Omelia Solennità Regina di Palestina 2026
At 1,12-14; Ap 11:19a;12:1,3-6a,10a; Lc 1,41-50
Deir Rafat, 25 Ottobre 2026
Carissime Eccellenze,
carissimi fratelli e sorelle,
il Signore vi dia la sua pace!
Come ogni anno, ci ritroviamo qui, ai piedi della Vergine, per affidarle la nostra Chiesa e la vita di questa nostra Terra Santa. Ciascuno porta con sé qualcosa: una preoccupazione per la propria famiglia, una persona per la quale pregare, una fatica che forse non riesce nemmeno a esprimere. Ci ritroviamo come una famiglia, radunata dalla Madre.
Oggi il nostro pensiero va anzitutto ai nove fratelli cristiani uccisi a Hammoud, nella regione di Kerak, in Giordania, mentre partecipavano a un funerale. Affidiamo al Signore le vittime e i feriti, e ci stringiamo alle loro famiglie e alla comunità greco-ortodossa colpita. Il loro dolore è anche il nostro. Chiediamo giustizia e protezione per ogni comunità, e preghiamo perché questa ferita non spezzi i legami di fraternità tra cristiani e musulmani in Giordania. Insieme vogliamo continuare a custodirli, anche in quest’ora di prova.
Oggi siamo meno del solito in questa giornata di festa. La situazione di tensione in Palestina non ha permesso a molti di poter raggiungerci qui oggi. Viviamo in un clima sempre più teso, segnato da tanta violenza, che tocca la vita di tutti e che ci da tanta amarezza. Oggi qui preghiamo per tutti loro. Preghiamo per i nostri fratelli e sorelle in Giordania, preghiamo per le nostre famiglie in Palestina, e per tutti quelli che nella nostra Terra Santa sono umiliati, colpiti dall’ingiustizia, dalla violenza e da tanto dolore. A quanti oggi non possono raggiungerci desidero dire: siete parte di questa assemblea e vi portiamo nella preghiera. Siamo qui oggi anche per voi, per porci tutti sotto il manto della Madonna.
In questa situazione così difficile, cosa oggi ci suggerisce il Vangelo, cosa la Vergine propone alla nostra riflessione? Desidero soffermarmi su una domanda del Vangelo che abbiamo appena ascoltato. È la domanda di Elisabetta, quando Maria entra nella sua casa: “A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me?” (Lc 1,43).
È una domanda piena di stupore. Elisabetta conosce Maria, sa che è una sua parente. Eppure, in quell’incontro, riconosce qualcosa che va oltre il legame familiare. In quella giovane donna che le viene incontro, il Signore stesso si fa vicino. Maria porta in sé Gesù, e la sua presenza diventa per Elisabetta una visita di Dio.
Mi sembra che abbiamo bisogno di ritrovare questo sguardo. Siamo abituati a domandarci dove sia Dio dentro quanto viviamo. È una domanda seria, che nasce soprattutto quando il dolore si prolunga e le risposte tardano ad arrivare. Il Vangelo di oggi ci accompagna dentro questa domanda e ci invita a guardare con attenzione ciò che accade in una casa, nell’incontro tra due persone. Proprio lì il Signore sta compiendo qualcosa.
L’evangelista precisa che Elisabetta “fu colmata di Spirito Santo” (Lc 1,41). È lo Spirito che le permette di riconoscere la presenza del Signore. Davanti ai suoi occhi c’è Maria. Nella fede, Elisabetta comprende di essere visitata da Dio. Chiediamo anche noi questo dono. Ne abbiamo bisogno, perché la stanchezza può rendere il nostro sguardo incapace di accorgersi di chi ci viene incontro, del bene che riceviamo, della fedeltà con cui Dio continua ad accompagnarci.
Negli anni scorsi abbiamo chiesto qui la forza di continuare a credere all’amore, e il coraggio di ritornare alla vita delle nostre comunità. Oggi vorrei che ci domandassimo come riconoscere e accogliere il Signore proprio dentro quella vita, nelle relazioni che ogni giorno ci sono affidate.
La nostra terra porta ferite profonde. Pensiamo alle famiglie di Gaza, a chi ha perso persone care, a chi attende ancora di poter abitare una casa e vivere una giornata senza paura. Anche nelle nostre comunità conosciamo la fatica di parlare del domani ai giovani, quando il presente sembra assorbire tutte le energie. Anche la vita delle nostre comunità ne è ferita, quando non è possibile incontrarsi e pregare insieme, quanto anche le cose più semplici della vita, come spostarsi, visitare, lavorare, diventano difficoltose a causa della situazione. Portiamo tutto questo nella nostra preghiera, insieme alla sofferenza di ogni famiglia di questa terra.
E c’è una fatica che forse si vede meno, ma che tocca molti: sentirsi soli dentro quello che si vive. Si può abitare nella stessa casa e non riuscire più a parlarsi. Si può frequentare la stessa parrocchia e non sapere nulla della sofferenza di chi ci siede accanto. Quando siamo preoccupati, facilmente tutto il nostro spazio interiore viene occupato dai nostri problemi. La vita dell’altro ci raggiunge con più difficoltà.
