibbia. Tutti gli avvenimenti, nella storia della nostra salvezza, ci fanno da modello e da guida. “Questi fatti sono avvenuti per esserci di esempio e per nostro ammonimento” dice S.Paolo (1 Cor 10, 6.11).

“Come nucleo e centro della buona novella, dice Paolo VI, il Cristo annuncia la salvezza, dono grande di Dio, che è liberazione da tutto ciò che opprime l’uomo, è sopratutto liberazione dal peccato e dal maligno, nella gioia di conoscere Dio e di essere conosciuti da lui, di vederlo, di abbandonarsi a lui” (Ev.Nun. 9).

Infatti tutti e tutte, a livello personale e come comunità, aspiriamo alla liberazione piena del nostro essere da tutto ciò che ci impedisce di essere veramente liberi in tutti i campi della nostra vita economica, politica, sociale e culturale, ma sopratutto spirituale.  Aspiriamo alla liberazione piena da tutto ciò che ci separa da Dio e dai figli di Dio, per essere con Dio e per gioire della pienezza della benedizione divina. È questa la storia della salvezza che dobbiamo leggere e comprendere nella Bibbia, parola di Dio e buona novella di Dio rivolta a ognuno di noi e a ognuno dei nostri popoli.

Le tappe della salvezza

  1. La storia della salvezza si inquadra tra due immagini bibliche che costituiscono l’inizio e la fine del dramma umano: l’immagine del paradiso perduto e Immagine della nuova Gerusalemme che scende da Dio. Noi veniamo da Dio e a lui ritorniamo. Queste due immagini sono i due fari che illuminano tutta la storia e il destino dell’uomo, fatto di sofferenza e di gioie. I tempi messianici, cioè il cammino verso la nuova Gerusalemme, sono iniziati. Lo Spirito è presente tra noi. Da lui noi attingiamo la nostra forza, malgrado il male che è in noi o che ci circonda. Questa immagine afferma che la storia ha un senso, che il mondo non è assurdo. La sua ultima parola sarà la vittoria di Dio sul male.

La storia della salvezza comprende diversi momenti essenziali nei quali si manifesta la pedagogia di Dio, che tratta gli uomini secondo la loro capacità di accogliere e comprendere la sua parola.  Questi momenti sono segnati dalle varie alleanze che si susseguono, si approfondiscono e si sviluppano senza annullarsi. Ogni alleanza permette di superare una fase profondamente segnata dalla debolezza e dal peccato dell’umanità o del popolo eletto e dà inizio a un nuovo periodo di conversione a Dio e di impegno per la riconciliazione tra gli uomini.

L’alleanza con Noé

  1. L’uomo vive, dopo la sua creazione, in comunione con Dio (cf. Gen 2,5; 3,8). Adamo ed Eva vivono già in uno stato di salvezza e di beatitudine. Dopo la caduta, è fatta loro una prima promessa di salvezza.

La prima alleanza è stata conclusa con Noé, e attraverso di lui con l’umanità. Essa avviene dopo una nuova rivolta contro Dio, e manifesta la bontà di Dio e l’inizio del compimento della sua promessa di salvezza.

Con l’immagine dell’arcobaleno, Dio afferma a Noé, che rappresenta il genere umano, che Egli si lega per “tutte le generazioni future”, con “tutti gli esseri viventi sulla terra”, ma sopratutto con l’uomo “perché è a immagine di Dio che egli è stato creato” (cf Gen 9,1-17; 1,27). In questa alleanza Dio prende come testimone tutta la creazione, opera delle sue mani, come dice S.Paolo nel libro degli Atti: Dio “non ha cessato di dar prova di se beneficando, concedendovi dal cielo piogge e stagioni ricche di frutti, fornendovi di cibo e riempiendo di letizia i vostri cuori” (At 14,17).

L’alleanza con Abramo

  1. Per raccogliere l’umanità dispersa, Dio chiama Abramo ad uscire “dal suo paese, dalla sua patria e dalla casa di suo padre” (Gen 12, 1). In lui Dio comincia a prepararsi un popolo, il popolo ebraico, perché sia suo testimone tra le nazioni, portatore delle promesse e dei giudizi di Dio, e annunciatore di una salvezza universale per tutta l’umanità. Nello stesso tempo Dio promette di fare di Abramo “il padre di una moltitudine di popoli” (Gen 17,5), e una benedizione “per tutte le nazioni della terra” (Gen 12,3). Le genealogie bibliche, sottolineando la parentela degli Israeliti con Abramo, ricordano che gli altri popoli beneficeranno delle benedizioni accordate ad Abramo. È per questo che oggi Ebrei, Cristiani e Musulmani venerano insieme Abramo come loro padre comune, “padre nella fede” nel Dio unico che benedice tutti i popoli.

L’alleanza dei Sinai

  1. Dopo Abramo, Dio rinnova la stessa alleanza con Isacco (cf. Gen 26,1-5) e Giacobbe (cf. Gen 28, 10-22). Prima dell’esodo dall’Egitto, Egli “si ricordò della sua alleanza con Abramo, Isacco, e Giacobbe” (Es 2,24). L’alleanza del Sinai consacra la scelta di Dio. Per mezzo della sottomissione alla legge, si costituisce attorno a Mosé una comunità convocata da Dio per servirlo. Questa comunità include anche persone come Caleb (cf. Gen 14,6-14) e Rahab (cf. Gs 22-24), estranei alla discendenza di Giacobbe.

L’identità di Israele consiste dunque nell’essere il popolo che si sottomette alla legge dell’alleanza fatta sul Sinai, e nell’essere il popolo che porta il nome del Signore (cf Dt 28,10).  Questa elezione è un atto d’amore gratuito da parte di Dio. Non è dovuto ai meriti di Israele (cf. Dt 4,37; 7,7;9,4s). È un elezione che comporta responsabilità e obblighi, non privilegi o condizioni di favore.

L’alleanza davidica

  1. Lo stabilirsi di Israele nella terra promessa è il compimento storico e simbolico delle promesse fatte ad Abramo e a Mosé. L’alleanza si concentra nella casa di Davide (cf. 2 Sam 7,16).  Il momento culminante della vita di Israele in quanto nazione è il regno di Davide, poi di suo figlio Salomone.  Il trono regale e il tempio contenente la parola di Dio sono i due segni della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. La loro scomparsa costituirà la tragedia dell’esilio.

L’attesa messianica

  1. Il popolo di Dio con la sua disobbedienza ha attirato su di sé il giudizio di Dio. L’esilio significa l’esclusione della terra. Israele non ha più né re né tempio. Ma ha la parola di Dio e vive nella sua alleanza, se pure in mezzo a rivolgimenti politici e vivendo tra altri popoli. Come già nel deserto non può attendere la sua salvezza che da Dio solo.

I profeti vedono oltre la prova: annunciano la restaurazione della casa di Davide.  Annunciano un re che sarà unto. Ma le loro visioni oltrepassano il quadro di una restaurazione terrena; esse diventano un segno dei tempi messianici, del giorno in cui Dio stabilirà il suo regno. I profeti annunciano una nuova alleanza: Dio porrà la sua legge nei cuori: “Allora, dice il Signore, io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo” (Ger 31,33; Ez 36,26).

Dopo la prova dell’esilio, un resto fa ritorno alla terra promessa. La nazione si riduce a una comunità religiosa, al cui centro è la legge.  Si ha una nuova installazione nella terra promessa ai padri, pur senza indipendenza politica. Essa è accompagnata da un rinnovamento spirituale. La comunità passa attraverso numerose crisi, nelle quali si manifesta l’Israele fedele e l’Israele infedele. L’Israele (o il resto) fedele vive nell’attesa dei messia, la cui venuta instaurerà il regno di Dio. Esso attende la consolazione d’Israele.

L’esperienza dolorosa dell’esilio ha trasformato la povertà vissuta, in ideale religioso. I “poveri del Signore” ripongono la loro fiducia soltanto in Dio. Al di fuori di lui non c’è salvezza. La speranza messianica, rinnovata e purificata, attende la venuta del regno di Dio non solo come un’era di gloria politica, ma anche come una manifestazione di giustizia, di pace e di bontà verso i poveri.

È in questo ambiente dei poveri del Signore che si radicano Maria e Giuseppe, Elisabetta e Zaccaria, Anna e Simeone.  Essi attendono il regno di Dio seguendo un cammino di semplicità e di fiducia.

Compimento delle promesse e nuova alleanza

  1. Con la venuta di Gesù, i tempi sono compiuti (cf Mc 1,15). Il regno di Dio è presente. Gesù vince le forze del male e inizia ad adempiere le promesse dell’Antico Testamento. Egli è l’eletto di Dio, il messia. Promette la terra ai miti. Prima della sua morte istituisce l’Eucaristia, come segno del sacrificio in cui l’alleanza giunge al suo compimento: “Questa coppa è la nuova alleanza nel mio sangue, versato per voi” (Lc 22,20; cf. Mt 28,26). Attraverso la sua resurrezione dai morti, la sua ascensione e il dono dello Spirito Santo, egli chiama i credenti a una nuova nascita nella comunità della nuova alleanza, che è la sua Chiesa e il nuovo popolo di Dio. Dio non appartiene in modo esclusivo ad alcun popolo. Ma egli si è acquistato un popolo tra coloro che prima non erano un popolo e ne ha fatto “una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una nazione santa” (1 Pt 2,9,10 Cat.Ch.Catt.782).

In realtà, la Chiesa convocata dalla parola di Dio, è stata in modo mirabile preparata nella storia del popolo di Israele e nell’antica alleanza. Essa è stata istituita in questi tempi che sono gli ultimi. Si manifesta grazie all’effusione dello Spirito Santo, e alla fine dei secoli, raggiungerà il suo pieno compimento nella gloria.

