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Pierbattista Pizzaballa Intervento per la cerimonia di graduazione della Bologna Business School 2026

Che cosa vale la pena costruire 

Lavoro, responsabilità e speranza in un tempo incerto 

Bologna, 18 settembre 2026  

Care laureate e cari laureati, 
gentili docenti, autorità, familiari e amici, 

grazie per avermi invitato a condividere questo giorno. Una graduazione rende visibile una storia: lo studio, la fatica, gli incontri, la fiducia di chi ci ha accompagnati. Oggi quella storia si apre a possibilità nuove. È bello che questo avvenga tra persone di nazionalità diverse, che hanno imparato insieme e che porteranno quanto hanno ricevuto in luoghi e situazioni differenti. Oggi festeggiamo un risultato importante, che avete raggiunto con impegno e che merita di essere riconosciuto. Proprio da questo risultato nasce, però, anche una domanda, con la quale vorrei iniziare il mio breve discorso: che cosa desideriamo costruire con ciò che abbiamo imparato? 

Prendersi cura del futuro 

Vengo da Gerusalemme. E quando penso alla parola «costruire», che accompagna naturalmente un giorno come questo, porto con me anche le immagini di ciò che è stato distrutto. Penso alle case e alle vite spezzate, alla sofferenza che attraversa tutta la Terra Santa. Penso soprattutto a quanto tempo occorrerà perché, insieme agli edifici, possa essere ricostruita la fiducia. 

Una casa si può ricostruire nello stesso luogo. Perché torni a essere una casa, però, chi la abita deve poter credere che vi sarà un domani, che i propri figli avranno una possibilità, che la vita non sarà nuovamente cancellata. La distruzione raggiunge anche questa capacità di immaginare. E il suo peso continua a gravare sulle persone quando il rumore delle armi si allontana. 

Dentro questa realtà, la nostra comunità continua a occuparsi di scuole, di famiglie, di persone che hanno bisogno di cure e di lavoro. Sono attività ordinarie, che acquistano un significato particolare quando le condizioni della vita diventano precarie. Preparare una lezione, accompagnare un malato, aiutare qualcuno a riprendere un’attività significa riconoscere che la sua vita merita ancora un investimento di fiducia. 

È qui che nasce la domanda che vorrei condividere con voi: che cosa permette a una persona di continuare a prendersi cura del futuro quando non ne ha alcuna garanzia? È una domanda che ci riguarda tutti, anche se in forme molto diverse. 

Le nostre condizioni di vita sono molto diverse, veniamo da mondi diversi, e abbiamo storie anche personali diverse. L’incertezza di chi comincia un percorso professionale, ad esempio, e quella di chi cerca di sopravvivere a una guerra hanno un peso incomparabile. Eppure, quella domanda tocca una condizione comune: dobbiamo avere il coraggio di scegliere pur senza conoscere fino in fondo l’esito delle nostre scelte. Possiamo, cioè, prepararci con serietà, prevedere, ridurre alcuni rischi. Rimane, però, uno spazio che nessuna competenza può colmare interamente. È dentro quello spazio che prendono forma le nostre responsabilità. 

Vi parlo di Gerusalemme perché nella sua vicenda si riflettono domande che riguardano ogni vita. In quella città, persone di popoli, culture e religioni diverse vivono le une accanto alle altre. Ciascuno porta una storia, desidera essere riconosciuto, teme di perdere ciò che gli è caro. Ciascuno spera di poter offrire un futuro ai propri figli. E tutti devono fare i conti con la presenza degli altri, con le loro attese e con le loro ragioni. 

In questo senso, Gerusalemme è uno specchio di ciò che viviamo, una sorta di paradigma delle dinamiche che coinvolgono il mondo intero. Il futuro del mondo assomiglia sempre più a Gerusalemme. Mostra, con particolare intensità, una sfida che riguarda sempre più le nostre società: imparare a vivere insieme tra persone che hanno tradizioni, fedi e visioni della vita differenti. Come custodire la propria identità e, nello stesso tempo, riconoscere pienamente quella degli altri? Come costruire fiducia quando le differenze ci fanno paura?  

