Seconda lettera Pastorale

di H.B. Mons. MICHEL SABBAH

Patriarca Latino di Gerusalemme

“In pulchritudine pacis”

“Domandate pace per Gerusalemme”

(Sal 122,6)

Pentecoste 1990

“Perché, Signore, stai lontano

nel tempo dell’angoscia ti nascondi?

Sorgi, Signore, alza la tua mano,

non dimenticare i miseri!

Eppure tu vedi l’affanno e il dolore,

tutto tu guardi e prendi nelle tue mani,

A te si abbandona il misero,

dell’orfano tu sei il sostegno” (Sal 10: 1.12.14).

Ai sacerdoti, ai religiosi e religiose,

a tutti i fedeli della nostra Diocesi,

a tutti gli uomini e tutti le donne che amano la verità

e desiderano attuare la giustizia per veder regnare la pace.

  1. Pace a voi, nel Cristo che ci ha riconciliato con Dio, nostro Padre, e con ciascuno dei nostri fratelli.

“Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore; se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo sia che moriamo, siamo dunque del Signore” (Rm 14,7-8).

Non possiamo dire di meglio nella situazione di morte et di violenza che viviamo. Con san Paolo vediamo il volto del Signore in tutto, nella morte e nelle sofferenze. E ci sforziamo di leggere la sua volontà attraverso il dramma della nostra storia.

  1. In questo giorno di Pentecoste, contemplando, in questa città santa, luogo della prima Pentecoste, “l’amore di Dio riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato…”(Rm 5,5), cari fratelli e sorelle, vi indirizziamo questo messaggio. Insieme a voi, vogliamo riflettere sul conflitto di cui tutti soffriamo da lunghissimi anni, in questa città santa di Gerusalemme e in questa Terra Santa, soggetto di preoccupazione e fonte d’ispirazione.
  1. Con i padri del Concilio Vaticano II, diciamo: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angoscie degli uomini di questo tempo, sopratutto dei poveri e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le agnoscie dei discepoli del Signore e non esiste nulla di veramente umano che non trovi eco nei loro cuori”(La Chiesa nel mondo contemporaneo, 1).

Cari fedeli, in questo conflitto la vostra sofferenza è grande. Noi la risentiamo e la viviamo insieme a voi. Voi attendete da noi une parola di incoraggiamento e di luce. In più occasioni ci siamo già espressi. In questo messaggio continuiamo a parlarvi e a vivere con voi la vostra dura esperienza. Ma pure con voi, vogliamo scoprire insieme ciò che dice la nostra fede sulla situazione drammatica che stiamo vivendo. Rivolgendoci a voi, intendiamo compiere il mostro dovere di pastore, di uomo et di cittadino di questa Terra Santa.

“Domandate pace per Gerusalemme… per i miei fratelli e i miei amici, io diro: su di te sia pace!”(Sal 122,6.8). nello splendore della pace. “In pulchritudine pacis”, era e rimane il motto del nostro servizio di vescovo.

  1. Questo conflitto riguarda anzitutto i nostri fedeli che vivono nei territori occupati. Ma tutti, nelle altre zone della Diocesi, ne risentono le conseguenze, in un modo o nell’altro, e si sentono solidali e intimamente legati con i loro fratelli e le loro sorelle in questa prova. Ci rivolgiamo a tutti, invitando ciascuno a una riflessione fondata sulla comune fede.

Ci rivolgiamo ugualmente a ogni persona umana, interessata a questo conflitto della Terra Santa, chiunque sia, e qualunque sia la sua appartenenza religiosa o nazionale.

  1. UNA SITUAZIONE DI CONFLITTO E DI SOFFERENZA

Un dramma imposto

  1. Questa conflitto tra il popolo palestinese e il popolo israeliano dura ormai da lunghi anni. Molti di voi vi sono nati e il loro primo sguardo di bambino si è aperto su un dramma imposto ai loro padri e nel quale si sono visti, essi stessi, già dai loro primi giorni, implacabilmente coinvolti. E la situazione non fa che aggravarsi e deteriorarsi, giorno dopo giorno.

Sofferenze di tutti i giorni

  1. Con voi, cari fratelli e sorelle, partecipiamo a questo dramma. Abbiamo pregato per i morti, che non cessano di cadere, ogni giorno. Ci siamo sforzati di dire une parola di conforto ai feriti, e agli handicappati per tutta la vita. Avremmo desiderato visitare i prigionieri, i detenuti amministrativi. Abbiamo ascoltato le relazioni di coloro che ancora sono sottoposti a torture. Compatiamo coloro che sono costretti ad eseguire tali ordini. Talvolta contro la loro coscienza e la loro volontà, e deploriamo la ferita di cui il loro cuore di persona umana resterà segnato.

Abbiamo visto i deportati allontanati dalla loro patria, le case sbarrate o demolite, e le famiglie rimaste senza alcun rifugio.

Sanzioni economiche

  1. Le sanzioni economiche non cessano di rendere la vita più difficile: manomissione sulla sorgenti d’acqua, espropriazione di terre, sradicamento di alberi, distruzione di coltivazioni, ostacoli imposti al mercato, imposizione di tasse arbitrariamente elevate, ecc.

Educazione

  1. Il campo dell’educazione è pure singolarmente attaccato. Le scuole sono state chiuse per molto tempo e l’insegnamento non cessa di essere gravemente perturbato. Le università sono ancora chiuse, e questo dura ormai da quasi tre anni. Questa lunga chiusura comporta conseguenze gravi, sia per l’avvenire di miglia di giovani, impediti di continuare regolarmente i loro studi, sia per il futuro della società palestinese che sta per nascere e che ha bisogno di tutte le sue forze intellettuali e morali per proseguire il suo sviluppo e la sua organizzazione.

Campi-profughi

  1. Con voi passiamo e consideriamo i molteplici campi dei rifugiati. Li vediamo circondati da filo spinato e da guardie, trasformati in vasti gabbie umane. La loro stessa esistenza è un grido continuo per la giustizia, la libertà, la dignità umana ed è pure una testimonianza della determinazione che ha un popolo a sopravvivere e a trovare il suo posto tra i popoli della terra.
  2. RIPERCUSSIONI DI QESTA SITUAZIONE
  1. La situazione presente ha molte ripercussioni negative e positive, forse attualmente poco visibili, ma pure reali e profonde. Sono tanto più importanti perché toccano la formazione intima delle generazioni.