La zizzania, che è ancora presente nel campo del Padre, sarà bruciata solo alla fine dei tempi, quando il Cristo tornerà per giudicare il mondo e per consegnare tutto al Padre. Questo tempo d’attesa è il tempo della Chiesa, il tempo della pazienza di Dio (cf. 2 Pt 3,9), tempo che ci è dato per convertirci, per annunciare la salvezza di Dio a tutte le nazioni e per testimoniare il suo amore con la nostra vita e anche, se fosse volontà di Dio, con la nostra morte.

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II.3. La Bibbia, Storia della nostra Salvezza personale e comunitaria

Peccato e conversione nella nostra vita

  1. La storia biblica è la storia della nostra stessa salvezza. Nella nostra vita, come persone e come popolo, noi ritroviamo in effetti gli stessi elementi e gli stessi procedimenti. Rivelazione e scoperta progressiva di Dio, nel quadro della nostra vita personale, nel quale ognuno di noi ripercorre le stesse tappe, tra le ricadute nel peccato e la conversione o ritorno a Dio; è l’esperienza di diverse idolatrie che noi mescoliamo con la nostra fede, nella nostra vita personale e comunitaria. È la tentazione di ridurre Dio alle nostre vedute e ai nostri desideri, donde la necessità di purificare queste vedute e questi desideri mediante l’ascolto dei profeti e la lettura meditata e approfondita della Parola di Dio.

La storia di Dio con il popolo ebraico è il modello della storia di Dio con ciascuno di noi, come individui e come popoli, tra la chiamata alla santità e il perdono sempre rinnovato da parte sua, e il peccato e il pentimento da parte nostra.

Le tappe bibliche: tappe della nostra storia

  1. La creazione di Adamo ed Eva è la nostra creazione. La loro caduta è la nostra caduta. La via che Dio indica loro è la nostra via.

La vocazione di Abramo e la scelta del popolo ebraico, comportano nello stesso tempo una dignità e una responsabilità particolari. Questa chiamata di un popolo però, è l’inizio della chiamata di tutti. Dio chiama anche noi e Gesù apre questa elezione a tutti affidando a ogni individuo e a ogni popolo una vocazione, una dignità, e una responsabilità particolari.

Le altre tappe della storia biblica illuminano le nostre. Le promesse fatte a Isacco, a Giacobbe e ai suoi figli, le difficoltà dell’Esodo, la divisione tra i due regni di Israele e di Giuda, le deportazioni e l’esilio, sono altrettante esperienze differenti che illuminano vere e proprie tappe spirituali, nella storia di ogni individuo in seno al suo popolo. Esse ci aiutano a interpretare la nostra storia, a comprenderla e a corrispondere meglio alla nostra vocazione.

Invitati a leggere nella Bibbia la nostra storia personale e comunitaria, noi siamo anche invitati a leggervi quella degli altri e soprattutto l’opera di Dio nella nostra e nella loro storia.

Come lettori della Bibbia, appartenenti ai nostri popoli, alle nostre culture, a una certa tappa della nostra vita, noi dobbiamo riconoscere l’azione di Dio che continua nella storia umana. La storia biblica e la lettura dei segni dei tempi, ci devono aiutare a comprendere e a interpretare il nostro presente, per vivere la nostra fede nell’alleanza con Dio per scegliere il bene e lavorare per la benedizione di tutti.

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II.4. Il Cristo chiave della lettura cristiana della Bibbia

Gesù applica le Scritture alla sua persona e alla sua missione

  1. Quando Gesù incontra i due discepoli di Emmaus dopo la Resurrezione, spiega loro le scritture applicandole a sé: “Cominciando da Mosé e da tutti i profeti, spiega loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui” (Lc 24,27).

Nella sinagoga di Nazaret, applica direttamente alla propria persona e alla propria missione le parole di Isaia. Dice chiaramente ai suoi ascoltatori: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi”(Lc 4,21).

Ai discepoli di S. Giovanni Battista, che erano andati a chiedergli chi fosse, cita come prova della sua identità la profezia di Isaia, che si realizzava in lui: “I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti   risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella”  (Mt 1 1,4-6; cf. Is 26,19; 29,18;35,5;61,1).

Nel discorso dopo la guarigione del paralitico della piscina probatica, dice agli ebrei che lo ascoltano: “Voi scrutate le Scritture credendo di avere in esse la vita eterna; ebbene, sono proprio esse che mi rendono testimonianza”(Gv 5,39).  E aggiunge: “Se credeste a Mosé, credereste anche a me; perché di me egli ha scritto”(Gv 5,46).

Gesù è il compimento delle Scritture

  1. Nel discorso della montagna, Gesù dice: “Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento”(Mt 5,17). Questo compimento e questa non abolizione indicano, da una parte, la conferma dell’Antico Testamento perché la parola di Dio è una come lui è uno, e d’altra parte, la pienezza del Nuovo Testamento, nel quale Dio si rivela come Padre, Figlio e Spirito Santo (cf. Mt 28,19). Gesù, nel Nuovo Testamento, non si presenta semplicemente come la continuazione o lo sbocco dell’Antico, ma come una realtà assolutamente nuova, originale e superiore.

Gesù non ci aiuta soltanto a leggere meglio la Bibbia, ma è lui stesso la Parola perfetta e totale di Dio perché egli “è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza e sostiene tutto con la potenza della sua parola”(Eb 1,3). Egli è la parola che “si è fatta carne ed ha abitato in mezzo a noi”(Gv 1,14). Egli è “la luce vera che illumina ogni uomo”(Gv 1,9). Egli è “il primo e l’ultimo, il vivente”(Ap 1,17.18). Tutto, nella Bibbia e nella storia, non può essere compreso che alla luce del Cristo.

In rapporto alla Legge

  1. Gesù da una parte conosce perfettamente la Legge e l’osserva piamente, dall’altra però, si mostra perfettamente libero nei suoi confronti (cf Mt 17,24-27; le tasse del tempio). Egli viene a interpretarla autenticamente (il sabato, il digiuno, le abluzioni legali, le offerte sacre: cf Mc 2,18-20; 2,28; 7,1-13) e a mostrarne la profondità e l’interiorità, fino a dichiararsi il nuovo legislatore, con autorità uguale a quella di Dio. Infatti dice: “Avete inteso che fu detto agli antichi… Ma io vi dico…” (Mt 5,21-22). È egli stesso il fine della legge (cf. Rom 10.4).

In rapporto ai profeti

  1. Gesù da una parte si mostra l’autentico continuatore dei profeti, nel suo messaggio e nella sua vita: come loro, proclama la fede nel “Dio di Abramo, d’Isacco e di Giacobbe”(cf. Mt 2.32). Egli è il difensore dei diritti di Dio e dei poveri (cf. Mt 11,20-24).

D’altra parte, Gesù non esita a dichiararsi più grande di tutti loro. Non è superiore a loro solo nella successione dei profeti, ma è il primo, in quanto origine e fonte dell’ispirazione profetica. È più grande di Giona e di Salomone (cf Mt 12,41-43; Lc 11,31-32). È più grande di Mosé (cf. Gv 6,46). È il più grande di tutti i profeti, prima di Giovanni (cf Jn 1,15), prima di Mosé (cf Jn 6,46) e prima di Abramo (cf Gv. 8,56-58). E, si noti bene, il suo primato non è solo temporale, ma esistenziale.  Il suo “primo” è infinito, perché è eterno: “Abramo, vostro padre, esulta nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e se ne rallegrò. In verità vi dico; prima che Abramo fosse, Io Sono” (Gv 8,56-58).

In rapporto agli Scritti sapienziali

  1. Gesù si pone come compimento anche in rapporto agli scritti sapienziali. Sotto forma di salmi, di proverbi e di racconti popolari essi manifestano la consapevolezza che il popolo di Dio è retto da una parte dalla legge, che indica il cammino, e dall’altra dai profeti, che correggono il popolo, i re e anche i sacerdoti, quando deviano dal retto sentiero.  Gesù compie la legge e i profeti nel senso che egli incarna questa consapevolezza; incarna questo cammino e lo riforma, con la testimonianza che egli rende nella sua vita, fino alla morte.

I libri sapienziali tendono anche a sviluppare l’universalità della rivelazione fatta ad Abramo e alla sua discendenza. A un certo momento il cammino della sapienza passa per una situazione paradossale (cf. Giobbe e Sal 22), dove il saggio è scambiato per pazzo, o il vero profeta per falso o il sacerdote diviene vittima e la vittima sacerdote, o si ha un rovesciamento di valori, come se la creazione entrasse in un parossismo dal quale uscirà una nuova creazione.

Gesù, con la sua morte in croce, spiega la apparente contraddizione di questi valori negli scritti sapienziali, e apre la via che sembrava divenuta un vicolo cieco per l’uomo. “Poichè il mondo con tutta la sua sapienza non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. E mentre i Giudei chiedono miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia giudei che greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. Perchè ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini” (1 Cor 1,21-25).

Creatura nuova e lettura nuova

  1. Tutto il messaggio e il comportamento di Gesù, la sua persona, la sua parola e il suo agire, benchè si riferiscano alle antiche tradizioni con le quali egli si mostra in continuità, sono però qualcosa di nuovo, e quindi un compimento, una conferma e un superamento dell’antica legge (cf. LG 22). D’ora in poi ogni realtà si rinnova in lui: il comandamento dell’amore è nuovo (cf Gv 13,14). Il suo insegnamento è nuovo (cf Mt 9,17; Mc 1,17; Gv 2,9). L’alleanza è nuova (cf Lc 22,20; 1 Cor 11,25).