Sono domande che incontrerete anche voi, nel lavoro, nelle relazioni e nelle comunità di cui farete parte. Per questo, parlare di Gerusalemme significa anche interrogarci sul mondo che costruiremo insieme e sulla parte di responsabilità che ciascuno di noi può assumersi. 

Costruire nella verità 

Che cosa vale la pena costruire, dunque? Vorrei partire dal terreno sul quale ogni costruzione umana deve poggiare: la verità. 

In Terra Santa ho imparato quanto sia difficile riconoscere ciò che mette in discussione le nostre ragioni. La nostra storia e il dolore che abbiamo vissuto possono rendere difficile riconoscere la sofferenza degli altri. Cercare la verità richiede la libertà di cambiare giudizio e di lasciarsi correggere, anche da chi ha meno autorità di noi. 

La complessità della situazione in Terra Santa non permette giudizi sbrigativi. Occorre conoscere la storia, ascoltare le persone e verificare i fatti. Ma questo non significa che tutte le versioni abbiano lo stesso valore. Le responsabilità vanno riconosciute e le ingiustizie chiamate per nome. 

La verità riguarda anche le nostre parole. Nella nostra terra, parole come «pace», «dialogo», «dignità» sono state ripetute tante volte mentre la vita sembrava smentirle. La fiducia si consuma quando ciò che diciamo resta lontano da ciò che facciamo. Ridare credibilità alle parole richiede impegni mantenuti e comportamenti coerenti. Richiede anche di accettare che qualcuno ci chieda conto di ciò che abbiamo detto. 

Un futuro abitabile anche per gli altri 

Il rapporto con la verità ci porta inevitabilmente al rapporto con l’altro. A Gerusalemme questa relazione ha una concretezza quotidiana. Le lingue, le preghiere, le memorie abitano uno spazio piccolo e densissimo. Ogni comunità custodisce qualcosa di prezioso. La difficoltà comincia quando l’amore per ciò che è proprio diventa incapace di riconoscere ciò che appartiene agli altri. 

I nostri destini sono intrecciati. In Terra Santa nessuno può costruire una prospettiva durevole prescindendo dalla presenza dell’altro. Gli israeliani e i palestinesi continueranno ad avere bisogno di un futuro in quella terra. Il futuro di ciascun popolo dipende anche dalla sicurezza, dalla libertà e dalla dignità dell’altro. 

Questo pone una domanda esigente a ogni progetto: nel futuro che immaginiamo, chi trova posto? 

La domanda riguarda la qualità di ciò che realizziamo. Possiamo costruire qualcosa di efficiente, ottenere risultati, accrescere le nostre possibilità senza chiederci come vivranno le persone dentro ciò che abbiamo costruito. Un’opera umana diventa abitabile quando le persone possono riconoscervi un posto, una dignità, uno spazio nel quale contribuire con ciò che sono. 

Qui si misura anche il nostro rapporto con il potere. Il potere non si misura da ciò che possiamo ottenere per noi stessi, ma dalle possibilità che apriamo o chiudiamo per gli altri. La responsabilità cresce insieme a quella capacità. E incontra un limite preciso: una persona conserva il proprio valore anche quando non ci è utile, quando rallenta il nostro passo, quando le sue ragioni ci costringono a rivedere un progetto. Riconoscerlo può avere un costo. È proprio allora che comprendiamo quanto sia reale il rispetto che diciamo di avere per la dignità umana. 

Penso alle nostre scuole e alle opere sociali, dove persone di appartenenze diverse condividono un compito. Il rapporto nasce attorno a qualcosa di concreto: l’educazione di un bambino, la cura di una persona. La conoscenza reciproca ha bisogno di tempo e di esperienze ripetute. Attraverso questa consuetudine, l’altro acquista un volto più preciso e diventa più difficile rinchiuderlo in una categoria. 