Ripercussioni sui Palestinesi

Ripercussioni negative

Distruzione del tessuto sociale

  1. Si assiste alla distruzione del tessuto sociale attraverso une disintegrazione progressiva delle infrastrutture economiche, agricole e pedagogiche. Un grave fattore è l’assenza di una vera vita politica esercitata alla luce del sole, limitata com’è nella sua realtà, a una pratica sotterranea. L’assenza, inoltre, di une vita legislativa, esecutiva e giudiziaria, incarnata in istituzioni rispettate dal popolo come sue, fa che ci siano di conseguenza regolamenti di conti sotterranei, che devono essere deplorati.

I giovani, nella loro contro l’autorità opprimente e nella loro rivolta contro tutti i quadri della società che li hanno condotti verso il dramma dell’occupazione militare o ve li mantengono, rischiano di diventare ancora più ribelli a tutte le forme di autorità sia a livello di scuola che a livello di famiglia.

Durezza nel cuore dei bambini

  1. Le violenze, le sofferenza e le umiliazioni di cui i bambini stessi, o i loro fratelli maggiori o i genitori, sono i testimoni o le vittime, non possono lasciare che tracce psicologiche nefaste che si traducono sia in rancore e in sete di vendetta sia in paura e disperazione nei riguardi di ogni giustizia umana, due strade apparentemente differenti, ma che conducono allo stesso risultato disastroso: trascinare nel ciclo infernale e disumano della violenza.

Radicalizzazione

  1. Da un altro lato si constata una radicalizzazione nella posizioni degli adulti, dovuta alla frustrazione, risultante da un indurimento ideologico e da posizioni politiche estremiste, che impedisce ogni progresso nel processo di pace.

Censura della stampa

  1. La censura della stampa contribuisce a modo suo a questa durezza, sopprimendo l’espressione delle verità spesso utili al cammino verso la pace.

Sfruttamento del sentimento religioso

  1. Nello stesso tempo, bisogna deplorare lo sfruttamento o la manipolazione del sentimento religioso- che costituisce un attentato a cio che esiste di più sacro nell’intimo della persona e della società umana per creare fanatismi e per affogare, nelle lotte fratricide o nelle posizioni estremiste, sia la fedeltà alla patria sia ogni tentativo di pace.

Emigrazione

  1. Una delle conseguenze più gravi per il futuro è l’accelerazione dell’emigrazione che priva la società palestinese e la Chiesa locale di risorse umane vitali. Nel nostro messaggio di Quaresima 1990 abbiamo già attirato l’attenzione sulle conseguenze nefaste dell’emigrazione, nello stesso tempo per la Chiesa e per la patria. Avevamo detto che i tempi difficili non sono un tempo di fuga e che, proprio per questo, nelle difficoltà tutti i fratelli devono restare per sostenersi a vicenda. Vivere in Terra Santa è une grazia e une vocazione particolare, ma una vocazione a una vita difficile. Bisogna capire la grazia data ed accogliere con coraggio la vocazione e la missione che essa comporta.
  1. Tutte queste ripercussioni negative sono avvertite dai Palestinesi come une morsa che li rinchiude e che non dà loro altro scelta che quella di liberarsi da un tale attenagliamento o quella di sottomettersi a un regime che i loro occupanti stessi non accetterebbero mai.

Ripercussioni positive

Tutte queste sofferenze hanno sortito ugualmente ripercussioni positive.

Una presa di coscienza

  1. Vediamo la volontà di un popolo di prendere in mano le sue responsabilità, una gioventù che prende coscienza del suo ruolo per costruire la pace e la patria. Anche deplorando totalmente una confusione, inevitabile in simili situazioni, dobbiamo constatare, d’altra parte, la disciplina e la solidarietà nate in queste stesse sofferenze tra tutte le categorie del popolo. Sotto il coprifuoco, nelle giornate si sciopero, nella vita di ogni giorno e soprattutto nelle condizioni di prigione, d’estate e d’inverno, una fraternità vecchia e nuova è stata scoperta e riaffermata.

Risveglio religioso

  1. Un altro frutto positivo di questi tempi difficili è il risveglio religioso manifestato in un accesso più personale alla fede, in un rinnovato senso di fedeltà alla patria, ai valori della pace e della giustizia.

Vediamo ugualmente la nascita di una riflessione cristiana sul ruolo del laico, del cristiano e di tutta la Chiesa locale. Ci sentiamo interpellati da più parti ad aiutare questa riflessione e a portare un po di luce in vista di una maturazione della fede in queste circostanze.

Fraternità e avvicinamento

  1. In questo conflitto si sono sviluppati la fraternità e l’avvicinamento tra i Capi delle Chiese di Gerusalemme, sviluppo accolto con gioia dai fedeli che, da tanto tempo, sentono il bisogno di esser uniti di fronte ai problemi reali della vita del popolo e la necessità di rispondervi come Gesù stesso avrebbe fato.

Si è registrato un consolidamento e una migliore comprensione dei rapporti tra mussulmani e cristiani, partecipando tutti al servizio della medesima società e della medesima patria, collaborazione basata sugli stessi valori spirituali, nella fedeltà di ciascuno alla sua fede e alle sue esigenze.

Con l’apparizione di movimenti per la pace nella società israeliana, è pure iniziato un avvicinamento coraggioso con gli elementi ebraici di buona volontà, con lo sforzo di oltrepassare le posizioni tradizionali di paura, di violenza e di aggressione, e con l’impegno sincero per la giustizia e la pace.

Nascita di una nazione

  1. Si tratta infine della nascita di una nazione e di un popolo che prende coscienza di se stesso, nella dura realtà con la quale deve confrontarsi, con una volontà risoluta di ricavarne una pace giusta, per gioirne con il suo avversario. È anche più di una nascita; si tratta dell’ingresso di un popolo nella maturità, di un popolo che ha misurato le forze negative che cercano di limitare la sua crescita, l’esercizio dei suoi diritti e delle sue responsabilità, e che ha deciso di respingerle.

È une tappa importante nella vita di questo popolo che cerca il riconoscimento del suo stato, reclamando l’indipendenza della sua comunità. Il diritto di scegliere il suo regime politico e il eleggere i suoi dirigenti.

