Festa della Presentazione del Signore
Giornata della Vita Consacrata
2 Febbraio 2026. Gerusalemme, Patriarcato Latino
Mal 3,1–4; Eb 2,14–18; Lc 2,22–40
Carissimi fratelli e sorelle,
Oggi la liturgia ci colloca al crocevia di tre grandi orizzonti: la storia della salvezza di Israele, la rivelazione definitiva in Cristo, e il segno profetico della Chiesa, che è la vostra vita di religiosi e religiose. La Presentazione al Tempio non è un semplice episodio dell’infanzia di Gesù; è un luminoso compimento e, insieme, una svolta.
Maria e Giuseppe salgono al Tempio per due riti legati alla Legge antica (cfr. Lv 12, Es 13,12-13): la purificazione della madre e il riscatto del primogenito. È il gesto di una famiglia povera (offrono due colombe, l’offerta dei poveri) che si inserisce con umile fedeltà nella lunga attesa del suo popolo. Eppure, in questa obbedienza alla Legge, si compie qualcosa che la supera e la trasfigura. Non è più semplicemente l’uomo che riscatta il primogenito da Dio, ma è Dio stesso che, nel suo Figlio, si offre all’uomo. È il primo ingresso del Messia nella sua Casa, e l’evangelista Luca, con sapienza teologica, lo descrive con parole che riecheggiano il ritorno della ‘Gloria del Signore’ al Tempio, profetizzato da Malachia: “De subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate” (Ml 3,1). In quel Bambino, la Gloria di Dio, che aveva abbandonato il Tempio prima dell’esilio (cfr. Ez 10), vi fa ritorno in modo definitivo, ma inatteso: nella debolezza della carne.
E qui incontriamo i due testimoni dello Spirito: Simeone e Anna. Essi rappresentano l’Israele fedele e povero, quello che “aspettava la consolazione d’Israele” (Lc 2,25) e “aspettava la redenzione di Gerusalemme” (Lc 2,38). Non sono i potenti del Sinedrio, ma i “poveri del Signore” (gli ‘anawim), coloro che vivono di fede, di attesa e di preghiera. La loro vicinanza a Dio è tale da riconoscere il Messia quando viene nella forma più umile. Simeone, ispirato dallo Spirito Santo, pronuncia parole che sono un vangelo in miniatura e una profezia per la Chiesa e per ciascuno di noi.
Il suo cantico (“Nuc dimittis, Domine …”) è il canto del compimento. Egli vede nella carne del Bambino la “salvezza” preparata da Dio per tutti i popoli: “luce per rivelarti alle genti” (Lc 2,32). È l’adempimento della promessa di Isaia al Servo del Signore: “Ti ho posto come luce delle nazioni” (Is 49,6). Ma subito, la luce getta un’ombra di croce. Questo Bambino sarà “segno di contraddizione” (Lc 2,34). L’immagine è potente: sēmeion antilegomenon, letteralmente un segno contro il quale ci si oppone a parole. Cristo è il criterio di discernimento ultimo, la pietra di scandalo su cui si scontrano i cuori (cfr. 1 Pt 2,7-8; Lc 20,17-18). La rivelazione della luce costringe a uscire dalle tenebre, e questo è un giudizio, una spada. La spada che trafiggerà l’anima di Maria (Lc 2,35) annuncia il suo coinvolgimento unico nel dramma della redenzione. Ella, la Madre del Salvatore, sarà anche la prima discepola che lo seguirà fino alla croce (cfr. Gv 19,25), partecipando nell’anima alla sua offerta. Simeone, infine, svela il fine di questo mistero: “perché siano svelati i pensieri di molti cuori” (Lc 2,35). La presenza di Cristo rivela la verità profonda dell’uomo, ciò che abita nel suo cuore: accoglienza o rifiuto, amore o indifferenza.
E cosa dice tutto questo a noi, consacrati, qui in Terra Santa?
Siamo chiamati ad essere una sorta di “Simeone e Anna collettivo”. La vostra vita, nella sua essenza, è una professione pubblica di attesa. Non attendete più il Messia, ma ne attendete la piena manifestazione, il suo ritorno glorioso. In una terra dove le promesse sembrano a volte tradite dalla storia, la vostra presenza è un segno vivente che Dio è fedele. Come Simeone e Anna, la vostra autorità non deriva dal potere, ma dalla vicinanza a Dio nella preghiera, dalla fedeltà all’attesa, dalla capacità di riconoscere i segni della sua presenza anche là dove altri vedono solo conflitto. Anna “serviva Dio notte e giorno con digiuni e preghiere” (Lc 2,37). Ecco il vostro primo servizio in questa terra: essere colonne di preghiera, intercessori instancabili.
