5 luglio 2026
XIV Domenica del Tempo Ordinario, anno A
In alcuni passaggi del Vangelo di Matteo, come degli altri sinottici, ci è dato di sentire la voce del Padre che si rivolge al Figlio e gli rivela ciò che gli sta a cuore, ciò di cui si compiace.
Al Padre sta a cuore il Figlio, il Figlio amato che ha scelto liberamente di prendere su di sé la condizione umana, di condividerne il limite. E così il Padre, ogni volta che guarda il Figlio e si compiace di Lui, vede anche tutta l’umanità: la guarda con lo stesso amore con cui guarda il Figlio.
Oggi, nel brano che leggiamo in questa XIV Domenica del Tempo Ordinario (Mt 11,25-30), sentiamo invece la voce del Figlio che si rivolge al Padre. E anche Lui dice cosa gli sta a cuore, di cosa si compiace.
Il Figlio si compiace per lo stile con cui il Padre si rivela al mondo, per il fatto che il Padre non si rivela ai grandi, ai potenti, ma agli ultimi (Mt 11,25-26).
Il Padre si rivela ai piccoli, ai poveri, a chi non ha fatto nulla per meritarselo e non può restituire nulla in cambio, perché il dono che il Padre fa di sé stesso possa risplendere in tutta la sua misericordia e la sua gratuità.
In tutto il Vangelo, è possibile verificare questo sguardo di Gesù, e vederlo confermato dai fatti: i piccoli, infatti, sono sempre i primi a capire, gli ultimi a scandalizzarsi, i più liberi nel ricevere, i più capaci di lasciarsi amare.
Nel momento però in cui Gesù gioisce per come il Padre si rivela, in realtà Gesù sta rivelando se stesso. In che senso?
Nel senso che proprio in questo brano noi contempliamo, nel cuore del Signore, la capacità di gioire per un dono che il Padre fa non a Lui, ma ad altri.
È la gioia del Figlio che ama vedere il Padre amare.
Questa capacità di gioire per il bene degli altri rivela la qualità della relazione tra Gesù e il Padre: il Figlio non è geloso della rivelazione data ai piccoli, non è turbato dal fatto che altri ricevano ciò che Lui già possiede, non teme di perdere qualcosa. Anzi, al contrario!
La sua identità è così radicata nel Padre che può esultare quando il Padre si dona altrove.
È la libertà dei figli, che non trattiene la grazia, ma la celebra ovunque fiorisca.
Gesù non solo accetta che il Padre si riveli ai piccoli: lo considera motivo di lode.
A questo punto si apre la seconda parte del brano di oggi (Mt 11, 28-30).
Nella prima abbiamo visto il Figlio rivolgersi al Padre, in un atteggiamento gratuito, dove il Figlio ha dimostrato al Padre tutta la propria sintonia.
Ora, invece, senza soluzione di continuità, Gesù si rivolge ai discepoli con un invito: “Venite a me… imparate da me… troverete ristoro”.
Il passaggio è naturale perché ciò che Gesù riceve dal Padre, subito lo ridona; ciò che nel Padre contempla, lo traduce in invito; e ciò che vive nella relazione trinitaria, lo apre come spazio di comunione.
Il movimento verso i fratelli non è che un frutto di ciò che il Figlio vive nella sua relazione con il Padre: non nasce da un dovere, ma da una sovrabbondanza di amore.
Non sono dunque due preghiere affiancate. Sono un’unica corrente che scorre dal Padre ai fratelli attraverso il cuore del Figlio: Gesù riceve dal Padre la rivelazione dei piccoli, e subito la consegna ai piccoli come ristoro. Il passaggio è immediato: dalla lode al Padre all’invito ai discepoli.
Tre verbi scandiscono il movimento: venire, prendere il giogo, imparare.
“Venite a me”: è il primo passo del discepolo, quello di spostare il cuore verso il Signore, di rivolgersi a Lui per ricevere vita.
“Prendere il suo giogo”, non nel senso di prendere su di sé un peso ulteriore. Il giogo non è un peso, ma è la relazione che unisce due persone.
E, infine, “imparate da me”, ovvero lasciatevi formare dal mio cuore filiale, entrate nella mia stessa reazione di amore con il Padre, perché solo questo può liberare il cuore da ogni durezza.
Tre passaggi che non sono un comando, ma l’offerta di una relazione che promette “ristoro”, il ristoro di chi riceve la vita che il Padre dona al Figlio e che il Figlio dona a noi.
+Pierbattista

