Sesta lettera Pastorale

di H.B. Mons. MICHEL SABBAH

Patriarca Latino di Gerusalemme

Cerca la pace e perseguila

(Sal. 33,15)

«Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,

perché sarano saziati. Beati gli operatiori di pace,

perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,6.9)

Domande e risposte sulla

GIUSTIZIA E LA PACE IN TERRA SANTA

15 settembre 1998

Presentazione

Cari fratelli e sorelle,

vi saluto e vi auguro la pace. Con Gesù Cristo risorto nella gloria, che ha rinnovato in noi la speranza e il coraggio e ci chiama a nuova vita noi vi diciamo: “La pace sia con voi” (Gv 20,19 e 21).

  1. Già con la nostra lettera pastorale Domandate pace per Gerusalemme (1990; Regno-doc. 19,1990,611) abbiamo voluto aiutarvi a vivere alla luce del Vangelo di Gesù Cristo il difficile periodo che allora attraversavamo (l’intifada). Oggi, ci troviamo in una nuova situazione e in una nuova fase di ricerca della giustizia e della pace nella nostra Terra Santa. Il periodo dell’intifada è stato seguito dalla Conferenza di Madrid (1991), dagli Accordi di Oslo (1993; Regno-doc. 19,1993,640) e da altri accordi che continuano ad avere delle ripercussioni sulla realtà in cui viviamo: le trattative fra la Santa Sede e lo Stato di Israele e l’Accordo fondamentale (Regno-doc. 3,1994,81) che ne è scaturito, il trattato di pace fra la Giordania e Israele e la creazione dell’Autorità palestinese nel luglio del 1994. Ciononostante, la situazione generale continua a essere estremamente dolorosa e tesa. Il processo della giustizia e della pace è bloccato e alcuni affermano che è morto. La pace sembra essere ancora molto lontana.

In questa situazione alcuni tengono duro e affermano: “Bisogna proseguire nella ricerca della giustizia e della pace”. Altri sono scoraggiati. Dicono: “Solo ritornando alla violenza si può cercare di riprendere i pochi diritti che sono ancora ricuperabili”. Altri ancora sostengono: “É tutto inutile; non resta che partire, godersela o approfittare di ogni occasione, senza pensare alla dignità o ai diritti”. Così molti, sia fra il popolo che fra i responsabili, si sono lasciati andare alla corruzione e sfruttano al massimo ogni situazione senza preoccuparsi delle sofferenze altrui o dell’onestà, senza la quale la nostra vita non può ritrovare stabilità.

Di fronte a questa realtà, i fedeli s’interrogano e pongono molte domande ai pastori che Dio ha preposto alla guida del suo gregge. Vogliamo cercare di rispondere a queste domande alla luce della fede.

  1. Indirizziamo questo testo a tutti i nostri fedeli e lo affidiamo anche a tutti gli abitanti di questa Terra Santa, che sono da tanti anni alla ricerca della giustizia e della pace, con visioni diverse e addirittura contraddittorie. Mediante risposte brevi e, per quanto possibile, chiare alle domande che si pongono a tutti noi in ogni momento della nostra vita quotidiana, desideriamo aiutare i nostri fedeli a elaborare una visione cristiana della giustizia e della pace nel conflitto che non cessa di occupare i cuori e le menti.
  1. La nostra visione di fondo è la seguente: Dio è il creatore di tutte le persone e di tutti i popoli. La dignità di ogni persona è quella che Dio le ha dato. In questa dignità siamo tutti uguali. Ne consegue l’uguaglianza di diritti e di doveri di tutti i popoli e di tutte le persone e la necessità che ognuno riconosca e rispetti i diritti dell’altro e non ostacoli né il compimento dei propri doveri né il recupero dei propri diritti. Ogni persona e ogni popolo ha il diritto e il dovere di rivendicare tutti i propri diritti, qualora vengano violati, e di godere di una piena libertà nell’esercizio dei propri doveri e nella difesa dei propri diritti. Ogni persona e ogni popolo vanno aiutati in questo perseguimento della giustizia, poiché la giustizia garantisce la pace per tutti. Senza la giustizia, cioè finché i diritti sono violati, la via della pace rimane sbarrata.

Un altro principio della nostra visione di fondo è il seguente: Solo le vie della pace possono condurre alla pace. Con la violenza si può vincere una guerra o una battaglia. Con la forza si può creare uno stato e lo si può imporre come un dato di fatto. Ma la pace potrà essere solo il frutto della pace. La realtà che noi viviamo lo dimostra. Con la forza e con la violenza, Israele ha vinto le battaglie e ha creato uno stato. Ma continua a cercare la pace o a volerla imporre, inutilmente, con la forza. Lo stesso vale per i palestinesi. Attraverso le lotte fra arabi ed ebrei, che durano ormai da oltre un secolo, non hanno fatto che perdere e non sono arrivati alla pace. La strada è il dialogo, con le trattative, purché gli accordi che ne scaturiscono non rimangano delle firme apposte su pezzi di carta: essi devono ristabilire la giustizia per tutti. Solo con il ristabilimento della giustizia può cominciare l’educazione alla pace nei cuori.

  1. Speriamo che queste riflessioni possano aiutare i nostri fedeli a definire le loro posizioni nell’attuale fase di ricerca della giustizia e della pace, in un momento in cui il conflitto non ha ancora trovato una definitiva soluzione. Per ravvivare la sua speranza e sapere come comportarsi in questi tempi difficili, ogni credente deve cercare di scoprire il mistero di Dio negli avvenimenti. Ispirandosi alla parola di Dio e all’insegnamento della chiesa, egli è chiamato ad assumere le proprie responsabilità in questo momento della sua storia. L’attuale momento della società palestinese è uno dei più difficili, visto il profondo degrado della situazione e la generale instabilità politica, economica e sociale. É in questi momenti difficili che il cristiano ha bisogno di tutta la forza che gli viene dalla sua fede e speranza, al fine di proseguire, giorno dopo giorno, il suo cammino e far fronte alle prove quotidiane.
  1. I capi delle chiese di Gerusalemme sono stati più di una volta criticati dalle autorità con l’accusa d’interferire indebitamente in campo politico e di prendere posizione a favore di una parte contro l’altra. Come apparirà da questo documento, i capi religiosi hanno il diritto e il dovere di intervenire in una situazione politica che produce una generale instabilità nella vita quotidiana e genera ingiustizie che limitano le libertà, causano frustrazione e poi quella violenza che si dichiara di voler evitare e che viene invece alimentata e aggravata negli spiriti proprio dalle ingiustizie. La chiesa non parla per appoggiare o incitare una parte contro l’altra, ma per assolvere al proprio dovere, che è quello di denunciare l’ingiustizia e difendere l’oppresso e di affermare che quest’ultimo ha il diritto di rivendicare tutti i propri diritti. Al tempo stesso, e con la stessa parola, essa invita anche l’oppressore a liberarsi dall’oppressione che esercita sull’altro. Quando l’oppressione cessa e ogni persona e ogni popolo gode di tutti i propri diritti, la violenza scompare e regna la sicurezza e la pace.