Grazie al suo Spirito, chi crede in Lui è una nuova creatura (cf 2 Cor 5,17; Ef 4,24). In Lui tutti, Giudei e Gentili, sono costituiti in un solo uomo nuovo (cf Ef 2,15).  Questa novità dell’essere avrà il suo compimento totale e definitivo in cielo. Là i salvati avranno un nome nuovo (cf Ap 2,17); essi saranno la nuova Gerusalemme (cf. Ap 3,12; 21,2), poichè “colui che siede sul trono disse: ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5).

D’ora in poi tutto deve essere letto, compreso e vissuto alla luce di questa novità. Tutte le scritture, prima e dopo Cristo, non possono avere che un solo centro: il Cristo risorto. Dopo la Pentecoste l’effusione dello Spirito Santo, Spirito di verità (Gv 14,17), tutto è visto alla luce del Cristo. Così nascerà e si svilupperà la tradizione apostolica, trasmessa a noi in modo infallibile grazie allo Spirito Santo.

È così che la chiesa, nel corso dei secoli, ha letto e compreso le scritture, ed è così che, con essa, anche noi dobbiamo leggerle e comprenderle.

Continuità, compimento e novità

  1. Più si scrutano e si approfondiscono con sincerità le Scritture, più ci si avvicina al mistero delle “ricchezze insondabili del Cristo” (Ef 3,8), e più si cresce nella fede che il Cristo Signore è il centro della storia della salvezza e ne incarna la continuità delle tappe nella sua persona e ne è il compimento nella novità.

Continuità, perchè si tratta della stessa rivelazione, dello stesso Dio Uno e Unico, che rivela e che vuole che “tutti gli uomini siano salvati” (cf. Gv 3,17).

Novità e compimento, perché c’è una nuova alleanza nella redenzione compiuta da Gesù Cristo, Signore e Salvatore.

Continuità, perché “i doni e la chiamata di Dio sono senza pentimento”(Rm 11,29). Ed è per questo che S. Paolo afferma “i Giudei, in grazia dai padri, rimangono carissimi a Dio, i cui doni e la cui chiamata sono irrevocabili” (Nostra Aetate 4).

Compimento e novità, perchè nella chiesa e per mezzo della chiesa della nuova alleanza, il Cristo rivela che egli stesso è il fine del disegno di Dio, che è “di ricapitolare tutte le cose sotto un solo capo, il Cristo”(Ef 1,10). In Lui ha cominciato a realizzarsi l’unità del genere umano, perchè la chiesa ha cominciato a radunare nel suo seno uomini “di ogni nazione, razza, popolo e lingua”(Ap 7,9). (Cat. Ch. Catt. 772,775).

Accettare tutte le Scritture in Gesù Cristo

  1. Essere cristiano è credere in Gesù Cristo e accettare tutto ciò che è stato rivelato a suo riguardo nel Nuovo testamento, e accettare anche il modo in cui Egli ha compreso, e vissuto la rivelazione dell’Antico Testamento. Egli è quindi la chiave e il criterio supremo per comprendere la verità della Bibbia, non soltanto per tutto ciò che è stato detto e fatto in Israele prima di Lui, ma anche per tutto ciò che si fa o si farà dopo di Lui (cf Gv 16,7-11).

Essere cristiano è accertare tutte le Scritture come le ha comprese Gesù, sicuri che egli ci rivela la verità tutta intera.

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III. RISPOSTA AGLI INTERROGATIVI POSTI

La Parola di Dio è parola di verità

  1. Per rimanere fedeli alla fede e alla parola di Dio, bisogna liberarsi dalle pressioni, conscie o inconscie, che derivano dalle nostre appartenenze culturali o dalle posizioni politiche attuali, siano esse contrarie o favorevoli all’uno o all’altro dei due popoli interessati, il popolo palestinese e il popolo ebraico. Infatti le due posizioni, sia la contraria sia la favorevole, possono privare la riflessione di fede della sua oggettività e quindi della sua fedeltà a Dio. Ora questa fedeltà a Dio può essere solo una fedeltà per il bene di ogni persona e di ogni popolo. La parola di Dio deve essere una luce e una guida e non uno strumento di lotta a favore dell’una o dell’altra, o contro l’uno o l’altra delle due parti.

La parola di Dio può essere uno strumento di lotta a favore della verità. In questo caso essa non può che unirci. Se invece alimenta in noi divisioni o rancori, questo vuol dire che noi deformiamo la parola di Dio e ne facciamo un’arma di morte e non di verità. Ciò significa accettare il principio di una lettura politica della Bibbia, dimenticando la sua essenza religiosa.

È in questo spirito, e alla luce di ciò che è stato detto sopra, che possiamo ora cercare di rispondere agli interrogativi posti, così come li abbiamo definiti all’inizio della lettera.

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III.1. Antico e Nuovo Testamento

Nella prima comunità cristiana

  1. La prima comunità degli Atti degli Apostoli era rimasta fedele alla parola di Dio, rivelata nei Salmi e negli altri libri dell’Antico Testamento. Ma ben presto, per le difficoltà che sorsero al contatto con le filosofie pagane, ci furono alcuni che cominciarono a vedere nell’Antico Testamento una fase conclusa, o addiritura, un libro in aperta contraddizione con il Nuovo Testamento.

La chiesa ha sempre condannato e cercato di correggere tutte le correnti di pensiero e le eresie che volevano operare una separazione tra l’Antico e il Nuovo Testamento.

Anche oggi, sotto la pressione degli avvenimenti e della manipolazione che alcuni fanno del testo sacro, c’è una corrente che tende a vedere nell’Antico Testamento semplicemente la storia del popolo ebraico e un libro che non appartiene alla Sacra Scrittura cristiana.

L’insegnamento della chiesa

  1. L’insegnamento della chiesa a questo riguardo è stato sempre costante e si può riassumere così: tutta la Bibbia, Antico e Nuovo Testamento, è parola di Dio, rivelata per la salvezza del genere umano. I due Testamenti sono intimamente legati l’uno all’altro e non possono per nessuna ragione essere separati.

Anche il Vangelo è molto chiaro a questo riguardo: “Non crediate, dice Gesù, che io sia venuto ad abolire la legge o i profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finchè non siano passati il cielo e la terra, non passerà della legge neppure un iota o un segno” (Mt 5,17-18). “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (Mc 13, 31; cf. Lc 16,17 e 21,33).

Il Concilio Vaticano riafferma l’insegnamento costante della chiesa in questi termini: “Dio, che ha ispirato i libri dell’uno e dell’altro Testamento e ne è l’autore, ha sapientemente disposto che il Nuovo fosse nascosto nell’Antico e l’Antico diventasse chiaro nel Nuovo. Poichè, anche se Cristo ha fondato la nuova alleanza nel suo sangue, tuttavia i libri dell’Antico Testamento integralmente assunti nella predicazione evangelica, acquistano e manifestano il loro pieno significato nel Nuovo Testamento, che essi a loro volta illuminano e spiegano” (Dv 16).

L’Antico Testamento perciò, così come è definito dalla chiesa, con tutti i suoi libri canonici e deuterocanonici, contenente la Legge, i Profeti e gli Scritti, non scompare, né perde il suo valore.  Parola di Dio rivelata, esso resta per sempre parola di Dio e Scrittura Sacra, e riceve nuova luce dal suo compimento nel Cristo, verbo di Dio incarnato.  Se lo accogliamo in questo modo, esso sarà luce che ci guiderà alla scoperta della verità e della giustizia nella nostra situazione presente.

La Parola di Dio è sacra

  1. La Parola di Dio, nei libri dell’Antico Testamento, non è solo rivolta ai Palestinesi cristiani e agli Ebrei, ma anche ad ogni uomo e ad ogni popolo, perchè Dio ha parlato per tutti, per la salvezza di tutti, e per riunire nella fratellanza e nella stessa economia di salvezza tutti i popoli della terra, tra i quali sono il popolo ebraico, il popolo cristiano e il popolo musulmano.

In ogni circonstanza la parola di Dio resta sacra. Nessuno può manometterla. Per questo se essa è respinta o compresa male, invece di essere strumento di salvezza e di fraternità, diventerà un’arma in più nei nostri conflitti e uno strumento di morte per gli individui, i popoli e le culture.

Abbiamo già detto che, se alcuni manipolano la Sacra Scrittura, non dobbiamo per questo perdere la nostra fede in essa. Dobbiamo piuttosto correggere e denunciare la manipolazione, non la parola di Dio.

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III.2. La Violenza nella Bibbia

Esempi di violenza nell’Antico Testamento

  1. Più di una volta, nell’Antico Testamento, si attribuisce la violenza a Dio per affermare la sua santità. Essa si manifesta soprattutto in due casi: come punizione per determinate violazioni della Legge e nel caso dell’anatema applicato ai popoli vinti.

Nel primo caso, il colpevole di idolatria è lapidato (cf. Dt 17,2-5). Chi profana il sabato è condannato a morte (cf Es 31,14). La stessa cosa vale per lo straniero che entra nel santuario del Tempio (cf. Nm 3,38).

Il libro dei Numeri racconta che la terra si aprì e inghiottì quelli che si erano rivoltati contro Mosè (cf. Nm l6,30). Nel Primo libro dei Re (cf, 1Re 18,40), il profeta Elia, sul monte Carmelo, fa massacrare, in nome di Dio, i sacerdoti di Baal.