Desiderio di pace e di giustizia

  1. In questa situazione è pure nato, tra i Palestinesi, il desiderio della pace e della giustizia per loro stessi e per il loro nemico. E cio che sentiamo incessamente sia dalle persone private sia da coloro che portano il peso di responsabilità pubbliche. È forse questo l’elemento positivo più importante che è nato nell’Intifada e che ha reso possibile la disponibilità a iniziare il dialogo per la pace.
  1. In un sentimento acuto dell’oppressione subita e in una visione più chiara e giusta dell’oppressore, è nata una nuova coscienza, une visione umana, oggettiva, sia dell’avversario che della pace che si deve costruire con lui.

A questa volontà di pace, dobbiamo render testimonianza. È nostro dovere, è il dovere di ogni uomo di buona volontà, di mettere in evidenza questo messaggio di pace offerto dai Palestinesi.

Ripercussioni sugli Israeliani

Ripercussioni negative.

Dispersione morale

  1. Dopo aver fuggito le minacce di morte di cui era stato colpito in Occidente, il popolo ebraico ha cercato rifugio in questa terra, in mezzo al popolo Palestinese. Ma resta, ancor oggi, ossessionato della paura della sopravvivenza, e la paura detta spesso i suoi atteggiamenti concreti.

Nella repressione dell’Intifada, gli Israeliani hanno subito una dispersione morale e umana, a livello di coscienza individuale e nazionale. Perché, sebbene la maggior parte della società israeliana sia ora nell’impossibilità di vedere la realtà, di comprendere il significato della repressione militare israeliana e del rifiuto di dialogare con i Palestinesi, un numero crescente di essi comincia a risentire, come una ferita, il fatto di essere il colonizzatore di un altro popolo, e la sofferenza morale di dover presentare all’umanità uomini che battono, torturano o uccidono altri uomini, perché chiedono la loro libertà e i loro diritti.

Esiste in Israele una frattura nella coscienza del popolo ebraico, diviso in due visioni che si sviluppano in ideologie contrarie. Questa opposizione sfocia in una paralisi dell’azione per la pace. Noi vediamo anche la sua parte di sofferenza: ha le sue vittime, e i suoi feriti, nel corpo, nel cuore e nella coscienza.

Dramma del soldato israeliano

  1. Vediamo il dramma del soldato israeliano, che non è soltanto un soldato sottomesso a ordini di oppressione, ma che è pure un padre, un fratello, uno sposo, e al quale è chiesto di abituarsi a uccidere, a opprimere, a violare la dignità del suo fratello palestinese.

Ripercussioni positive

Movimenti per la pace

  1. Accanto alla linea dura ed estremista che rifiuta ogni dialogo per la pace e intende reprimere, tramite la violenza, ogni istanza palestinese, constatiamo, anche in mezzo agli israeliani, la nascita di diversi movimenti per la pace. Un numero crescente di voci israeliane, anche se ancora poco numerose e incapaci di piegare la politica generale, comincia a farsi sentire per esprimere la solidarietà con i Palestinesi e affermare la loro fiducia nella pace che questi propongono agli Israeliani.

È necessario ancora ricordare il numero crescente di Ebrei della diaspora che, vedendo le giuste dimensioni del conflitto, cominciano a lavorare per una soluzione equa, basata sulla giustizia, per i due popoli.

Palestinesi ed Israeliani

  1. I Palestinesi, sottomessi da più 22 anni ad un’occupazione militare israeliana, reclamano i loro diritti, la loro libertà e indipendenza, come ogni essere umano e come tutti gli altri popoli della terra.

Gli Israeliani reclamano di essere liberati dalla paura, di essere assicurati dell’avvenire e, pensando che la permanenza dell’occupazione garantisca loro tale sicurezza, oppongono alla richiesta palestinese la repressione che ben conosciamo.

Dai due lati del conflitto ci sono essere umani, nello stesso modo creati e amati da Dio. Ecco la visione umana e divina che domina ogni nostro discorso. Dalle due parti del conflitto, la persona umana soffre ed ha bisogno di essere salvata: il Palestinese per raggiungere la sua libertà e la sua indipendenza; l’Israeliano per liberarsi dalla paura e assicurarsi la sua tranquillità e la sua sopravvivenza.

Bisogna render testimonianza alla volontà di resistere alla tentazione di ridurre l’avversario a una immagine odiosa, costruita unicamente sulla sue mancanze supposte o reali. Credere che la propria libertà sia necessariamente opposta alla libertà altrui, è disperare della comunità umana. La libertà degli uni passa per la libertà degli altri, invece di essere la negazione. È essenziale riconoscere la fecondità, la gioia e l’avvenire che si aprono davanti a coloro che si riconoscono in un incontro pienamente umano.

III. GENESI E SIGNIFICATO DELLA SITUAZIONE

  1. Le radici di questo conflito risalgono molto indietro nella storia. Questa ulima ha ricevuto interpretazioni differenti e anch opposte; e ha nutrito, dai due lati, sentimenti positivi in se stessi, di patriottismo e di fedeltà ai valori, ma nel contempo ha suscitato atti di violenza, in contrasto con i valori di pace e di giustizia ricercati dagli uni e dagli altri.

I Palestinesi

  1. Il popolo palestinese ha il sentimento che la sua storia è stata ‘confiscata’ e che gli si impedisce di dire come la vede e come la vive. Si è visto caricato del titolo di ‘terrorista’ in una confusione indebita di ogni atto di resistanza o di difesa legittima con atti di terrorismo, il che l’ha spogliato di ogni legittimità agli occhi dell’oppressione internazionale. A causa di questa visione, il mondo ha acconsentito a tutte le spogliazioni di cui è stato l’oggetto.

I Palestinesi, cristiami e mussulmani, hanno viva cosscienza di aver sempre vissuto in questo paese. La Palestina è il loro paese e il loro patrimonio politico e culturale. Non ne desiderano altro. Ecco perché l’immigrazione progressiva degli Ebrei in Palestina, nella prima metà del sec. Xxo, è loro apparsa un poco alla volta come una minaccia crescente per la loro identità e per la loro presenza autonoma nel loro proprio paese. Hanno opposto dunque tutta la loro resistenza possibile per impedire la formazione di una nuova maggioranza proveniente dall’estero che avvrebbe lasciato loro altra scelta che di sottomettersi o di partire. Governi occidentali apparivano spesso come fortemente implicati in questa impresa. Questa resistenza nazionale palesinese ha preso tutte le forme possibili: coscientizzazione politica, iniziative internazionali, azioni armate.