Anche il percorso che avete condiviso a Bologna vi ha messi in contatto con persone formate da storie e culture differenti. In un’esperienza del genere, la collaborazione richiede più della conoscenza di una lingua comune. Occorre comprendere che cosa una parola significhi per l’altro, quali attese porti con sé, dove cominci una sua difficoltà. È un lavoro paziente, che appartiene alla costruzione di ogni realtà comune. 

Il lavoro e la responsabilità di un ruolo 

Il lavoro occupa una parte importante della nostra vita e contribuisce a darle forma. Attraverso di esso provvediamo ai nostri bisogni, mettiamo alla prova le capacità, partecipiamo a un’opera comune. Anche la fatica acquista senso quando possiamo riconoscere a che cosa serve e per chi. Un lavoro nel quale possiamo esprimerci e crescere è un bene umano che merita di essere custodito. 

Nella nostra terra, aiutare una persona a riprendere un’attività significa anche restituirle autonomia, la possibilità di contribuire alla vita della propria famiglia, la fiducia di avere ancora qualcosa da offrire. Il lavoro ci lega agli altri e dà concretezza alla nostra presenza nel mondo. Il suo valore si comprende dentro l’insieme della vita, che ha bisogno anche di affetti, riposo, tempo gratuito. 

Che cosa ci si aspetta, allora, da chi assume un ruolo? Molti di voi guideranno aziende, progetti, istituzioni. Vi sarà chiesto di prendere decisioni in condizioni di incertezza e sotto pressione. Da chi assume un ruolo ci si aspetta anzitutto competenza: che conosca ciò che gli è affidato e se ne occupi seriamente. Poi capacità di giudizio: che sappia ascoltare, scegliere una direzione e decidere anche quando le informazioni sono incomplete. E che risponda delle proprie scelte, spiegandone le ragioni, verificandone le conseguenze, correggendole quando occorre. 

Le persone si attendono inoltre di poter contare su chi esercita una responsabilità: che sia presente anche nelle difficoltà, che la sua parola abbia un peso e che dia spazio al contributo degli altri. Questo riguarda anche me. Guidare una comunità comporta tenere insieme la direzione del cammino e la vita concreta delle persone, permettendo che crescano nella libertà e nella responsabilità. 

Un ruolo ci affida dunque qualcosa che va oltre la nostra affermazione personale. Il suo senso si misura anche da ciò che rende possibile per gli altri e da ciò che sapremo lasciare a chi verrà dopo di noi. 

I legami che ci rendono responsabili 

Torno allora alla domanda iniziale. Che cosa ci consente di impegnarci quando il risultato rimane incerto? Posso rispondere soltanto a partire dalla mia esperienza. 

Non ho garanzie sul futuro della Terra Santa. Ma ho legami che mi rendono corresponsabile del suo futuro. 

Quei legami hanno dei volti. Danno forma alla storia di comunità alle quali appartengo, di persone con cui condivido preoccupazioni e speranze. La loro vita entra nelle mie decisioni. Quando penso a ciò che è possibile fare, penso anche a loro. Da questa appartenenza nasce una ragione per continuare, anche nei momenti in cui non riesco a intravedere una soluzione. 

Mi sembra che qui tocchiamo qualcosa di essenziale per ogni vita. A un certo punto, tra le molte cose che potremmo fare, alcune diventano nostre perché accettiamo di risponderne. Una relazione, un lavoro, un’opera chiedono tempo e fedeltà. La libertà prende una direzione e, prendendola, assume dei legami. 

Questo può fare paura. Legarsi significa diventare vulnerabili: quello che accade a una persona, a una comunità, a qualcosa in cui crediamo, può farci soffrire. Eppure, è proprio attraverso quei legami che molte cose acquistano valore. Il desiderio di tenere sempre aperta ogni possibilità rischia di lasciare la vita in sospeso, come se la scelta decisiva dovesse avvenire soltanto quando saremo certi di non perdere nulla. 