In riferimento al secondo caso, durante la conquista di Gerico, di Ai e di altre città, in nome di Dio viene pronunciata la legge dell’anatema. Tutti coloro che non credevano in Dio dovevano essere votati “poi allo sterminio, passando a fil di spada, ogni essere che era nella città, dall’uomo alla donna, dal giovane al vecchio, e perfino il bue, l’ariete e l’asino” (Gs 6,2 1).

Nei salmi così detti “imprecatori”, osserviamo Dio “combattere” con il popolo e sostenerlo nella lotta contro gli altri popoli. Osserviamo pure che la preghiera diventa talvolta imprecazione e domanda di vendetta: “Pochi siano i suoi giorni e il suo posto l’occupi un altro.  I suoi figli rimangano orfani e vedova sua moglie” (Sal 109,8-9). “Siano confusi e volgano le spalle quanti odiano Sion” (Sal 129,5) “Spezza il braccio dell’empio e del mavagio” (Sal 10,15).

Condanna e correzione della violenza nell’Antico Testamento

  1. Accanto a questi fatti, troviamo anche, nell’Antico Testamento, testi che condannano e correggono la violenza.

Dio rimprovera il re Davide e lo respi­nge perché ha versato troppo sangue, e non gli permette di costruirgli un tempio (cf 1Cr 22,8). Il libro dei Proverbi ordina di evitare i cattivi che “mangiano il pane dell’empietà e bevono il vino della violenza” (Pr 4,17). Condanna il ricorso alla violenza: “La violenza degli empi li travolge, perché rifiutano di praticare la giustizia” (Pr 21,7). E nel Salmo 62, si dice: “Non confidate nella violenza, non illudetevi della rapina” (Sal 62,1 1).

I profeti condannano con veemenza gli atti di violenza di cui Israele si è reso colpevole: “Non c’è sincerità, né amore del prossimo, né conoscenza di Dio nel paese.  Si giura, si mentisce, si uccide, si ruba, si commette adulterio, si fa strage e si versa sangue su sangue” (Os 4,1-2).

Il Deuteronomio ordina di rispettare i diritti degli stranieri e dei poveri. Questi precetti sono ripresi dai profeti. “Maledetto chi sposta i confini del suo prossimo… Maledetto chi lede il diritto del forestiero, dell’orfano, della vedova…” (Dt 27,17. 19; cf anche Dt 24,17; Ez 22,7; Ger 22,3).

L’Esodo insiste su una stessa legge per il cittadino e per lo straniero: “Vi sarà una sola legge per il nativo e per il forestiero, che è domiciliato in mezzo a voi” (Es 12,49). E quanto ai diritti di ogni uomo in generale, Geremia dice: “Quando schiacciano sotto i loro piedi tutti i prigionieri del paese, quando falsano i diritti di un uomo in presenza dell’Altissimo, quando fan torto a un altro in una causa, forse non vede il Signore tutto ciò?” (Lam 3,34-36).

La forza materiale è inutile, dice il Primo libro di Samuele, e Isaia parla di un’altra fonte di forza: “Certo non prevarrà l’uomo malgrado la sua forza” (1 Sam 2,9), ma “nell’abbandono confidente sta la vostra forza”(Is 30,15).

Il “Servo sofferente” infine, in Isaia, è un’introduzione al Nuovo Testamento e prefigura Cristo che ha sofferto per la salvezza dell’umanità.  Egli è il “Giusto” che “non ha commesso violenza” che “è stato schiacciato per le nostre iniquità” e che “ha consegnato se stesso in espiazione”(Is 53).

Come comprendere questi fatti?

  1. Prima di cercare una risposta a queste domande, dobbiamo ricordare che, qui, ci troviamo di fronte a verità profonde e complesse. Quindi non possiamo fare affermazioni precipitose e superficiali. Ci troviamo di fronte alla parola di Dio, di cui S.Paolo dice: “Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! Infatti, chi mai ha potuto conoscere il pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere?” (Rm 11,33-34).

In secondo luogo il carattere progressivo della rivelazione e il suo compimento nel Nuovo Testamento ci aiuteranno a comprendere questi fatti.

Abbiamo già detto che la rivelazione è progressiva (n. 13). Dio prende in considerazione la capacità di comprendere delle persone che egli ha scelto nonostante la loro ignoranza e la loro incapacità. Rivela loro la propria parola in proporzione alle capacità e, nonostante i limiti e le carenze, affida loro la missione di annunciare il suo messaggio a ogni uomo in ogni tempo e in ogni luogo. Per questo, noi diciamo che Dio si è comportato, nella Sacra Scrittura e nella rivelazione, come un buon pedagogo dei popoli. Parla ai popoli in modo progressivo, attraverso il ministero dei profeti e degli autori sacri, ogni volta secondo quanto possono comprendere.

Per poter dunque spiegare questi fatti bisogna conoscere la lingua, la letteratura, la cultura e i costumi attraverso i quali questi autori ci hano trasmesso la Rivelazione. Bisogna poi distinguer fra il messaggio rivelato e i costumi dell’epoca, che a noi sembrano spesso contrastanti con il messaggio, e che sono nello stesso tempo lo strumento letterario che veicola questo messaggio.

Bisogna anche considerare che la Sacra Scrittura è un libro solo.  Se vogliamo comprenderne una parte, qualunque essa sia, o un fatto che ivi è riferito, bisogna collegare questa parte o questo fatto a una visione complessiva della Scrittura, in tutte le sue tappe, dal primo libro dell’Antico Testamento, fino all’ultimo libro dei Nuovo.

È soltanto in questa unità profonda della Bibbia, nella sua progressione e nel discernimento della verità, tramandata per mezzo degli elementi culturali d’un tempo, che possiamo dare risposta agli interrogativi posti.

La violenza e la santità di Dio

  1. Secondo la mentalità dell’epoca nella quale scrissero gli agiografi, il ricorso alla violenza é in relazione anzitutto, con la concezione della santità di Dio, e in secondo luogo con la concezione della giustizia e il modo di mantenerla tra gli uomini.

Ogni trasgressione contro la santità di Dio o contro un comandamento della sua Legge era passibile di una punizione fisica che poteva arrivare fino alla morte. Questo spiega gli esempi citati prima. Nel caso delle città conquistate, la legge dell’anatema manifestava l’obbligo di estirpare l’idolatria e di affermare la santità di Dio e la sua unicità.

Violenza e giustizia

  1. In questo ambito, troviamo l’uso della vendetta come un primo passo per far regnare la giustizia tra le persone e tra i popoli. Essa consisteva nel rispondere al male con un male maggiore. Nel libro della Genesi, a proposito di Caino, leggiamo: “Chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte”(Gen 4,15). E nel versetto 24: “Sette volte sarà vendicato Caino ma Lamech settantasette”.

In un secondo momento, la legge del taglione, nonostante la sua durezza, costituisce un progresso rispetto alla prima tappa. Essa limita la legge della vendetta alla reciprocità; uno per uno, e non più sette o settantasette volte per uno: “Vita per vita, occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede” (Dt 19,21).

Nel libro di Tobia, si nota un altro progresso nel modo di considerare i rapporti tra le persone: “Non fare a nessuno ciò che non piace a te” (Tb 4,15).

Il progresso più tangibile e rivoluzionario appare con il perfezionamento della rivelazione nel Nuovo Testamento. La regola d’oro ordina di dare agli altri il bene che si vorrebbe per se stessi, e non più soltanto di non fare loro il male: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (Mt 7,12).

Questa rivoluzione è frutto della legge dell’amore che sostituisce quella del taglione (occhio per occhio e dente per dente), e che ci spinge fino all’amore per i nemici: “Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente; ma io vi dico di non opporvi al malvagio… Avete inteso dire che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo neminco; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori”(Mt 5,38. 43-44).

La violenza nel Nuovo Testamento

  1. Nel Nuovo Testamento abbiamo la rivelazione del comandamento dell’amore, che ha come oggetto ogni uomo, persino il nemico. La violenza non trova più posto: “Beati i miti perchè possederanno la terra”(Mt 5,4), ma rimane posto per la legge e la forza spirituale.

Il credente “mite” è colui che è reso forte dal suo amore, un amore che non rinuncia ad alcun diritto e non abbandona nessuno dei propri fratelli, un amore che fa ricorso alla legge per correggere ciò che è stato deviato (cf Mt 18,15-17). Il regno di Dio è il regno dei “forti”: “Il regno di Dio soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono” (Mt 11,12).

Nel mistero della redenzione si manifestano la forza e l’efficacia della dolcezza e dell’amore. La morte stessa è vinta dalla Risurrezione di Cristo glorificato dopo la sua morte “il quale ha distrutto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’immortalità” (2 Tim 1,10). La violenza è vinta anche dal perdono di Gesù ai suoi carnefici. Con la potenza di questo perdono, egli la trasforma in redenzione. Subendola per amore dei suoi avversari, egli mostra che essa è in sé una menzogna, facendo appello così ai suoi avversari affinché si liberino della loro menzogna e si impegnino sulla via della verità. La croce, che è manifestazione di violenza, diventa così il mezzo più profondo e più definitivo di riconciliazione degli uomini tra loro e con Dio.

La forza della verità

  1. Il “mite” è forte anche per la parola di verità. D’altra parte vediamo che tutti i violenti di questo mondo vogliono giustificare il loro operato pretendendo di essere nella verità. Da qui l’importanza del ruolo dei mezzi di comunicazione e il sostegno che i violenti cercano in essi.

Nell’Apocalisse, nella descrizione della battaglia fra le potenze del male e quelle del bene, l’arma usata dal Cristo, Re dei re e Signore dei signori, Parola di Dio, è la parola di verità che esce dalla sua bocca: “Tutti furono uccisi dalla spada che usciva di bocca al Cavaliere” (Ap 19,21).