Ai capi politici che reggono i destini dei popoli e hanno in mano la soluzione del conflitto fra israeliani e palestinesi e mondo arabo, offriamo l’umile contributo di questo nostro messaggio, al fine di giungere a una pace vera e definitiva, basata sulla giustizia e sulla dignità per tutti.

Gerusalemme, 15 settembre 1998.

+ Michel Sabbah, patriarca

  1. La pace che tutti desiderano
  1. Che cos’è la pace?

La pace non è pura assenza di guerra e non si limita a garantire l’equilibrio delle forze opposte: essa non deriva neppure da una dispotica dominazione o da un’occupazione militare. La pace è il frutto dell’ordine impresso nell’umana società dal suo divino Fondatore (cf. Gaudium et spes, n. 78; EV 1/1587). La pace è anzitutto opera della giustizia; poi è il frutto della verità, della libertà e dell’amore che va ben al di là di ciò che la giustizia può assicurare.

La pace suppone la salvaguardia dei beni di tutti, popoli e individui, e il reciproco rispetto della libertà di ognuno di essi, dei suoi diritti, delle sue frontiere e della sua sovranità.

  1. La pace ha un legame con la fede in Dio?

La pace ha un rapporto diretto con Dio, che è la pienezza dell’amore e della pace e ha creato tutti gli uomini per farli partecipare alla sua vita di felicità. Egli ci ha inviato il suo Verbo e Figlio unigenito per riunire nell’unica famiglia di Dio tutti i suoi figli dispersi dal peccato e divisi fra loro (cf. Gv 11,52). Gesù Cristo, verbo di Dio, è lui stesso la nostra pace e la nostra riconciliazione, lui che, nella sua carne, ha distrutto l’inimicizia (cf. Ef 2,14).

Perciò, il giorno della sua nascita a Betlemme, gli angeli hanno cantato: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama” (Lc 2,14).

Avendo vinto il male e la morte, Gesù risorto può annunciare la vera pace ai suoi discepoli e donarla a tutti coloro che credono in lui: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore” (Gv 14,27).

La pace è anzitutto un dono che ci viene da Dio. La vera pace fra gli uomini, quella basata sulla giustizia e sull’amore, è immagine ed effetto della pace di Dio.

D’altra parte, la pace è anche un compito che Dio ci affida come bene da ricercare e difendere continuamente. La pace non è mai raggiunta una volta per tutte, ma deve essere continuamente costruita. Essa è il frutto di una lotta incessante.

Operare per la pace è compiere la volontà di Dio nella storia che noi facciamo e viviamo. Adorare Dio, amare Dio, significa amare tutte le sue creature e costruire insieme la pace.

Quindi, la pace è sia dono di Dio che impegno di tutti gli uomini di buona volontà. Nella sua enciclica Pacem in terris, il papa Giovanni XXIII dice: “É questa [della pace] un’impresa tanto nobile ed alta, che le forze umane, anche se animate da ogni lodevole buona volontà, non possono da sole portare ad effetto” (parte V; EV 2/60).

  1. Quale pace desideriamo per noi

e per i popoli della Terra Santa e della regione?

Per tutti noi desideriamo la pace vera, cioè la pace basata sulla giustizia e sull’amore, come Gesù ha insegnato nel suo discorso della montagna. Chiediamo a Dio la pace che garantisce tutti i diritti di tutte le parti in conflitto. Desideriamo una pace che sia in grado di garantire la sicurezza ai palestinesi, agli israeliani e a tutti i paesi della regione. La pace che consiste nel rispetto della dignità, della libertà, della sovranità e dei diritti di ogni persona e di ogni popolo in Israele, in Palestina, in Giordania e in tutti i paesi della regione. La pace che fa sí che nessun paese si comporti in modo tale da costituire una minaccia per un altro paese, per il suo territorio e per i suoi diritti.

  1. La pace richiede che si rinunci ai propri diritti?

Che si accetti l’ingiustizia?

Nessuno ha il potere di chiedere, a nessun titolo, agli oppressi di tacere e di non rivendicare i propri diritti. Infatti, la pace non può basarsi sulla violazione dei diritti o sulla rinuncia ai diritti, cioè sull’ingiustizia. Accettare l’ingiustizia e rinunciare ai propri legittimi diritti non assicura la pace. L’imposizione di una pace ingiusta produrrebbe una falsa pace che potrebbe essere più distruttiva della guerra, poiché l’ingiustizia non può durare e si tornerà necessariamente a rivendicare i propri diritti.

Il.  conflitto che impedisce la pace

nei nostri paesi

  1. Qual è la natura del conflitto fra

israeliani e palestinesi?

Il conflitto fra israeliani e palestinesi è un conflitto politico ed economico. Ed è anche un conflitto fra due culture, pur trattandosi di due popoli semiti. La religione vi esercita una grande influenza, dal momento che in Oriente tutte le società sono costruite sulla religione. É un conflitto politico fra due popoli che appartengono a tre religioni: l’islam, l’ebraismo e il cristianesimo.

  1. Qual è la fonte principale del conflitto?

La fonte principale del conflitto è la disputa della stessa terra tra due popoli, ebraico e palestinese. I due popoli vi hanno convissuto in pace per secoli. Quando si è verificato un rovesciamento delle proporzioni demografiche fra i due popoli, in seguito alla massiccia immigrazione ebraica a partire dall’inizio del secolo, il popolo palestinese ha cominciato ad avvertire il pericolo di perdere la propria terra e la propria libertà. É finita la pace ed è cominciato il conflitto. La proclamazione dello Stato d’Israele nel 1948 ha comportato l’occupazione di molte città e villaggi palestinesi, nonché l’espropriazione di buona parte delle loro terre e proprietà. Centinaia di migliaia di palestinesi diventarono dei rifugiati. A partire dal 1948 il popolo ebraico possiede un proprio stato e gode della propria sovranità e libertà. Al contrario, il popolo palestinese, sulla poca terra che gli è rimasta, resta sempre sotto l’occupazione militare israeliana, anche se questo regime risulta un po’ mitigato su una parte dei territori palestinesi dalla recente creazione dell’Autorità palestinese. Il popolo palestinese non cessa di reclamare la sicurezza, la libertà, il diritto all’autodeterminazione e all’indipendenza totale nel suo proprio stato.