Una certezza del genere, nelle cose importanti, difficilmente ci viene concessa. Chi comincia un’amicizia, chi educa, chi intraprende qualcosa insieme ad altri affida una parte di sé a una storia che resta aperta. Anche la gioia nasce da questa disponibilità: dall’esperienza di essere coinvolti in qualcosa che merita il nostro tempo e che non si esaurisce in noi. 

Riconoscere il valore di un legame domanda anche intelligenza e libertà. Ci sono progetti da correggere, strade da abbandonare, decisioni da ripensare. La fedeltà alle persone può richiederci di cambiare profondamente il modo in cui abbiamo cercato di servirle. Occorre poter distinguere ciò di cui siamo responsabili dall’attaccamento alla soluzione che avevamo immaginato. 

La speranza dentro l’incertezza 

È qui che collocherei la speranza.  

Nella mia esperienza di credente, essa nasce dalla relazione con Dio e prende forma nella vicinanza alle persone. Mi sostiene la convinzione che la vita di ciascuno abbia un valore che nessuna violenza può cancellare. Questa convinzione ha conseguenze molto concrete: una persona che soffre merita cura oggi; un bambino ha bisogno di imparare oggi; una relazione interrotta può attendere da noi un primo gesto. 

Sto parlando a persone che provengono da esperienze diverse: a chi ha una fede religiosa e a chi non crede, ai laureati e alle famiglie che li hanno accompagnati fin qui. La fede cristiana orienta il mio modo di guardare la vita. Altri possono trovare in convinzioni diverse le ragioni del proprio impegno. 

Possiamo riconoscerci, però, in alcune attese molto concrete che, pur non escludendole, vanno oltre le nostre rispettive appartenenze e convinzioni. Chi oggi si laurea desidera mettere a frutto ciò che ha imparato e trovare la propria strada. Chi gli è stato vicino in questi anni spera di vederlo costruire una vita buona, trovare un lavoro, essere amato e affrontare le difficoltà senza restare solo. Anche quando immaginiamo il futuro in modi diversi, queste speranze possono avvicinarci. 

Da qui nasce una responsabilità che possiamo condividere. Il rispetto, la fiducia e le possibilità che desideriamo per noi e per le persone che amiamo sono importanti anche per gli altri. Possiamo lavorare insieme perché siano accessibili a più persone. È su questo terreno che desidero incontrarvi e condividere con voi ciò che ho imparato a Gerusalemme. 

La speranza consiste nel sapere che vale la pena fare il bene, per chiunque, oltre le nostre rispettive appartenenze, anche quando non sappiamo come andrà a finire.  

Non sappiamo come andranno le cose. Sappiamo però che ci sono persone che hanno bisogno di noi, oggi. Ciò che possiamo fare per loro ha valore, anche quando non basta a risolvere tutti i problemi. Possiamo cominciare da qui: da un aiuto concreto, da un impegno mantenuto, da una possibilità offerta a qualcuno. Anche così ci prendiamo cura del futuro. 

Questa fiducia ci impegna a verificare seriamente il nostro lavoro. Il valore di un’intenzione non ci dispensa dalla domanda sui suoi effetti. Proprio perché qualcosa ci sta a cuore, desideriamo che il nostro impegno possa servirlo realmente. 

Questo cammino conosce anche la stanchezza. Ci sono giorni nei quali le ragioni che ci sostengono diventano meno visibili. Abbiamo bisogno che qualcuno le custodisca con noi, che ci aiuti a ritrovarle. L’esperienza della nostra comunità mi ricorda continuamente quanto conti essere sostenuti: anche chi ha la responsabilità di incoraggiare gli altri vive della fiducia che riceve. 