Per questo, nel Nuovo Testamento, passiamo dalla lotta con le armi materiali di distruzione al combattimento spirituale. Le nostre armi sono “le armi della luce”(Rm 13,12), ossia le buone azioni e la parola di verità. In questo senso, S. Paolo dice: “Attingete forza del Signore e nel vigore della sua potenza. Rivestitevi dell’armatura di Dio… La nostra battaglia, infatti, non è contro creature fatte di sangue e di carne… Prendete perciò l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti ifianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia… Prendete la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio” (cf. Ef 6,10-17).

La questione delle “guerre di religione”

  1. Con la guerra di religione, il credente pretende di ricorrere alla forza o alla violenza per difendere i diritti di Dio. Pretende di agire in nome di Dio e in Suo nome si permette di distruggere e di uccidere. È un fatto che la religione spesso diventa uno strumento per rafforzare altre motivazioni della guerra, nazionali o culturali. Questo fenomeno, che è chiaro nella storia di tutte le religioni, e nella psicologia di alcuni fino ai nostri giorni, è molto simile a certe manifestazioni della violenza nell’Antico Testamento. ­La violenza non veniva attribuita a Dio solo nei tempi biblici: la stessa mentalità sussiste anche oggi.

Di per sé, la guerra santa è una contraddizione in termini. Giovanni Paolo II l’ha detto all’indomani della guerra del Golfo, nel suo discorso per la chiusura della riunione dei patriarchi d’Oriente e dei vescovi d’Occidente. “Non può esserci guerra santa”. La religione deve condurre gli uomini ad amare Dio e i figli di Dio che sono gli uomini. “Se uno dicesse: “Io amo Dio”, e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede” (1 Gv 4,20).

Quindi, dichiarare una guerra santa è andar contro l’essenza stessa della religione.  Significa non comprendere la propria religione. È ridurre Dio al nostro livello umano di gelosia, di dispute, di odio criminoso.

La violenza oggi

  1. Al giorno d’oggi noi troviamo esagerata la durezza delle misure prese per ordine di Dio nei racconti dell’Antico Testamento al fine di salvaguardare la santità di Dio o la giustizia tra gli uomini. Noi affermiamo di avere altri mezzi più adatti ad esprimere le stesse verità: scriviamo, diamo spiegazioni, predichiamo, adottando i mezzi migliori. Non abbiamo bisogno di pronunciare l’anatema o di dichiarare una guerra di sterminio contro quelli che non credono in Dio, per convincerci o per convincere gli altri che Dio è santo e che bisogna osservare la sua legge.

Tuttavia, per essere sinceri, dobbiamo ammettere che molti di noi in pieno ventesimo secolo conservano questa mentalità da Antico Testamento che noi condanniamo.  Ancora oggi c’è chi crede nescesaria l’imposizione della punizione corporale per le trasgressioni religiose e spirituali della legge di Dio. Molti hanno ancora la mentalità delle guerre di religione. Molti hanno ancora ricorso alla violenza o ad altri mezzi più insidiosi ancora, per vincere o per convincere, sia in campo religioso, che in altri campi.

Nel conflitto che abbiamo sofferto

  1. Oggi, in Terra Santa, nel conflito che sta ora avviandosi alla conclusione, sembra ad alcuni che la stessa violenza si stia ripetendo in nome della Bibbia. In effetti alcuni vorrebbero continuare a giustificare la loro lotta per mezzo della Bibbia.

Noi diciamo a tutti che il perdono e la conversione dei cuori sono le due cose più necessarie in questi giorni nel nostro paese. Il perdono è la via della salvezza per tutti, perché Dio perdona a coloro che perdonano: “Perdona al tuo prossimo l’offesa; allora per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati” dice l’Ecclesiastico (28,2). Il perdono non significa fare delle concessioni o perdere dei diritti. Al contrario aiuta a riacquistare i diritti, purificando l’anima, trasforma le sofferenze in sorgente di redenzione e fa nascere la pace nei cuori.

Dio, da parte sua, non può né vuole opprimere alcuno individuo o popolo che sia, e non può ordinare questo; il suo amore per un popolo non può diventare oppressione per un altro popolo. Per questo nessuno oggi ha il diritto di invocare la parola del Dio giusto, buono e amante degli uomini, per giustificare la violenza, perpetrata con il pretesto di agire per il bene della religione o della nazione.

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III.3. Elezione, Alleanza, Promesse e dono della terra.

Fede e realtà concrete

  1. Abbiamo detto che la Bibbia è la parola di Dio che vivifica; è una storia di salvezza per tutti, presentata dalla Sacra Scrittura nel quadro della storia dell’umanità. Quindi, si tratta anzitutto della storia della salvezza di tutti noi, individui, comunità e popoli. Occorre tenere presente questa prospettiva religiosa per poter comprendere le realtà di fede presenti nella Sacra Scrittura e la loro applicazione alla nostra vita quotidiana. Questo è l’unico mezzo che ci permette di trovare la risposta adeguata alle domande che poniamo riguardo alle realtà concrete che i nostri due popoli, il palestinese e l’ebraico, vivono oggi.

Elezione

  1. La Scrittura dice che Dio si è scelto un popolo per preparare la via alla venuta dei Salvatore: “Dì ai, figli di Israele, Io sono il Signore… Io vi prenderò come mio popolo e diventerò il vostro Dio” (Es 6,6-7). Nel libro degli Atti, S. Pietro, rivolgendosi ad ascoltatori ebrei, dice: “Voi siete i figli dei profeti e dell’alleanza che Dio stabilì con i vostri padri; quando disse ad Abramo: Nella tua discendenza saranno benedette tutte le famiglie della terra” (At 3,25).

Ritroviamo lo stesso concetto nel Corano: “Noi li abbiamo scelti (i figli d’Israele) liberamente tra tutti i popoli della terra” (44,32). “O figli di Israele, ricordatevi dei benefici di cui vi ho colmato. Vi ho preferiti a tutti” (2,47).

Ogni persona è oggetto dell’elezione e dell’amore di Dio: “In Lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità” (Ef 1,4).

L’elezione è una iniziativa libera, gratuita di Dio, mediante la quale chiama una persona o un popolo a camminare secondo la sua legge e a far conoscere agli altri, singoli e popoli, questa stessa legge come via di salvezza. Nella Scrittura, Dio ha eletto il popolo ebraico per chiamare i popoli della terra a credere in Dio e nel Messia che egli avrebbe mandato come Salvatore del mondo. Questo Messia, per noi Cristiani, è la Parola eterna di Dio inviata a Maria, che ha concepito per la forza dello Spirito Santo e ha dato alla luce Gesù Cristo, il Messia e Salvatore promesso.

L’elezione quindi, da parte di Dio è un atto di amore gratuito, e da parte del popolo eletto comporta una responsabilità davanti a Dio e davanti all’umanità. Responsabilità davanti a Dio significa obbedienza del popolo ai comandamenti di Dio e fedeltà alla propria identità, fondata su questa elezione, perché la sua salvezza dipende da questa obbedienza e da questa fedeltà. Essere responsabili davanti all’umanità vuol dire trasmettere il messaggio ricevuto e darne testimonianza agli altri.

Ogni eletto, individuo o popolo, chiamato alla salvezza, ha questa stessa responsabilità davanti a Dio e davanti agli altri. Per essere fedele a se stesso, ed essere tra coloro che saranno salvati, deve obbedire ai comandamenti di Dio e deve far giungere agli altri ciò che Dio gli ha fatto conoscere e la grazia che gli ha concesso.

Perché scegliere un popolo?

  1. Perché Dio si è scelto un popolo? Non perché questo popolo emergesse sugli altri e neppure per i suoi meriti. Il Deuteronomio pone sulla bocca di Dio queste parole: “No, tu non entri in possesso del loro paese a causa della tua giustizia, né a causa della rettitudine del tuo cuore” (Dt 9,5). L’elezione dipende dalla sapienza infinita di Dio e dal suo amore. (Rm 11,33).

Si potrebbe anche dire che Dio sceglie un popolo, o delle persone, e concede a ognuno grazie particolari, per demolire il meccanismo della gelosia e dell’invidia e liberame i popoli e le persone. La Sacra Scrittura ha descritto l’inizio di questo meccanismo nel racconto di Abele e Caino, che uccise suo fratello Abele perché Dio gradì il sacrificio di Abele, mettendo così alla prova l’amore di Caino per Lui. Questo meccanismo distruttore ha continuato a manifestarsi, nei vari periodi della storia sacra e nella storia dei popoli in generale, attraverso le guerre e i conflitti fino ai giorni nostri.

Gesù richiama la stessa verità nel Nuovo Testamento: ossia la necessità di liberarsi dalla gelosia e dall’invidia. Lo fa nella parabola degli operai che sono chiamati a lavorare in orari diversi della giornata e che alla fine ricevono lo stesso salario. Quelli della prima ora si lamentarono con il padrone della vigna. “Allora il padrone, rispondendo a uno di loro disse: Amico, io non ti faccio torto… tu sei invidioso perché io sono buono?” (Mt 20,13-15).

Ciò significa che si deve vedere Dio ed accettarlo nel fratello e nella sorella così come Dio vuole che essi siano. Scegliere una persona e concederle una grazia particolare non vuol dire, da parte di Dio, scartare l’altro o privarlo della sua grazia. Le grazie di Dio sono molteplici e ognuno riceve la propria grazia. Gesù dice: “Nella casa del Padre mio vi sono molti posti” (Gv 14,2).