  1. Che cosa rappresenta Gerusalemme

in questo conflitto?

Gerusalemme è al centro del conflitto, a causa della posizione che occupa nella memoria religiosa e storica dei due popoli, palestinese ed ebraico, e delle tre religioni: ebraismo, cristianesimo e islam. Allorché la questione di Gerusalemme sarà risolta, il cuore del conflitto sarà risolto. Finché non sarà risolta la questione di Gerusalemme, il conflitto continuerà. Ogni altro accordo non potrà essere che parziale e non potrà assicurare l’auspicata pace nella regione.

Poiché Gerusalemme è al cuore del conflitto e poiché la maggioranza dei luoghi santi ebraici, cristiani e musulmani, si trova in essa, la questione di Gerusalemme conferisce al conflitto una dimensione religiosa.

Perciò, il ruolo che vi devono giocare i credenti è fondamentale. Essi devono operare in vista del ristabilimento della giustizia e della riconciliazione. Gerusalemme è una città santa. Il perdurare del conflitto e il fatto di lasciar durare le ingiustizie e le disuguaglianze sono in contraddizione con questa santità e con tutti i valori religiosi. I veri credenti soffrono per ciò che sta avvenendo oggi a Gerusalemme. Ma il dolore non basta; ogni vero credente, a qualunque religione appartenga, ha il dovere di assumere le proprie responsabilità e collaborare attivamente all’eliminazione di ogni forma di oppressione e al ristabilimento della giustizia e della riconciliazione.

  1. Le sofferenze dei palestinesi

Le sofferenze dei palestinesi a Gerusalemme sono numerose: la quasi impossibilità di ottenere concessioni edilizie, la demolizione delle loro case una volta costruite; ritiro della carta di identità degli abitanti di Gerusalemme e quindi privazione del diritto di risiedervi a causa della loro assenza dalla città per ragioni di lavoro, di alloggio o altro; la discriminazione nei servizi municipali; l’imposizione di un sistema fiscale applicabile alla situazione economica nella società israeliana, ma inadatto al settore palestinese, mantenuto in uno stato economico insufficientemente sviluppato, il che fa sì che le imposte divengano causa di rovina per alcuni ecc.

Tutte queste sofferenze e difficoltà confrontate con le facilitazioni offerte agli israeliani di origine ebraica e soprattutto a quelli che non sono neppure nati a Gerusalemme sono inammissibili.

Su tutto questo che cosa dice la chiesa ai propri fedeli?

Di fronte a tutte queste sofferenze, la chiesa si rivolge alle autorità politiche responsabili, municipali e nazionali, sollecitandole ad adottare le misure necessarie per porvi fine. La demolizione delle case è una violazione dei diritti dell’uomo; lo stesso dicasi della privazione del diritto di poter restare nel proprio paese. Noi diciamo ai responsabili che non è possibile assicurare la pace di Gerusalemme soffocando o ignorando la voce degli oppressi, ma ascoltandola e rispondendo efficacemente alle loro giuste rivendicazioni.

III.  Giustizia e diritti umani

  1. In che cosa consiste la giustizia?

La giustizia consiste nel riconoscimento e nel rispetto della dignità e dei diritti di ogni persona e di ogni popolo e, di conseguenza, nel dare a ciascuno ciò che gli è dovuto. Non è facile riconoscere i diritti, ciò che è dovuto a noi stessi e ciò che è dovuto all’altro. Perciò, il ristabilimento della giustizia richiede, oltre agli sforzi esteriori, diplomatici o militari, una grande lotta spirituale.

  1. Che cosa dice la religione

riguardo alla lotta per la giustizia?

L’azione per la giustizia è non solo permessa, ma richiesta dalla fede in Dio.

1) Dio infatti è la fonte e il datore dei diritti di ogni uomo. Perciò, ogni uomo ha il dovere di conservare i propri diritti e di rispettare i diritti altrui.

2) D’altra parte, ogni religione invita a conoscere e a fare la verità. Ora conoscere e fare la verità è conoscere e fare la giustizia. Ognuno ha il dovere di conoscere e accettare tutta la verità, su se stesso e sugli altri, anche se sono parte del conflitto.

La lotta per la giustizia è quindi un dovere di ogni credente. Lottare significa usare tutti i mezzi legittimi per far regnare la giustizia. Bisogna ricordare che la giustizia da sola non basta; essa deve essere completata dall’amore e dalla misericordia che conducono, con il ristabilimento della giustizia, al perdono e alla riconciliazione.

  1. Quali sono i mezzi legittimi per lottare

per la giustizia e il rispetto dei diritti umani?

Nella lotta contro l’ingiustizia bisogna usare i mezzi “intelligenti”, i mezzi cioè che conducono veramente a eliminare l’ingiustizia e non producono sofferenze ancora maggiori per gli oppressi.

Fra i mezzi legittimi vi sono i seguenti: le trattative a livello di capi politici; il dialogo fra i capi religiosi; gli incontri e l’azione comune degli operatori di pace dei due schieramenti. Ripetiamo che la violenza non può risolvere il conflitto in corso fra palestinesi e israeliani. Si possono adottare altri mezzi non violenti, come, ad esempio, le manifestazioni, un’informazione obiettiva dell’opinione pubblica locale e mondiale, l’azione diplomatica, l’azione di lobbying a livello locale e mondiale, ecc.

  1. Quali sono le condizioni essenziali di ogni giustizia?

Per giungere alla giustizia occorre:

– che i cuori degli uomini siano purificati dallo spirito dell’orgoglio e della dominazione e non siano prigionieri di interessi egoistici, a livello personale o nazionale;

– che siano liberi dalla costrizione della paura;

– che abbiano una fiducia reciproca e sappiano che il timor di Dio è fonte di ogni giustizia.

Occorre, infine, accettare il principio del dialogo e non quello della violenza come via alla giustizia.

  1. In che cosa consiste la giustizia

fra israeliani e palestinesi?