Ascoltare il Vangelo della Visitazione, in questi giorni, ci fa sentire ancora di più il valore di un incontro. Maria, che porta in sé un mistero così grande, trova spazio per Elisabetta. Il dono ricevuto da Dio la rende capace di andare incontro a un’altra persona. La presenza di Gesù in lei diventa vicinanza, entra in una casa, raggiunge una vita concreta. Anche quando non possiamo raggiungerci, siamo chiamati a cercare le forme possibili di questa vicinanza, perché nessuno si senta abbandonato.
È una domanda anche per la nostra fede. Il Signore che ascoltiamo nella Parola e riceviamo nell’Eucaristia, quale spazio trova nelle nostre relazioni?
Maria non trattiene per sé il dono ricevuto. Il Figlio che le è stato affidato la mette in cammino verso Elisabetta. Possiamo leggere così anche la vocazione della Chiesa: essa vive pienamente quando esce da sé per andare incontro alle persone, specialmente a quelle che attraversano momenti di prova e di smarrimento.
È questo il desiderio che porto oggi nel cuore per la nostra Chiesa: essere ancora capaci di visitare e di lasciarci visitare. Perché anche noi abbiamo bisogno di essere raggiunti, ascoltati e consolati. Si tratta di non chiuderci nelle nostre paure e stanchezze, ma di custodire uno spazio interiore aperto alla visita di Dio, che viene a incontrarci anche attraverso la presenza e la parola degli altri. In una terra segnata dalla paura e dalla divisione, una comunità che sa accogliere e farsi vicina diventa segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo.
So bene che davanti alle sofferenze della nostra terra tutto questo può sembrarci troppo poco. Una visita non restituisce ciò che è stato distrutto. Una parola buona non risolve la mancanza di lavoro. La carità ci chiede anche un impegno concreto, capace di rispondere ai bisogni e di custodire la dignità delle persone. Ma dentro ogni aiuto c’è una vicinanza da offrire. Chi soffre ha bisogno di sapere che la sua vita importa a qualcuno, che qualcuno è disposto a portare con lui una parte del peso. Questo possiamo cominciare a viverlo, ciascuno nel luogo in cui si trova.
Nella casa di Elisabetta, poi, accade qualcosa che merita la nostra attenzione. Maria porta il Signore, ed Elisabetta lo riconosce. Anche Maria riceve una parola: “Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto” (Lc 1,45). Nell’incontro, il dono di Dio viene accolto e riconosciuto. La fede trova una voce che la benedice, una persona con cui condividere lo stupore.
Anche noi abbiamo bisogno di questo. Abbiamo bisogno di fratelli e sorelle che ci aiutino a riconoscere l’opera di Dio quando facciamo fatica a vederla. E abbiamo bisogno dell’umiltà di lasciarci raggiungere. A volte sappiamo prenderci cura degli altri, ma facciamo molta fatica a dire che anche noi abbiamo bisogno di una presenza, di un consiglio, di una preghiera. La comunione cresce quando impariamo anche a ricevere.
Vorrei che le nostre comunità avessero sempre più questo volto. Penso soprattutto a chi si è allontanato e attende forse che qualcuno si ricordi di lui; a chi attraversa un lutto e, dopo i primi giorni, si ritrova solo; ai giovani che hanno domande difficili e cercano qualcuno disposto ad ascoltarle fino in fondo. Possiamo chiedere alla Vergine di aiutarci a riconoscere queste persone, e di renderci disponibili a incontrarle.
Da questo incontro nasce il Magnificat. Dopo le parole di Elisabetta, Maria dice: “L’anima mia magnifica il Signore” (Lc 1,46). La gioia trova voce dentro una relazione nella quale Dio è stato riconosciuto. Mi sembra un’indicazione preziosa anche per noi. Ci sono momenti nei quali facciamo fatica a pregare, e la fede di un fratello ci sostiene. Ci sono giorni nei quali qualcuno ci aiuta a ritrovare un motivo per ringraziare. Il Signore si serve anche di queste presenze per custodire la nostra fede.
Oggi invochiamo Maria come Regina di Palestina. Il Vangelo ci mostra questa Regina mentre entra nella casa di una parente, portando il Figlio che ha ricevuto. È così che desideriamo accoglierla anche nella nostra Chiesa: come la Madre che ci conduce a Gesù e ci insegna a far posto gli uni agli altri.
Affidiamo alla Regina di Palestina la nostra diocesi patriarcale, le nostre famiglie e tutti gli abitanti di questa terra. Le affidiamo in modo particolare chi non riesce più ad attendersi nulla di buono dalla vita. Ci ottenga uno sguardo capace di riconoscere il Signore che ci visita e un cuore disponibile a portarlo agli altri.
Maria, Madre del nostro Signore, vieni nelle nostre case. Consola chi piange i propri morti e sostieni chi vive nell’isolamento e nella paura. Accompagna la fatica di questa nostra terra e insegnaci ad accogliere tuo Figlio. Aiutaci a custodire la sua presenza tra noi, perché chi è solo trovi una comunità e chi ha perduto fiducia possa tornare, poco alla volta, a sperare.
Amen.