Gli Israeliani

  1. Gli Ebrei considerano questo stesso paese come la loro terra santa, promessa ai loro padri, la terra dei profeti, in vista di una benedizione per tutti. Dispersi nel mondo, sono stati le vittime di discriminazioni e di persecuzioni di ogni sorte. Il colmo fu raggiuto sotto il regime nazista che intraprese un vero genocido contro il popolo ebraico (l’olocausto o la shoah). Questo delitto contro l’umanità resta una grande piaga aperta nella storia del sec XXo. È un avvertimento valido per tutti i tempi, che invita a stare in guardia dalla presenza del male che possono svilupparsi dentro ogni raggruppamento umano e ogni ideologia che si allontana dalla verità sull’uomo e sulla sua origine divina.

Il sionismo intendeva liberare il popolo ebraico da queste minacce, procurandogli una esistenza autonoma in Palestina. Ma la realizzazione di tale idealogia nazionalista non poteva non entrare in conflitto con le aspirazioni del popolo palestinese già vivente su questa stessa terra.

Confronti

  1. Questo conflitto conobbe esplosioni di violenza già dagli anni venti. La situazione in seguito si aggravò tragicamente. Quando una soluzione pacifica si presentava sempre più impossibile, la Gran Bretagna rinunciò al mandato sulla Palestina e l’Organizzazione delle Nazione Unite votò, nel 1947, la divisione della Palestina in uno Stato Palestina, in uno Stato Sbraico e una città di Gerusalemme internazionalizzata. I Palestinesi allora rifiutarono questa divisione perché negavano alla comunità internazionale il diritto di disporre svranamente del loro paese, per darne più della metà ad una minoranza recente, senza chiedere il loro consenso, a loro che costitutivano la grande maggioranza.

Gli scontri armati che seguirono lasciarono il 77% del territorio della Palestina mandataria nella mani dello Stato d’Israele, recentemente proclamato (1948).

Guerra del 1967

  1. Deguì una situazione né di guerra né di pace che provocò altri conflitti armati. La guerra del 1967, durante la quale l’esercito israeliano occupò l’insieme dei territori palestinese, portò con sé nuovi sconvolgimenti profondi.

Regime di occupazione militare

  1. Nei territori occupati e nella striscia di Gaza, il regime israeliano di occupazione pesa in modo sempre più, duro sui palestinesi che vedono le loro condizioni di vita degradarsi progressivamente. Le espropriazioni di terre, il sequestro delle sorgenti di acqua, le espulsioni, la moltiplicazione degli insediamenti, gli arresti numerorsi ed arbitrari, l’allontanamento dei sindaci, l’interdizione di ogni attività politica, i limiti imposti alle costruzioni, agli spostamenti e all’economia palestinese fanno sì che i Palesinesi si sentano emarginati, trattati come stranieri e oppressi nel loro proprio paese.

Intifada

  1. Tutte le proteste e gli appelli alla comuntà internazionale e regionale sono rimasti senza riposta effettiva e allora si sviluppa gradualmente una situazione esplosiva, così scoppia l’Intifada nel dicembre del 1987. Questo sollevamento è un grido di protesta per dire che la situazione è insopportabile, che l’umiliazione è inammissibile, che l’occupazione non può durare e che tutta la situazione ha bisogno di un rimedio.

È un linguaggio, l’espressione di un popolo che ha preso la parola per domandare guistizia e libertà al vicino e al fratello israeliano, divenuto occupante e oppressore. I Palestinesi proclamano che non saranno soddisfatti da un autonomia fittizzia o da uno statuto che li sottometta ad un altro popolo, quasi fossero un appendice o una riserva umana per il mercato del lavoro.

Due popoli, due storie, un avvenire comune

  1. ci sono dunque una terra, due popoli e due culture a confronto. Ci sono due sensibilità, più ideologie e tante posizioni già prese. Esiste però una differenza fondamentale tra le due situazioni. Un nazionalismo ha già creato il suo Stato d’Israele, l’altro, palestinese, è sempre in lotta per costituirsi in Stato.

Il pericolo è che ciascuno si chiuda nell’esclusivismo e non voglia riconoscere l’altro. La situazione allora resterebbe senza uscita. L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, nella sua riunione a Algeri nel novembre del 1988, si è prounciata a nome dei Palestinesi per il dialogo e il riconoscimento dell’altro, cioè dello Stato di Israele. La risposta d’Israele alla mano tesa dei Palestinesi si fa ancora attendere.

Ogni diritto comincia nel grido del neonato, della vedova, dell’orfano, dell’oppresso, e questo grido cerca una risposta umana e vera. È nel nome di questa verità profondamente umana che abbiamo un comune da instaurare, che abbiamo sensibilità e idee da condividere, che abbiamo scelta da fare, accordi e alleanze da iscrivere nella storia.

  1. PRINCIPI DI SOLUZIONE

Cristiani nel conflitto

  1. In questo conflitto, e dalle due parti, ci sono pure i cristiani. Tutti i territori occupati fanno parte della nostra discesi, delle nostre preoccupazioni, della nostra angoscia e dei nostri umili sforzi di costruire la fede in Dio e nell’uomo, il cui frutto principale è la giustizia e la pace.

Questa presenza cristiana, una presenza di “piccolo gregge”, ha il suo dignificato speciale. Come la base della nostra riflessione e della visione cristiana della situazione, non possiamo nella Sacra Scrittura e nell’insegnamento della Chiesa. Questi principi sono: l’amore, la verità e la giustizia condizione della libertà, la dignità del poveroe dell’oppresso, la cooperazione con gli altri.

L’amore, via verso la giustizia

  1. L’amore è la vera via verso la giustizia. Gesù disse: “Amate i vostri nemici, e pregate per i vostri persecutori. Perché siate figli fel Padre vostro celeste”(Mt 5,44). Tale amore, vero e sicero, in cui ciascuno, oltre l’ostilità e il conflitto, si vede e vede il suo avversario fratello, perché figlio di Dio, condurrà il nemico e il persecutore al dialogo per ristabilire la giustizia.

