Festa della Natività della Beata Vergine Maria
Basilica Santuario di Maria Santissima Regina di Anglona
Tursi, 8 settembre 2026
Carissimi fratelli e sorelle,
sono lieto di essere qui con voi, in questo antico Santuario di Maria Santissima Regina di Anglona, nel giorno in cui la Chiesa celebra la Natività della Beata Vergine Maria. Saluto con affetto il vostro Vescovo, Mons. Vincenzo Orofino, i Vescovi presenti, i sacerdoti, i religiosi e le religiose, le autorità e tutti voi, fedeli di questa Chiesa di Tursi-Lagonegro.
La celebrazione odierna si inserisce anche nel cinquantesimo anniversario della nuova configurazione della vostra diocesi. È dunque una festa mariana, ma anche un momento importante della vostra storia ecclesiale. Ricordare una data non significa semplicemente guardare indietro. Significa piuttosto riconoscere il cammino compiuto, ringraziare per ciò che il Signore ha operato e domandarsi quale sia oggi la chiamata rivolta a questa Chiesa.
La festa della Natività di Maria può aiutarci a entrare in questa domanda.
Della nascita di Maria i Vangeli non ci dicono nulla. Non conosciamo le circostanze precise, né le parole che accompagnarono quel momento. La tradizione cristiana colloca la sua nascita a Gerusalemme, nei pressi della piscina di Betzaetà, nel luogo dove oggi sorge la chiesa di Sant’Anna. Ma il Vangelo non indugia sui particolari. Maria entra nella storia in silenzio, senza attirare l’attenzione. Nasce come ogni bambina, dentro una famiglia, un popolo, una storia.
Eppure, con la sua nascita, qualcosa di nuovo ha inizio. Ancora non si vede nulla. Non vi sono annunci pubblici né segni straordinari. Ma la storia della salvezza sta già compiendo un passo decisivo. La nascita di Maria è come la prima luce del mattino: non è ancora il giorno pieno, ma la notte non è più la stessa.
È importante fermarsi su questo modo di agire di Dio. Noi siamo spesso attratti da ciò che appare, da ciò che produce risultati immediati, da ciò che si impone. Dio, invece, comincia quasi sempre in maniera discreta. La sua opera cresce nel silenzio, nella disponibilità di persone che forse nessuno conosce, nella fedeltà quotidiana, nei gesti che non fanno notizia.
La salvezza del mondo comincia con la nascita di una bambina. Dio non entra nella storia con la forza, ma chiedendo accoglienza. Non occupa uno spazio, ma cerca un cuore libero. Non si impone, ma si affida alla risposta di una giovane donna.
Il Vangelo di oggi ci presenta la lunga genealogia di Gesù. A un primo ascolto può sembrare soltanto un elenco di nomi lontani. In realtà, quella genealogia contiene tutta la concretezza della storia umana. Vi troviamo uomini e donne molto diversi: persone giuste e persone segnate dal peccato; momenti di fedeltà e momenti di tradimento; promesse accolte e promesse dimenticate. Vi sono anche vicende irregolari, ferite familiari, violenze e rotture.
Gesù non viene in una storia ideale. Entra in questa storia reale, così com’è. Non si tiene a distanza dalle sue contraddizioni, ma le assume. Dio non aspetta che l’umanità sia pronta o perfetta per visitarla. Viene dentro le nostre situazioni confuse, dentro i nostri fallimenti, dentro ciò che noi stessi fatichiamo a comprendere.
Questo è già un annuncio di speranza. Non perché tutto finirà automaticamente bene, né perché i problemi si risolveranno da soli. La speranza cristiana non è un facile ottimismo. Essa nasce dalla certezza che nessuna storia è estranea a Dio e che nessuna ferita, se consegnata a Lui, è incapace di diventare luogo di salvezza.
Al termine della genealogia compare Maria: «Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo». Qui la genealogia cambia forma. Si interrompe la ripetizione: “generò… generò… generò”. Gesù nasce da Maria, ma la sua origine è in Dio. La storia degli uomini giunge fino a Maria e, in lei, si apre all’iniziativa dello Spirito.
Maria sta dunque al punto d’incontro tra l’attesa dell’umanità e la risposta di Dio. Porta con sé tutta la storia del suo popolo, ma nello stesso tempo si apre a qualcosa che quella storia da sola non avrebbe potuto produrre. In lei, l’attesa diventa accoglienza.
La grandezza di Maria non consiste nell’aver fatto opere straordinarie. Consiste nell’aver fatto spazio. Ha permesso che la Parola di Dio entrasse nella sua vita, la modificasse e la conducesse dove lei non aveva previsto. Non ha compreso tutto dall’inizio. Ha conosciuto domande, silenzi e dolore. Ma non ha lasciato che la paura chiudesse il suo cuore.
Anche Giuseppe, nel Vangelo, è posto davanti a una situazione che non comprende. Il suo progetto di vita sembra improvvisamente spezzato. E proprio lì riceve la parola dell’angelo: «Non temere». Non gli viene data una spiegazione di tutto. Gli viene chiesto di fidarsi, di accogliere Maria e di entrare in un disegno più grande di lui.
Maria e Giuseppe ci mostrano che la fede non elimina l’incertezza, ma permette di attraversarla. Credere non significa avere tutte le risposte. Significa non interrompere la relazione con Dio quando non comprendiamo più ciò che accade.