Accogliamo Cristo così come si offre. Simeone non accolse un Messia trionfante, ma un bambino di poveri. La vita consacrata è chiamata ad accogliere e a mostrare Cristo nella sua kenosi, nel suo svuotamento (Fil 2,7). In una regione dove le identità si difendono spesso con la forza e la rivendicazione, i vostri voti sono una contro-testimonianza profetica.
La povertà, in una terra segnata da disuguaglianze e privazioni, proclama che Dio è la vera ricchezza; dice che l’identità ultima non è nella terra o nella nazionalità, ma nell’essere figli di un unico Padre.
La castità, in una terra lacerata da relazioni spezzate, annuncia che l’amore fedele e gratuito è possibile; costruisce una fraternità universale che supera ogni barriera etnica e confessionale, mostrando un amore che non possiede ma si dona.
L’obbedienza, in un contesto di conflitti e contrapposizioni, testimonia che la storia non è abbandonata al caos, ma può essere ascolto e discernimento; testimonia che la vera libertà nasce dall’ascolto di una Volontà d’Amore che ci precede, offrendo un modello alternativo a quello dell’autosufficienza e del conflitto.
Ogni giorno, con i vostri gesti semplici e fedeli, permettete a Cristo di entrare ancora nel suo Tempio. Come Simeone e Anna, anche voi riconoscete il Signore e lo servite là dove c’è più bisogno:
L’Educazione: Attraverso le scuole e i centri di formazione, voi preparate le “luci per le genti” di domani. Educare qui significa insegnare a uscire dalle tenebre del pregiudizio e del rancore, svelando ai giovani la verità profonda dell'uomo che è accoglienza e amore.
L’Assistenza: Nelle case per anziani, negli ospedali e nell'accoglienza dei poveri, voi toccate la carne di Cristo nella sua debolezza. Come Maria e Giuseppe che offrirono l'offerta dei poveri, la vostra carità è il riscatto quotidiano di chi è dimenticato, rendendo visibile la “consolazione d'Israele”.
La Contemplazione: Siete come Anna che “serviva Dio notte e giorno con digiuni e preghiere”. Le comunità contemplative della nostra Chiesa sono come colonne di intercessione instancabile. Il vostro “rimanere” spirituale è un’immagine potente della fedeltà di Dio che non abbandona il suo popolo.
Portiamo la luce sapendo che genera contraddizione. La luce che siamo chiamati a riflettere non è una rassicurazione, ma un giudizio sulle tenebre del mondo. La vostra stessa presenza, se è autentica, sarà un “segno di contraddizione”. Sarete incompresi da chi cerca soluzioni solo politiche o militari. Sarete messi in discussione da chi non capisce una fecondità che non è demografica o di successo immediato. Come per Maria, anche per voi questo può essere una spada che trafigge. Ma è proprio questa partecipazione alla contraddizione di Cristo che dà credibilità alla vostra testimonianza.
Rimaniamo nel Tempio. Il Tempio è il luogo dell’incontro, del sacrificio, della preghiera. La vostra vita consacrata è chiamata ad essere un “Tempio spirituale” in questa terra (cfr. 1 Pt 2,5). Il vostro “rimanere” fisico e spirituale in Terra Santa, soprattutto nei luoghi più difficili, è un’immagine potente della fedeltà di Dio che non abbandona il suo popolo. Non è un rimanere passivo, ma un rimanere “in Lui” (Gv 15,4), come tralci uniti alla vite, per portare frutto – il frutto dell’amore, del perdono, della riconciliazione, dell’educazione, della cura – che nessuna politica può produrre.
Carissimi, oggi la Chiesa non solo vi ringrazia, ma riconosce in voi un mistero sacramentale: siete segno visibile della Chiesa-sposa che attende il suo Sposo, della Chiesa-povera che vive della provvidenza, della Chiesa-obbediente che ascolta la Parola. In Terra Santa, voi incarnate in modo particolarmente intenso la vocazione della Chiesa ad essere “luce delle genti”.
Presentiamo oggi, con Maria e Giuseppe, la nostra vita al Padre. Chiediamo il coraggio di Simeone di abbracciare il Signore nella sua realtà, anche quando porta la croce. Chiediamo la perseveranza di Anna nel servire Dio con letizia. E affidiamoci a Maria, la Madre del Salvatore e la Figlia di Sion, che custodì ogni cosa nel suo cuore (Lc 2,51). Lei, che conobbe la spada del dolore, ci insegni a rimanere fedeli, perché anche una sola lampada, alimentata dall’olio della fede e della carità, basta a tenere accesa la speranza in una notte molto lunga. E l’alba di Pasqua verrà.