La verità

  1. “La verità vi farà liberi”(Gv 8,23). La verità è condizione di ogni soluzione. Ora per conscere la verità e per accoglierla, è neccessario uno spirito di distacco, di ascesi e di fede in Dio. Ecco perché Gesù afferma che lo Spirito di Dio solo “ci puòguidare alla verità tutta intera”(Gv 16,13). Lui solo può rinnovare la faccia della terra (Sal 104,30). È all’origine della maturazione di ogni coscienza umana, illuminadola con la sua verità: “Dove c’è lo Spirito del Signore, li c’è la libertà”(2 Cor 3,17). Quando il fedele è colmo dello Spirito di Dio, diventa capace di rispettare ogni dignità umana, e lo Spirito di Dio in lui sarà sorgente di coraggio, di audacia e di generosità.

Dignità del povero e dell’oppresso

  1. “Rivelando all’uomo la sua qualità si persona libera chiamata a entrare in comunione con Dio, il Vangelo di Gesù Cristo ha suscitato una presa di coscienza delle profondità, fino ad allora insospettate, della libertà umana”(Istruzione sulla libertà cristiana e la liberazione, 3-4). Ecco perché i poveri, gli oppressi ed i piccoli devono sapere che sono l’oggetto dell’amore infinito di Dio e della sollecitudine della Chiesa. Ciascuno può dire: “Vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me”(Gal 2,20b). Siccome questa dignità deriva dall’amore di Dio per essi, nessun grande di questo modo li può privare di esse (Cf. Ibid. 21).

Cooperazione con gli altri

  1. “Ogni uomo è orientato verso gli altri uomini e ha bisogno della loro società. È solo educandosi ad accordare la propria volontà a queslla degli altri in vista di un vero bene che farà l’apprendimento della rettitudine del volere. È dunque l’armonia con le esigenze della natura umana che rede la volontà stessa umana. In effetti, questa richiede il criterio della verità e una giusta relazione alla volontà altrui. Verità e giustizia sono così la misura della vera libertà. Acartando tale fondamento, ritenendosi Dio, l’uomo cade nella menzogn, e, invece di realizzarsi, si distrugge”.

“Lontano dal compiersi e realizzarsi un una completa autarchia di se stesso e nella assenza di relazioni  la libertà non esiste che là dove legami erciproci, regole per la verità e per la giustizia, uniscono le persone. Ma perché tali legami siano possibili, ciascuno personalmente deve essere vero”(ibid. 26).

Verità e giustizia

  1. La verità e la giustizia sono dunque la misura della vera libertà e, di coseguenza, di una pace stabile e definitiva. Da ciò risulta anch che il piano di sviluppo di una personalità libera e di un popolo libero, che è per ciascun individuo e per ciascun popolo un dovere e un dirito, deve essere aiutato e non impedito dalla società o da alcun altra potenza dominatrice.

I richiami dei Sommi Pontefici

  1. La Chiesa cattolica si è costantemente applicata, dall’inizio del conflitto, a mostrare e a sguire la linea della giustizia e dell’equità tra i due popoli in conflitto. I Sommi Pontefici non hanno cessato di richiamare al riconoscimento e all’accoglieza reciproca, nell’uguaglianza dei diritti alla patria, all’autodecisione, alla sicurezza, alla cessazione della violenza a favore del ricorso al dialogo. Continuano a fare tutto il possbile e attendono con preoccupazione il giorno nel quale la pace difintiva regnerà tra i due popoli, palestinese ed Israeliano, sulle basi della verità e della giustizia.

Dichiaraziono dei capi delle comunità a Gerusalemme

  1. Con i nostri frateli, i capi delle comunità cristiane nella città santa di Gerusalemme, abbiamo già più di una volta espresso la nostra solidarietà con quelli che soffrono, deplorato il ricorso alla violenza, sotto ogni forma e auspicato il ricorso al dialogo.

Valori religiosi comuni

  1. Tutte le religioni implicate in questo conflitto, islamismo, giudaismo e cristianesimo, comunicano ai medesimi valori che possono e devono essere il principio di ogni soluzione.

Il valore dell’uomo come persona umana creato a immagine di Gio, libero e padrone del suo destino, è il fondamento della sua dignità, del suo diritto, a decidersi liberamente e ad essere rispettato come persona e come comunità.

La giustizia di Dio e il suo perdono, due valori sui quali insistono tutti i libri santi, non possono essere che un invito per tutti i credenti, implicati in questo conflitto, a vedere nella riconciliazione e nelle perdono, una strada verso la giustizia e l’acquisizione di tutti i diritti. Il credente che chiede giustizia per se stesso, la deve chiedere anche per il suo prossimo e, vedendo il perdono di cui lui stesso ha bisogno, deve essere pronto a perdonare al suo prossimo. Dio ci ha insegnato a chiedergli perdono dei nostri debiti, come noi pure perdoniamo ai nostri debitori (Cf. Mt 6,12).

Finalmente, i valori tradizionali dell’oriente, di accoglienza, di ospitalità e di generosità possono aiutare a umanizzare questo conflitto, che diventa ogni giorno più brutale. Questo aspetto dell’anima orientale dovrebbe guidare gli interessati e i responsabili nelle esigenze di giustizia e nella restaurazione dei diritti. Siamo testimoni, da un lato, di segni d’umanità che sono la caparra di un avvenire di buon vicinato in cui ciascuno godra dei suoi diritti nel rispetto dei diritti degli altri. Ma, dall’altro lato, assistiamo pure a una radicalizzazione in cui ogni patito sta per ridursi, esso stesso e il suo avversario, a ciò che può esserci di peggiore in lui, lasciando da parte tutti i valori che hanno fatto la gloria della sua religione, della sua civiltà e della sua storia.

Mistero e sego

  1. Ogni persona umana, infine, e ogni popolo, nel suo destino e nella sua storia, rappresenta un mistero e un segno della volontà divina. Bisogna che ciascuno, elevandosi al di sopra del male che porta in sé, sopra le “Strutture di peccato” nella sua storia, il mistero di Dio e dello sguardo che Dio porta su di lui.

Facciamo appello alle due parti per un riconoscimento mutuo della presenza dell’altro, dei suoi diritti e della volontà di Dio su di lui. Che ciascuno, a partire dal suo proprio diritto e della sua propria libertà, riconosca il diritto e la libertà dell’altro, partecipazione a quella di Dio che si è rivelato come il Creatore e il Padre di tutti.  Che ciascuno riconosca l’altro come esige di essere lui stesse riconosciuto: “Tutto quello che volete che gli altri facciano per voi, fatelo voi stessi per loro”(Mt 7,12).