Attualmente, gli israeliani insistono fortemente sulla “sicurezza”. I palestinesi domandano la sicurezza, il diritto a poter ritornare, la libertà totale, la possibilità di creare anch’essi il proprio stato indipendente. Quindi, per gli israeliani come per i palestinesi, la giustizia significa il reciproco riconoscimento della dignità umana e di tutti i diritti della controparte, politici, civili e religiosi.

  1. La violenza
  1. Quali sono le diverse forme di violenza?

Per violenza si può intendere ogni azione che causa un danno grave, fisico o morale, alla persona o alla comunità. Essa può assumere diverse forme: guerra, occupazione militare di un altro paese, confisca di terre, resistenza armata, terrorismo, rappresaglie da parte di un governo, punizioni collettive ecc. Anche la chiusura dei Territori palestinesi, che causa disordini e difficoltà nella vita quotidiana della gente (lavoro, alimentazione, istruzione, ospedalizzazione, relazioni familiari, libertà di movimento) è una forma di violenza. Altre forme di violenza esercitate nell’attuale conflitto sono le seguenti: umiliare le persone con gesti o parole – per esempio, ai posti di blocco, far inginocchiare le persone, metterle con la faccia al muro o colpirle; demolire le case per le ragioni più diverse; incitare o educare alla violenza da parte del governo, con le proprie direttive ai soldati o ai cittadini, o da parte di gruppi di resistenza nei riguardi dei loro sostenitori; bombardare la popolazione civile per colpire o scoraggiare i militari o i guerriglieri; organizzare attentati; calunniare, maledire, dare false informazioni tendenti a demonizzare l’avversario. Tutto questo è violenza.

  1. Che cos’è il terrorismo?

Il terrorismo è:

– una violenza contro terzi per fare pressione sulla parte avversa: per esempio, prendere in ostaggio persone che non hanno alcuna responsabilità diretta nel conflitto;

– una violenza esercitata dallo stato o da gruppi su persone non coinvolte direttamente nel conflitto, pur facendo parte di un popolo in guerra, come ad esempio, i bambini, i civili, i malati. Altri esempi: il bombardamento di civili; la punizione collettiva; le rappresaglie indiscriminate; la tortura; il sequestro di persone; la punizione dei parenti e dei vicini al posto della persona colpevole; gli attentati nelle file della parte avversa; gli attentati nelle strade e nei luoghi pubblici ecc.

Il terrorismo è illogico, irrazionale e inaccettabile come mezzo per risolvere un conflitto. In caso di terrorismo i colpevoli sono due: anzitutto, coloro che compiono gli atti terroristici, coloro che li ispirano e li appoggiano e, in secondo luogo, coloro che intrattengono situazioni di ingiustizia che provocano il terrorismo.

  1. Esiste una violenza legittima?

La violenza deve essere l’ultimo mezzo cui si ricorre dopo aver inutilmente tentato tutte gli altri mezzi. Secondo l’insegnamento della chiesa, il ricorso alla lotta armata è un caso estremo, come ultimo rimedio per porre fine a una “tirannia evidente e prolungata” che danneggi gravemente il bene comune.

  1. Qual è il principio della legittima difesa?

L’amore verso se stessi resta un principio della morale. Dio è il fondamento della dignità umana e dei diritti della persona. É quindi legittimo e necessario fare rispettare i propri diritti. Lo stesso dicasi della difesa dei deboli e dei poveri, vittime dell’oppressione e della violenza.

Quando la vita è in pericolo, chi difende la propria vita non è colpevole di omicidio anche se è costretto a infliggere al proprio aggressore un colpo mortale. Il criterio del ricorso alla violenza si misura in base alla gravità del danno che minaccia la vita. Non è quindi lecito esercitare una violenza maggiore del necessario, anche in caso di legittima difesa.

  1. Si può adottare la violenza

come principio di azione?

A parte il caso della legittima difesa, non si può assolutamente adottare la violenza come normale principio di azione. “Perché la pace possa regnare nei vostri cuori, voi dovete soprattutto rinunciare a ogni forma di odio e di violenza. La violenza non può generare che violenza. Finché si continua a rispondere alla violenza con la violenza, nessuno sarà in grado di fermarne l’esplosione” (Giovanni Paolo II, discorso in Lesotho (Africa), 15.9.1988).

  1. Quali sono i limiti che anche un’insurrezione

armata lecita non deve mai superare?

Il limite è ciò che noi abbiamo definito come terrorismo (cf. Catechismo della Chiesa cattolica, n. 2297).

“Non si può mai ammettere, né da parte del potere costituito né da parte di gruppi di insorti, il ricorso a mezzi criminali come le rappresaglie perpetrate ai danni delle popolazioni, la tortura, i metodi terroristici” (Congregazione per la dottrina della fede, istr. Libertatis conscientia sulla libertà cristiana e la liberazione, 22.3.1986, n. 79; EV 10/307). Come abbiamo detto sopra, non si può ricorrere alla violenza se non in casi estremi, per rimediare a un’ingiustizia evidente e permanente che danneggia gravemente il bene comune.

  1. Il ruolo della religione
  1. Qual è il ruolo della religione

nel conflitto e nella pace?

La religione è anzitutto la fede in Dio uno, creatore dell’universo e, in secondo luogo, l’amore per tutte le creature di Dio. “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso”… (Lc 10,27; Lv 18,19). Evidentemente questo amore deve essere armonizzato con il diritto di difendersi e di difendere la dignità di ogni persona umana, nonché con il rifiuto di ogni forma di oppressione e di ingiustizia.

Per il popolo e per le persone credenti la religione è la memoria del passato. Essa è anche profezia, cioè una luce per il presente e per l’avvenire. Il vero credente va oltre le difficoltà del presente e le affronta con la forza del suo legame con Dio. La profezia illumina il cuore del credente, lo rende capace di percepire il mistero e la volontà di Dio al di là degli avvenimenti presenti e lo riempie di una speranza che gli consente di superare le difficoltà del momento, le sue ingiustizie, le sue frustrazioni e tutto ciò che gli sembra impossibile. In caso di conflitto, la religione è una fonte di speranza fondata sulla luce di Dio.

  1. Come si manifesta la religione nel conflitto?

In Oriente, la religione compenetra e anima tutte le attività private e pubbliche. Tutto viene posto sotto il nome di Dio. Tutto comincia e finisce nel nome di Dio. La guerra comincia nel nome di Dio e gli accordi di pace lo stesso. Perciò, la voce, le direttive dei capi religiosi possono avere un’influenza decisiva sui fedeli, da una parte come dall’altra: possono incitare alla guerra e alla violenza o invitare alla pace.

