Solennità di S. Agostino
Pavia 28 agosto 2026
Atti 2, 42-47; 2Tm 4, 1-8; Gv 10, 7-18
Cari fratelli e sorelle di Pavia,
è una grazia celebrare sant’Agostino proprio qui, dove da tanti secoli riposano le sue spoglie mortali. Vengo a voi dalla Chiesa di Gerusalemme, dalla città del Cenacolo e del Santo Sepolcro, dove la prima comunità dei credenti viveva “assidua nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere” (At 2,42).
Sant’Agostino non è nato a Pavia, non è morto qui; eppure, questa città è diventata, per misterioso disegno della Provvidenza, custode della sua memoria. Come il suo cuore inquieto ha viaggiato da Tagaste a Cartagine, da Roma a Milano, da Ippona fino a Dio, così le sue reliquie hanno attraversato il mare per giungere qui. In questo pellegrinaggio vediamo già un’icona della nostra fede: siamo pellegrini, non abbiamo qui una città stabile, ma cerchiamo quella futura.
La prima lettura, dagli Atti degli Apostoli, ci riporta a Gerusalemme, alla Chiesa madre. Quattro elementi descrivono la comunità: ascoltare l’insegnamento, vivere la comunione, spezzare il pane, pregare. Sant’Agostino, una volta convertito, ha cercato esattamente questa forma di vita. Dopo il battesimo a Milano, tornò in Africa e volle vivere con un gruppo di fratelli in una sorta di cenobio, una comunità di persone unita dallo stesso desiderio di servire Dio nella povertà, nella preghiera e nello studio. La sua Regola, che ancora oggi ispira tanti religiosi, non è altro che il tentativo di realizzare la comunità di Gerusalemme: un cuore solo e un’anima sola. E quando fu preso per essere ordinato sacerdote, non smise di essere monaco; divenne vescovo, ma restò un cercatore di comunione. Non voleva una Chiesa di perfetti isolati, ma una comunità di peccatori perdonati, raccolti intorno all’altare. Anche oggi questa rimane la misura della Chiesa: ascoltare la Parola, vivere la fraternità, spezzare il pane e pregare.
La seconda lettura è il testamento di Paolo a Timoteo: “Annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e importuno, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e insegnamento” (2Tm 4,2). Sant’Agostino ha vissuto questo mandato fino all’ultimo respiro. Fu pastore in un tempo di crisi. L’Impero Romano stava crollando, i barbari premevano, la Chiesa era lacerata da divisioni. Agostino non si rifugiò né nella nostalgia né nell’ira. Predicò, scrisse, disputò, pregò, difendendo insieme l’unità della Chiesa, il primato della grazia e la speranza nella città di Dio.
Il Vangelo ci dona l’immagine del Buon Pastore. Gesù dice: “Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato” (Gv 10,9). E aggiunge: “Io sono il buon pastore; il buon pastore dà la vita per le pecore” (Gv 10,11). Agostino, commentando questo brano, diceva che il pastore deve entrare per la porta, che è Cristo. Chi entra per Cristo non cerca se stesso, ma il bene delle pecore. E chi è pastore deve essere disposto a dare la vita. Agostino non ha versato il sangue del martirio, ma ha dato giorno dopo giorno la sua vita per la sua Chiesa, per i poveri, per i fedeli. Negli ultimi giorni, mentre Ippona era assediata dai Vandali, chiese che fossero scritte sul muro le preghiere penitenziali e visse gli ultimi giorni in lacrime e preghiera. Morì il 28 agosto 430, lasciando la sua Chiesa orfana, ma consegnandola al Pastore eterno.
C’è un legame profondo tra Gerusalemme e Agostino. Gerusalemme è il luogo dove Cristo, il Buon Pastore, è morto e risorto. Agostino, meditando su questo mistero pasquale, ha compreso che da esso nasce la Chiesa, il popolo guidato da Cristo verso il Regno. La sua opera La Città di Dio è uno dei grandi testi della speranza cristiana. Scritta mentre il mondo antico sembrava sgretolarsi, non è un libro di evasione dalla storia, ma un aiuto per comprenderla. Agostino dice che due amori costruiscono due città: l’amore di sé fino alla chiusura in se stessi e l’amore di Dio fino al dono di sé. Ma queste due città non coincidono semplicemente con due gruppi di persone, né con la Chiesa da una parte e il mondo dall’altra. Esse attraversano il cuore di ogni uomo e attraversano la vicenda di tutti i popoli. Ogni volta che mettiamo noi stessi al centro di tutto, costruiamo la città terrena; ogni volta che impariamo ad amare Dio e i fratelli più di noi stessi, costruiamo già la città di Dio.