Soluzioni possibili

Dialogo tra i due avversari

  1. Un primo passo verso la soluzione dovrebbe essere la cessazione di ogni violenza, da ambo le parti ed il ricorso al dialogo. Un dialogo diretto dei due avversari, designando ogni avversario i suoi propri rappresentati: perché se l’amico è una scelta che si può fare, il nemico è una realtà con la quale si deve trovare un accordo. Ma i due avversari che si affrontano sono lo Stato d’Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina.

Le dimensioni araba, internazionale e persino religiosa del problema richiedono la presenza della comunità araba e internazionale a questo dialogo diretto tra i due avversari.

Il dialogo deve avere come scopo il ristabilimento di una pace giusta e definitiva, e non tattica temporanea che cela intenzione nascoste che distruggeranno la pace.

Mutuo riconoscimento

  1. Una soluzione del conflitto suppone il riconoscimento mutuo, l’uguaglianza umana dei due avversari, come persone e come popoli, e in conseguenza, l’uguaglianza di tutti i diritti e doveri, come persone e come popoli.

Integrazione nell’Oriente

  1. Ogni soluzione, infine, implica l’integrazione dei due popoli nel destino di questa parte del mondo che e il Medio Oriente, accettando e rispettando il suo carattere. È anzitutto l’Oriente con le sue tradizioni e i suoi valori. È in seguito, un luogo di incontro tra Oriente e Occidente, luogo di dialogo tra le culture, i popoli e le religioni, sempre restando Oriente.

Statuto di Gerusalemme

  1. In questo conflitto, Gerusalemme occupa un posto centrale, in virtù del suo significato e della sua importanza simbolica per le tre religioni monoteistiche, mussulmana, giudaica e cristiana. Dando ogni soddisfazione alle aspirazioni nazionali dei due popoli interessati, palestinese ed israeliano, bisognerà anche tener conto dell’attaccamento profondo dei credenti di queste tre religioni e del mondo intero a questa città e al paese che la circonda.

Bisognerà dunque trovare  une statuto speciale per Gerusalemme, come città santa, perché possa divenire la città della giustizia, della fraternità, di accesso libero senza ostacoli, aperta a tutti coloro che credono nel suo messaggio. Restiamo convinti che la formula pratica e concreta che possa soddisfare questo duplice carattere nazionale e spirituale non è impossibile da trovarsi, se la buona volontà si realizza presso tutte le parti interessate.

“Penso e sospiro al giorno nel quale tutti saremo davvero così ‘ammaestrati da Dio’(Gv 6,46), da ascoltare il messaggio di riconciliazione e di pace. Penso al giorno nel quale ebrei, cristiani e mussulmani potranno scambiarsi a Gerusalemme il saluto di pace, che Gesù rivolse ai discepoli, dopo la sua risurrezione dai morti: ‘Pace a voi’ (Gv 20,19)”.

“In effetti, è doveroso che si trovi con buona volontà e lungimiranza, un modo concreto e giusto con cui i diversi interessi ed aspirazioni siano composti in forma armonica e stabile, e siano tutelati in maniera adeguata ed efficace da uno speciale Statuto internazionalmente garantito, cosi che una parte o l’altra non possa rimetterlo in discrimine” (Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica “Redemptoris Anno”).

Urgenza del momento presente

  1. Questo appello al riconoscimento e al dialogo riveste un’urgenza tutta speciale in questo momento. Il groviglio entro il quale si trova chiuso tutto il processo si pace crea una situazione estremamente pericolosa. La mancanza di speranza immediata fa il gioco dei fanatici e degli estremisti dei due lati e potrebbe provocare, in qualsiasi momento, un’esplosione di violenza incontrollabile. Ci sono già state troppe sofferenza e troppe vittime innocenti. Ecco perché le responsabilità dei capi politici sono, ora tanto più grandi. Tutti devono prender coscienza dell’importanza cruciale di una decisione e di una azione rapide, prima che sia troppo tardi.
  2. CONSIGLI AI FEDELI

Situazione difficile e complicata

  1. Fratelli e sorelle, voi vivete in una situazione difficile e complicata, che ha coinvolgimenti locali, regionali e internazionali.

Il vostro primo dovere è di essere all’altezza della situazione: bisogna comprenderla, vederne tutti i dati, gaurdarla oggettivamente, con calma, ma anche con coraggio, senza paura e senza disperazione, qualunque ne siano la complessità o la difficoltà. Ascoltate ciò che dice san Paolo: “Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti; e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù”(Fil 4,6-7).

Voi avete il dovere di avere una visione chiara, precisa di tutti i vostri doveri e dei vostri diritti, per adempierli o per esigerli tutti, senza tralasciare nulla, qualunque siano i sacrifici richiesti.

Contribuire alla soluzione

  1. Siete una parte integrante della vostra società, siete una parte del conflitto: voi dovete dunque contribuire alla sua soluzione, non avete il diritto di sottrarvene. Non avete il diritto di sopravvivere grazie ai sacrifici altrui. Ciascuno deve offrire il suo proprio sacrificio.

Il diritto dei popoli

  1. Ci domandano spesso: la Chiesa approva le manifestazioni, il clamore dei giovani, la violenza e l’Intifada?

Abbiamo sempre risposto: la domanda che ogni uomo e ogni donna, sincero e di buona volontà, deve porsi è la seguente: un popolo ha il dovere e il diritto di reclamare i suoi diritti? Se sì, esiste dunque il dovere e il diritto di domandare e di far sentire la propria istanza in vista di ottenere i propri diritti.

Nessuno ha il potere, per nessun protesto, di chiedere a gente oppressa di tacere, di non reclamare i loro diritti. Ma noi diciamo anche: nessuno ha il diritto di riempire di odio e di rancore sterile i cuori degli oppressi. Perché lo scopo non è l’odio dell’avversario, ma la realizzazione della giustizia.

  1. Un popolo occupato deve reclamare i suoi diritti, organizzarsi politicamente nel modo a lui conveniente e lo ha già espresso, cioè in stato indipendente. Si tratta di un diritto naturale che nessuno può impedire. Il documento conciliare già citato dice: “Evidentemente, la comunità politica e l’autorità pubblica trovano il loro fondamento nella natura umana e rivelano cosi un ordine fissato da Dio, anche se la determinazione dei regimi politici, come la designazione dei dirigenti, sono lasciati alla libera volontà dei cittadini”(La Chiesa nel mondo contemporaneo, 74,3).