La religione si trasforma a volte in estremismo religioso e in appello alla violenza, che può giungere fino al terrorismo, nella difesa di una cultura o di una identità nazionale. Capita anche, a volte, che i politici sfruttino un aspetto particolare della religione per raggiungere i loro scopi. Così, in nome del Dio clementissimo e amante degli uomini, si commettono atti di violenza e si giunge, a volte, a uccidere nel nome di quel Dio che è la fonte della vita.

  1. Perché assistiamo alla radicalizzazione

delle posizioni religiose?

La religione è una risorsa che è al disopra delle posizioni e delle limitazioni umane. Molti vi trovano uno strumento e un mezzo per affrontare una dominazione illegittima e un potere ingiustamente imposto, causa di umiliazione e di frustrazione. La religione è vista come l’unico mezzo per liberarsi dell’oppressore, o perlomeno per prendersi la propria rivincita.

Le cause di tutto questo sono quindi, anzitutto, la persistenza dell’ingiustizia a livello di popoli o di persone, la relazione di forza che si stabilisce fra il più forte e il più debole, il materialismo della tecnologia e l’asservimento reale o apparente dei valori spirituali agli “interessi” dello stato.

In questo caso, l’estremismo religioso viene visto come l’ultimo ricorso, dopo che si sono esauriti, o sono risultati inefficaci, tutti gli altri mezzi, come la lotta armata o pacifica, le trattative ecc.

Altre eventuali cause sono: una cattiva comprensione o interpretazione della religione e, a volte, anche l’esplicita manipolazione della religione. É relativamente facile trascinare e infervorare le masse con il sentimento religioso.

L’estremismo religioso trasforma la religione in un assoluto particolare ed esclusivo: la sostituzione di se stessi, come individui o come popolo, a Dio. In ultima analisi, con il pretesto della religione, si cerca, consciamente o inconsciamente, d’imporre il proprio interesse, come individuo o come popolo. L’estremismo religioso rifiuta il senso della storia e la riduce al momento presente.

  1. É vero che le religioni dividono

gli uomini e causano le guerre?

Sembra vero, se consideriamo il comportamento di certi credenti sia di oggi che dei tempi passati. In realtà, le religioni aiutano a unire gli uomini fra loro e con Dio. Non è la religione a essere fonte di discriminazione, di contese e di guerre. Sono piuttosto gli uomini a comprendere male la loro religione o a farne un cattivo uso.

  1. Il clero può prendere parte?

a una lotta armata “lecita”

Assolutamente no. Il clero sceglie per se stesso una vocazione che consiste nel pregare per gli uomini e le donne, a indirizzarli verso il bene e a introdurre la misericordia nei loro cuori. Il suo dovere è quello di annunciare i veri valori e di servire da guida sulla strada che conduce a essi.

Il politico sceglie il dovere di governare gli affari del paese e il militare quello di difendere la sicurezza e la dignità di quest’ultimo e di combattere per questa causa. Così, nella società umana i doveri sono molteplici e diversificati: ogni cittadino li adempie secondo la propria vocazione e la propria capacità.

Circa le realtà politiche o militari il clero deve difendere la verità. Esso ha la responsabilità di aiutare le persone a prendere coscienza dei propri diritti e doveri, a fare ciò che richiede il proprio dovere verso la patria e a obbedire ai propri legittimi capi per ciò che riguarda il bene comune. Inoltre, in situazioni di oppressione, gli uomini di religione, cioè il clero, hanno il dovere di parlare, di essere la voce dei senza voce e di difendere i deboli e gli oppressi.

  1. Qual è il ruolo della chiesa

in caso di conflitto?

Quando il potere politico, nazionale o straniero, viola i diritti di un popolo o di una categoria di persone, la chiesa deve alzare la voce e prendere ogni iniziativa di sua competenza per difendere i deboli e gli oppressi. Benché i suoi membri appartengano all’uno e all’altro dei gruppi o popoli in conflitto, essa si preoccupa comunque del bene di entrambe le parti. La chiesa è infatti a servizio dell’uomo in quanto tale, quindi a servizio di tutti. Essa alza la propria voce per ricordare il diritto e difendere l’oppresso, chiunque egli sia.

La chiesa ha anche la missione di proporre vie del dialogo e di riconciliazione e di invitarvi tutte le parti coinvolte.

  1. Qual è il ruolo dei capi religiosi in Terra Santa?

La religione invita i capi religiosi a:

  1. a) difendere i deboli e gli oppressi;
  2. b) chiamare le persone e i popoli a riconoscere coraggiosamente ciò che è giusto e ad accettarlo sia per se stessi che per l’altro;
  3. c) educare i popoli alle vie della pace;
  4. d) mantenere il dialogo fra le diverse religioni, onde giungere per quanto possibile a una visione comune della giustizia e della pace da stabilire.
  5. Il dialogo fra capi religiosi di Terra Santa

può influire sulla pace?

Dato il notevole impatto della loro parola e del loro esempio sulla stragrande maggioranza della popolazione, i capi religiosi hanno un ruolo determinante nella formazione dell’opinione pubblica. Questo può avere, a sua volta, delle ripercussioni sull’elezione dei capi politici e sulle loro scelte e programmi di azione. Perciò, un dialogo fra i capi religiosi delle tre religioni monoteistiche che giungesse a una visione comune della giustizia e della pace e una parola comune rivolta in questo senso ai credenti avrebbe un peso importante sul processo di pace.

Inoltre, i capi religiosi, come si è già affermato sopra, hanno la grande responsabilità di educare i popoli alla pace e di precederli sulla via del coraggio necessario per rendersi conto che la giustizia per l’uno è inseparabile dalla giustizia per l’altro e per riconoscere i diritti e la dignità dell’altro. Solo allora diventa possibile appellarsi alla pace e alla riconciliazione.