La scelta di una persona o di un popolo da parte di Dio non dovrebbe suscitare orgoglio nell’eletto, né rifiuto nell’altro. I due potranno giungere insieme all’amore, alla giustizia e, in seguito, alla riconciliazione, condividendo, nell’umiltà, il riconoscimento dell’azione libera di Dio.

L’alleanza, le promesse e la promessa della terra

  1. L’alleanza è un patto tra Dio e l’umanità. Nel nostro vocabolario, oggi, parliamo di due Testamenti, l’antico e il Nuovo. L’Antico Testamento ha preceduto la venuta di Gesù Cristo. Esso comprede la prima parte della Sacra Scrittura e le diverse alleanze stabilite tra Dio e il popolo ebraico e tra Dio e altri popoli o persone. Il Nuovo Testamento è l’alleanza stabilita nel sangue di Cristo, che porta l’alleanza antica al suo compimento: che è offerta a tutti i popoli della terra.

Mediante l’antica alleanza, Dio ha dato al popolo ebraico la sua legge e gli ha chiesto di osservarla. L’alleanza si fonda su di una scelta libera da parte di Dio. Ma la sua attualizazione dipende dalla libera cooperazione dell’uomo. L’antica alleanza è il fondamento sempre necessario della nuova alleanza e, come tale, rimane. Tutta l’alleanza con tutti i suoi elementi è permanente, dall’alleanza con Noé, Abramo, Mosé, Davide, fino al suo compimento nella persona di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo. Infatti “Il termine della Legge è Cristo, perchè sia data la giustizia a chiunque crede” (Rm 10,4).

Le promesse fanno parte dell’alleanza.  Le prime promesse erano di carattere terreno (terra, regno etc … ). La nozione di Terra, come promessa, ha subito una evoluzione, secondo le diverse esperienze vissute dal popolo eletto.

Al tempo di Abramo, essa si riferisce alla condizione delle tribù nomadi che si appropriavano delle terre che raggiungevano attraverso i loro spostamenti (Gen 12,4-6).  La terra, in questa fase, è un dono di Dio e un segno di benedizione. “Allora il Signore disse ad Abram:… Tutto il paese che tu vedi, io lo darò a te e alla tua discendenza per sempre… Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione” (Gen 13,14; 12,2).

Dopo l’esodo dall’Egitto, al tempo di Giosuè, dei giudici e dei re, la promessa della terra è interpretata dal popolo ebraico e presentata dagli autori sacri come una conquista armata. Diventa il segno tangibile della fedeltà da parte di Dio, e di un dovere da compiere da parte di Israele.

Se il popolo d’Israele governerà la terra in conformità con la legge dell’alleanza (Dt 12,16), con amore sincero e fedele a Dio, conserverà il dirittto a possederla e a godere delle sue benedizioni (cf Dt 6,4-5;8, 1 1-20-1 11,26-32; 28).

I Profeti, a loro volta, dichiarano che la violazione dell’alleanza per idolatria (cf Ez 6,1-7.13; 14-1-11; 16,15-22) o per una distribuzione ingiusta della terra e dei suoi frutti (cf. Am 2,9; 9,7; Mic 6,4-5), sarà causa di devastazione e di perdita della terra. Allora il popolo sarà esiliato in terra straniera. La cattività di Babilonia, come l’esilio in Egitto, è attribuita direttamente alla disobbedienza del popolo all’alleanza. “Non potranno restare nella terra del Signore” (Os 9,3), e “tutto il paese sarà devastato” (Ger 4,27).

Durante l’esilio babilonese, i profeti non lasciano il popolo senza speranza. “Il Signore ha consolato il suo popolo; egli si muove a compassione dei suoi afflitti” (Is 48,13). Egli libererà il suo popolo da Babilonia e lo farà ritornare nella sua terra. Ma ora Dio preannuncia che interverrà direttamente nella storia. Egli formerà nella terra un popolo nuovo; gli darà un cuore nuovo, capace di comprendere e di comformarsi ai suoi insegnamenti e ai suoi comandi.  Dio perdonerà e dimenticherà i peccati (cf.  Ger 31,31-34). “Come redentore verrà per Sion, per quelli di Giacobbe, convertiti dall’apostasia” (Is 59,20). Egli ristabilirà la presenza divina nel tempio ricostruito e in tutta la terra (Zac 8,3.9). Per mezzo del Re Messia; “Il Signore in quel giorno salverà come un gregge il suo popolo” (Zac 9,16).

Lo statuto della terra nella Bibbia

  1. La terra ha, nella Bibbia, uno statuto particolare. Essa appartiene a Dio. “Le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e ospiti” (Lev 25 9,3; 1Cr 29,15-25; Sal 39,12). Per questo Israele non può diventare proprietario assoluto della terra. È soltanto l’ospite di Dio. La cosa peggiore per Israele sarebbe dimenticare questa verità, radicarsi nella terra e sostituirla a Dio nel culto e nella scala dei valori.

La terra rimane assegnata a quelli che Dio vi ha ammesso come suoi ospiti, a meno che essi se ne rendano indegni: “Il Signore tuo Dio scaccia quelle nazioni dinanzi a te per la loro malvagità”(Dt 9,5). Anche il popolo eletto deve rendersene degno mediante l’osservanza della legge di Dio, deve rimanere fedele alla grazia ricevuta e, una volta preso possesso della terra, sarà necessario che continui a meritarla per conservarla; in caso contrario “il paese vomiterà i suoi abitanti” (Lv 18,25).

Inoltre, nella Bibbia troviamo una disposizione particolare che limita il dirito assoluto di proprietà. Ogni cinquant’anni è proclamato l’anno del giubileo. Questo significa concretamente la redistribuzione della terra e la restituzione della libertà agli schiavi, come riconoscimento che Dio è padrone di tutti e il vero proprietario della terra.  Il giubileo ricorda all’uomo che egli è ospite e straniero su questa terra e che la sua patria è altrove.  “Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nel paese per lutti i suoi abitanti… In quest’anno dei giubileo ciascuno tornerà in possesso del suo” (Lv 25,10.13).

La Nuova Alleanza in Cristo e il nuovo concetto della terra

  1. A ogni alleanza e ad ogni nuova tappa della storia del popolo ebraico, il significato spirituale e universale dell’alleanza e delle promesse, diventava sempre più chiaro. La nuova alleanza dà compimento all’antica, la fa giungere al suo apice, alla sua perfezione.

Tra Dio e il popolo ebraico e tra Dio e l’umanità intera c’è un’unica alleanza, che si esprime però in momenti diversi della storia sacra e in forme molteplici: “Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio” (Eb 1, 1-2).  Quindi, non possiamo dissociare questi vari momenti, o queste due alleanze, l’antica e la nuova, e affermare che sono due alleanze autonome, del tutto

separate o parallele. Il cristiano, inoltre, crede che “la legge fu data per mezzo di Mosé” e che “la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo” (Gv 1,17) per dare compimento alla Legge (cf.  Mt 5,17).

Gesù inaugura l’alleanza nuova annunciata da Geremia (cf. 31,31), un’alleanza definitiva ed eterna (cf. Is 55,3; 61,8; Ger 32,40; Ez 16,60; Baruc 2,35). Ezechiele lo descrive in questi termini: “darò loro un cuore nuovo e uno spirito nuovo metterò dentro di loro; toglierò dal loro petto il cuore di pietra e darò loro un cuore di carne, perché seguano i miei decreti e osservino le mie leggi e le mettano in pratica” (Ez 11,19-20; cf. 18,31; 36,26).

Gesù è l’Eletto per eccellenza. In lui e per mezzo di lui l’antica elezione si applica ormai a tutti coloro che ebrei e non ebrei accettano Gesù come Salvatore risorto dai morti. In Lui è abbattuta ogni barriera fra il popolo eletto e gli altri popoli. La grazia della redenzione è data a tutti: “Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione annullando nella sua carne l’inimicizia… per creare in se stesso dei due un solo uomo nuovo” (Ef 2,14-16).

Al tempo di Gesù, gli Ebrei vivevano sempre nell’attesa del Messia temporale che avrebbe ristabilito il Regno di Israele: “Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?” (At 1,6; cf. Lc 24,21).

Ma il Cristo predicò il Regno di Dio presente in ogni uomo, come regno spirituale: un regno di verità e di santità. Gesù dice a Pilato: “Il mio Regno non è di questo mondo… per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza           alla verità” (Gv 18,36-37).

La terra appartiene a Dio, e quindi sono i giusti a possederla. “I giusti possederanno la terra e l’abiteranno per sempre” (Sal 37,29). Questo versetto del salmo è ripreso da Gesù: “Beati i miti, perché erediteranno la terra” (Mt 5,4). Il possesso della terra da parte dei miti, lungi da ogni violenza, si completerà con l’immagine della Gerusalemme celeste (cf Ap 3,12; 21,2). La Gerusalemme terrena diventa l’immagine e il simbolo della Terra Promessa, che è la nostra patria celeste presso Dio: “La Gerusalemme di lassù è libera ed è la nostra madre” (Gal 4,26). Essa è “il cielo nuovo e la terra nuova” (cf. Is 65,17; 66,22; I Pt 3,12; Ap 21,1). Gerusalemme non è più soltanto una terra o un possesso terreno, ma è soprattutto il patrimonio spirituale dell’umanità da redimere.

Nell’antica alleanza, la terra è il santuario di Dio ed il suo possesso è una condizione che rende possibile l’adorazione di Dio nel suo tempio. Gesù, portando a compimento l’alleanza, dichiara che è venuto il momento “in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità… Dio è spirito e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità” (Gv 4,23-24), a Gerusalemme, sul monte Garizim o in qualsiasi altro luogo della terra.