No alla violenza

  1. La scelta della Chiesa, in ascolto della voce del Vangelo, è chiara e precisa: no, alla violenza. La Chiesa è per tutti i mezzi che possano avvicinare i cuori degli avversari e prepararli all’accoglienza della mutua giustizia. La scelta della Chiesa è per il dialogo della pace, per il dialogo dei due avversari, verso il quale i responsabili del popolo palestinese e molti israeliani non cessano di dichiarare la loro disponibilità.

La violenza no sarà mai tra le nostre direttive o i nostri consigli. In attesa che i grandi di questo mondo e i cittadini di questa terra, con i mezzi loro adeguati, costruiscano la pace, la nostra risposta ad ogni oppressione, ed a ogni manifestazione di violenza e la condanna di ogni oppressione, di ogni violenza e di ogni terrorismo, qualunque ne sia la matrice, dello Stato, del gruppo o dell’individuo.

Dobbiamo dire anche la violenza non è soltanto ciò che proviene dalle armi distruttrici. Essa può assumere molteplici forme, fisiche o morali. A volte ci può essere una violenza più grande e più distruttiva nei mezzi di informazione e nelle differenti utilizzazioni che se ne fanno per nascondere la verità o per falsificarla.

La posizione della Chiesa consiste sempre nell’appoggio della verità, nel sostegno ai poveri, ai deboli, e alle vittime della violenza, chiunque siano.

Dobbiamo anche dire che il forte che usa la violenza invita il debole a rispondere con lo stesso mezzo.

Di più, in tutto il conflitto tra i popoli, non si tratta solo del corpo, ma dell’anima di un popolo. Perché la violenza che può distruggere i corpi, non arriverà a distruggere l’anima. Al contrario, non farà che dargli più vigore e forza morale.

Per tutte queste ragioni, diciamo che la via della pace e la garanzia della sicurezza è la cessazione di ogni violenza e il ricorso al dialogo.

Fedeli alla fede, fedeli al paese

  1. Fratelli e sorelle, voi siete cristiani, voi dovete restare fedeli alla vostra Chiesa. Per la fedeltà alla vostra fede, sarete nella migliore disposizione per adempiere i vostri doveri verso la patria, la vostra società, nella difficile situazione che vivete.

Vivete in questo paese, santo per tutto i credenti del mondo e per tutti i cristiani del mondo. Con tutti gli abitanti della Terra Santa, avete una vocazione a misura del mondo e come cristiani avete una vocazione a misura della cristianità, il che vi chiede una grandezza d’animo, una preparazione speciale per essere all’altezza della une vostra missione. Affermando la vostra indentità locale, di cristiani e di palestinesi, nella Chiesa di Gerusalemme, dovete prendere coscienza di questa missione universale della vostra Chiesa e della missione della vostra terra verso il mondo.

Impegno nella vita pubblica

  1. Ecco perché dovete radicavi sempre di più nella vostra Chiesa e nella vostra terra e impegnarvi ancor di più in tutti i campi della vita pubblica, per costruire la società del domani e per promuovere in esse la fraternità e la libertà, in collaborazione con i credenti delle altre religioni. Insieme già da ora, bisogna lavorare per una società libera dove ciascuno trova il suo posto nella dignità, nel rispetto e nell’amore.

Questi sono tempi che chiamano all’unione, che richiamano i credenti alla verità della loro fede che e amore e unione. Solo in questo amore e in questa unione, la testimonianza cristiana può essere autentica, forte e avere il suo influsso spirituale su conflitto.

Compatrioti mussulmani

  1. I credenti mussulmani sono vostri compatrioti. Con loro partecipate allo stesso destino in un’unica patria, allo stesso patrimonio e alla stessa cultura. Le difficoltà e le frizioni che può esperimentare chiunque di voi nella vita di ogni giorno, non devono demolire la fraternità e non devono farvi dimenticare l’unione nella stessa patria, lo stesso patrimonio e la stessa cultura.

Gli incidenti della vita quotidiana esigono molti sforzi e molta costanza, dall’una e dall’altra parte, per arrivare alla forma migliore di coesistenza, nel mutuo rispetto e nella costruzione della società comune.

Ripetiamo al riguardo ciò che abbiamo già detto nel nostro messaggio di Quaresima di quest’anno: bisogna tenersi in guardia da tutti coloro che seminano la discordia o la paura in mezzo a voi. Bisogna resistere alla paura e ad ogni incitazione alla discriminazione tra cristiani e mussulmani. La fede, vera e coraggiosa, deve finire per far incontrare tutti i figli di Dio, nel medesimo amore. È necessario tanto tempo, ma soprattutto molti sforzi; l’importante è restare costanti in questo lungo cammino verso la comprensione del fratello.

Popolo Ebraico

  1. Anche se nella situazione attuale, agli occhi dei palestinesi il popolo ebreo appartiene a un’altra storia e ad una politica ancora avversaria, numerosi elementi possono operare in favore di un avvicinamento. La Parola divina che gli fu rivolta è anche una Parola di Dio per noi cristiani, che conserviamo nelle nostre Scritture.

Amiamo questo Dio che parla agli uomini e amiamo la sua scelta divina. Auguriamo al popolo dei nostri padri Abramo, Isacco e Giacobbe tutto il bene che Dio gli vuol accordare. Crediamo fermamente che l’amore de Dio per un popolo non può essere un’ingiustizia verso un altro popolo. Non bisogna permettere alla politica e al male degli uomini si sfigurare l’amore di Dio per tutti i suoi figli.

Abramo è il padre di tutti i credenti. La fede in Dio deve avvicinare i popoli, malgrado le loro liti politiche. Il credente deve dunque poter intrattenere un dialogo costruttivo con il credente di ogni religione. La preparazione dei cuori credenti, riconciliati e capaci di coesistere, è richiesta per instaurare la pace e la giustizia.

Solidarietà e amore dei fratelli

  1. Tra di voi, fratelli e sorelle, dovete restare solidali, uniti, amandovi gli uni gli altri. Dobbiamo condividere insieme la nostra sofferenza e la nostra speranza. Il poco o il molto che possediamo in questi giorni, lo dobbiamo condividere insieme. Se qualcuno è nel benessere, abbia la preoccupazione di un fratello che è nel bisogno. E se qualcuno è nel bisogno, abbia la preoccupazione di un fratello che si trova forse in un bisogno ancora più grande e in una situazione più difficile. Con questa condivisione, basata sull’amore di Dio per ognuno di noi, possiamo incoraggiarci e sostenerci gli uni gli altri.