  1. La riconciliazione, il perdono

e l’amore dei nemici

  1. Qual è il nostro posto in questa situazione?

Il conflitto ci è imposto. Siamo coinvolti in esso come cittadini e come cristiani. Le nostre reazioni in quanto cittadini e in quanto cristiani non devono essere contraddittorie. Al contrario, devono completarsi. Come cittadini, facciamo parte di un popolo che lotta per i propri diritti. In quanto cristiani, restiamo parte di questo popolo che lotta per i propri diritti. Inoltre, noi abbiamo una visione particolare: è Dio che determina il nostro posto e la nostra vocazione nella storia che costruiamo ogni giorno con coloro che ci circondano. Dio è il nostro creatore. Egli ci ha parlato nella rivelazione per salvarci e renderci strumenti di salvezza per tutti. Di fronte a realtà a volte crudeli e dure da accettare, il nostro ruolo in quanto cristiani è quello di testimoniare questa grazia e la salvezza offerta a noi e a chiunque la desidera, e di comportarci con tutti, anche con gli avversari, in base a questa visione della grazia di Dio e della sua salvezza offerta a tutti.

  1. Che cosa s’aspetta Dio da noi

in questa situazione?

Dio s’aspetta da noi che ci comportiamo come lui, con la forza della sua grazia, e che siamo strumenti di salvezza per tutti coloro con i quali abbiamo relazione. Egli ci chiama a entrare nel suo disegno di salvezza per tutta l’umanità.

Dio si aspetta da noi che vediamo la sua immagine e la sua dignità in tutti gli esseri umani. Infatti, tutti gli esseri umani sono sue creature e suoi figli. Egli vigila su tutti e “fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” (Mt 5,45). Dobbiamo sapere di non essere mai soli in una situazione di conflitto. Dio è sempre con noi: egli è l’Emmanuele; è sempre lì e ci invita a imitarlo e ad adottare lo stesso sguardo che lui porta su tutti i suoi figli.

  1. Che cosa significa amare il nemico?

Il nemico è colui che offende, stupra, distrugge un’altra persona nella sua dignità, nei suoi diritti, nel suo onore, nel suo corpo e nei suoi beni. Per Dio, nessuno, neppure i più grandi peccatori o malfattori, è nemico: ogni persona è creatura, creata a sua immagine, oggetto del suo amore, chiamata alla conversione e alla salvezza. Per il cristiano, Dio è il modello. Quindi anche per il cristiano nessuno è nemico nel senso assoluto del termine. Ciò significa che, nonostante tutto il male di cui è capace, un essere umano resta sempre creatura di Dio, sua immagine, amata da lui e oggetto della sua Provvidenza.

  1. Amare il nemico significa lasciarlo fare

e rassegnarsi all’ingiustizia?

Assolutamente no. Da una parte, il nemico, nonostante tutto il male che compie, conserva per noi tutta la sua dignità, che gli deriva da Dio; dall’altra, pur essendo pienamente consapevoli di questa dignità, noi esigiamo da lui che smetta di aggredire, ripari il male compiuto e sospenda il male che intende fare. Inoltre, il fatto di aprire gli occhi al nostro avversario e ricondurlo sulla retta via è un’opera di liberazione nei suoi riguardi, un modo di aiutarlo a essere veramente creatura di Dio e fratello per ogni essere umano.

  1. Come perdonare il nemico che ci ha gravemente

danneggiato o continua a farlo?

Perdonare non significa rassegnarsi ad accettare l’offesa o il male che ci è stato causato. Ciò sarebbe un’ingiustizia sia verso noi stessi che verso il nemico stesso. Il fatto di perdonare non trasforma il male in bene: l’assassinio resta un male e un crimine e la violazione dei diritti resta una violazione e un male che bisogna respingere.

Perdonare significa anzitutto vedere l’immagine di Dio nel nostro avversario e il permanere dell’amore di Dio verso di lui. In secondo luogo, significa esigere dal nostro avversario che sospenda l’offesa, ripari il male e ristabilisca tutti i nostri diritti. In terzo luogo, significa purificare l’anima dall’astio e dall’odio. In questo imitiamo il Cristo che ha perdonato coloro che lo hanno crocifisso e ha raccomandato il perdono e l’amore ai nemici. In ultima analisi, perdonare è riprendere la grande lotta interiore che consiste nel purificare l’anima, imitare Dio, vedere tutte le creature come lui le vede. Questa lotta si collega al mistero della lotta dello stesso Cristo e introduce nel mistero della croce. Non a tutti è dato di comprendere questo mistero. Gesù dice: chi può intendere intenda.

  1. É davvero possibile perdonare?

É difficile perdonare. Quando perdoniamo il nostro nemico, lasciamo agire la potenza stessa della croce e operiamo con il Cristo per la nostra salvezza e per la salvezza dei nostri fratelli, anche se sono i nostri “nemici”. É esattamente ciò che Dio ci chiede: collaborare ad aprire il cammino della salvezza al mio “nemico” attraverso il mio atteggiamento di perdono.

L’astio e l’odio nell’anima sono una maledizione che ci distrugge dal di dentro e diventa un ostacolo alla conversione dell’altro. Dio vuole liberare dal male sia me che il mio avversario. Il verbo di Dio si è incarnato per vincere il male e operare in noi la salvezza e la liberazione. Inoltre, amare e perdonare purifica l’anima e ne rinnova le energie per continuare a ricercare la giustizia.

In base a questa visione noi affermiamo che il perdono è possibile. É difficile. Richiede una grande lotta spirituale, ma è possibile, essendo anzitutto un dono e una grazia di Dio.

  1. Dobbiamo quindi rinunciare a difenderci,

dobbiamo lasciar correre?

No, dobbiamo continuare a batterci e a difenderci con tutti i mezzi legittimi. Reclamare dal nostro “nemico” i nostri diritti è volere che anch’egli si ritrovi in una situazione di diritto, liberato dalla sua ingiustizia nei nostri riguardi. Reclamare i nostri diritti è difendere la nostra dignità, ma è anche difendere la dignità dell’avversario e aiutarlo a rientrare sulla strada della riconciliazione e della salvezza.

  1. Si può rifiutare il perdono? Che cosa significa

in questo caso il rifiuto del perdono?

Il rifiuto del perdono può derivare dalla gravità della ferita o della disperazione della persona lesa che vede l’impossibilità della giustizia. Ne consegue l’accecamento della persona che si rende incapace di vedere oltre la propria umanità, di contemplare il Dio buono, misericordioso e onnipotente nel suo mistero. Rifiutare coscientemente il perdono è un suicidio spirituale. Nel disegno di Dio, le sofferenze sono una fonte di purificazione e di crescita spirituale. Rifiutare il perdono è rendere sterili le sofferenze patite. Il perdono invece trasforma la sofferenza in fonte di redenzione, mette fine allo scoraggiamento e alla disperazione e rinnova le forze per continuare a ricercare la giustizia.