La nozione della terra ha dunque subìto una evoluzione nelle differenti tappe della Rivelazione, partendo dal senso geografico e politico, e fino al senso spirituale e simbolico, che non lega più il culto reso a Dio a una terra specifica.

Una determinata terra non è dunque il valore primo e assoluto per il culto: il primo e l’assoluto è Dio stesso e l’adorazione di Lui in ogni punto della terra.

Di fronte un dilemma

  1. La domanda di fondo posta dal Palestinese cristiano, ma anche da ogni credente nella Bibbia, è questa: la Bibbia, come parola di Dio conferisce oggi al popolo ebraico il diritto di appropriarsi della terra e di spossessarne il popolo palestinese?

L’Ebreo credente così come il popolo e lo stato, si trova di fronte a un dilemma. Da una parte questa terra è la sua terra santa: Dio l’ha promessa ad Abramo e alla sua discendenza. In questa terra il popolo ebraico ritrova oggi la sua sicurezza di fronte alle nazioni che lo hanno perseguitato nella diaspora. Per esso Dio, stato e terra costituiscono il triangolo della sua sicurezza e della sua tranquillità.

D’altra parte, però, questa stessa terra appartiene anche da secoli a un altro popolo, il popolo palestinese. Dai tempi della Bibbia essa è sempre stata anche la terra di un altro popolo che vi ha empre abitato accanto al popolo ebraico.

Inoltre, essa è la culla e il luogo dove si sono svolti gli avvenimenti fondamentali del cristianesimo. Essa è la sua Terra Santa per eccellenza. Anche per l’islam, essa è terra santa. Quindi: è terra santa per tutti i credenti, Ebrei, Cristiani e Musulmani. Per ciascuna religione è terra santa per diversi motivi. Un motivo comune a tutte, anche se diversamente interpretato secondo le tradizioni proprie ad ogni religione, è il riferimento allo stesso antenato Abramo e alla fede in uno stesso Dio Uno e Unico.

Due popoli hanno dunque nei confronti di questa terra dei diritti politici, e tre religioni ci hanno la loro storia religiosa, e tutti i tre sono la “discendenza” fisica o spirituale d’Abramo a cui Dio ha promesso la terra. A chi dunque essa appartiene in nome della religione?

Se una delle tre religioni rivendicasse oggi, in nome della religione, un diritto politico sulla terra, le altre due avrebbero il diritto di fare la stessa rivendicazione, per la stessa ragione.

Fatto religioso e fatto politico

  1. Nel nome della religione, ognuna delle tre religioni ha un uguale diritto di presenza e di accesso per potervi praticare la propria fede. Ma la presenza politica, per l’una o le altre delle tre religioni, o per qualsiasi dei loro fedeli, dipende dall’azione condotta dalle autorità politiche. E questa è retta dal diritto internazionale. Quando il fattore religioso interviene nell’azione politica- e deve intervenire, perché l’azione politica ha una dimensione etica che è in rapporto con la religione, la fede in Dio e i diritti dell’uomo- è per ricordare la necessità di conformare l’azione politica, di qualunque parte sia, ai valori religiosi proclamati da questa terra santa. È per dire anche che tutti sono figli dello stesso padre Abramo, che li chiama a una riconciliazione fatta nella giustizia richiesta da questa fede nello stesso padre.

L’azione politica o militare in certi periodi della storia sacra fu attribuita direttamente a Dio. Dio era il Dio degli eserciti, che lottava con i suoi fedeli per sconfiggere i pagani. Dio era immanente alla storia nel quadro di una visione antropomorfica e nazionale.

Oggi l’umanità è più incline a percepire la trascendenza di Dio. La parola della fede può elevare Dio al di sopra dei conflitti umani, per vederlo come Egli è in realtà: il Dio che si è scelto un popolo, ma che è, nello stesso tempo, Padre di tutte le creature umane, e non più un Dio guerriero, amico di un popolo, e in lotta contro un altro popolo.

Se l’autorità politica vuol prendere Dio e la sua Parola rivelata come riferimento, per quanto riguarda il dono della terra, ciò significa che essa deve lasciarsi guidare, nel conflitto in corso, dai princìpi morali contenuti in questa stessa Parola rivelata. Princìpi che si riferiscono alla giustizia di Dio e alla sua bontà verso tutti i popoli, non potendo consentire che il suo amore per un popolo possa trasformarsi in un’ingiustizia nei confronti di un altro popolo. Eppure, è molto difficile per ogni credente conciliare gli atti di violenza ai quali sono costrette le forze politiche e militari con i comandamenti di Dio dati al Sinai, e con il suo amore e la sua giustizia per tutti i popoli, come è affermato dai profeti d’Israele.

Per questo, bisogna distinguere tra il fatto religioso costituito dal popolo ebraico, con i suoi doveri, le sue obbligazioni e le sue responsabilità religiose e il fatto politico di uno stato moderno e sovrano che questo popolo giunge a realizzare.

Per tutte le religioni nella terra santa, il valore più alto è l’adorazione e l’amore di Dio: “Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” (Dt 6,5) e “Tu amerai il tuo prossimo come te stesso” (Lv 19,18). Da questi due comandamenti inseparabili tra loro “dipende tutta la legge e i profeti” (Mt 22,40).

Quindi il fatto politico, quanto alla dimensione morale che necessariamente comporta, rimane sottomesso alla legge divina rivelata nella Bibbia. Ma la composizione delle controversie politiche tra i popoli, compreso il diritto di proprietà della terra, è regolata dal diritto internazionale. La religione conserva il ruolo di moderatore e di guida per quanto riguarda il valore morale o umano di ogni azione politica.

Storia biblica e storia presente

  1. Il popolo ebraico religioso di oggi si appella alla Bibbia rivelata da Dio, che è anche per noi Cristiani parola di Dio. Noi rispettiamo questo rapporto che lega il popolo ebraico alla religione che Dio gli ha rivelato. Ma non crediamo che questo legame religioso comporti di per sé un diritto politico.

La storia contemporanea è per l’Ebreo religioso una storia religiosa, che si collega alla storia biblica passata, mentre per l’Ebreo laico essa non comporta necessariamente questa dimensione religiosa.

Per noi Cristiani Dio è presente in ogni momento nella storia dei popoli. Nella storia contemporanea del popolo ebraico, come in quella del popolo palestinese, Dio è presente col suo mistero e la sua provvidenza, comune a tutti i popoli della terra. Ma la sua presenza nella storia biblica ha qualcosa di specifico, che la differenzia dalla nostra storia contemporanea e da ogni altra storia. Dio ha voluto fare della storia biblica lo strumento della rivelazione e la storia della salvezza del genere umano. È questo che costitutisce la differenza fra la storia dell’Israele della Bibbia e la storia dell’Israele di oggi.

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  1. Conclusione

Liberare la Bibbia dalle manipolazioni politiche

  1. La Bibbia è quindi parola di Dio. Se certi politici o certi credenti fondamentalisti ne abusano per farne un’arma nel conflitto, questo non significa che la parola di Dio cessi di essere tale. Il valore e la verità della sacra Scrittura dipendono dall’autorità stessa di Dio, e non da coloro, amici o nemici, che ne usano o ne abusano.

Diciamo questo a tutti, ma soprattutto a quelli che, esasperati dall’abuso che si fa della Bibbia nel conflitto attuale arrivano ad affermare che l’Antico Testamento non è altro che una storia messa insieme dagli antenati del popolo ebraico, e che questo libro non ha nulla a che fare con i libri rivelati.

Questo significa innanzi tutto rifiuto di riconoscere una parte dei libri rivelati e quindi rinnegamento della parola di Dio.

In secondo luogo, questa posizione mostra semplicemente che si è cauti nello stesso errore che si rimprovera agli altri, ossia il fatto di considerare la Bibbia come un libro di storia e di cultura, che esprime una posizione favorevole a un popolo contro un altro.  In questo caso, abbandoneremo le testimonianze esplicite dei libri del Nuovo Testamento, di Gesù, degli apostoli, dell’insegnamento della Tradizione e della chiesa, per accettare l’idea deformata impostaci esattamente da quelli che ne abusano.

Con questo rifiuto della parola di Dio, cari fedeli, voi vi fate complici e vittime di quelli che accusate, e, essendo già stati spogliati della terra, vi lasciate spogliare anche della vostra Sacra Scrittura e della luce che essa contiene per aiutarvi a uscire dall’oscurità e a superare ogni difficoltà.

Testimonianza delle tre religioni

  1. Per quanto riguarda la Bibbia le tre religioni monoteiste- il giudaismo, il cristianesimo e l’islam – concordano, che è rivelata, anche se ciascuna ha la sua interpretazione della rivelazione. Per le tre religioni la Bibbia è libro di Dio.

Quindi la posizione sana, di fronte agli abusi, è quella di difendere la parola di Dio e non di abbandonarla. La parola di Dio deve essere al di sopra di ogni conflitto umano. Essa non può alimentare un conflitto tra popoli o individui. Al contrario, bisogna scoprirvi il messaggio di salvezza anche per la presente situazione di conflitto alla quale noi tutti vogliamo trovare una soluzione. È necessario vedere nella parola della Bibbia il Dio uno e unico, che ordina a tutti i credenti, nonostante la differenza delle loro religioni, di praticare la giustizia, l’amore, il perdono e la riconciliazione.