Questa parola raggiunge oggi anche la vostra Chiesa di Tursi-Lagonegro. Cinquant’anni sono un tempo sufficientemente lungo per riconoscere il bene ricevuto e costruito, ma sono anche soltanto una tappa. Una diocesi non vive semplicemente perché possiede una storia, delle strutture o delle tradizioni. Vive se continua ad ascoltare ciò che lo Spirito dice oggi.
Questo territorio ha conosciuto generazioni di fede semplice e tenace. La presenza di questo Santuario lo testimonia. Qui molte persone hanno portato a Maria gioie, fatiche, domande, malattie, speranze familiari. Questa memoria è preziosa, ma non può essere soltanto conservata. Deve diventare ancora vita, capacità di leggere il presente e di accompagnare le nuove generazioni.
Celebrare la nascita di Maria significa allora chiederci che cosa deve nascere oggi nelle nostre Chiese. Quali spazi dobbiamo aprire perché Dio possa ancora entrare nella vita delle persone? Quali paure dobbiamo superare? Quali abitudini dobbiamo lasciare? Quali relazioni dobbiamo ricostruire?
Vengo dalla Terra Santa, la terra nella quale Maria è nata, ha vissuto, ha ascoltato la Parola e ha dato alla luce Gesù. Maria non è legata soltanto alla memoria di luoghi santi. È parte della vita quotidiana della nostra Chiesa. La incontriamo nelle preghiere delle nostre comunità, nelle case delle famiglie, nei santuari e, soprattutto in questo tempo, nel pianto e nella speranza di tanti.
La terra di Maria è oggi profondamente ferita. Vi sono famiglie distrutte, persone private della casa, bambini che crescono conoscendo quasi soltanto la paura e la violenza. Vediamo quanto facilmente l’altro venga ridotto a una categoria, a un nemico, a qualcuno di cui non si riconoscono più il volto e il dolore. E quando si perde il volto dell’altro, diventa possibile dire e fare ciò che prima sembrava impensabile.
In questa situazione non abbiamo parole capaci di spiegare tutto. E dobbiamo guardarci dalle parole facili, anche da quelle religiose. Ma proprio lì comprendiamo meglio il significato della nascita di Maria. Essa ci dice che Dio non abbandona la storia, neppure quando la storia sembra contraddirlo. Dio continua a cercare persone disponibili, capaci di custodire la vita, di riconoscere il volto dell’altro, di non lasciare che l’odio determini ogni pensiero e ogni parola.
Anche oggi, in Terra Santa, vi sono piccoli segni che raramente vengono raccontati: persone che assistono i feriti senza domandare a quale popolo appartengano; comunità che condividono il poco che hanno; famiglie che, pur colpite, rifiutano di educare i figli all’odio; sacerdoti, religiosi e laici che rimangono accanto alla loro gente. Questi gesti non cambiano immediatamente il corso degli eventi, ma custodiscono l’umano. E custodire l’umano, oggi, è già preparare la strada alla pace.
Il legame tra la vostra Chiesa e la Terra Santa non consiste soltanto nell’affetto o nell’aiuto, pure necessario. È un legame ecclesiale. Apparteniamo all’unico Corpo di Cristo. Le ferite di una Chiesa riguardano tutte le Chiese; la fede e la testimonianza di una comunità sostengono anche le altre. La mia presenza qui vuole essere anche un segno di questa comunione: la Chiesa di Gerusalemme viene a incontrare la Chiesa di Tursi-Lagonegro, e insieme ci poniamo sotto lo sguardo di Maria.
Abbiamo bisogno gli uni degli altri. Noi abbiamo bisogno della vostra preghiera, della vostra vicinanza e della vostra capacità di non dimenticarci quando l’attenzione del mondo si sposterà altrove. E voi potete ricevere dalla Terra Santa il richiamo all’essenziale: alla Parola fatta carne, alla fede vissuta dentro la storia, alla speranza che non fugge dalla croce.
La speranza cristiana, infatti, non consiste nel negare il male o nel minimizzare il dolore. Maria ai piedi della croce non ha chiuso gli occhi davanti alla morte del Figlio. È rimasta. La sua speranza ha preso la forma della presenza. Forse è ciò che viene chiesto anche a noi: rimanere accanto a chi soffre, non lasciare solo nessuno, non stancarci di costruire legami, non permettere che la violenza abbia spazio anche nel nostro linguaggio e nel nostro modo di giudicare.
In questa festa chiediamo dunque a Maria di accompagnare il cammino della vostra diocesi dopo questi cinquant’anni. La aiuti a essere una Chiesa capace di generare, non soltanto di conservare; una Chiesa radicata nel proprio territorio e, proprio per questo, aperta alla comunione universale; una Chiesa che sa stare accanto alle persone, soprattutto quando la vita diventa più difficile.
E affidiamo a lei la Terra Santa. Non le chiediamo di dispensarci dalle nostre responsabilità, ma di renderci capaci, come lei, di dire il nostro “sì” a Dio dentro la storia concreta che ci è stata affidata.
La nascita di Maria ci ricorda che Dio può iniziare qualcosa di nuovo anche quando noi ancora non lo vediamo. Questa certezza non ci consente di restare passivi. Ci chiede, al contrario, di diventare anche noi disponibili, perché attraverso la nostra vita la sua Parola possa ancora trovare casa e diventare carne.
Amen.
