29 Novembre 2020
I Domenica di Avvento, anno B
Iniziamo oggi un nuovo anno liturgico, che sarà accompagnato dalla lettura del Vangelo di Marco.
E lo iniziamo con questo brano (Mc 13,33-37) in cui risuona più volte l’invito a vegliare, a fare attenzione.
Per farci entrare in quest’esperienza, Gesù racconta una breve parabola, in cui si narra di un uomo che parte per un viaggio e lascia la sua casa ai servi, affidando a ciascuno il proprio compito. Al portiere viene affidato il compito di vegliare, che poi viene esteso a tutti. Bisogna vegliare perché al suo ritorno, di cui non si conoscono i tempi, il padrone non trovi i servi addormentati.
Anche i paralleli di Matteo (25,13) e Luca (12,36), pur usando altri termini, con l’espressione “vegliare” indicano soprattutto lo stare svegli, sempre pronti e all’erta; invitano ad essere preparati, perché non si sa quando il padrone verrà. Come a dire che noi non conosciamo i tempi e non dominiamo il tempo, ma dobbiamo viverlo con uno sguardo attento e vigile.
La prima considerazione, allora, è che vegliare non è fare qualcosa di particolare, non si tratta di gesti specifici, ma è un modo di stare nella vita, un atteggiamento del cuore: è saper dar valore al tempo che ci è donato, stare nella vita consapevoli che stiamo attendendo qualcuno e che in questa vita entrerà il Signore; consapevoli che siamo in cammino verso una meta: l’incontro con Lui.
Il tempo, questo tempo, è il luogo in cui scoprire i segni della presenza di Dio. La vigilanza, dunque, è l’arte del discernimento dei segni dei tempi. Il credente deve saper scrutare i segni dei tempi, è chiamato a porre attenzione alla realtà umana, ai fatti e agli avvenimenti del tempo in cui vive. È un’espressione che troviamo nel vangelo di Matteo (16,4), là dove Gesù chiede: “Non sapete distinguere i segni dei tempi?”.
Discernere i segni dei tempi significa cercare di comprendere dove la storia umana si incontra in qualche modo con il progetto di Dio.
Addormentarsi, al contrario, non sarà altro che perdere questa consapevolezza, vivere come se non attendessimo nessuno, come se la storia fosse solo una serie di eventi che finiscono in se stessi: quando questo accade, l’orizzonte si chiude sul qui ed ora, e ciò che facciamo diventa il tutto della nostra vita.
Allora, non è un caso che l’anno liturgico inizi proprio con l’Avvento e con questo sguardo sul futuro: è importante iniziare da qui, mettere subito in chiaro dove stiamo andando, dove il Signore ci sta portando e dove ci attende.
Solo con questo sguardo rivolto alla meta, il cammino ha senso, ed è possibile stare nella vita in un modo nuovo: si può guardare alle cose del mondo non come ad un assoluto, che realizza tutte le aspirazioni dell’uomo; ma nemmeno, al contrario, come qualcosa di accessorio, che non ha nessun valore.
Gesù, nel Vangelo, evita entrambe queste posizioni: afferma con sicurezza che il tempo è attesa di un incontro, ma dice anche che questo incontro può avvenire se la vita è vissuta nella vigilanza e nell’attesa.
Gesù ci invita, insomma, a stare nel mondo in un modo nuovo, perché è vero che il compimento sta alla fine, ma è altrettanto vero che noi gustiamo già ciò in cui crediamo e verso cui camminiamo.
È vero che il Regno deve ancora venire, eppure quel Regno che noi attendiamo è già in mezzo a noi.
Questa terra, questa storia in cui viviamo, è anticipazione del Regno futuro, e tutto così assume un nuovo significato. Si sta nella vita con un gusto pieno e condiviso, perché il momento presente è già partecipazione, anticipazione della vita futura. Il tempo presente diventa il luogo dell’incontro con Dio e questa consapevolezza ci spinge a fare il bene per se stesso, a diventare operai attenti e laboriosi, servi svegli che sanno investire i talenti ricevuti. Non ripiegati su di sé, ma attenti alla vita del mondo, con la consapevolezza che la morte e la paura non possono estinguere il potere dell’amore che ci è donato.
Non è semplice entrare in questa prospettiva; questo sguardo richiede un autentico percorso di conversione. E questo sarà il tema della domenica seguente.
Un’ultima osservazione sull’espressione: “dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito” (13,34): Dicevamo che la storia è di Dio. L'universo appartiene a Lui, come pure la missione nel mondo. Il non sentirsi possessori di questo mondo e di questo tempo, ci fa anche comprendere che la nostra vita non dipende dalla realizzazione e dalla soddisfazione immediata delle nostre imprese, come se tutto dipendesse dall’oggi. Siamo completi, invece, quando, negli imperscrutabili progetti di Dio per questo mondo, troviamo liberamente il nostro giusto posto (“a ciascuno il suo compito”), e comprendiamo di appartenerci l’un l’altro. La vocazione di ognuno è parte della più grande missione di Dio, alla quale tutti, ciascuno secondo il suo compito, contribuiscono.
Questo modo di stare nella storia rende il cristiano un testimone. Testimone di ciò verso cui camminiamo e in cui crediamo. Testimone di un modo nuovo di stare nella storia, per cui questa vita terrena, seppur importante, non è tutto, e si può anche perdere, pur di non perdere l’incontro con il Signore.
Iniziamo allora l’Avvento con questo sguardo.
+Pierbattista