Accettare la Bibbia e credervi, non significa avere Dio come avversario, in quanto sostiene la parte avversa. Al contrario, credere nella Bibbia significa invitare le due parti che vi credono a riconoscere che Dio le chiama entrambe a rendersi vicendevolmente giustizia e a riconciliarsi. La Bibbia è parola di Dio, parola di giustizia e di perdono, indirizzata, nelle circostanze attuali, ai due popoli, quello palestinese e quello ebraico.

La Bibbia intende suscitare nell’uomo il dominio di sé, non il dominio dell’altro. Cercare di dominare l’altro in nome di Dio vuol dire condannarsi da sé. Tutti gli imperi che hanno tentato di dominare gli altri lo hanno capito a loro spese.

Il coraggio di accettare la propria fede

  1. Il credente deve avere il coraggio di comprendere la parola di Dio e di esserle fedele, quali che siano le contingenze politiche o umane. È tempo di penetrare nelle profondità della verità religiosa e di liberarla dai rivestimenti sociologici che la soffocano. La religione così liberata sarà una forza di liberazione; assoggettata, invece, a posizioni sociologiche o politiche, perde tutta la sua forza liberante, e diventa strumento di lotta e di ostilità. La religione dovrebbe aiutare l’uomo a correggersi, a liberarsi, per poter dialogare con l’altro, e fare con lui opera comune di riconcilazione e di edificazione.

Il Cristiano deve accettarsi e accettare tutta la propria fede. Non può escluderne nessuna parte. Il legame con la parola di Dio, trasmessa nelle Sacre Scritture, fa parte della nostra più profonda e solida tradizione cristiana.

Essa è la nostra forza e il nostro punto di riferimento sicuro, nelle durissime circostanze che ci angustiano. Dove potremo attingere luce e forza, se non in Dio che si fa presente attraverso la sua Parola viva e vivificante?

Ogni comunità civile o religiosa, nei momenti più drammatici della sua storia, guarda dentro di sé alla ricerca della sua identità più profonda, della sua origine, del suo scopo. È ciò che avviene nella nostra comunità. Ci rivolgiamo alla Bibbia per capire meglio noi stessi, per comprendere meglio la nostra situazione e il cammino che dobbiamo percorrere.

Leggere e meditare la Bibbia

  1. La Bibbia è parte integrante della nostra fede, come pure del nostro patrimonio culturale e religioso. I nostri padri della chiesa e i nostri autori orientali, greci, latini e arabi, come s. Girolamo, s. Cirillo di Gerusalemrne, s. Sofronio, s. Giovanni Damasceno, Abramo di Tiberiade, Salomone di Gaza e molti altri, danno alla Bibbia un posto centrale. Abbiamo bisogno, come diceva mirabilmente s. Atanasio, di “respirare la Bibbia”.

Il nostro amore per la Bibbia si esprime in una lettura e una meditazione attente, assidue e regolari della parola di Dio. E questa “lectio divina” che ha nutrito la santità dei santi, ha illuminato le ricerche dei teologi e ha fortificato la chiesa per tutto il corso della sua storia. Molte delle nostre comunità cristiane, spesso isolate e persino prive per lungo tempo della gerarchia, hanno potuto conservare la loro fede solo grazie alla Bibbia.

Lettura personale o comunitaria

  1. La nostra lettura biblica può essere personale o comunitaria. Nella celebrazione eucaristica, nella liturgia dei sacramenti, nelle diverse paraliturgie o celebrazioni della Parola, nei centri e nei corsi di catechesi, nei gruppi di preghiera e nei diversi movimenti apostolici. È necessario, inoltre, che ogni famiglia abbia la sua Bibbia, la legga, la mediti e vi trovi il suo punto di riferimento in tutte le circostanze della vita familiare.

È necessario che questa lettura ecclesiale conservi tutta la sua importanza vitale per l’animazione delle nostre assemblee. È uno dei fondamenti di ogni chiesa locale. Nata in una comunità, accolta da una comunità, trasmessa per mezzo di una comunità, la Bibbia può comunicare il suo vero significato nella comunità: è essa che rende Dio presente nella sua chiesa.

Studiare e comprendere la Bibbia

  1. La Bibbia è un libro speciale, che per essere compreso nel suo messaggio specifico richiede uno studio appropriato.

La Bibbia è parola divina e umana, rivelata a una comunità. Il suo messaggio è divino, spirituale ed eterno, ma la cornice linguistica, culturale, storica e geografica in cui ci viene trasmesso, è umana. Non possiamo chiedere alla Bibbia ciò che essa può darci. Dobbiamo cercare in essa ciò che la qualifica: un messaggio divino di vita e di salvezza per l’uomo.

Lo studio e la giusta comprensione della Bibbia avvengono in un legame molto stretto con la chiesa, che si ispira alla Tradizione e alla ricerca scientifica per poter comprendere le verità rivelate in una considerazione totale, globale e unitaria della rivelazione, considerando tutte le Scritture in una prospettiva cristologica.

Vorremmo insistere di nuovo sull’unità della Bibbia, Antico e Nuovo Testamento. Tutta la Bibbia, l’Antico e il Nuovo Testamento, è rivelata e ispirata.

Nonostante la grande diversità dei generi letterari, nonostante i molti autori umani ispirati, tutta la Bibbia è un’unica rivelazione, un unico libro, che ha come autore Dio e ha come scopo finale Cristo. Incrinare l’unità delle Scritture equivale a compromettere la personalità di Cristo e il suo messaggio.

Gli Istituti biblici nella diocesi

  1. A questo proposito, constatiamo con gioia che in questo paese, nel seno della nostra chiesa di Gerusalemme, vi è un gran numero di istituti che si dedicano allo studio della Bibbia. Essi si sono assunti un compito assai nobile e una grande responsabilità, di fronte alla chiesa locale e alla chiesa universale. Siamo loro riconoscenti per tutto l’aiuto che ci danno, con pazienza e competenza, in vista di una migliore comprensione della parola di Dio. Chiediamo loro di perseverare in questo compito in spirito di collaborazione reciproca e in comunione con la chiesa locale. Invitiamo i fedeli a prestare attenzione alla presenza di questi istituti e a trarre profitto da questa fonte di scienza così vicina a loro, poichè tutti questi istituti possono contribuire ad approfondire meglio le questioni cruciali che ci interessano e che riguardano anche la chiesa universale.

Dio ha parlato nella nostra terra

  1. Dio ha parlato nella nostra terra e dalla nostra terra la sua parola si è diffusa nel mondo: “Da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore” (Is 2,3).

Gerusalemme era e resta la chiesa madre, il luogo di nascita della prima comunità cristiana.

Gerusalemme, simbolo della Terra stessa, è chiamata santa (cf Mt 4,5; 27,53) non solo perché vi sono luoghi specifici che confermano i racconti biblici e ispirano la fede, ma anche perché la città e la terra hanno sperimentato il divino che tocca l’umano, in mezzo a una natura peccatrice, e invitano al dialogo con la Rivelazione, cioè all’ascolto di Dio che ci parla. Infatti, Gerusalemme è il frutto della libera scelta di Dio e di un atto di grazia (cf sal 78,68; 87). Essa è un segno che garantisce la potenza salvifica di Dio: “I monti cingono Gerusalemme: il signore è intorno al suo popolo ora e sempre” (Sal 125,2).

Questa città santa, questa terra santa, è anche la nostra. Questo luogo è la nostra dimora. Noi viviamo qui e qui seppelliamo i nostri morti. E oggi soffriamo per il semplice fatto di abitare in questa terra. Qui nella terra della Bibbia, siamo i soggetti della nostra storia; Dio ci chiama ad assumere, usando l’intelligenza e il cuore, il nostro destino. Beviamo dai pozzi della nostra esperienza unica e alimentiamoci con la parola di Dio, che ci chiama a essere, a Gerusalemme e in tutto il mondo, testimoni autentici dell’Unico che è il “Testimone fedele e verace” (Ap 3,14).

Una grazia e una sfida

  1. Leggere e vivere la Bibbia, oggi nella terra della Bibbia, è una grazia e una sfida. Una grazia, perché ogni giorno camminiamo con lo stesso Gesù sulle stesse strade per le quali Egli ha camminato con i suoi discepoli, come compagno e amico.

Una sfida perché oggi, in questa terra di conflitto, sperimentiamo sofferenze che sono al centro del nostro colloquio con il Signore.  E il Signore, che ci fa ardere il cuore quando ci parla (cf. Lc 24,32) lungo il nostro cammino di pellegrini, “Apre il nostro cuore alla comprensione delle Scritture” e ci aiuta a discernere, nella comprensione della nostra storia, la volontà del Padre.

***

Siamo coscienti che questa riflessione su “La lettura della Bibbia nel paese della Bibbia” e sui problemi sollevati da questa lettura, deve essere continuata. Per questo speriamo, come abbiamo già detto nell’introduzione di questa lettera, che vi siano fratelli e sorelle che vogliano darci il contributo delle loro riflessioni su questo argomento. La parola di Dio, infatti, deve essere motivo di avvicinamento tra i credenti e fonte di grazia che li stimola a partecipare all’edificazione del mondo e alla sua santificazione operata dalla stessa parola di Dio.

Domandiamo a Dio di accordarci la sua grazia perché possiamo comprendere la sua parola, affinché essa sia “luce sul nostro cammino e guida ai nostri passi” (Sal 118, 105); domandiamogli, per intercessione della Vergine Maria, regina della pace, che ci renda capaci, con la forza della Bibbia, di contribuire al nuovo cammino verso la pace, la giustizia e la riconciliazione che è iniziato nella nostra terra.  Dio onnipotente ci ricolmi tutti della sua divina benedizione.    Amen.

Gerusalemme 1.11.1993

+ Michel Sabbah, Patriarca