  1. Che cosa significa riconciliarsi

e quali ne sono le condizioni?

La riconciliazione comincia quando cessa l’oppressione ed è ristabilita la giustizia. La riconciliazione diventa allora una relazione di pace, non più segnata dal precedente conflitto. Fra le condizioni fondamentali vi sono soprattutto le seguenti:

– fare verità sul conflitto;

– osare chiamare per nome i reciproci torti e le reciproche responsabilità, analizzandone l’origine, il contesto e gerarchizzandoli;

– pervenire a un riconoscimento reciproco delle nostre rispettive identità, del nostro essere e dei nostri diritti;

– riparare ciò che è riparabile;

– perdonare e domandare perdono.

Se si riesce a fare insieme questo cammino, si riceve il dono di una nuova vita nel rispetto reciproco.

  1. É possibile parlare

di una spiritualità della pace?

La vita del cristiano è un continuo sforzo per conservarsi nel bene e in un autentico progresso con Dio e verso Dio e con gli altri. La pace è opera di Dio creatore che ha creato l’universo nella bellezza dell’armonia e dell’unità. Essa è anche la grande promessa di Dio nella storia della salvezza, ogni volta che il suo popolo si allontana da lui e corre verso la propria rovina. Inoltre, la pace è il grande dono della nuova creazione, che trova la sua sorgente nella risurrezione di Cristo.

Per i credenti, la pace è lo sforzo spirituale del cuore e dell’anima, in ogni momento della vita quotidiana, di vivere continuamente in armonia con Dio e con gli altri, pur restando parte integrante della ricerca di tutti gli uomini di buona volontà finalizzata al ristabilimento della giustizia e della pace.

Una spiritualità della pace si basa quindi, da un lato, sulla pace interiore di tutta la persona umana, corpo e anima e, dall’altro, sull’assunzione dell’impegno quotidiano per realizzare la pace, la quale è giustizia e misericordia che conduce al perdono e alla riconciliazione.

VII.  Una visione per il futuro

  1. Qual è la nostra visione di una pace vera?

Data l’importanza della religione nei nostri cuori e nelle nostre vite, qualsiasi visione per il futuro della nostra Terra Santa si basa, anzitutto, su un rinnovamento spirituale di tutte le religioni. Un rinnovamento che sia una purificazione dei cuori e delle menti, sul piano personale e istituzionale, e faccia scoprire il vero significato della religione, che è adorazione di Dio e rispetto e amore per tutte le sue creature con tutte le loro differenze. In base a questa visione, si possono riconoscere e rendere a ognuno i propri diritti. Una volta riconosciuti ed effettivamente ristabiliti i diritti di tutti, sarà possibile la pace vera e definitiva.

  1. Quale soluzione politica si potrebbe immaginare?

La soluzione consisterebbe nel permettere ai palestinesi di godere della propria piena libertà, vale a dire di potersi dare la forma di vita politica che essi vogliono, giungendo fino alla fondazione di un proprio stato indipendente. Così, potrà nascere e svilupparsi la fiducia e cesserà ogni forma di violenza e ogni ricorso alla forza da parte dello stato e da parte dei gruppi di resistenza. Quando i palestinesi godranno della propria sicurezza, gli israeliani avranno anch’essi la sicurezza tanto desiderata.

  1. Quale è l’importanza e il ruolo di Gerusalemme

per qualsiasi pace futura?

Gerusalemme riveste un’importanza centrale ed esemplare per la regione e per il mondo. Dio le ha affidato la missione di essere la città del suo incontro con l’umanità, la città della riconciliazione dell’umanità con lui e delle persone e dei popoli fra di loro, e un simbolo universale di fraternità e di pace fra tutti i popoli. Animato da un vero spirito religioso, ogni credente delle tre religioni monoteistiche offrirà la propria collaborazione perché questa città sia veramente come Dio l’ha voluta: un luogo d’incontro con Dio e, di conseguenza, un luogo di pacificazione dei cuori e delle menti e di riconciliazione.

  1. Come risolvere la questione di Gerusalemme?

Il fondamento di ogni soluzione è l’uguaglianza dei cittadini sul piano dei diritti e dei doveri, in modo che nessuno sia superiore all’altro, nessuno sia sottomesso all’altro o in condizione di dover essere protetto dall’altro. Tutti uguali e tutti ugualmente protetti dalle leggi.

A Gerusalemme vi sono due popoli: palestinesi e israeliani, e tre religioni: ebraismo, islam e cristianesimo. Gerusalemme è una città santa. Essa ha a causa di questa santità un carattere peculiare che la distingue da tutte le città del mondo. Per questo, non può rassomigliare nel suo statuto a nessun’altra città o capitale del mondo. Essa esige uno statuto particolare che garantisca il diritto di tutti i suoi abitanti e delle tre religioni presenti in essa, che salvaguardi il suo carattere di santità e culturale tipico, la sua posizione al di sopra delle guerre e delle ostilità e garantisca il libero accesso a tutti, amici o nemici, in tempo di pace o di guerra.

Spetta ai due popoli presenti, israeliani e palestinesi, con la collaborazione delle religioni interessate, ebraismo, cristianesimo e islam, definire questo statuto particolare e governare la città in base a esso. La comunità internazionale, da parte sua, e l’intera umanità hanno il dovere di aiutare i due popoli a elaborare questo statuto particolare. Il riconoscimento di questo statuto da parte della comunità internazionale sarà una garanzia di stabilità dello stesso.

Nel quadro di questo statuto particolare, Gerusalemme può essere “capitale” dei due popoli e dei due stati, diventando così la culla e il simbolo del reciproco riconoscimento e della coesistenza fraterna fra palestinesi e israeliani. Essa sarà anche simbolo e fonte di pace per tutti i popoli della regione e della terra.

  1. Qual è la posizione della Santa Sede

riguardo a Gerusalemme?

Nella questione di Gerusalemme la Santa Sede distingue, senza separarli, due aspetti: il conflitto sulla sovranità nella città e la salvaguardia del suo significato religioso e culturale. Riguardo al conflitto sulla sovranità, spetta alle due parti in causa, israeliani e palestinesi, trovare una soluzione. La Santa Sede considera il conflitto sulla sovranità una questione di giustizia che deve essere regolata dalle due parti in causa. Ma, in forza della sua autorità morale, si riserva anche il diritto di esprimere la propria opinione sul rispetto o meno della giustizia nelle soluzioni proposte. Essa riconosce, inoltre, la posizione della comunità internazionale e le risoluzioni delle Nazioni Unite al riguardo.