Questa intuizione è straordinariamente attuale. In un tempo segnato da polarizzazioni, conflitti e contrapposizioni, siamo continuamente tentati di assolutizzare noi stessi: il nostro gruppo, la nostra identità, la nostra memoria, la nostra sofferenza, la nostra visione del mondo. Agostino ci ricorda invece che il Regno di Dio non coincide con nessuna realtà storica. Per questo il cristiano ama profondamente la città degli uomini, lavora per la giustizia e per la pace, ma rifiuta l’idolatria di ogni potere e di ogni appartenenza. La sua speranza è più grande di qualsiasi vittoria terrena.
Per me, che vengo da Gerusalemme, queste parole acquistano un significato particolare. Nella Città Santa convivono oggi ferite profonde, paure, rancori, desideri di giustizia e speranze che sembrano continuamente smentite dalla realtà. Proprio là dove il Signore è morto e risorto, impariamo che nessuna vittoria dell’uno sull’altro potrà donarci la pace. La vittoria cristiana è di un’altra natura. Sant’Agostino, parlando della vittoria dei martiri, usa un’espressione bellissima: «Vicit enim in eis, qui vixit in eis»: ha vinto in loro Colui che viveva in loro (Agostino, Discorsi, 280, 4). È Cristo che vince quando il suo amore prende dimora nel cuore dell’uomo; quando alla logica della sopraffazione sostituisce quella del dono, alla vendetta il perdono, alla paura dell’altro la capacità di riconoscerlo ancora come fratello.
La riconciliazione oggi può apparire lontana, perfino impossibile. Ma il cristiano non può rinunciare a crederla possibile, perché significherebbe rinunciare alla logica stessa della Pasqua.
Agostino avrebbe riconosciuto in tutto questo il dramma del cuore umano: diviso, inquieto, eppure creato per la comunione e destinato alla pace di Dio.
L’inquietudine di Agostino ci ricorda allora che il cuore dell’uomo non trova pace semplicemente quando possiede ciò che desidera, ma quando impara che cosa vale veramente la pena desiderare. Il problema, spesso, non è che desideriamo troppo, ma che desideriamo troppo poco. Cerchiamo di colmare un desiderio infinito con realtà inevitabilmente limitate. Agostino ha scoperto che la conversione non è la fine del desiderio, ma il suo orientamento verso Colui che solo può compierlo. L’essere umano non si comprende guardando solo dentro di sé. Si comprende entrando in relazione con una verità più grande di lui, Dio. Solo Dio è all’altezza del desiderio dell’uomo.
Carissimi, forse la domanda più profonda che Agostino consegna oggi alla Chiesa e al mondo non è anzitutto: «Che cosa pensi?», ma: «Che cosa ami?». Perché sono i nostri amori a dare forma al cuore, alle relazioni, alle società e anche ai conflitti. Che cosa amiamo davvero? La nostra sicurezza, la nostra identità, le nostre ragioni, la nostra vittoria? Oppure siamo ancora capaci di amare una verità più grande di noi, una giustizia che non sia soltanto per noi, una pace che comprenda anche l’altro?
Per questo la Chiesa non è chiamata anzitutto a conquistare il mondo, ma ad ascoltare le inquietudini che abitano il cuore degli uomini e delle donne del nostro tempo. Dentro ogni ricerca sincera, dentro ogni desiderio di verità, di giustizia, di pace e di amore, è già presente una traccia di Dio che chiama. Agostino ci insegna che la grazia precede sempre il nostro cammino e che il Signore continua a cercare l’uomo prima ancora che l’uomo impari a cercare Lui.
Davanti alle reliquie di questo grande Padre della Chiesa chiediamo allora una sola grazia: quella di diventare uomini e donne dal cuore aperto, capaci di non accontentarsi di ciò che passa e di orientare tutta la propria vita verso Colui che solo può dare riposo al desiderio umano. Così, mentre camminiamo nella città degli uomini, potremo già pregustare la gioia della Gerusalemme celeste, meta di ogni speranza e compimento di ogni autentico amore. Amen.
