Logo
Donare ora

Meditazione dell'Arcivescovo Pizzaballa: XXXIII Domenica del Tempo Ordinario, anno A

15 novembre 2020 

XXXIII Domenica del Tempo Ordinario, anno A 

Ci mettiamo in ascolto del brano di Vangelo di oggi (Mt 25,14-30) a partire da quello di domenica scorsa (Mt 25,1-13): abbiamo visto che le vergini sagge della parabola, attendendo lo sposo, si erano date da fare per avere una sufficiente riserva di olio per la loro lampada, una riserva che bastasse ad alimentare la fiamma fino al suo arrivo. 

E abbiamo visto, quindi, che c’è un legame profondo tra saggezza e capacità di attendere: chi attende qualcuno sta nella vita in modo vigile, creativo, attento, e ciò che accade non gli passa accanto senza sfioralo. Attendere è fare spazio alla profondità della vita, è cercarne il senso, e questo genera un dinamismo che rende la vita più intensa. 

Chi non attende, al contrario, non ha motivo per darsi da fare, ed è come se la vita scorresse senza la sua partecipazione. 

La stessa chiave di lettura vale per il brano di oggi: c’è un’attesa dovuta al fatto che il padrone di casa è partito per un viaggio. 

Partendo, però, non ha lasciato inoperosi i suoi servi, ma ha affidato loro i suoi beni, le cose di casa sua. 

Viene in mente, qui, il racconto dei primi capitoli della Genesi: Dio crea il mondo, e poi si ritira, affidando la sua casa, l’intera creazione, all’uomo, perché lo coltivi e lo custodisca (Gn 2,15). 

Ed è interessante l’ordine con cui l’autore biblico usa questi due verbi: l’uomo non è chiamato innanzitutto a custodire il giardino, a difenderlo dai possibili nemici, a preservarlo da eventuali rischi o incidenti. È chiamato invece a coltivarlo, cioè a metterci tutto l’impegno perché questo giardino esprima tutta la propria bellezza, la propria potenzialità, per il bene di tutti. 

Proprio così nel racconto di oggi: alcuni servi coltivano i doni ricevuti, e rischiano anche di perderli, pur che diano frutto. E fanno esperienza che i talenti ricevuti, se usati bene, portano davvero un grande frutto. 

Ma un servo, quello che ha ricevuto un solo talento, custodisce il suo dono senza coltivarlo. Non fa nulla di male, non lo perde, ma non lo investe, non lo mette in gioco, lo nasconde (Mt 25,18). 

Lo fa per paura (Mt 25,25), dove la paura nasce da una conoscenza falsata del proprio padrone, da una mancanza di fiducia in lui. 

Mentre infatti i primi servi parlano del proprio padrone come di colui che dà (Mt 25,20.22), il terzo servo parla del proprio padrone come di colui che toglie (Mt 25,24). 

Ed è interessante che, tornando a Genesi, troviamo esattamente la stessa dinamica: nel momento in cui l’uomo smette di conoscere Dio come Padre e inizia a pensarlo come qualcuno che toglie la vita, invece di donarla, allora cerca di salvarsi da solo, di darsi la vita da solo. E, alla fine, anch’egli ha paura e anch’egli si nasconde. 

Allora possiamo dire che la parabola di oggi forse vuole dirci innanzitutto questo: che attendere è tutt’altro che l’atteggiamento passivo di chi rimane senza far nulla, aspettando ciò che deve accadere. 

Ma vuole dirci anche che l’attesa è creativa, è generativa di vita solo quando si attende Colui dal quale si spera tutto, solo quando si attende Qualcuno che si conosce come buono. 

Allora non si ha paura, e si sa rischiare. 

Chi attende veramente non può che rischiare tutto, sapendo che - comunque vadano le cose - non andrà perso il bene più grande che l’uomo ha ricevuto da Dio, ovvero il suo stesso essere figlio, comunque e sempre amato. 

+ Pierbattista