Riguardo al significato religioso e culturale di Gerusalemme, la Santa Sede chiede che la parte principale della città, con i Luoghi santi e le comunità umane e religiose che lì vivono, venga rispettata nella propria identità, e che siano assicurati i diritti della libertà religiosa e della libertà di coscienza sia ai residenti che ai pellegrini provenienti dal mondo intero. Essa chiede anche un’uguaglianza di diritti e di trattamento per i membri delle comunità delle tre religioni monoteistiche esistenti in città per quanto riguarda le loro attività spirituali, culturali, civili ed economiche. Essa chiede, infine, la libertà di accesso alla città santa per i cristiani locali, nonché per i pellegrini del mondo intero.

Perciò, è necessario, come è stato detto (domanda 41), uno statuto particolare, creato e amministrato dai suoi due popoli, e in seguito riconosciuto e garantito dalla comunità internazionale.

  1. Qual è la posizione della chiesa locale

riguardo a Gerusalemme?

La posizione della chiesa locale di Gerusalemme coincide praticamente con quella della Santa Sede. Riguardo al conflitto sulla sovranità, dato che i nostri fedeli sono una parte degli abitanti di Gerusalemme, sono dei cittadini, e quindi parte in causa nel conflitto e dato che anche i fedeli sono la chiesa, noi affermiamo che i due popoli in causa, israeliani e palestinesi, devono avere uguali diritti e doveri, compresa la sovranità. Tutte le chiese di Gerusalemme hanno affermato congiuntamente la loro posizione sulla città santa in un memorandum comune del 23 novembre 1994 su L’importanza di Gerusalemme per i cristiani (cf. Regno-doc. 1.1995, 19-21).

VIII.  Conclusione

Auspici e preghiere

  1. La pace a chi è utile? La risposta sembra evidente per coloro che si lasciano guidare da valori umani, morali e spirituali. Essa non è così evidente per coloro che sono dominati da ambizioni politiche e da spirito di dominio o di vendetta.

Oggi, né i palestinesi né gli israeliani possono guardare i loro figli senza sentire una grande paura per il futuro.

Ci si può rifugiare in un surrogato della pace, nell’ossessione della sicurezza. Il sistema di sicurezza può diventare tirannico e molto costoso. Inoltre, esso ha bisogno di nemici per giustificare la propria esistenza e le spese che ne conseguono. La sicurezza diventa così un ostacolo alla pace.

Esigere la sicurezza prima di creare le condizioni della giustizia significa pensare ed agire al di fuori della realtà umana. Ognuno avrà la sicurezza che avrà dato all’altro.

Anche la violenza e lo spirito di vendetta bloccano la pace, perché generano altre violenze e altre vendette.

Con una visione politica gretta non si riesce a uscire dalla spirale della dominazione, dell’ingiustizia e della violenza. Dobbiamo chiederci seriamente che cosa sarà della nostra regione fra venti o cinquant’anni. Di fronte al disinteresse per la pace che si constata attualmente, non occorre essere pessimisti per prevedere un deserto di cimiteri e la rovina di tutto ciò che si costruisce oggi. Tutto questo potrebbe essere invece una fioritura di sviluppo, di benessere e di vita migliore per tutti, se gli attuali politici, liberi dalla paura e dagli interessi egoistici, avessero il coraggio di realizzare la pace attraverso la giustizia.

Solo una pace giusta, attuata con il dialogo e la fiducia reciproca, potrà liberare gli israeliani e i palestinesi dalla paura del futuro. La pace è utile non solo ai potenti di questo mondo, che hanno una vita protetta, sebbene minacciata, ma anche ai deboli, alle famiglie, ai giovani, alle comunità, palestinesi e israeliane, la cui esistenza è esposta continuamente al pericolo. La pace è utile a tutti loro e sono loro che devono reclamarla.

  1. Presentiamo questo testo, frutto di una riflessione comune con un gruppo di teologi della chiesa di Gerusalemme, come un contributo all’educazione alla pace, in spirito di collaborazione con tutti gli uomini di buona volontà, affinché questo XX secolo si chiuda con la soluzione dei conflitti, con una vera riconciliazione, e affinché il XXI secolo si apra con un progetto di coesistenza pacifica per tutti i popoli della Terra Santa, nello spirito del grande giubileo.

In un commento al progetto di questa riflessione si legge: “La riflessione è troppo idealizzata e non è applicabile alla nostra realtà della Terra Santa, dove si confrontano due parti: una forte, Israele, che dispone della potenza militare e dell’opinione pubblica mondiale, e l’altra, il popolo palestinese, debole e disarmata…”.

Proprio per poter uscire da questi vicoli ciechi umani si richiede una visione. Una visione che ponga tutte le parti davanti alle loro vera dimensione di creature di Dio e di fronte al loro vero potere, che è la dignità che Dio ha donato a tutti indistintamente. Al forte noi diciamo che con le armi può conquistare il paese e opprimere i popoli, ma non può uccidere l’anima di un popolo né conquistare la pace. Al debole diciamo che non deve perdere la speranza, poiché la dignità divina presente in lui è più grande e più forte di qualsiasi potere umano. Inoltre, la chiave della pace è nelle sue mani esattamente allo stesso modo in cui è nelle mani del più forte.

Per comprendere questa visione e perché diventi parte della nostra vita reale noi abbiamo bisogno di Dio e dei doni del suo Santo Spirito, ma dobbiamo anche cooperare con Dio per costruire insieme a lui la vera pace. L’azione per la pace e la preghiera per la pace vanno di pari passo, come dice chiaramente questa bella preghiera attribuita a san Francesco di Assisi, che ogni credente monoteista e ogni comunità può fare sua:

“Signore, fa’ di me, uno strumento della tua pace; dove c’è odio, che io porti l’amore; dove c’è offesa, che io porti il perdono; dove c’è discordia, che io porti l’armonia; dove c’è errore, che io porti la verità; dove c’è dubbio, che io porti la fede; dove c’è disperazione, che io porti la speranza; dove c’è tenebra, che io porti la luce; dove c’è tristezza, che io porti la gioia. Signore, fa’ che io cerchi di consolare più che di essere consolato; di capire, più che di essere capito; di amare, più che di essere amato; poiché è donando che si riceve; è dimenticandosi che ci si trova; è perdonando che si è perdonati; è morendo che ci si risveglia alla vita eterna. Amen”.