Domenica 7 giugno
Solennità del Corpus Domini
Quando ci mettiamo in ascolto del brano di Vangelo di questa festa (Gv 6,51-58), rimaniamo colpiti dal numero di volte in cui ritornano termini legati al tema della vita.
Solo nel primo versetto (Gv 6,51) ne troviamo subito tre: Gesù è il pane vivo, se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che lui darà è la sua carne per la vita del mondo. Così poi, proseguendo nella lettura, ritroviamo questi termini altre sei volte, e questo ci dice l’importanza di questo tema nel Vangelo di Giovanni e, in generale, nel pensiero stesso di Gesù.
In effetti, una tale concentrazione del termine “vita” la troviamo, in Giovanni, fin da subito, al capitolo primo, ovvero nel Prologo del suo Vangelo. Non come un tema tra gli altri, ma come la chiave d’ingresso al suo Vangelo, il filo che lo attraversa tutto e che in Giovanni 6 trova una delle sue espressioni più alte.
Giovanni apre il suo Vangelo dicendo subito l’essenziale, ovvero che la vita di Dio è fatta per essere condivisa. Non è un possesso geloso, non è un privilegio divino: è un movimento che esce, che si dona, che cerca l’uomo.
È un tema fondamentale in tutta la Bibbia: la rivelazione ci dice infatti che questo sta a cuore a Dio, la nostra vita. Gli sta a cuore che noi viviamo, e che la nostra vita sia piena e vera, sia la sua vita in noi.
Il brano di oggi ruota attorno proprio a questo.
Al versetto 57 Gesù afferma che il “Padre ha la vita”. Sembrerebbe una cosa scontata, ma non lo è affatto.
È il Padre ad avere in sé la vita, e nessun altro. Il Padre ha la vita perché Lui stesso è la vita: è un movimento che comincia in Lui, di cui Lui solo è la sorgente. Non è un possesso umano, non è un’autoproduzione, non è un merito. È un’origine, una sorgente che non nasce da noi, che l’uomo non può creare da solo. Il punto di partenza, per la vita, non siamo noi, ma è il Padre.
Ma la buona notizia è che il Padre non tiene la vita per sé, e non la trattiene. Il primo a godere della vita del Padre, a parteciparne come a qualcosa che è anche sua, è il Figlio stesso. Gesù lo dice in quello stesso versetto 57: “Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre…” (Gv 6,57).
E così dicendo, Gesù rivela la struttura stessa della sua identità: il Figlio non è un essere autonomo, non è una vita autosufficiente. Il Figlio non vive di sé: la sua vita è ricevuta, totalmente e continuamente.
E proprio perché ricevuta, può essere donata. Questa è la seconda buona notizia del Vangelo di oggi.
Quella vita di cui il Padre è la sorgente, quella vita che il Padre dona al Figlio, non si ferma a Lui. Gesù non è un terminale. La vita che Lui riceve non la tiene per sé: la traduce in carne, in gesti, in pane spezzato.
“Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna” (Gv 6,54). È un’azione concreta: mangiare, bere, assimilare. Dio non si limita a parlare da lontano: si fa nutrimento. E il nutrimento diventa parte di noi.
Ricevere la vita di Dio non è un sentimento, ma un atto. Accogliere l’Eucaristia significa lasciare che la vita del Figlio entri nella nostra vita reale, nei pensieri, nelle scelte. E una volta dentro, quella vita chiede di passare oltre. Ciò che ci nutre veramente, tende a uscire da noi. Un amore ricevuto diventa amore dato. Un perdono accolto diventa perdono offerto. Una vita riempita non può restare chiusa.
Non è vago: è la logica del pane. Il pane non viene mangiato per restare nel corpo, ma per diventare energia in movimento. Così è chi si nutre di Cristo: riceve per vivere, vive per donare.
+Pierbattista