Non intendiamo in alcun modo limitare il nostro amore alla nostra sola comunità: il nostro amore deve essere, come l’amore di Dio, universale, che riguarda ogni persona umana, e non fa alcuna eccezione o discriminazione non ricerca alcun interesse proprio, se non imitare il Salvatore che ha detto: “Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”(Gv 10,10). Tale è il comandamento di Cristo e il nostro comandamento: amare Dio e amare il prossimo come se stesso, e come Dio l’ama. Gesù ci dice: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ha amati”(Gv15,12).

Solidarietà della Chiesa

  1. Siamo felici di sentire la simpatia e la solidarietà dei nostri fratelli e sorelle cristiani dall’estero, che non limitano il loro amore ai cristiani, ma abbracciano, senza discriminazione, tutte le persone oppresse da questo conflitto o che sono ne bisogno.

Ringraziamo tutti organismi si aiuto sociale e caritativo. Ringraziamo tutte le delegazioni cristiani, cattoliche e altre, che hanno voluto visitare il paese durante questo conflitto, per conoscere la verità da vicino e contribuire cosi alla costruzione della pace e della giustizia. Ringraziamo tutti i pellegrini che ci hanno tenuto, nonostante le difficoltà, a manifestarci, con la presenza e la preghiera, il loro sostegno e la loro simpatia.

Testimonianza del piccolo gregge

  1. Se voi siete qui un piccolo gregge, questo non diminuisce per nulla la vostra missione e le vostre responsabilità, ma invece le aumenta e le approfondisce. Portate in voi lo Spirito Santo, lo Spirito di verità che il Padre ha inviato ai credenti in questa stessa Città, in questo giorno di Pentecoste.

Questo Spirito abita in ciascuno di voi. Abita nella Chiesa di questo paese e nelle Chiese del mondo intero. Nel nome di questo Spirito che ci rende veramente figli di Dio e nel quale possiamo dire a Dio “Padre”(Cfr. Rm 8,15), diciamo pure: “Vieni, Signore Gesù”(Ap 22,17).

Le preghiere saranno esaudite

  1. Siamo forti nella Parola di Dio e nel Suo Spirito. Abbiamo fiducia nella bontà dell’uomo, malgrado tutto il male di cui soffriamo da cosi tanto tempo che pare non abbia fine e non debba finire. Ecco perché, non dubitiamo che le nostre preghiere e i nostri sforzi saranno un giorno esauditi. Crediamo in Dio e vi invitiamo a lavorare costantemente per la pace futura, questa pace per la quale molti uomini e molte donne, in mezzo a noi, hanno dato la loro vita.

Conclusione

“Beati i miti”

  1. Gesù dice: “Beati i miti, perché possederanno la terra… Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia perché loro e il Regno dei cieli”(MT 5,4.9-10).

Artigiani di pace

  1. La storia dell’umanità, in tutti i tempi e in tute le civiltà, è piena di guerre e di ricorsi alla violenza. Oggi, malgrado la pace apparente che ha incominciato a forzi tra i grandi di questo mondo, le guerre non sono cessate in numerosi luoghi del terzo mondo. Tutte queste guerre hanno una relazione con questi grandi della terra e con i commercianti di armi. Le grandi potenza hanno il loro ruolo in queste guerre e nella loro conclusione. Non possono sottrarsi alle loro responsabilità. Le grandi potenza hanno il loro ruolo in queste guerre e nella loro conclusione. Non possono sottrarsi alle loro responsabilità.

Le guerre sono un male da cui l’umanità deve potersi liberare. La pace è un rischio che devono accettare tanto le due parti in conflitto quanto i commercianti di armi e le grandi potenze di questo mondo.

In tutte le epoche e in tutte le civiltà, ci sono pure uomini di pace. D’altronde ogni conflitto e ogni guerra ha dovuto finire, presto o tardi, con un trattato di pace. Bisogna dunque sperare che anche qui un giorno si costruirà la pace. Nascita difficile in questi giorni, ma nascerà la pace.

Bisogna sperare, bisogna aiutare la speranza a nascere, con un appello fermo alla giustizia, e con una condanna ferma di ogni ingiustizia, da qualunque lato venga.

Gerusalemme, segno di speranza

  1. Gerusalemme, attualmente segno di contraddizione e di conflitto, resta, grazie a tutti i messaggi divini trasmessi, tramite essa all’umanità credente, un segno di speranza. Tutti i credenti di tutti i popoli dovranno incontrarsi per ascoltare qui la voce di Dio. Se arriveranno a intenderla, potranno restituire a Gerusalemme, con il suo carattere sacro, il suo potere di pacificazione e di umanizzazione.

Nessuno ha il diritto di appropriarsi esclusivamente Gerusalemme, un’appropriazione che faccia nascere l’odio e la disputa. Ogni credente ha il diritto di fare di Gerusalemme la patria della sua anima, della sua giustizia e dell’amore nel quale chiama tutti gli uomini alla pace di Dio.

“Domandate pace per Gerusalemme…

per i miei fratelli e i miei amici io dirò:

Su di te sia pace!

Per la casa del Signore nostro Dio,

Chiederò per te il bene”(Sal 122,6.8-9).

Preghiera

  1. All’inizio della storia umana, la torre di Babel era simbolo della confusione delle idee e delle lingue. Il giorno di Pentecoste, lo Spirito ha donato ai credenti presenti a Gerusalemme di comprendersi malgrado la differenza delle loro lingue. Domandiamo al Signore di inviare sopra di noi il suo Spirito e si rinnovare, in mezzo a noi, la sua Pentecoste, perché ogni uomo e ogni donna cominci a comprendere suo fratello e sua sorella, nell’amore e nella giustizia, e che tutti diventino capaci di amore, invece dell’odio, di pace, invece dell’oppressione e dell’ingiustizia.

Signore, in questo giorno e in questa terra, tu hai inviato il tuo Spirito, per rinnovare la faccia della terra, per riconciliare l’uomo con te e con il suo fratello. In questo giorno, in questa terra, noi abbiamo bisogno di riconciliazione. Invia il tuo Spirito oggi per rinnovarci e per riconciliarci.

+ Michel SABBAH, Patriarca

Gerusalemme, Pentecoste 3 giugno 1990.