Chi diventiamo mentre costruiamo 

Rimane un’ultima domanda, che considero forse la più importante: mentre cerchiamo di costruire il nostro futuro, chi stiamo diventando? 

Ogni decisione lascia qualcosa dentro di noi. Il modo in cui usiamo una possibilità, trattiamo una persona, reagiamo a una contraddizione forma lentamente il nostro carattere. Ci abituiamo a un certo linguaggio, a una certa misura delle cose. E quelle abitudini preparano le decisioni successive. La persona che diventiamo si costruisce anche attraverso ciò che finiamo per considerare normale. 

In Terra Santa questa domanda riguarda in modo doloroso il rapporto tra la sofferenza e l’odio. La violenza può restringere tutto l’orizzonte, fino a farci leggere ogni incontro attraverso ciò che abbiamo subito. Custodire la libertà significa anche raccontare la verità di una storia dolorosa senza trasmettere odio. Si può piangere i propri morti senza desiderare la morte altrui. Quanto sia difficile, lo comprendiamo quando quei morti hanno nomi e volti che conosciamo. 

Davanti a chi ha subito violenza, questa possibilità va custodita con rispetto, accompagnando anche i silenzi e la fatica. Nessuno può decidere dall’esterno il tempo di quel cammino. Ma continuare a credere che esso sia possibile significa riconoscere alla persona una libertà che il male subito tenta di sottrarle. Significa volere che il suo futuro rimanga aperto, mentre la giustizia continua a chiedere verità e responsabilità. 

In condizioni diverse, ciascuno incontra pressioni che possono orientare le sue scelte: il bisogno di essere riconosciuto, la paura di fallire, il confronto continuo con gli altri. Accorgerci di quanto pesino ci aiuta a comprendere dove stia andando la nostra libertà. Anche il successo, quando gli affidiamo il compito di dire quanto valiamo, può rendere difficile fermarsi, cambiare strada, riconoscere un bisogno di aiuto. 

Per questo la vita ha bisogno di luoghi nei quali possiamo esistere interamente, anche con ciò che non riesce. Gli affetti, l’amicizia, il tempo del silenzio, la gratuità di un incontro custodiscono questa ampiezza. Ci ricordano che il nostro valore precede la prova delle nostre capacità. E ci permettono di tornare alle responsabilità con maggiore libertà, perché sappiamo di poter essere amati anche quando non abbiamo un risultato da presentare. 

Oggi celebriamo una preparazione e l’apertura di nuove possibilità. Il desiderio di realizzare qualcosa, di dare forma alle proprie idee, di contribuire alla vita comune merita fiducia. Ci sono opere che attendono intelligenza e iniziativa, problemi che chiedono soluzioni, possibilità che diventeranno visibili soltanto quando qualcuno comincerà a lavorarci. 

Venendo da Gerusalemme, porto con me la consapevolezza della fragilità di ogni costruzione. Ma porto anche la convinzione che, dentro quella fragilità, la nostra azione abbia un valore reale. Una relazione custodita, uno spazio nel quale persone diverse possono incontrarsi, una possibilità restituita a chi l’aveva perduta cambiano già la vita di qualcuno. E da quella vita possono nascere cose che oggi non sappiamo immaginare. 

Dopo queste forse affrettate valutazioni, torno alla domanda iniziale: Che cosa vale la pena costruire? Penso a qualcosa di cui altri possano vivere, nel quale trovino spazio per la propria libertà e dal quale possano ripartire. Qualcosa che avremo curato con serietà e che un giorno sapremo affidare anche a mani diverse dalle nostre. 

È questa una delle forme più vere della speranza: prendersi cura di un futuro che sarà anche di altri, e cominciare a renderlo abitabile fin d’ora.  

Nel mondo che vi attende ci sarà bisogno di persone capaci di mettere la propria competenza al servizio di una vita più umana per tutti. Vi auguro, perciò, di non smettere mai di chiedervi che cosa vale davvero la pena costruire. 

Grazie.