5 novembre 2017
XXXI Domenica del Tempo Ordinario, anno A
La diatriba che -nel Vangelo secondo Matteo- mette a confronto Gesù con i farisei e i capi del popolo, trova il suo apice in questo capitolo 23, di cui oggi ascoltiamo i primi 12 versetti.
In questa prima parte Gesù si rivolge alla folla e ai suoi discepoli (Mt 23,1), mentre in una seconda parte (Mt 23,13-33) si rivolge direttamente ai farisei indirizzando a loro dei guai: l’espressione “guai a voi, scribi e farisei ipocriti …” ricorre sette volte; infine, il capitolo si conclude con l’annuncio dell’invio di “profeti, sapienti e scribi” (Mt 23,34-36) che saranno tutti rifiutati e uccisi, per cui un giudizio di condanna ricadrà su “questa generazione” e ci sarà come una ricapitolazione di tutto il male commesso, di tutti gli inviti alla salvezza che nel tempo sono stati rifiutati.
Perché questo giudizio così severo su scribi e farisei?
Non certo perché si sono allontanati dalla sana dottrina, dalle tradizioni dei padri; in questo sono competenti e affidabili, per cui Gesù dice alla folla di fare tranquillamente ciò che essi insegnano: “Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono” (Mt 23,3).
Il problema non è ciò che dicono, ma ciò che fanno e ciò che nonfanno, o meglio il fatto che ci sia come una dissociazione tra le loro parole e le loro opere.
Per essere più precisi, le accuse di Gesù nei loro confronti sono tre.
La prima è che “essi dicono e non fanno” (Mt 23,3): viene qui in mente la parabola dei due figli (Mt 21,28-32), indirizzata proprio ai farisei, in cui essi venivano paragonati a quel figlio che dice di sì al padre, ma poi non va a lavorare nella vigna. Non si tratta solo di incoerenza, perché il contesto della parabola è quello di una relazione, di un rapporto tra padre e figlio; si tratta allora di una mancata relazione con Colui che chiama e che invia, con Colui che affida ai figli il compito della vita; si tratta di una mancata fiducia nel Padre.
Ma non solo i farisei dicono e non fanno; la seconda accusa di Gesù è quella che costringono gli altri a fare ciò che neppure loro fanno (Mt 23,4).
Se la prima accusa riguarda un’errata relazione con il Padre, qui si tratta di un’errata relazione con i fratelli. Una relazione basata sul potere, e su un potere esercitato male, un potere che rende la vita degli altri dura e pesante, invece di essere un potere che libera e dà vita.
E infine, la terza accusa (Mt 23,5) è ancora più grave, va al cuore del problema, e riguarda la motivazione del loro agire: “Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente”.
Dio, gli altri, non sono utilizzati per altro che per essere spettatori della loro bravura, delle loro opere. I farisei sarebbero così persone che si salvano da sé, e hanno bisogno poi di qualcuno che ammiri la loro bravura.
Di fronte a questo, è interessante vedere come reagisce Gesù.
Non invita la folla e i suoi ad essere migliori, ad essere più coerenti dei farisei, a non cadere come loro nell’inganno dell’apparenza e della superbia. No.
Li invita ad avere un altro stile di relazione: “ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo” (Mt 23,8-10).
Li invita ad una modalità relazionale vera, in cui non ci si salva da soli, ma si accoglie la vita da un unico Padre, che la dà a tutti gratuitamente, e la si condivide con gli altri, tutti ugualmente fratelli.
Uno stile di vita in cui è nascosta la vera grandezza, che non è quella che appare nei primi posti dei banchetti delle sinagoghe e delle piazze (Mt 23,6), ma che si rivela in ogni umile gesto di servizio: “Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato” (Mt 23,11).
Per imparare questo stile di vita c’è un unico maestro (Mt 23,8), Colui che “prima della festa di Pasqua…
durante la cena…si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto…” (Gv 13, 1-5).
Dopo questo gesto aveva poi spiegato che se Lui, che è il Maestro e il Signore, lavava i piedi ai discepoli, così dovevano fare anch’essi, tra di loro (Gv 13,14-15).
E aveva poi aggiunto delle parole che andrebbero bene anche per i farisei del Vangelo di oggi, per i farisei di ogni tempo, per noi: “Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica” (Gv13,17).
+ Pierbattista
